8 – Gradini Cinesi e gradoni di Capodimonte

I gradini Cinesi e i gradoni di Capodimonte: in 20 minuti da Porta Grande a via Foria

’Ncoppa Capodimonte c’eravamo arrivati, vi ricordate, nel sesto percorso, e c’eravamo lasciati, guardando Capri dal parco della Reggia. Ora dobbiamo scendere. Allora usciamo di nuovo da Porta Grande. Quel cancello a pensarci non l’ho mai visto tutto aperto, tiene quell’asta di ferro che lo apre meno di metà, ci passa un pedone a turno, al massimo sulla bicicletta. Ma in fondo è comprensibile: essenziale, efficace, verde, baluardo difensivo contro Smart e SUV. Riprendiamo via Sant’Antonio a Capodimonte. Al primo incrocio, stavolta, dove ci sta quel palazzo affilato a spartitraffico, andiamo a destra (la volta scorsa, venendo dal Moiariello eravamo arrivati da sinistra). La strada fa subito una curva dolce. Neppure abbiamo cominciato e già un incontro: a piano terra si lavora, a cucire, tutte donne. Dietro le spalle hanno attaccate al muro le foto dei figli, Padre Pio, diversi Gesù, moltissime Madonne; poi Papa Wojtyla e l’Italia dei mondiali del 2006. Più avanti, alla finestra bassa, una signora c’ha uno sguardo tranquillo e sorride appena dentro la cornice. Poi, in alto, sopra il quartiere, sta appeso, al centro, da solo, dentro la luce, un crocifisso che pare una vestaglia rossa. Stamattina sta uscendo il sole ma il basolato sembra ancora freddo e il muro umido giallo tufo. Due uomini di colore scendono davanti a noi: uno ha i piedi all’aria e dentro le infradito. A fianco ai cassonetti dell’indifferenziato ci sta il tavolo vecchio della cucina e lo scatolo del televisore sessantacinque pollici a ultra alta definizione.

Una curva a destra (via Guido Amedeo Vitale), una a sinistra e siamo sui Gradini Cinesi. Subito un tabernacolo: Padre Pio tiene ai piedi le foto delle persone del quartiere, cannele, cannelotti e motorini. Un’altra signora alla finestra, a piano terra, mette a fuoco pensieri nel vuoto. Quando passiamo lì davanti e le chiedo una fotografia mi fa notare che ha le forcine nei capelli, giustamente sta vestita per casa, però, se aspetto, se le toglie e possiamo scattare. Io aspetto. Torna con i capelli lunghi, pettinati, e non posso che ringraziare. Un tabernacolo a sinistra sulla scalinata, un altro si intravede a destra di un arco vecchio. All’angolo dei Cinesi ci sta un paniere blu. Appeso pure lui nella luce sotto i panni stesi: qualcuno nel vicolo ha il gusto della scenografia. Prima dell’angolo abbiamo chiesto informazioni: sappiamo che in questa zona ci sono altre strade col nome di “Cinesi”. Signora, ci sapete dire? Risponde con un gesto largo: segue la curva dentro il suo ricordo e cerca di renderla più chiara, lo sa che vedendo la curva del suo braccio ci resterà pure a noi meglio dentro la memoria. Però siamo scesi troppo, dobbiamo risalire. Voltiamo a destra per Salita Capodimonte, dopo l’angolo ancora a destra c’è una bottega di piccoli oggetti: un sedile semplice (nu scannetiello), e piccoli quadri. Ma il meglio sta esposto al centro, in mezzo alla porta: le foto di Totò e Peppino, in bianco e nero, colorato a mano. Seguiamo le indicazioni di loro che ci abitano, e invece di scendere voltiamo a destra per Salita Cinesi. Vi sarete chiesti perché dentro questi articoli, a fianco, non ci sta una piccola mappa, una linea del percorso da seguire. Bene, per alcuni motivi. Il primo è che chiedere dà più soddisfazione: vi danno un sacco di informazioni, pure alcune inutili, vi regalano molte più sorprese. Ma, se lo volete davvero sapere, secondo noi chiedere non serve soltanto per conoscere la strada, serve molto invece, come entrando in casa, a chiedere “permesso” agli abitanti e agli spiriti del luogo. E poi ci pensate se fosse ammesso a tutti, ma proprio a tutti, pure a chi oggi in realtà non interessava, di andare per dentro a questi vichi, ’ncopp a cheste scale, senza selezionare chi questo giorno stava pensando ad altro da chi s’è messo proprio con la sua intenzione? Attento a leggere questo racconto, e pure un poco a cercare da solo la linea giusta, la strada, perché davvero era oggi che ci voleva andare? Il turismo dei distratti inquina; chi invece entra in punta di piedi e nel suo giorno giusto, allora lascia buone tracce sul posto, e si porta a casa il suo racconto personale. Andiamo avanti, anzi ci fermiamo un attimo: qua, Salita Cinesi 1, a dicembre 2016 è nata la prima biblioteca del quartiere. Un’altra rampa di scalini corta e siamo a un incrocio. La cupola con la lanterna di San Severo fuori le mura (secolo quarto e diciassettesimo) la stanno finendo di restaurare in questi minuti. È l’ultima foto che vedrete coi ponteggi e l’uomo sopra che li sta smontando. Dentro la lanterna a quest’ora c’hanno messo il sole. Vicino la chiesa c’è un parco, quasi nuovo, con i giochi per i bambini. I muri ornati di vernice pulita, ferro battuto a triangoli e ghirigori. Sopra l’angolo del muro c’è un burattino di latta con gli spigoli di Totò. Il Principe stamattina ricorre di nuovo: forse vuole che lo andiamo a trovare. Per un momento però diamogli le spalle e infiliamoci dentro la stradina che parte da questo slargo; è un ramo di Salita Cinesi. Stiamo cercando un posto molto antico, il nucleo originario di una cosa bella. Ci sta un signore che mentre fotografiamo triplici piani di panni stesi ci invita a fotografare pure l’amico suo sopra a un balcone: sta mettendo le luci per la notte di Natale. Visto che c’è, gli chiediamo notizie di questo posto che non riusciamo a trovare: «sì eccolo, sta più avanti, dritto qua in fondo, siete quasi arrivati». A pochi metri c’è un portone di legno. Davanti c’è la signora appena uscita dalla porta di casa che lava la strada con i secchi d’acqua. Sopra il portone è scritto “Ospedale Elena d’Aosta”, ma in realtà questo era un’altra cosa: questo è il posto dove è nato l’“Istituto Universitario Orientale”. Matteo Ripa nel 1724 c’era venuto tornando dalla Cina dove aveva lavorato per l’Imperatore; si era portato a Napoli cinque cinesi. Uno di loro insegnava la lingua, gli altri quattro erano a Napoli per poi tornare in Cina come preti cattolici. Nel 1732, Papa Clemente XII riconobbe ufficialmente questo nucleo come “Collegio dei Cinesi”. Aveva come scopo oltre alla formazione ecclesiastica anche quella di interpreti per la Compagnia di Ostenda, voluta dagli Asburgo per i commerci con l’estremo Oriente. Per farvela breve: l’Orientale di Napoli è la scuola di sinologia e di orientalistica più antica d’Europa. Ma da qui non si entra, l’ingresso è dall’altro lato. Facciamo il giro, si entra proprio come se fosse un semplice ospedale: è il Presidio sanitario polifunzionale Elena d’Aosta. Come l’ospedale San Gennaro, che non è lontano, rischia la chiusura. L’idea sembra sia quella di convertirlo in polo di formazione, mentre adesso svolge compiti di assistenza sanitaria vera e propria. Il guardiano però è appassionato di questo posto e ci dà buone indicazioni. In fondo, dritto, passato un loggiato ci sarebbe l’ingresso della chiesa, che è in restauro. Qui infatti, prima ancora di Matteo Ripa, c’era il monastero dedicato a Santa Francesca Romana. Però possiamo andare sopra, a dare uno sguardo dall’alto. Di una terrazza avevamo sentito parlare. Salendo per le scale incontriamo un altro addetto del Presidio ed è contento di accompagnarci dove ci possiamo affacciare.

Un’altra terrazza su un panorama ampissimo. Si vede dall’Osservatorio Astronomico di Capodimonte fino a Castel Sant’Elmo, la cupola del Monacone e il murale grande di piazza Sanità. Stiamo su un balcone lungo lungo; arrivati alla fine ci possiamo affacciare sul lato opposto del portone antico, di legno, che sta sempre chiuso. C’è l’ingresso della chiesa, della cripta e la statua di Matteo Ripa: ha il sole alle spalle che lo riscalda ma sembra annoiarsi a guardarsi l’ombra. Ora che abbiamo visto le origini dell’Istituto torniamo indietro, alla fine dei Gradini Cinesi, dove stava l’arco e il paniere appeso. Percorriamo cinquanta metri di Salita Capodimonte e voltiamo a destra per un’altra scalinata: Gradoni Capodimonte. Qui è proprio la signora che ci abita che ci invita a fotografare il tabernacolo coloratissimo che sta attaccato a casa: ne parla proprio come se fosse il suo. Ora possiamo scegliere il vicolo che più ci piace, ce ne sono tre (vico Carette, Carlotta o Canale ai Cristallini) e andiamo verso destra. Vogliamo andare a via Santa Maria Antesaecula, al numero 109. Al muro grigio del palazzo bianco ci sta la lapide: “Fu qui che nacque… il Principe De Curtis”. Davanti al palazzo ci stanno due persone che parlano tra loro. Chiediamo qual era la casa del Principe, era quello proprio il balcone? Allora uno subito si alza e ci dice che ci accompagna a vedere qual è la casa esatta, dall’interno del palazzo. Nell’androne i panni stesi e non tanta luce. Saliamo le scale: una rampa, due, sempre girando a destra; poi si ferma davanti una porta. Faccio una fotografia ma non sto capendo molto: ci guardiamo in faccia, guardiamo la porta, ce guardammo n’ata vota; e ci capita per la prima volta che pensando a Totò quella che affiora non è esattamente una risata: troppo abbandono per uno che ha donato. Riscendiamo, ringraziamo la nostra guida per averci ammesso ad avvicinarci più che da mmiez’â via.

Percorriamo tutta via Santa Maria Antesaecula e sbuchiamo su via Arena della Sanità. Voltiamo a sinistra. Mo teniamo bisogno di rifocillarci un poco, e qua vicino, lungo la strada, si trova una pasticceria che poiché a Napoli non nevica mai, ha pensato bene che il “fiocco di neve” doveva essere na cos’ che… si poteva mangiare. Ha avuto ragione, l’idea è saporita e gliela stanno copiando. Ah, mo ci sentiamo un po’ più allegri, la casa di Totò ci aveva dato un poco di magone. Più avanti c’è via Vergini e Palazzo dello Spagnolo. La scala è troppo bella per non entrare un attimo. La chiamano “ad ali di falco” e a noi ricorda i quadri di Escher: le scale perfettamente logiche che non riesci a capire. La passeggiata è stata lunga, ma siamo arrivati. Usciamo su via Foria di fronte a Porta San Gennaro. Incontriamo di nuovo il Principe su un manifesto, salutiamo, e andiamo via. Il tempo ormai, se ci state leggendo, lo riuscite a prevedere: noi siamo andati in giro a cercare cose, ma scendendo dritti da Porta Grande a via Foria non ci vogliono più di 20 minuti.