2 – Calata San Francesco

Le scale di calata San Francesco: dal Vomero a via Caracciolo in 23 minuti

Nel primo percorso di quelli che vi stiamo proponendo siamo andati dal Vomero al Centro storico; siamo scesi dalla collina lungo il versante nord-est. Oggi dalla collina vogliamo andare al mare, sempre senza guidare. C’è una scalinata a Napoli, che compare già in alcune vedute della città della fine del ’600, che va dal Vomero alla Riviera di Chiaia. Punta direttamente a sud, guarda verso il sole e Capri: Calata San Francesco. Il nome non è certo se sia dovuto alla Chiesa dedicata a San Francesco d’Assisi (San Francesco degli Scarioni, dal nome del committente, terminata nel 1721) che sta in fondo alla discesa, oppure a un complesso religioso intitolato a San Francesco di Paola (poi diventato Villa Giordano) che si trovava qui, in alto. Inizia da via Belvedere, più o meno a metà. Siete pronti? (Ore 11.15); partiamo. Il primo tratto, fino a che non si incrocia via Aniello Falcone, non ha scalini: è un basolato a blocchi grandi, a senso unico a scendere; con qualche scooter che sale. Ma l’aria è già più tranquilla di quella del resto del quartiere: saranno le case antiche, gli ampi portoni ad arco, freschi, e i cortili di queste che una volta erano ville di campagna. Fino alla prima metà del ’600 al Vomero c’erano il borgo di Antignano, la Certosa di San Martino, Castel Sant’Elmo e la campagna. Nel 1656, per scampare alla peste, quelli che potevano (clero e nobili) cominciarono l’uso della seconda residenza in questa parte della città. Si scende comodi, lenti, con la faccia al sole.

Via Aniello Falcone interrompe per un attimo il percorso: le automobili veloci in discesa riaccelerano il ritmo. Subito dopo possiamo rallentare di nuovo, di più: questo tratto è cieco, ma solo per chi ha scelto l’automobile. A cinquanta metri i paletti rossi segnano il limite; fanno da argine al traffico dei veicoli a motore e una signora, armata solo di scarpe, si rifugia svelta dall’inondazione. Inizia la gradinata. Somiglia a quella della Pedamentina di San Martino in questo tratto breve iniziale: scalini larghi e sottili. La prima svolta e si apre il silenzio e il panorama: Castel dell’Ovo, Capri, il mare. Un balcone con le colonne; a destra e a sinistra i panni stesi ad asciugare, rivolti a mezzogiorno. Presto un’altra svolta e si scende su scalini più ripidi e corti, tra l’intonaco delle case illuminato e il muretto di tufo. Ho cominciato appena a scendere e ho già contato tre compagni di viaggio: non è una scala dimenticata. Il cielo sopra la testa apre idee: i gradini gli danno un ordine, o forse soltanto una cadenza. C’è tempo per pensare, da qui in giù. Un poco di verde cresce tra le mattonelle a quadratini. Una palma longilinea fa a gara con sé stessa dal cortile di un palazzo neoclassico. Siamo già scesi un bel po’: adesso Capri non sta più dentro il cielo ma naviga in mezzo ai muri delle case. Il postino sale, giaccone giallo e borsone, a piedi. Poi si apre un salto, un tuffo su via Tasso; oppure si può evitare, usando la rampa a destra che scende più lentamente. (All’incrocio pure una farfalla sta decidendo quale strada fare). Qui la musica stona per un attimo, dà spazio a un piccolo rimorso: il tuffo sarebbe proprio emozionante, spettacolare, se solo si trovasse un posto più intonato per i cassonetti che stanno esattamente, a sbarramento, davanti all’ultimo scalino1. Basta attraversare via Tasso e la musica, intonata, ricomincia. (È solo un dettaglio che adesso la stessa linea di scale abbia cambiato nome: ora si chiama Salita Tasso, già Salita Vomero). Un signore che abita proprio in questo punto mi racconta che la scalinata anche di sera è tranquilla, che c’è un ragazzo del quartiere che di tanto in tanto tira via l’erba nata tra le fessure dei gradini. Quello che lo infastidisce non riguarda la scalinata ma la strada asfaltata: «il tombino qui davanti, ’o verite, al centro di via Tasso, ogni volta che passa una macchina fa rumore; non vi dico il sabato, col traffico, che cuncertino». Scende un uomo col cappello e i libri, poi una donna col passo musicale. Sale il signore col cane che ho incontrato tre giorni fa, alla stessa ora, pochi metri più sopra. Pure un piccione coraggioso prova gli scalini in salita. Da sopra il muro di tufo si sporgono fiori di ipomea, poi il ramo di un albero di fichi; in mezzo due fili appesi allo stesso muro reggono le lenzuola ad asciugare. Un poco più giù pure lo stendipanni sta proprio sulla scalinata; di fronte al tabernacolo con la luce accesa. Altri pochi gradini: Corso Vittorio Emanuele. Attraversiamo di nuovo e di nuovo cambia il nome: Arco Mirelli. Questa volta deriva dall’arco che collegava Palazzo Mirelli di Teora (dove finisce il percorso di oggi, sulla Riviera di Chiaia) alle case sulla sua sinistra. Quelle case e l’arco non ci sono più. Il loro posto lo ha preso Palazzo Guevara di Bovino, e Arco Mirelli ora non è più una scalinata: il basolato è liscio. Pure i paletti, che stanno all’inizio di questo tratto, non possono fare molto: le auto che bloccano in discesa possono arrivare in salita fino a qui. La discesa è ancora bella però e il sole pure. L’aria è quella dei borghi un po’ isolati. Siamo all’incrocio con via Crispi. Ancora una volta dritto per dritto, basta attraversare. La strada ora si allarga. Dopo poco c’è la statua di San Francesco, grande, in alto, sulla facciata della chiesa. Scendo ancora pochi metri e siamo alla fine del percorso. A destra ho Palazzo Mirelli (iniziato da Cosimo Fanzago, continuato da Ferdinando Sanfelice, restaurato da Carlo Vanvitelli per il gran ballo in onore delle nozze di Ferdinando IV e Maria Carolina) a sinistra palazzo Guevara. Sopra di me una volta ci sarebbe stato l’arco. Ora non c’è e manca pure un altro pezzo. Quest’angolo di palazzo Guevara è venuto giù il 4 marzo del 2013 a causa dei lavori della linea 6 della metropolitana, e ancora non è riuscito a rialzarsi2. Anche stamattina, qui davanti, stanno lavorando: stavolta neanche noi pedoni possiamo passare; ed eravamo solo a un centimetro dalla fine della nostra passeggiata. Per arrivare al mare però basta poco: svolto per Vico Fiorentine a Chiaia. Un mobiliere restaura un comò sul bordo dello slargo. Pochi metri e siamo alla Riviera. Guardo l’orologio: 11.38, ventitré minuti in tutto. Neppure in scooter si sarebbe arrivati qui prima; sicuramente non così rilassati. Poi c’è piazza della Repubblica, le strisce pedonali, e il mare.

Note:

  1. Sembra che dopo questo articolo, o sarà stato solo un caso, qualcuno si sia interessato a ricomporre quella piccola stonatura che avevamo segnalato. Adesso troverete una situazione molto migliore: le strisce pedonali sono libere perché dei paletti sono stati posizionati per delimitare le posizioni dei cassonetti; ah però solo nei giorni in cui nessuno decide di utilizzare gli spazi predisposti per i cassonetti per parcheggiarci invece il suo scooter. Non è solo l’alto che deve muoversi per risolvere i problemi di questa città, è fondamentale che anche il cittadino, dal basso, contribuisca affinché ciò accada.

  2.  I lavori di ricostruzione sono attualmente in corso e quasi ultimati. Dopo alcuni anni di attesa finalmente adesso si passa.