INCONTRI – Il profeta della Decrescita Felice, Serge Latouche a Napoli: “Decolonizziamo l’immaginario per ripensare a una vita con valori umani”

27 maggio 2017

Serge Latouche era mercoledì scorso all’Università di Napoli Federico II. L’Università compie, il prossimo 5 giugno, 723 anni ed il convegno è su pensieri nuovi, segno che non è morta, né si è ingessata troppo.

Alle 8.45 siamo all’Università, siamo venuti a piedi. Ci sembrava brutto, totalmente stonato, venire ad ascoltare parole su un nuovo modo, sulla “Decrescita felice”, così la chiamano, bruciando petrolio. In effetti lungo il cammino era passato un pullman, lo avevamo preso, poi dopo pochi metri ci eravamo resi conto che era molto lento per il traffico intenso, dentro ci faceva pure caldo, fuori si camminava bene, si stava al fresco, e siamo riscesi. Fermate… l’autobus voglio scendere, vado meglio a piedi.

Arrivati a Monte S. Angelo chiediamo ai custodi dove sia l’Aula G5, quella del convegno.

Entriamo e ci sono già alcuni studenti. Sembra il pubblico di una qualunque lezione. Poi spunta piano piano qualche viso più avanti negli anni. Mentre gli addetti discutono sul proiettore: non si cambiano i filtri della sua ventilazione (metti che hanno 723 anni?) e quindi tende a surriscaldarsi, va in protezione e si spegne. “Spegniamolo adesso, poi lo accendiamo quando serve, così magari facciamo in tempo”.

L’aula piano piano si riempie, ma non completamente (“Aula G5 188 posti” dice il cartello fuori, allora adesso ci saranno circa cento persone).

Poco prima delle 9.10 entra un signore col bastone, la barba e il cappello. Si chiama Serge Latouche, è un professore francese, un economista. E’ tra i fondatori di una nuova teoria ormai dall’inizio degli anni 2000. E’ nuova forse solo perché se ne sente poco parlare e sono ancora in pochi i coraggiosi che provano ad applicarla.

La professoressa che introduce esordisce: “oggi ci siamo subito adattati all’argomento della conferenza e l’aria condizionata non funziona, è perfetto per oggi che si parla di non inquinare” (pur’ ‘o condizionatore è del 1224?).

Poi il professore inizia:

All’inizio della mia carriera ero un economista puro e duro, sono andato come un “missionario” a predicare l’economia in Africa negli anni ’60; poi sono diventato un “pagano”, ho smesso di credere nel progresso, nell’economia, nella crescita e sono diventato un profeta della Decrescita”.

Ma insomma cosa dice questa sua teoria, e di molti altri pensatori che lo hanno preceduto e seguito? Dice: signori la favola dell’economia che il prodotto interno lordo deve e può sempre crescere purtroppo non è vera, è come credere a Babbo Natale. Come potrebbe crescere all’infinito un’economia su un pianeta che invece è finito, limitato? Per crescere all’infinito occorrerebbero risorse infinite: energia, lavoro, materie prime; occorrerebbe anche una domanda infinita di beni, e per completare il quadro pure un posto infinito dove buttare i rifiuti di questo gigante che non vuole diventare mai adulto.

Bene: ogni sera al telegiornale ci raccontano quanto è aumentato il prodotto interno lordo. Il cronista è quasi sempre preoccupato perché la cifra è bassa, e scopriamo stamattina invece che dovrebbe essere contento. Il suo problema è che non vuole smettere di credere a Babbo Natale.

Però il professore ce lo spiega perché il cronista è triste: “siamo una società della crescita dove però non c’è crescita; ridotta all’austerità”, ecco tutto, ecco perché ci conviene cambiare.

La gente nell’aula continua ad arrivare. Ma si, meglio… in ritardo che mai.

Arrivano anche due signore e si siedono qui a fianco. Una inizia subito con un foglio di carta a soffiarsi, venendo da fuori fa caldo.

La crescita è uscita dai pozzi di petrolio e finirà con loro”, nel frattempo cita il professore. “Anzi forse è già finita probabilmente negli anni ’70, ma poi grazie alla magia, qualcuno che si chiama Alan Greenspan (ex presidente della Federal Reserve, la banca centrale americana) ha fatto sopravvivere il mito della crescita, con il consenso di tutti, e si è inventato il modo di tenerla in vita per trent’anni: con la speculazione finanziaria ed immobiliare”, una specie di flebo su un malato terminale.

Oggi non c’è più neanche quella, siamo ad una crescita che è di circa lo 0,4-0,5 per cento. Peccato che il margine di errore delle statistiche sia dello stesso ordine: è come dire che si, state tranquilli, l’organismo sta crescendo di 4-5 centimetri all’anno, bene, bene, solo che la crescita la misuriamo con un metro che può sbagliare di circa 4-5 centimetri all’anno. Non si può misurare Babbo Natale.

Lo slogan in questi anni” dice il professore era: “vincente, vincente, vincente”, quello del modello in atto. Cioè secondo alcuni vincevano gli operai, lo Stato e anche gli industriali. Sfortunatamente ci eravamo scordati che ci sono un quarto e un quinto soggetto, si chiamano Terzo mondo e Natura e loro stavano e stanno perdendo.

Sembra che nella storia ci siano state finora cinque scomparse delle specie, la prima fu quella nella quale scomparvero i brontosauri; oggi siamo alla sesta dice il professore: “la differenza rispetto alle altre è che ha alta velocità, che è causata dall’uomo e che l’uomo stesso potrebbe essere a sparire”.

Sono le 9.42 e l’aula è finalmente piena. La signora a fianco si sta ancora soffiando, non era il caldo di fuori, è che sta proprio agitata: un poco guarda i social sul suo cellulare, un poco chiacchiera con l’amica. Ma non è colpa sua: ci ricorda questa società, presa sempre da mille pensieri, un poco ascolta ma poi si distrae, in un mondo che si sta riscaldando.

Ma da dove viene la parola Decrescita?: “è una parola che non ho mai usato fino al 2002, anche se avevo già scritto un sacco di libri su questi argomenti. Poi è venuto questo nuovo termine come uno slogan per contrastare un altro slogan, fantastico e mistificatore, che è quello di “sviluppo sostenibile” che aveva inventato negli anni ’80 una gang di tre criminali in colletto bianco”, cito testuale, “il principale è Stefan Schmidheiny (ndr: erede proprietario delle aziende Eternit, condannato nel 2012 a 18 anni per disastro ambientale dovuto all’amianto nelle sue aziende italiane, tra le quali quella di Bagnoli, dalla Corte d’Appello di Torino, poi prosciolto nel 2014 dalla Corte di Cassazione per intervenuta prescrizione del reato), Maurice Strong (ndr: petroliere canadese) ed Henry Kissinger”.

A Stoccolma nel ’72, alla prima conferenza delle Nazioni Unite sull’ambiente, era stato creato il neologismo “ecosviluppo”, ma non gli piaceva, non tirava abbastanza: quelle tre lettere iniziali spaventavano troppo la lobby degli industriali americani, soprattutto da quando avevano visto che invece piaceva ai Paesi del sud del mondo perché richiamava l’idea di un nuovo ordine mondiale.

Un’altra cosa “bella” ci racconta questo signore, è quella che diceva la signora Tatcher, la lady di ferro del governo britannico, che citava sempre una certa TINA: “There Is No Alternative”, che tradotto è: “nun ce sta n’ata via”. Cioè, spiegateci, non c’è alternativa a credere all’omone con la barba bianca ed il vestito rosso?

Da società con un’economia di mercato siamo diventati una società di mercato (in pratica dice il professore si rischia che tra poco ve putit’ accattà e venner’ qualunque cosa, pure ‘e figli, ‘a mamma, ‘a suocera).

E invece, allora, cosa dovremmo fare? Se vogliamo credere che non esiste Babbo Natale?

L’abbondanza frugale, il circolo virtuoso delle 8 R: rivalutare, riconcettualizzare, ristrutturare…” hanno sviluppato in questi ultimi anni: ripensare il mondo, la vita, recuperare i valori che ci rendono umani, la condivisione, mettere al centro i valori importanti, non i beni materiali. Recuperare, riparare le cose, non buttarle e pace. Ridurre l’orario di lavoro: la società della decrescita non è fondata, come dice la costituzione italiana, sul lavoro.

Il professore:“un lavoro di merda porta ad una vita di merda” e scatta l’ovazione. E ci sono due forze che ci spingono oggi nella direzione giusta: il desiderio di un mondo migliore (solo che non abbiamo tanta forza per uscire dalla tossicodipendenza, quella che ci fa fare le file alle quattro di mattina davanti al negozio per essere sicuri di avere l’ultimo smartphone) e quello che lui chiama “il calcio in culo”: la minaccia della sesta scomparsa delle specie.

Poi finisce il suo intervento e c’è qualche domanda che gli consente di specificare che lo Stato sta diventando uno strumento di oppressione: dà sempre più spazio alla privatizzazione mentre dovrebbe mantenere ampi spazi di bene comune. Aria, acqua, anche il denaro, vanno trattati da bene comune. Che la società va descolarizzata come dice Ivan Illich, perché la tecnoscienza ha assunto un ruolo che va oltre la ragione.

Riesce a citare pure Gandhi, che sembra avesse detto: “c’è voluto un pianeta intero per lo sviluppo industriale dell’Inghilterra, adesso dove troveremo i dieci pianeti che servono per lo sviluppo dell’India?”. Quel vecchietto coi sandali e senza denti vedeva chiarissimo e lo diceva pure.

Poi il professore dice la cosa più saggia: ”adesso ho raggiunto i miei limiti, sono un poco stanco”. Il concetto di limite, quello centrale in questa nuova teoria, quello che avevamo citato all’inizio di queste righe. Dopo che ci hanno spinto a competere sempre, ad andare oltre ogni possibile confine, il professore dice: per oggi ho raggiunto il mio limite, se volete possiamo parlarne in un altro momento.

E’ un bellissimo esempio, perché la società della decrescita si fa passo per passo, e soprattutto come dice lui “decolonizzando l’immaginario”. E i giornali in questo hanno una grande importanza: bisogna costruire una bella controinformazione.

Vi abbiamo dato degli spunti ma l’argomento è vasto, se volete approfondire il professore ha scritto mille libri e ne continua a scrivere. Noi vi consigliamo di leggerlo, parla di tutti noi dentro un futuro bello e soprattutto vero.

Un buon libro per approfondire: “Breve trattato sulla Decrescita serena”, S. Latouche

Poi c’è il giornale a cui lui collabora, ne aveva una copia sulla cattedra in aula, a fianco all’orologio da tasca. Eccovi il link, si chiama La Decroissance, il giornale della gioia di vivere.

testo e foto Francesco Paolo Busco