DIARIO MINIMO DALL’ITALIA INTERNA (10) – L’ultimo giorno

Sabato 19 gennaio 2019, giorno 10

Oggi si parte. Voglio conservare il ricordo di questo luogo in cui ho vissuto pochi giorni ma molto forte. Allora fotografo tutta la casa, senza mettere in ordine. Anche le bottiglie sopra i mobili della cucina come si sono disposte, l’una vicino all’altra. La bottiglia di Aglianicone che ho comprato ieri è in ottima posizione.

Quella di plastica dell’acqua, che mi ha riscaldato quasi tutte le notti. Anche stamattina è ancora calda. La sedia comodino con sopra i panni.

Poi la vista dal balcone, una foto che ho già fatto tante volte. Le scarpe le ho messe ad asciugare dal freddo, sul bordo basso basso del camino molto vicino al fuoco. Ormai lo so che anche qui in paese lo fanno. Pure i vestiti che tra poco indosso. Nel frattempo metto a cuocere il sugo da portare a casa di Rosi per il pranzo, la versione mia senza carne.

Di nuovo dalla signora Maria

Alle 11 vado a prendere i fusilli dalla signora Maria.

Controlla per l’ultima volta che siano bene asciutti. Poi li mette in una scatola di cartone. Rosso natalizio. Sopra c’è scritto Ricami, e non sbaglia di molto.

Al Bar Sport con Vincenzo e la storia di un’altra grotta

L’ultimissima storia mi aspetta al Bar Sport, proprio di fronte al Comune. C’è Vincenzo con Antonio Gnazzo. Mi fermo a chiacchierare con loro. Mi raccontano la storia di una grotta che non è quella di Bernardo. La chiamano La grotta dei Saraceni. Antonio mi mostra sul telefonino un ricordo. C’è lui giovane con altri dentro una foto in bianco e nero di un posto molto vecchio. È un’altra storia che dovremmo andare ad esplorare un altro giorno.

Pranzo saluto da Anna

Poi vado con la pentola col sugo a casa della sorella di Rosi, Anna, per l’ultimo pranzo. Ci stanno Donato, Michele, Marilena, Angela la nipote di Rosi e Angela Mazzaccaro. Pure Vito e Enzo, uno dei personaggi principali del film sui briganti.

Anna sta in cucina con Angela preparando.

Si beve vino. I fusilli vanno mangiati con un sugo ristretto, quello che ho fatto io è troppo lasco. C’è un’atmosfera allegra ma anche di fine di un piccolo sogno. Verso le quattro saluto tutti e salgo in macchina.

Domenica 20 gennaio 2019. Napoli

Ieri sera sono ritornato a Napoli; stavo scrivendo: a casa, ma poi ho pensato che pure Felitto adesso è un poco casa.

A Felitto, in Cilento, un paese dell’Italia interna, come è di moda chiamarli adesso, c’ero andato per cercare di capire, perché dentro la testa avevo un’idea che camminava in tondo e volevo farla uscire. L’idea che, come dicono gli Orientali, noi umani siamo composti di corpo, mente ed energia (o voce, per loro è sinonimo molto stretto) e che forse anche le città e i paesi sono costituiti degli stessi tre elementi. E allora che forse, se i paesi si stanno spopolando, se pare che non funzionino più troppo, uno o più di quei tre elementi stia soffrendo.

Allora ho preso la macchina e sono partito. La prossima volta ci vado col treno e l’autobus, questa volta non ne ho avuto il coraggio ma deve essere un giro ancora più dentro.

C’ero già andato qualche settimana prima, non per vedere il paese ma per incontrare una signora che, mi dicevano, aveva belle idee e molte iniziative. Era vero, ma vedendo il paese per qualche ragione mi aveva affascinato.

Ero stato parecchie volte, in passato, a cercare all’interno, dentro lo stivale, un paese che mi facesse innamorare. Ero stato pure in alcuni dei Borghi più belli d’Italia.

Ogni volta ero tornato con gli occhi troppo pieni per quanto era rimasto vuoto il cuore. M’era servita però quell’esperienza per riuscire a dire che i paesi non li fanno le pietre, che uno può tirare a lucido ogni singolo muro, chiesa e portone, ma se non tornano gli abitanti, se trovate soltanto il negozio di prodotti tipici (che brutta espressione) e poi non sapete dove andare a comprare le mutande, allora il più bello d’Italia è un nome vano.

Vedendo Felitto m’era parso di vedere qualcosa di nuovo. Un paese vecchio con i vecchi dentro, i bar aperti, ed i negozi, pochi, ma di tutti i tipi.

Allora sono ritornato. La sagra del fusillo (la loro pasta, quella che in questo modo fanno solo loro) si fa in agosto; natale a dicembre è passato, allora gennaio, mi sono detto, è il mese perfetto per andare a vedere come si vive in questo luogo in un giorno normale.

Arrivo in una mattina di sole. Poi ci si aggiunge il sorriso di Rosanna, se la vedete capirete che è solare pure. E ci andiamo a prendere il primo caffè dentro uno dei bar del paese. Lei è sempre veloce, direte che scherzo, che in paese si va piano, provate voi a rimanerle dietro. Mi porta subito al Comune. Conosce tutti, pure l’appuntato dei Carabinieri al primo piano… Beh ho ricominciato dall’inizio ma non ce n’è bisogno, potete leggerlo da voi in ordine partendo di nuovo.

Forse avrei dovuto restarci un anno intero, per vedere i lavori in campagna, la vendemmia, la raccolta delle olive. Non lo avevo pensato forse perché in città le stagioni sono molto simili tra loro, le cose che si fanno, il cinema, i negozi, i ristoranti, non cambiano molto da giorno a giorno. Invece qui le stagioni contano, la natura sta fuori alla porta, e coi ciocchi di legna del bosco per il camino, pure dentro.

Però a quella domanda che vi ho detto mi ha risposto Gianvito Capozzoli, senza che gliela facessi, l’ultimo giorno. Qui in paese ci sarebbe molto da fare: melograno, rose, fichi. Qualcuno sta iniziando ma in gran parte vogliono fare ancora l’ingegnere, l’avvocato o il medico. Emulano quelli che pare abbiano avuto più successo negli anni passati.

Allora avevo ragione, almeno un poco.

Avevo detto corpo, mente o energia, cioè tradotto: lavoro, idee o passione sono quello che manca ai paesi oggi per restarci se non siete vecchi. Beh Gianvito ha detto, e lo dimostra ogni giorno, che in fondo sono le idee e la passione, non il corpo. Lui le idee e la passione è riuscito a trovarle e infatti sta qua, con alcuni altri.

Forse il contadino non si poteva più fare come una volta e allora abbiamo dovuto allontanarci, dai paesi, dalla terra, fare altre cose, aspettare che le strutture cambiassero. Farci trascinare un po’ per il mondo, per poter vedere meglio e provare un po’ di nostalgia, per vedere cosa può essere prendersi cura della terra nel nostro tempo e sentire come fa male al cuore essere sradicati dal proprio posto.

Conclusione (lunedì 17 agosto 2026)

Mentre terminavo di scrivere questo piccolo diario mi sono chiesto qualche volta a chi potesse davvero essere rivolto. Lo dovevo agli abitanti di Felitto, glielo avevo promesso, basta questa risposta, questo è certo. Ma solo a loro?

Poi un pomeriggio ho capito.

In questi dieci giorni ho scattato un’istantanea al paese, ho fermato nella sua storia un punto. Per capire in quale direzione stiamo andando, per tracciare la retta sulla quale ci stiamo muovendo, di punti ne occorrono due; e più distanti sono tra di loro, più la direzione salta all’occhio. Io ne ho tracciato sulla carta uno, distante ormai sette anni. Il secondo tracciarlo sta a voi.

Per favore andate a Felitto, guardate, parlate con gli abitanti.

Chi sa la retta dove sta puntando. Se potete scrivetemelo. Sono tornato dopo quell’inverno molte volte a Felitto, però sono curioso di ascoltare cosa voi avete visto: avendo letto queste righe e poi aver navigato nell’Italia interna fino a lì, dopo tanto tempo, all’improvviso, un certo giorno.

(Nel frattempo zia Caterina è morta, anche zia Antonietta e zi’ Luciano. Almeno in queste pagine possiamo pensare che stiano ancora con noi, almeno per un poco. Le dedico, con un grazie enorme, soprattutto a loro ed a tutti gli abitanti di Felitto).

(Fine)

Il cerchio adesso è chiuso. Adesso so quanto è calda la mia casa di Napoli. So che il freddo è un ostacolo a scrivere, a studiare, a pensare. So che se devi fare il fuoco e accudirlo i pensieri se ne vanno altrove. Adesso so qual è il sapore vero dell’olio d’oliva. So anche che storia ci può essere piantata dentro la terra, dentro le radici di un vino antico. Poi so che i vestiti, se stanno vicino al camino, in paese hanno un odore normale, mentre una volta arrivati in città hanno un odore bellissimo di fumo.

Testo e foto ©Francesco Paolo Busco

DIARIO MINIMO DALL’ITALIA INTERNA (9) – Un viticoltore filosofo che ha rimesso in produzione l’antenato dell’Aglianico, poi zia Maria e zia Caterina ci fanno i fusilli.

Venerdì 18 gennaio 2019, giorno nove

Stamattina me la prendo comoda. Faccio tutto con calma. Si inizia a sentire che domani si parte, il viaggio sta per finire.

Però ho ancora un appuntamento importante. Con Gianvito Capozzoli, agronomo, viticoltore e vinificatore, studente alla facoltà di Filosofia, insegnante.

Esco con molto anticipo e faccio un altro giro attorno a casa, nel centro. Scatto qualche foto camminando nei vicoli che non ho ancora visto. Una signora sta rientrando a casa con un pentolone vuoto, ha distribuito il cibo ai gatti che vivono qui intorno. Le pietre sono umide in questa mattina di gennaio un po’ velata. Le piantine che nascono spontanee nelle fessure delle case non frequentate sono vita verde nella luce grigia di oggi.

Poi mi metto in macchina. La casa di Gianvito, col vigneto di fronte, sta al limite del paese, poco sopra le gole del fiume Calore.

Alle 11,30 sono lì. Eccomi, Buongiorno. La cantina è un buon posto per questa chiacchierata.

Da quanto tempo fai vino?

Io faccio vino, come vinificatore ufficiale, dall’annata 2005.

Ecco, non dal 2005, ma dall’annata. Anche stavolta, come col professor Donato, la percezione del tempo subito inizia a cambiare.

Raccontami un po’.

Gianvito Capozzoli, per fare contenti entrambi i nonni: Giovanni e Vito, classe 1970. Ho fatto l’istituto Agrario a Battipaglia. Mio padre ha fatto sempre coltivazione di vigneto, quindi ho visto sempre quest’ambiente dell’agricoltura. Dopo il diploma avevo una scelta da fare: o entravo nel mondo del lavoro o andavo all’Università. Mia sorella già studiava a Napoli. Io non è che ero un’arca di scienza da ragazzo, non mi piaceva studiare, mi piaceva stare sempre in mezzo ‘a strada a fa’ casino. Però piano piano alle scuole superiori mi sono appassionato. All’esame di Stato presi un discreto voto e dissi: vabbè proviamo l’Università, se faccio i primi esami continuo.

Quindi hai iniziato ad occuparti di questi argomenti già alle superiori.

Sì, a Battipaglia c’era il convitto nazionale. Non era privato. Poiché mio padre in quegli anni faceva il bidello prima a Livorno poi in altri posti sempre fuori Felitto, essendo io il terzo di quattro figli c’era l’opportunità di stare nel convitto. Nel fine settimana tornavo a Felitto. Era una buona scuola. Potevi giocare a pallone, calcetto, biliardino. Visto oggi era un piccolo campus prima del tempo. Poi c’era sia il reparto maschile che femminile quindi c’era la possibilità di scambiare una parola con una ragazza.

Poi l’Università.

Sì, Agraria a Portici. Non a Napoli perché Napoli è troppo caotica, troppi vizi, troppi rischi. Tenevo la capa un po’ così, mi sarei perso sicuramente. E me ne andai a Potenza: numero chiuso. Anche perché lì studiava un ragazzo della zona: mi portò lui. Potenza d’inverno era un po’ fredda, però mi piacque.

C’erano tre indirizzi: Forestale, Agraria e Tecnologie alimentari. Ma non era molto ambita come facoltà. A Felitto in quei tempi volevano fare tutti o Ingegneria o Scienze politiche. Di qui c’era un solo ragazzo ma si ritirò. Io mi sono laureato in Agraria nel 1996. Qui c’è parecchia emulazione e all’epoca qualcuno aveva avuto successo in quei campi. Adesso invece vogliono fare Medicina.

Ma poi lavorano qui?

No, tutti fuori. Il Sud è finito come paese. Ci stanno piccole realtà produttive, però ci sono opportunità che non si è riusciti ancora a vedere e sviluppare.

Miracolo. Per la prima volta da quando sono qui qualcuno mi parla, senza che io neppure glielo chieda, di opportunità di sviluppo specifiche del sud; legate al mondo agricolo. Ma ne riparleremo alla fine di questa intervista.

Però se vai ad approfondire queste piccole realtà che stanno emergendo, nessuno è laureato in materie attinenti.

C’è Marco Rizzo.

Sì, Marco ha iniziato dopo di me. Poi piano piano, con un buon consulente, e seguendo bene le indicazioni… Lavora in qualità. Nel settore olio o lavori così o sei uno dei mille. Ha scelto un buon canale.

Tu invece hai scelto il vino.

Sì. Ho ereditato l’attività di mio padre. Ho fatto l’agronomo per venti anni. Quello che ho guadagnato nella professione l’ho investito nell’azienda.

Hai fatto l’agronomo per terzi?

Sì. Ho lavorato con i finanziamenti regionali, al taglio dei boschi, come consulente in agricoltura. Mi chiamano anche adesso. Poco fa mi ha chiamato un caseificio di Paestum che vuole essere organizzata la parte produttiva per produrre vino.

Contemporaneamente però, all’epoca fui lungimirante, e appena laureato feci il concorso per l’insegnamento di Scienze, quindi sono abilitato. Adesso ho fatto l’ultimo concorso e quindi nei prossimi due o tre anni me ne vado a insegnare Scienze.

Chi l’ha detto che i cilentani sono lenti?

Mediamente ho cambiato lavoro ogni cinque o sei anni. Ho fatto l’agronomo, l’enologo, il consulente di comunità montana. Nel frattempo iniziai a fare le pratiche per creare la cantina. E adesso dal 2005 ho la cantina. Siamo alla quattordicesima vinificazione. Ho fatto la mia esperienza, anche un po’ di errori, e adesso vendiamo in tutta Italia e anche in Europa.

L’ideale sarebbe vendere direttamente qui, in azienda, perché conosci le persone. Riesci ad instaurare un rapporto. Anche perché vorrei fare un centro di degustazione.

Gianvito ha molte idee e molto chiare. Mi fa subito un’esposizione del progetto anche in termini di sostenibilità economica. Studia filosofia ma è ben piantato a terra.

Qui sei da solo?

Mio padre e un operaio si interessano dei vigneti. Abbiamo circa sei ettari: due qui e quattro a Laurino. Io mi occupo della supervisione: dalla produzione dell’uva a quella del vino. Soprattutto nei mesi da giugno ad agosto c’è molto lavoro in azienda. Non si può fare tutto.

Mi spieghi meglio?

Tieni presente che il nostro è un prodotto che sta alle intemperie. Cioè è funzione del clima. Non è come un’azienda metalmeccanica ad esempio: se devi fare una bullone quelli sono i fattori della produzione, fissi. Qui sono variabili, cambiano di anno in anno. Cambia l’insolazione, la piovosità, a volte compaiono malattie delle piante, ecc. Comunque noi cerchiamo di selezionare. Ad esempio: dobbiamo fare una produzione per pianta di non più di un chilo un chilo e mezzo. Per spingere ancora sulla qualità scendiamo pure a settecento grammi o mezzo chilo a pianta. Soprattutto per l’Aglianicone.

È pochissimo. Cioè sembra vuota la vigna?

Sì, sembra vuota. Se vieni a vedere ad agosto quando abbiamo fatto il diradamento...

Così gli elementi nutritivi si concentrano su pochi frutti. Una pianta può arrivare pure a dieci o venti chili ma nell’uva avrai meno zuccheri, polifenoli ecc. La pianta, come tutti gli esseri viventi, vuole la riproduzione, però tu devi fare in modo da ridurre il più possibile, quindi diradiamo. Appena nasce un grappolo vedi come va. Devi selezionare i migliori. È un lavoro che va da maggio ad agosto. Vai a vedere, ne togli un po’ alla volta. Fai una prima potatura verde. Poi la seconda potatura verde. Poi selezioni i grappoli.

Potatura verde l’hai chiamata?

Sì, è la potatura che viene fatta quando la pianta è in vegetazione. La potatura secca è quella che facciamo adesso. Ci sono dei modelli che si seguono, è una scienza.

E comunque sperimenti ogni anno. Ovviamente premesso che hai già selezionato i tipi di vitigno che vuoi produrre.

Tu quali produci?

Io produco Fiano, il bianco. E sul Fiano facciamo due tipi di lavorazione. Due tipi di raccolta. Poi faccio Aglianico, tipo Taurasi. L’Aglianico del Cilento è Taurasi. Il Cilento non ha un vitigno Aglianico tipico. Di autoctono abbiamo l’Aglianicone, che è il padre dell’Aglianico.

L’Aglianicone è un vino più grezzo?

No, no, è un autoctono, anzi è eccezionale. Io sono stato il primo a coltivarlo in maniera sistematica. Lavoravo in Cantina sociale, a Castel San Lorenzo. Lì abbiamo recuperato e messo in sperimentazione l’Agliancone. Ci ha seguito la Regione Campana, insieme a Luigi Mojo, l’enologo del sud famoso a livello nazionale. Poi siamo riusciti a farlo entrare nelle DOP.

Mi dicevi: l’abbiamo cercato.

Sì, perché era scomparso. Era scomparso perché all’inizio del secolo scorso ci fu l’attacco della fillossera che distrusse quasi tutti i vitigni. Si riuscì a superare il problema con le viti americane. Si scoprì che le viti americane convivevano con questo insetto e non avevano problemi. Si prende la vite americana e sulla radice si mette la talea nostra italiana, francese, europea, che è adatta alla vinificazione: la vitis vinifera.

Quindi siete andati a cercare le piante sopravvissute di Aglianicone?

Sì. Dopo tanti anni noi in zona producevano Barbera e Sangiovese. Ci avevano consigliato così all’epoca. Con la Cantina sociale producevamo queste due. Producono tantissimo in quantità e sono facili da coltivare e un contadino che produceva 100-150 quintali, rispetto all’Aglianicone che ne produceva 30-40, fece subito due più due: guadagno di più. E quindi niente più Aglianicone. Ma già era quasi scomparso. Però dopo tanti anni qualche pianta si era conservata. Soprattutto in quelle che noi chiamiamo murecen’ cioè nei muri a secco che delimitavano i terreni. Quest’amico: Peppe Capo, l’enologo capo, intuì questa cosa e… -all’epoca si parlava di autoctoni, anche se ancora poco eh, parliamo del 1994-95- iniziò a provare. Perché poi tutto nasce dalla sperimentazione, dalla curiosità. Trovò queste viti. Andò a chiedere al padre, al nonno: gli dissero che questa era una vite che coltivavano a Castel San Lorenzo.

La riconobbero?

La riconobbero. Il nonno gli disse: questa è una vite che si è salvata.

La memoria storica. Ecco, la brace sotto la cenere. Non lasciarla spegnere, come dicevamo ieri.

Si era conservata, però si era inselvatichita. Diventa una pianta tipo da bosco. Cresce talmente tanto che quasi non si riconosce.

Peppe disse: fammi vedere che viene fuori. La potò e tornò quasi in fase produttiva. Perché se tu la inizi a coltivare; cioè l’accudisci, la poti, la migliori, riduci la massa vegetativa, inizia a produrre uva. Poi chiese al padre.

Quando poi è stata fatta la DOP si è dovuta dimostrare l’origine. Giuseppe e alcuni professori dell’Università andarono a prendere delle piante. Ne hanno estirpate alcune, sono state catalogate e conservate. Quelle sono le piante madri di tutto l’Aglianicone che abbiamo in zona Castel San Lorenzo oggi.

Michele Mansi, in quanto esperto del settore agricolo della Regione Campania, ci finanziò con i fondi europei. Il gruppo era lui, la Cantina sociale, l’Università, poi c’erano Raffaele Sacchi per l’olio e Gigino Mojo per il settore viticolo. La Regione ci finanziò il progetto di un impianto di micro vinificazione.

Avevamo fatto anche un campo sperimentale di vitigno, a Castel San Lorenzo. mettendo a dimora 30 varietà sia internazionali e italiane che autoctone. Avevamo messo anche l’Aglianicone e seguiva la ricerca come gli altri. Io ero il responsabile del progetto insieme a Peppe e man mano che uscivano i dati mi accorsi della differenza. Da noi in cantina sociale si lavorava Barbera e Sangiovese. Buoni vini però vini base, non eccezionali. Il Barbera è piemontese e il Sangiovese è toscano. Che successe: arrivarono dalle micro vinificazioni i risultati e Peppe disse: provati ‘sto vino. In realtà nel ’98 me lo fece provare. Ancora prima di iniziare i campi.

Gianvito aggiusta la frase strada facendo. Parla veloce, poi aggiusta o ricomincia perché il suo pensiero non segue esattamente il cammino comune, pensa tagliando alcune curve, va per scorciatoie. Poi aggiusta per rendere il tutto comprensibile anche a chi conosce solo la strada principale.

Lui aveva fatto, diciamo, alla cafona: sperimentazione in cantina. Aveva preso due o tre piante, Fece 30 kg di uva, li macinò e fece una piccola vinificazione. Due o tre damigianette di vetro. Dopo sei mesi: “Gianvito ti voglio far provare una cosa”. Io ero abituato a Sangiovese, Barbera, a sentire vini che non è che sono il massimo.

Prima mi misi a guardarlo e aveva un colore eccezionale, una carica di rubino intenso. Già lì dissi: non mi sembra Barbera. Lui non mi aveva detto niente, solo: prova ‘sto vino. Quando iniziai a fare la degustazione olfattiva dissi subito: “Io stu vin’ ‘o vogl’ fa”. Questo vino lo voglio fare. Poi feci la degustazione: eccezionale; violetta. Cioè un vino che non avevo mai provato.

Il tono diventa più caldo, veloce e diretto, un po’ a bassa voce, come quando si raccontano cose quasi segrete, a cui si tiene molto.

Ho trovato ‘ste note in alcuni vini che sono stati in cantina un po’. In un vino che ho trovato in Svizzera, un autoctono, lì pure è particolare. Ma quel vino era eccezionale: un aroma… Dissi: Peppe io chistu vino ‘o vogl’ fa. Era inverno. Mi diede ‘ste marze.

Cosa sono le marze?

Una piccola talea di tralcio di vite, senza radici. Fai un prelievo, vai a prendere un tralcio di vite, secco, in questo periodo, quando ha perso le foglie, completamente lignificato. Si sceglie la parte centrale, le due o tre gemme migliori. Ogni due gemme fai un certo tipo di taglio e lo innesti sulla pianta madre.

Presi tre fascine di marze e le mandai a Ravenna, ai vivai autorizzati a fare le piante. E feci il primo impianto a Laurino, nel ’98. Ho comprato la terra a Laurino apposta per questo. Quattro ettari, bellissimi, esposti a sud, a mezza costa. Un bel terreno, migliore di questo vicino alla casa. Qui è più argilloso, lì è argilloso, limoso, ricco in sostanze organiche, più poroso.

Fai le analisi prima di comprare un terreno?

Sì, ma comunque di esperienza lo vedi.

A che altezza si trova?

A 450-500 metri.

Qual è l’altezza ideale?

Dipende dalla zona. Nella zona nostra interna va bene pure 200, 250 m. Più in alto c’è più escursione termica quindi va bene per i bianchi e certi rossi.

Ti stavo raccontando: presi ‘ste marze, feci il primo campo sperimentale, tipo 2000 piante. Metto le piante a dimora. Un anno dopo -quindi dall’idea, a quando vedi la prima foglie, passano tre anni- nascono le piante e dopo un anno, di 2000 piante me ne escono 1000. Ne muoiono 1000 per problemi di innesto. Richiamo l’azienda: “C’è stato un problema di attecchimento”. Era un problema dovuto a loro e alla troppa variabilità genetica della pianta. Rifecero altre 1000 piante. Rimisi a dimora: 2000 piante. Dopo quattro anni feci la prima raccolta, nel 2004. E il primo imbottigliamento. Il primo Aglianicone che c’è in assoluto ce l’ho io: 2004. In Cantina sociale avevamo fatto qualcosa ma so’ finite, erano poche, sperimentali.

Poi ho industrializzato il processo e ho iniziato a farlo conoscere.

Quindi tu sei il primo che lo ha fatto.

Alcuni lo facevano, a livello di contadino, era difficile da lavorare. È difficile fare la vinificazione, è un vitigno molto muscoloso, molto tannico. Devi adottare una serie di tecniche particolari per far uscire un buon vino. Comunque riuscii a farlo.

Com’è venuto?

Il 2004 fu un’annata eccezionale. Caldissima, bella.

Lo misi in barrique. Feci fare delle botti da un bottaio di Agropoli. Queste che vedi le ho comprate in Francia, sono da 225 litri. L’ho messo in botte e l’ho fatto stare un anno. Dopo un anno, nel 2005 era svinato. Cioè tolto dalla botte. Però non era bevibile, era troppo aggressivo, troppo tannico. Feci una serie di processi, di chiarifiche, e lo rimisi in bottiglia. L’ho commercializzato a dicembre 2006. Nel 2005 già iniziavo a farlo provare. All’inizio era tutti molto scettici, poi piano piano è iniziata ‘sta curiosità. Ora abbiamo un’associazione: Associazione Aglianicone.

Quindi questo è il tuo vino di maggiore prestigio?

Sì è il vino top nostro. Ed è quello dove c’è più sacrificio.

Quali sono i vini che fai?

L’Aglianicone è il grand cru, invecchiato tre anni in botte grossa, poi in acciaio, un anno in bottiglia. Cinque anni minimo di invecchiamento; in acciaio si chiarifica, si deposita, si riposa, si filtra. Poi quando e pronto lo mettiamo in bottiglia. Ora ho imbottigliato 2013 e 2014. Si chiama “Il canto della vigna“. Poi l’Aglianico Taurasi invecchiato in barrique, 12 mesi. Poi Acciarì, Vietri, minimo tre anni di invecchiamento perché io faccio vini molto strutturati. Uso dei sistemi sia in fase di coltivazione, sia in fase di lavorazione estraendo molti colori dai tannini, dalle bucce, dai raspi e dai noccioli. Poi abbiamo l’ultimo arrivato che è un rosato di Aglianicone che ho dedicato a mia moglie, si chiama Angela.

Il rosato come si fa?

Prendiamo le uve rosse ma non troppo mature e facciamo una spremitura veloce ottenendo un mosto appena tenue. Bianco, quasi trasparente, però comunque ha la componente tanninica. Cioè fai la stessa lavorazione lavorazione del bianco però la applichi al rosso. È particolare, perché non ti ho detto che con l’Aglianicone fare un kg di uva costa tre volte rispetto ad un’altra uva. Perché ha un’alta variabilità genetica: non è costante nella produzione. Ha una resa bassissima. Resa anche in vinificazione bassa: 45-50%, cioè un kg di uva, mezzo litro di vino grezzo. Poi tratta… arrivi a 0,4 litri; mentre col Taurasi, per dirti, sei sul 70-75%. E il Taurasi è costante in produzione: porta 2-3kg tranquillamente. Insomma ci vogliono dieci piante di Aglianicone per fare tre piante di Taurasi. Non erano fessi i contadini. L’Aglianicone l’avevano abbandonato per la fillossera ma anche per l’alta variabilità genetica, l’alta variabilità agronomica, la bassa resa.

Gianvito alterna un linguaggio comune, con una inflessione magari dialettale ogni tanto, ad un linguaggio tecnico, scientifico, da libro di agronomia.

È un vitigno difficile. Molto vigoroso. L’analogia che ti posso fare è quella di un atleta: è pieno di muscoli ma nun sap’ corre’.

Cresce troppo?

Sì, troppo in vegetazione, in vigoria, un po’ meno in produzione. Devi potarle in un certo modo. Devi stargli sempre dietro.

E poi ci sono i due bianchi di Fiano. Due raccolti. Faccio una raccolta anticipata per ottenere un vino più da aperitivo, più leggero, intorno ai 12 gradi. Più fruttato, con più sentori di agrumi, di minerali, con acidità più alta. Poi sullo stesso vigneto faccio una seconda raccolta. Faccio maturare molto l’uva, quasi passire. E dà un vino strutturato, più alcolico e senti le note di mela, di fico.

Per questo esistono così tanti vini, perché si possono regolare i fattori della produzione: la varietà in quanto tale, la genetica, il terreno, il clima, la tecnica di lavorazione, la selezione, la tecnica di vinificazione.

Devi venire a luglio o agosto oppure a pasqua. Quest’anno pasqua è a fine aprile. La vigna è entrata in vegetazione, si fanno le lavorazioni.

Però ti dico, non è semplice, la concorrenza è alta, ogni anno nascono nuove aziende, soprattutto italiane. Grandi aziende con vini di base a 1 euro e 50.

Devo comprare una bottiglia di Aglianicone.

Lo apri e lo fai stare un po’, un’oretta, a temperatura ambiente. Poi ti consiglio di berlo accostandolo a carni.

Purtroppo sono vegetariano.

Allora con una parmigiana di melanzane per esempio.

Oggi vado a casa di Rosi. Ha preparato i ravioli con la ricotta.

Va bene. Però la prima degustazione falla prima di mangiare, a bocca pulita. Senti dal naso prima.

Se non sei un bevitore esperto sentirai subito un po’ la parte aggressiva, l’alcol. Poi sentirai un po’ la parte della liquirizia, della tostatura del pane, dei frutti di bosco. La liquirizia è dovuta all’invecchiamento. Tutto questo all’olfatto. La violetta, che è un tipico profumo dell’Aglianicone, è più difficile da sentire se non sei esercitato. Sentirai molto le note di legno. Poi al gusto sentirai la morbidezza della liquirizia.

Ci stiamo quasi salutando quando sono costretto a riaccendere il registratore. L’argomento è interessante.

Qui si potrebbero fare tante cose: mandorle, melograno, formaggio… ma i giovani vogliono fare gli ingegneri…

Ecco. Finalmente qualcuno che racconta a me, senza che sia io a mettere in mezzo l’argomento, le possibilità dell’agricoltura, del sud Italia. Allora gli dico la mia teoria dell’ultimo vagone del treno, quello del Meridione, che quando il nostro Paese dovrà invertire il senso di marcia si troverà ad essere il primo, ma solo se nel frattempo non avrà cercato di inseguire i modelli capitalistici industriali. Accenno alla Decrescita e lui:

Sì. Latouche, lo conosco.

In fondo lui sta studiano Filosofia all’università.

Ecco. L’ultima intervista che faccio nel paese mi ha messo di fronte alla persona che probabilmente ha la visione più chiara e avanzata delle nuove possibilità. Che qualcuno potrebbe definire soltanto vecchie.

Ci lasciamo con una buona notizia.

Sai, poi le persone emulano. Quindi sono fiducioso che si possa cambiare questo modo di pensare. Marco Rizzo, ha visto che io avevo iniziato e ha avuto l’idea di iniziare qualcosa di simile ma che non fosse il vino. Io l’ho incoraggiato: inizia piano piano con l’olio. E oggi è già una realtà consolidata.

Poi c’è Antonio Nuvoli che sta lavorando sui fichi.

Anche io ho altre idee da sviluppare: vorrei fare un grande roseto con molte varietà, e poi il melograno. Questa era la terra dei melograni. Sono meglio delle arance e del kiwi, contengono moltissimi antiossidanti…

Gianvito è rimasto in fondo il ragazzo che non aveva voglia di stare fermo sui libri, però mo non sta semplicemente ‘n miezo ‘a via a fa’ casino come ci aveva detto, ma sta sempre in moto con le idee e con il cuore a cercare di far germogliare nuove belle possibilità per questa terra.

Lo saluto e vado verso casa di Rosi. Una bottiglia di Canto della vigna adesso ce l’ho. Ce la beviamo insieme a tutti quelli che saranno presenti oggi, o forse domani, l’ultimo giorno.

Dopo pranzo un giro in centro

Oggi faccio come zi’ Luciano, dopo pranzo invece di riposare esco a fare due passi. C’è un bell’arcobaleno che si vede finire sulla collina delle campagne di fronte a Felitto. Forse mi vuole dire che è così semplice in fondo, non sta sotto la terra ma è proprio la terra il tesoro.

Rivedo i pastori di cartone fatti dalla signora che abbiamo incontrato ieri sera con Marilena. Nel paese le cose si ripetono, si vedono di nuovo, c’è sempre l’occasione di pensare sulle cose un altro poco.

Poi me ne ritorno nella mia piccola casa calda di pietra, il camino l’avevo lasciato acceso, nel centro storico.

Da zia Maria per i fusilli

Oggi ho ancora un ultimo appuntamento importante: devo andare a vedere zia Maria e zia Caterina che fanno i fusilli che gli ho chiesto per il pranzo di saluto, prima della partenza, domani.

Ho appuntamento alle 20,30. Viene anche Marilena Bamonte, una delle mie pazientissime guide qui a Felitto.

Quando arriviamo zia Maria sta disponendo in ordine su una tavola di legno -su un bell’asciugamano che somiglia molto a quelli antichi che ci ha fatto vedere la signora Maria Guerriero, doppio, bianco, sembra di lino- i fusilli, tutti paralleli, ad uno ad uno. Si devono asciugare. Zia Caterina sta a un metro di distanza con un’altra tavola di legno poggiata metà sulle ginocchia e metà sulla sedia di fronte.

La signora Maria è quella che mette ordine, Caterina quella che con una battuta o una cosa stramba tiene sempre vivo il fuoco, sono una fantastica coppia. Entrambe stanno davanti al camino, sulle sedie basse, quelle che “si sta più caldi, più vicini al fuoco”.

Poi prendono la loro migliore formazione: una di fronte all’altra, la tavola poggiata sulle gambe, un mucchietto di pezzetti di impasto pronti per essere finiti, al centro. Così avranno fatto un milione di fusilli di Felitto. Prendono un pezzetto di pasta gialla, la dispongono al centro del ferretto, poi iniziano a girare con i palmi delle mani quel piccolo utensile squadrato che produce un leggero tremolio del legno. Pochi secondi a fusillo. Marilena è subito entrata nella formazione di gioco, si è messa dove prima stava zia Maria, a mettere i fusilli tutti paralleli -non è una che resta in panchina- senza che neppure glielo chiedessero.

Zia Caterina prende un fusillo venuto un poco storto: Mettec’ pure questo. E Maria: Eh, si l’amma fa, l’amma fa bbuon’. Lo scarta e sorride. Poi scherza: Eh, quello storto lo mettiamo contro il malocchio. Di nuovo l’acqua e il fuoco.

Poi li mettiamo ad asciugare fuori, mi spiega zia Maria.

Perché non li mettete vicino al camino?

No, si devono asciugare a poco a poco, altrimenti si seccano fuori ma dentro restano umidi e si spezzano.

Ogni tanto zia Caterina prende un pezzo di impasto più grosso e ne ricava i piccoli bastoncini da mettere attorno al ferretto.

Marilena ha finito di disporre quelli già fatti e inizia anche lei a fare qualche fusillo. Ne avrà fatti moltissimi anche lei ma è un’altra piccola occasione per assorbire dalle anziane del posto l’arte di fare una cosa semplicemente vedendo.

Quando ero giovane -dice zia Maria-, mo le mani mi fanno un poco male, di fusilli ne facevamo veramente ‘nu sacco. Una volta lavorammo dalle cinque di mattina all’una di notte. Un chilo di impasto lo facemmo a mezzanotte. Poi ci stendemmo a riposare per terra stesso nella stanza.

Se le donne dei paesi potessero raccontare le loro gesta ne verrebbe fuori un racconto come quelli dell’esercito italiano alla campagna di Russia, come l’Odissea, probabilmente più forte.

Poi andiamo via.

Devo tornare domani a ritirare, quando si sarà asciugata, questa pasta che ho visto nascere.

A domani allora, ché anche per oggi vi ho raccontato più che posso.

(Fine nona parte, continua)

Testo e foto ©Francesco Paolo Busco

DIARIO MINIMO DALL’ITALIA INTERNA (8/2) – Andiamo a fare visita agli abitanti del centro storico

Giovedì 17 gennaio 2019, giorno otto, pomeriggio

Oggi la giornata è lunga. Nel pomeriggio infatti andiamo di nuovo in giro per il centro storico ma non più, come stamattina, per conoscerne la storia bensì per fare un piccolo censimento mentale, al volo, camminando, per vedere quante persone ancora ci abitano; toccare con mano, se è vero e quanto, questo famoso spopolamento dei paesi. Ha accettato gentilmente di farmi da guida una giovane donna felittese. Eccovi il racconto.

Ore 15. Ho appuntamento con Marilena Bamonte, una delle gemelle, come le chiamano qui in paese. È una giovane donna molto perspicace, dinamica, fattiva, cattolica praticante, esattamente come la gemella Giovanna; solo un po’ più ciarliera. Entrambe vivono, con la madre, nel centro storico*.

Ciao Marilena.

Ciao France’, eccomi.

Allora stamattina col professore com’è andata?

Bene, bene. Siamo partiti dalla piazza e siamo tornati alla piazza. Sai una cosa curiosa? Gli ho riferito quello che mi hai detto tu, che andandoci a pensare, a contarle mentalmente, le persone che abitano nel centro storico sono molte di più di quelle che si direbbe intuitivamente.

E scommetto che anche lui è rimasto sorpreso. Che ha detto: “è impossibile”, come me. Anche mia sorella Giovanna ha avuto la stessa reazione.

Tu mi avevi detto: nel centro non arriviamo a cento abitanti.

Sì, poi contandoli mentalmente -senza considerare i residenti temporanei, quelli che stanno qui da poco e forse ripartiranno, come i rumeni che ci sono adesso- sono arrivata facilmente a trecentoventi.

Iniziamo a camminare e le chiedo di farmi questo “censimento a mente” mentre passiamo davanti alla case. Vorrei avere un’idea complessiva di chi ci sta in questo paese, nel centro antico.

Bene, allora andiamo di qua. Qui abitano due persone.

Sono anziani?

La mamma ha circa 75 anni, il figlio una quarantina. Qua quattro persone: 40, 40, 24, 17.

Qua due, una quarantina.

Qua un’altra coppia marito e moglie, una settantina.

E incontriamo subito una signora.

Lui è un giornalista, stiamo facendo un giro nel centro storico per capire quanta gente ci abita.

Voi avete sempre abitato qua?

No, nel centro sono cinque anni. Prima abitavo sempre a Felitto, ma in campagna.

È meglio qua?

Si lavora meno. E ride.

Poi comunque non c’è quasi nessuno, però si sta bene.

Secondo voi quante persone ci sono nel centro storico?

Non mi sono mai posta questa domanda, ma secondo me a 50 non ci arriviamo.

Io -dice Marilena- avevo risposto un centinaio. Poi andai a casa e chiesi a Giovanna: “Eh, ma che dici; di meno”. Poi contammo: dal precale fino a qui: 320.

Però!

La consapevolezza di sé. Sono venuto da fuori, a guardare, ho posto una domanda. Gli altri per noi sono uno specchio, inevitabilmente distorcente, ma uno specchio. Ci fanno vedere da un punto di vista e con un metro nuovi.

Sembriamo pochi perché ogni giorno se ne va qualcuno.

Molte case sono abitate da una sola persona, una vecchietta magari. Allora quando muore si chiude una casa intera, quindi si nota ancora di più.

In cinque anni che sto qua si sono chiuse… Zia Lena Arcaro, zia Maria e zia Vitulia, Rosetta Cerullo, zia Ninetta, zi’ Ntonio Trotta, ‘a mamma r’Antonia Mazzaccaro è un’altra casa chiusa, e siamo a sette. Ah, Vicenza cca’, otto… In cinque anni.

Allora uno si ricorda le case che si chiudono; più che la situazione vede la tendenza, e il paese gli sembra già vuoto.

Battista, nove.

Poi sono tutte concentrate nella stessa strada, qua, a via Pomerio. Questa era la via più popolata, mo se andiamo a vedere è quella più disabitata. Per esempio via 11 febbraio è più popolata, le case sono quasi tutte aperte.

Mo starete pensando che queste due strade che Marilena ha citato siano in due aree distanti, e quindi questa distinzione, nella nostra testa, abbia un senso. Allora vi dico che la distanza in linea d’aria sarà di… forse duecento metri. Ma ci sono le stradine, le case in mezzo, silenziose, forse è il silenzio che svuota i paesi.

Ma invece nessuna casa si è aperta in questa strada in questi cinque anni? Zero?

Marilena ride dicendo di no.

Interviene la signora: Beh, per miracolo sono arrivata io. Perché la mia era un’altra casa chiusa, quindi l’unica arrivata sono proprio io.

Di nuovo, parlandone con qualcuno che guarda dall’esterno, magari fa domande che chi abita in un posto non si pone mai, domande che sembrano inutili, la prospettiva cambia, e il suono e il colore.

Ho fatto a cambio con mio figlio. A lui ho dato la casa grande, in campagna, e nella piccola, qui, sono venuta io. Morale della favola però: lui nella casa grande non c’è mai, e io sono rimasta nella casa piccola. Però qui è un bel posto, mi piace. All’inizio non tanto… però… mi sono abituata subito. Anche perché poi quando stavo in campagna, comunque non ci stavo mai. Avevo un pastificio e stavo sempre lì. E quindi non è che mi ero affezionata a quella casa.

La signora faceva fusilli. Aveva anche il punto vendita.

Adesso c’è solo il pastificio sul corso?

Sì, adesso c’è solo quello.

La signora abita un po’ più avanti. Eh, noi poi qua andiamo pure a prendere il caffè nelle case degli altri, ecco perché l’abbiamo incontrata qui.

Il paese è quasi una casa sola. Me ne accorgerò oggi, piano piano, camminando. Oppure è Marilena che lo contiene quasi tutto, e fa da legante.

Faccio tanti lavori, e la baby sitter 365 giorni all’anno.

Conosce l’età di tutti i ragazzi. La calcola dalla scuola che fanno perché li accompagna e li va a prendere tutti i giorni.

Se non ci fosse lei il paese sarebbe più disgregato?

Posso cercare di capirlo la prossima volta che ci torno. E lei nel frattempo ha avuto un figlio, da Enzo, quello del film sui briganti e abita con lui a Salerno. Ma stiamo andando troppo avanti.

Salutiamo e continuiamo il nostro giro: Poi vi facciamo sapere a quanti abitanti arriviamo.

E Marilena ricomincia subito il conteggio. Un’anagrafe su due gambe.

Stiamo già risalendo verso la parte alta del paese quando vediamo da lontano una giovane donna che scende la scalinata verso la porta occidentale, addirittura con un passeggino.

Allora questo è l’abitante più giovane del paese?

Quasi.

Beh l’anno suo è stata un’annata particolare: sono nati undici bambini. Perché poi l’anno successivo ne sono nati due. E mo quest’anno non so se ne nasce uno…

Pensa che tutta la scuola elementare c’ha ventidue bambini.

Siamo andati a bussare alla signora Tina.

Anche lei non ci crede che nel centro storico abitino stabilmente almeno 320 persone.

Quest’anno ha deciso di fare il presepe vivente in chiesa durante la messa di Natale. Ora ha avuto l’idea di fare una rappresentazione pure a Pasqua e con Marilena iniziano a parlare di quando farlo, dell’itinerario da seguire, e tutti i dettagli.

Ci vuole offrire il caffè e i cioccolatini ma non possiamo accettare, altrimenti, sebbene il paese sia piccolo, il giro durerebbe giorni. Salutiamo e andiamo oltre. Stiamo risalendo il centro dalla strada più in basso, via Pomerio -adesso, dopo la spiegazione di stamattina, sappiamo cosa vuol dire- verso l’alto di questo sperone di roccia sul quale si è rifugiato questo paese poco dopo l’anno mille.

La madonnina non la guardare adesso che è un po’ senza fiori. In primavera trovi uno scenario migliore.

Passiamo davanti al Palazzo di Rosanna. Rosi di Stasi ha comprato, di ritorno da una vita di lavoro in Germania, Palazzo Migliacci, il palazzo nobiliare abbandonato da anni. Qui lo chiamano, per la sua grandezza: ‘o palazzo re’ ‘i ciento stanze.

Ed eccoci in un’altra casa. Questa volta entriamo. Finalmente ci sono dei ragazzi. È la prima volta che vedo degli adolescenti nel centro. Mi colpisce, quasi pensavo ormai che non ce ne fosse nemmeno uno. La signora stava riposando ma ci accoglie. Ci aveva visto girare per il paese stamattina col professore. C’hanno visto tutti, capirò oggi pomeriggio, di nessuno mi ero accorto. La casa è panoramica e ci affacciamo sul grande spazio aperto della valle.

Avete sempre abitato qui?

No, cioè, sì, nel centro storico. Fino a 11 anni ho abitato dietro la chiesa, poi mi so’ trasferita in piazza coi miei genitori, e poi quando mi sono sposata sono venuta qui. Questa casa è di uno zio di mio marito. “Mo me ne vado, mo mene vado” e sto qua da vent’anni.

Interviene Marilena. La signora sta costruendo la casa in campagna.

Però la stiamo ancora aggiustando. Di fronte proprio… sul capizzo, sul cocuzzolo laggiù. Per ora siamo qui, tanto lo zio da Londra non torna.

Qui le scuole sono un po’ un problema?

Eh sì, lei fa la terza media, qui in paese. Dall’anno prossimo dovrà andare a Roccadaspide. C’è il pullman regionale. Anche io ai miei tempi ho fatto lo stesso. Devi viaggiare. Io sono andata a scuola a Laurino. Autobus alle sette meno venti per andare, per poi rientrare a casa alle tre del pomeriggio. Li abbiamo fatti anche noi i sacrifici.

Alle elementari hanno le classi miste?

Sì. Alle medie prima e seconda sono insieme e la terza è da sola.

Chiedo alla figlia: quanti siete in classe?

Dieci.

La classe sua è la più numerosa. Il minimo è quindici.

Prima media cinque bambini, seconda anche, terza dieci.

I giovani se ne vanno da Felitto perché non c’è lavoro.

Tutta la scuola elementare ventidue: prima due, quinta tre, le altre classi cinque o sei.

Rientriamo dal terrazzino panoramico, fa freddo. La signora ci vuole offrire il caffè come hanno fatto tutti quelli incontrati finora. Anche qui siamo costretti a rifiutare per non accumulare caffeina da centro storico.

Qui sotto abita un anziano signore.

Pasca’, ‘sto signore ti vuole fare qualche domanda.

Eh, ma nun saccio niente io.

Da quanto tempo abitate qua?

Eh. Da quant’anni!

Da quando siete nato?

Sì.

Sempre qua?

Sì. Eravamo tutti. Ora sono rimasto solo.

Come si sta in questo paese?

Bene.

Si sta bene?

Sì, e sorride.

Zi’ Pasquale

Gli scatto un’altra foto, è fotogenico. Il suo cane continua ad abbaiare, come fa da otto giorni ogni volta che mi vede passare nel centro storico e per andare a casa passo qui davanti. Non ha smesso per tutto il tempo in cui abbiamo scambiato quattro chiacchiere.

Marilena riprende subito il nostro censimento a memoria: Qui ci sono quattro persone. Una ragazzina che va in primo superiore.

Allora ci sono diversi ragazzi. Ma non si vedono?

Rientrano verso le due e mezza tre.

Esce una signora che avevamo incontrato già stamattina col professor Donato.

Allora comm’ se sta int’ a ‘sto paese?

Buon’.

Manca coccosa?

Eh, manc’ o lavoro! Per i giovani.

Allora provo a esporle la mia teoria dell’energia, ma in altre parole. Secondo me nunn’ è o lavoro ma che i giovani pensano che in città si sta meglio e allora se ne vanno…

Si, è vero, vero. Dice Marilena.

Signora Carmela Perché non è più come una volta che uno si adatta a fare tutto.

Marilena Perché tutti puntano ad un lavoro con lo stipendio fisso.

SC Ad esempio, una volta, come mi raccontava mia zia, lavoravano alla pavimentazione. Cioè a ‘sti lavori comunque andavano anche le donne. Io anche, negli anni ’59, ’60, sono andata a lavorare con i muratori. Facevo i lavori più leggeri, per esempio impastare la calce; una volta si impastava a mano. A costruire le case in campagna.

M Pure quando è arrivata la luce a Felitto c’erano donne che andavano a lavorare con gli operai per mettere i pali della luce.

Vabbe’ proseguiamo.

M Ciao, Carme’.

Grazie, grazie.

Mentre dico: “ma i giovani che stanno qui in paese che lavori fanno?”, compare un felittese sui trent’ anni.

Ciao, buongiorno.

Ciao, ci siamo già incontrati. Tutt’a posto?

Sto facendo il giro per gli abitanti del centro storico. Tu sei uno dei giovani, degli adulti, poi ci sono i bambini. Questo stavo chiedendo mo. Ma i giovani che abitano qui che lavoro fanno?

G Eh, dipende. Io adesso vado alla giornata, però di solito faccio il pizzaiolo. Vabbuo’ c’arrangiam’ alla fine. Fino a poco tempo fa lavoravo come pizzaiolo ad Aquara. Poi non ci siamo trovati più col proprietario e mo agg’ pigliat ‘a disoccupazione. Ho lavorato pure con Marilena al ristorante, in estate, giù al fiume. D’estate c’è turismo, quindi c’è l’opportunità di lavorare, e s’abbusca’ ‘a iurnata.

Ma in campagna si trova il lavoro?

G Più o meno, dipende.

M Se uno si adatta.

Sento un sacco di gente in questi giorni: “Eh, mo devo ammazzare il maiale”.

G Sì però alla fine non è che tieni ‘a busta paga, hai capito? Comunque lavori a iurnata, quanno chiove nun s’ lavora.

Io me n’agg’ iuto a Milano, facevo ‘o pizzaiuolo a 1200 euro al mese.

E quanto spendevi di affitto?

G No, eh, nun me convenia a fatica’.

Uagliù inventatevi qualcosa, ‘o paese è ‘o vuost’.

G Vediamo. Ciao.

Ciao, e grazie.

Proseguiamo. Qui ci abitano due vecchietti sulla ottantina…

Poi, siamo fuori ad una porta, e bussa con le mani. Compare una signora: Buonasera. C’è zia Maria?

Entriamo.

ZIa Maria Guerriero

M Zia Mari’, so’ Marilena. Stiamo girando un po’ rint’ ‘o centro storico. ‘Stu giovane vulia verè ‘nu poco ‘i persone r’o centro storico. Che abitano ancora ccà.

Zia Maria si allarma, si alza in piedi dalla sua poltroncina, e inizia: nun tengo neanche le chiavi.

Chi sa cosa ha capito. Allora Marilena ripete. Sto giovane viene da Napoli… mo stamm’ facenn ‘o giro ‘int ‘o paese viecchio…

ZM Visto ca voi site giovani v’ ne iate co’ i giovani, io so’ vecchia e m’aia sta co’ ‘sti vecchi.

Marilena continua a provare. V’ vole fa cocc’ domanda. Visto che abitate nel centro storico.

Forse ci siamo.

ZM Ch’ te voglio rice. Guarda tu, mo sai ‘o precale quant’è. C’era chiu de vint’ persone; nun saccio mo, cinche o sei persone song’. Prima ce n’erano cchiù de vint’. Mo nun capisc’ nient’ cchiù. Cu tutt’ ca io song’ nata cca. So’ ‘na rimbambita proprio mo, nunn’esco, addo vaco?

Stiamo anche cercando di capire, su incarico del professor Di Stasi, la questione dell’antico passaggio dal paese alle gole del calore e Marilena, ve l’ho detto che ha una intelligenza prontissima, se ne ricorda.

M Eh, mo vuie abitate cca. Ait’ vist’ di fronte ‘a casa de Raffelina ca se va int’ a l’uorto? Dov’è che Raffelina vai a cose’ (dove Raffelina va a cucire). Dda ‘o professore Di Stasi, Donato, chiru ca facia ‘u sindaco dice ca forse chera era n’uscita segreta. Vuie che sapite? Era n’uscita segreta o ddà c’è stat’ semp’ ca si ia ‘n copp’ a l’uorto?

ZM Appena entravi primu c’era ‘o furnu ca si facia ‘o ppane. E poi c’era ‘na stanza, ca mo nun saccio quant’anni ca nun c’entro cchiù, ca nci tenia ‘o telaio. ‘O tenia pur’io ‘o telaio.

M Ma senti zia Marì, ma se noi mo ci affacciamo a copp’ ‘o balcone se vere l’uorto ‘e Rafelina?

ZM Vir’, l’uorto cca sotto, sì.

Usciamo fuori al balcone.

M La porticina che diceva il professore è là. Il rosa (vedi foto) c’era. C’era una porticina dove stava il forno e poi ci stava un balconcino che si usciva dove stanno adesso le scalette e si andava nell’orto.

C’è un orto in piano che diventa rapidamente in discesa, verso il fiume che si sente scorrere da quassù, qualche centinaio di metri più in basso. La pendenza all’inizio è lieve. Chi sa come diventa iniziando a scendere. Però forse un sentiero stretto potrebbe esserci, che conduce fino al fiume.

ZM Dov’aggio mis’ chera bacinella ch’era cca?

C’è un’altra signora in casa, era passata a fare compagnia a zia Maria, e interviene. L’ho portata io di là.

ZM Ah, ci vulia fa vire com’era la roba fatta a telaio. Che è massiccia, è doppia.

E ci mostra dei panni bianchi, belli, freschi, e spessi. Un grande asciugamano di lino e cotone: trama e ordito di fibre diverse.

Quanto tempo ci voleva per fare un asciugamano?

ZM Di regula n’aviama fa due al giorno.

Ma li vendevate?

ZM No, si iano a compra’ loro ‘o cuttone e nuie l’aviamo fare. Mia sorella s’era imparata di cosere e io facia ‘o telaio.

M Ma mo o telaio vuosto arò è? ‘O museo?

ZM Eh.

Il telaio con cui creava queste stoffe, con l’orlo ricamato dalla sorella, adesso si trova nel museo di Felitto. Un appartamento in un palazzo antico, qui nel centro storico. C’eravamo andati, vi ricordate? il giorno in cui c’erano le riprese del film sui briganti.

ZM Tanno accussì era, e n’cevama adattà. Figlim’ nunn’ ha fatto nisciuna cosa de chesti ccà.

E mo dove stanno i vostri figli?

ZM Uno a Modena, uno a Bologna.

Come vi chiamate di cognome signo’?

ZM Maria Guerriero. Io solo ccà ci so’ ‘e Guerriero. Perché la famiglia di mio padre era più de Capaccio, Battipaglia, ‘a costiera.

Siete venuta qua quando vi siete sposata?

ZM Io aggio nata ccà.

M È nata proprio qua, in questa zona qua.

ZM Tann’ accussì se facia figlia bella. Capì, addo sta Rosetta, zia Maria mo.

M Eh.

ZM E ddani appena entri, int’ a cucina n’cera ‘o telaio ‘e Faustina. Chell’ tann’ accussì era. Ch’aviama fa?

M S’ tessia, se ricamava, s’ faticava ‘a terra.

Poi zia Maria urla scherzosamente: Mparatevi a ricamà ca site fimmine! E v’ata ‘mparà a tessere.

M È vero, pure io l’ho dovuto imparare. A ricamare proprio no, però so fare gli ornamenti alle pieghe delle lenzuola o degli asciugamani.

ZM Prima nun bulia fa fa ninte a n’ato, vulia fa tutt’io. Mo adda venì n’at p’ me pulizza a me, ha capit? E pure ieri, venne tua cognata. Io nun pozz’ fa niente.

M Sì, sì. E vabbè.

Quanti anni avete signo’? Ve lo posso chiedere?

ZM Sapit, so’ del 34. Tengo 82 o 83 anni, nun m’ricord’ bbon’.

M 85.

ZM Ah.

M Tenit’ 85 ann’. Ch’ mis’ sit’ nata?

ZM Giugno.

M Eh, allora 84, 84 e mezzo ia’.

E sorride.

ZM Chiri ca so’ so’. A’sintito ca s’e n’è iuta pure zia Maria?

M Eh.

ZM Tenia 12 anni chiù re me però eh.

In questo paese siete longevi. C’è la signora che ha 103 anni.

M ‘A mamma di Vincenzo. Zi’ Lorenza Iascarella. Sì, int’a st’ultimi anni so’ stati tanti che hanno fatto cento anni. Poi sono morti a centodue, centotre.

ZM Eh. Chella quann’arriva, tutt’ i culuri, ianchi’niuri, fruschi… (E quella, la morte, quando arriva, se li prende di qualunque colore siano). ‘A vita chira è, c’ama fa.

M Eh.

Zia Mari’ grazie p’o tiemp’ ch’ c’avit’ rat’.

ZM Anzi grazie a voi.

Arrivederci.

Arrivederci.

Usciamo in strada e ricominciamo a camminare. Grazie a quello che mi ha detto Marilena fino ad ora e che ho visto centrando nelle case, la mia percezione, finora basata solo sui rumori, sulle voci che sentivo nel centro, è cambiata completamente: c’è molta più gente di quanto pensassi. I felittesi sono discreti e silenziosi.

Poi…

M Qua ci stanno le chiavi vicino alla porta, comunque bussiamo lo stesso.

Fino a poco fa tutti quanti bene o male stavano ancora con le porte socchiuse e la chiave vicino alla porta. Mo invece stanno facendo un po’… di furti.

In campagna di più?

M Sì.

Bussiamo.

Signora Chi è?

M So’ Marilena, ‘a gemella.

Signora Ehh.

M Zia Antonie’ . E le tocca raccontare ancora cosa stiamo facendo oggi, in giro per le case del centro, ma lo fa con la stessa freschezza della prima volta.

A Accomodatevi.

Grazie, scusateci.

A Prego, prego. Io stavo vicino ‘o ffuoco. Nun’ sto tanto bene.

Ah, allora mo ce ne andiamo subito.

A M’a mecc’ ‘ncuoll’, ch’ m’ fa friddo.

Allora vi voglio chiedere solo se siete nata in questo paese qua.

A Sì, sì, so’ nata a Felitto. Sopra qua so’ nata.

E i figli vostri?

A Eh, stanno chi a Salerno, chi a Capaccio, chi a Felitto.

Ah uno a Felitto ci sta. Ma stanno fuori dal centro storico?

A Stanno vicino alla piscina.

C’hanno un poco di campagna?

A Sì, questo è.

M Int’o centro storico mo nun ce sta quasi cchiù nisciuno pecché tutti quanti in campagna se ne vanno. Chi è che resta; se no se ne vanno proprio. Diciamo che se una coppia di giovani ha intenzione di restare a Felitto dopo il matrimonio, viene subito a vedere una casa ma nella zona nuova, non nel centro storico.

Nessuno vuole abitare qua?

M No, questa zona subito la scarta. Perché non si arriva con la macchina. Pure se non è vero perché io c’arrivo fin davanti casa mia. Perché è scomodo secondo loro.

A Sì, se ne vanno proprio. E non c’è lavoro, che bonno fa’ a Felitto?

Ma in campagna se ne vanno perché ci sta più spazio? Ci stanno le case più grandi?

A Eh, ci stanno ‘e case, con la macchina annanz’ ‘a porta. Di qua invece devono venire a piedi.

Però ‘ste case antiche mi sembrano più calde. Quelle case grandi secondo me per riscaldarle nunn’è facile. O no?

A Eh, lo so però ‘int’ ‘o centro storico si sta bene sul’a stagione. L’inverno no, fa troppo freddo.

M Qualcuno Felitto lo chiama “il paese senza sole”. Perché il sole veramente lo vediamo poco, soprattutto nel centro storico. Dove abito io d’inverno veramente è una questione di minuti, davanti alla porta d’ingresso. Dall’altro lato non arriva proprio. Poi è abbastanza umido come paese.

D’estate?

M D’estate si sta bene.

Non fa caldo?

M No, no, no. Hai visto dove c’è il parco giochi? All’inizio di via Pomerio? Là è caldissimo, ma come arrivi un po’ più avanti c’è una correntina fredda e da lì in poi, nel centro, si sta proprio bene. D’inverno invece effettivamente il sole non lo vediamo.

Pure per asciugare i panni ce ne vuole.

A Qua teniamo le case e qua dobbiamo stare.

È un paese esposto a nord. Sul versante sud, lo abbiamo detto, c’è la gola nella quale scorre il fiume Calore. Le cose che dice Marilena, “d’inverno il sole davanti casa mai è una questione di minuti”, mi ricorda quando per alcuni mesi, d’inverno, ho vissuto a Prato allo Stelvio, Alto Adige. Lì per la prima volta ho vissuto un intero inverno diverso da quello di Napoli, ho capito forse cosa si intende per inverno: si faceva la differenza tra un paese e l’altro, tra una casa e l’altra su quanto tempo il sole, col bel tempo, riusciva a sfiorarla. L’ombra d’inverno lì sa di neve, di ghiaccio, di freddo che penetra nel corpo. Lì ho capito che a Napoli, nel sud Italia almeno vicino al mare, l’inverno non esiste.

Vabbe’, vi lasciamo in santa pace che non vi sentite bene.

A Vulite ‘nu cafè?

Grazie mille ma vi lasciamo ‘che non vi sentite bene. Vi abbiamo già disturbato abbastanza. Arrivederci.

A Ciao, ciao, ciao.

M Saliamo di qua?

Io abito qua.

M Eh, appunto.

Ma ci sta qualcuno qua? A parte me io non ho mai visto nessuno. O meglio, sento qualcuno ma non ho capito dov’è.

M Un poco più avanti. Proprio dove stai tu no.

C’è un vecchietto qua, Sì la prima porta. C’avrà una novantina d’anni.

Qua c’era il macellaio però mo s’è trasferito in campagna. Solo quando vengono i figli sta qua. Qua invece ci sta una coppia di ragazzi con due bambine piccole.

Poi ci sono dei rumeni, però sono tanti anni che stanno qua. I bambini sono andati a scuola qua, adesso stanno alle superiori.

Andiamo un po’ più avanti. Poi:

M Zia Catarì!

Ah quella dei fusilli. L’ho incrociata già diverse volte.

M Gliel’ho detto che andavamo. Zia Catarì. Putimo tras’?

C Certo.

Scusate, io mi stia assettata.

M Eh, nun ce face niente.

Continuate, non vi preoccupate.

C Me meccu cca ia’. V’aggia preparà o ccafè?

Sì, da voi sì.

C Eh.

Zia Caterina l’ho già incontrata qualche volta di sfuggita nelle stradine del centro, anche stamattina col professor Di Stasi, che portava i fusilli. E sempre mi ha detto qualcosa. È una estroversa, le piace stare in mezzo agli altri. Da lei il caffè non possiamo rifiutarlo e poi a questo punto una pausa ci vuole.

M A tutt’ part’ amm ritt’ semp’ re no.

C A chi?

M A tutt’ quant’. Addu vuie c’o pigliamm’.

C Eh, beh… ma sai io chi so?

M Eh, Catarì.

C (Rivolta a me) ‘E voglio bene, tanto. Mo t’aggia fa v’re na cosa. Questo è il libro che ti avevo detto.

E mi mostra una pubblicazione del Centro di studio e ricerca Felitto.Net sull’arte del fusillo felittese.

Poi lo apre. Questa è una mia amica e questa sono io.

Poi vedo sul tavolo un ritaglio di giornale. Per Bob Dylan? Per Bob Dylan avete fatto i fusilli?

C Sì, mentre stava qua.

Ah, ho capito chi è la vostra amica, l’ho incontrata anche il primo giorno che portava la legna con gli stivali di gomma. Abita vicino a me più o meno.

M Sì. Mo ci fermiamo pure da lei.

C Mo mett’ a fa’ ‘o ccafè.

Scusate io mo avia scupa’.

M Ma sì, nun face niente ca nun c’è scupat’ ‘nterra. Nun v’appaurate.

C Eh, avia pigliat pur’ ‘o sicchio c’avia passà a pezza.

M Ma sì, nun face niente.

C Agg’ iut’ addu Maria e aggiu statu ‘nu bellu poc’.

M Ne’ zia Catari’, vi piace sta’ cca’, rint o centro storico?

C E ma chest’è la casa mia, stretta come je me l’aggia tene’.

Avete abitato sempre qua signo’?

C Ra cinquant’anni. Chest’era ‘na fimmina (mi fa vedere la foto di sua figlia) e mo è morta. Guarda che bella donna.

Dove abitava? Pure qua?

C A Ginevra. Lui lavorava a Ginevra dove tenen’ l’autobus. Facea ‘a segretaria a Ginevra. E quest’è.

Zia Caterina parla, a voce alta, ma poi ha le note blu. Uno pensa che sia di quelli sempre allegri ma oggi ha una debolezza. “Stavo seduta, non ho spazzato. Questa era una femmina. Questo è mio figlio Mauro, sta a Milano. Avevo due gemelle, hanno nato il 22 maggio. Sono morte il 15 e il 16 ottobre, una volta, a ottobre”.

Di che anno?

ZC Non mi ricordo l’anno. Due gemelle, erano grandi. Questa è la prima e questa è quella che è nata dopo. Ci mostra anche il suo lato meno sfavillante. Dopo averci detto dei fusilli per Bob Dylan.

Telefona di nuovo il professor Di Stasi, vuole sapere se abbiamo trovato l’accesso all’uscita d’emergenza del paese. Gli racconto che da casa della signora Guerriero si vede bene, che il terreno è ben curato, e forse si scende.

Poi approfitto dell’interruzione per distrarre anche zia Caterina dai suoi pensieri tristi di oggi. Forse sbaglio.

Mo mi dovete spiegare come si usa ‘sto camino. Perché vedo che c’avete un camino come il mio. Però voi c’avete la chiusura.

C Si face fumo chiudo. Se c’è il fuoco la sera poggio una rete davanti. Poi la legna la tengo qui vicino anche se c’è poco spazio. Eh, purtroppo chesta è ‘a casa e chesta m’aggia tenè. Io so becchia, tra poco parto.

Ma ho parlato con zia Antonietta, c’ha centotre anni, sta ‘na bellezza.

ZC Eh, ma sai quanti anni tengo? Il 26 maggio faccio novant’anni.

Eh, siete giovane, fino a centotre avete voglia ‘e fa.

ZC Eh. E sorride.

Sono molti qua i centenari. Ogni tanto da fuori vengono a studiare i cilentani perché so’ accussì longevi.

ZC Paricchi hann fatt’ cent’anni.

M Sì, per tanti anni nessuno faceva cent’anni. Poi nel 1990 ci fu il primo centenario, ma dopo decenni. E quindi se tu chiedevi a Felitto di qualcuno che aveva fatto cento anni ti dicevano tutti di questa signora che nel ’90 fece cento anni, perché era l’unica. Poi mo da una quindicina d’anni so’ cinque o sei i centenari. In un anno ci furono tre centenari. Rosario Bamonte, zi’ Ciccio…

ZC Carmela Schiavo.

M ‘A mamma re Maria,

ZC ‘A suocera r’o russo.

M ‘A suocera r’o russo, e quindi furono sei nel giro di pochi anni. Poi si erano fermati un attimo e l’anno scorso c’è stata un’altra signora.

ZC Chi è?

M ‘A mamma re Lena Vosca, ‘ a suocera re Clemente: zia Grazia Caronna.

Quasi tutte donne eh?

M E due maschi: zi’ Rosario e zi’ Ciccio.

Ma perché secondo voi tutti ‘sti centenari?

C Nun teng’ st’esperienza, forse c’è l’aria bona. Io m’aggio operato ‘o core, aggia piglia’ aria, se vado in campagna m’ sento chiu meglio. Mo che iett a passa’ ‘u cuntrollo a Napoli, dove mi hanno operato, mi disse il dottore: tu stai bbona perché cammini. Se non cammini stai male. Io zappo ancora.

Quindi voi avete gli ulivi nella campagna vostra? Ho provato a comprare l’olio nei negozi del paese ma nessuno ce l’ha perché fate tutti l’olio vostro.

ZC Comm’ teng’ chiu de ciento piante. St’anno per coglierle ho chiamato a mio figlio.

Rivolta a Marilena: Vuie pure avit’ auliv.

M Sì, sì trecento a una parte e centoventi-centocinquanta a un’altra parte.

Molte. E come fate a raccogliere?

M Non sono tante. Fino a due anni fa c’era mio padre e faceva lui. Poi è venuto a mancare, abbiamo sta campagna e mica la possiamo abbandonare. Il primo anno abbiamo detto : madonna mia, mo solo noi che facciamo? Siamo 5 figli. Uno però ha un po’ di problemi fisici da quando era piccolo e non ci può aiutare, un altro lavora fuori ed ha già un terreno suo, un altro si sta facendo prete quindi studia e non ci sta proprio a Felitto. Quindi io, mia sorella e mia mamma. Abbiamo: detto va bene, rimbocchiamoci le maniche, e piano piano, 450 piante.

Quanto tempo ci avete messo?

M Tre persone -le reti le mettiamo il giorno prima, con la macchinetta collegata al compressore, lavorando mezza giornata perché poi abbiamo altre cose da fare- diciamo una decina di giorni.

ZC Loro so’ attive, si adattano a tutte le cose.

E io penso: una specie di matriarcato della raccolta delle olive cilentane.

ZC V’o pigliat’ amaro ‘o ccafè? Io v’aggio condito.

Dice proprio così: ve l’ho condito (con lo zucchero).

Va benissimo.

ZC Era un bell’uomo il padre, quieto.

M Bravo.

ZC E così so’ pure loro. Cheste fanno tutto e so’ persone serie, tutt’e ddoie.

E si riferisce alla gemella di Marilena, Giovanna.

Addo’ ‘e cummann’ ‘e cummann’ si guaragnan’ ‘a mille lire perché vanno.

M Ogni lavoro è buono.

ZC E chi ‘o tene s’adda tene’ caro.

Tua sorella è più silenziosa, o no?

M Sì, sì, sì. Però lei diciamo che è il maschio della casa. Difatti adesso – i tetti della nostra casa non sono con le tegole ma co nquesti… in dialetto diciamo l’ierm’c, sono tipo coppi. E mentre le tegole non si muovono tanto, l’ierm’c col vento si possono spostare. Mia sorella è lei che pittura; sì, perché noi facciamo tutto noi. Allora lei sale sul tetto e va a controllare che non si sia mosso niente. Meglio prevenire che avere poi l’acqua in casa.

ZC Sann’ fa’ tutto. V’o pigliate ‘nu poc’ ‘e panettone?

No, grazie, grazie. Si sta spegnendo il fuoco zì Cateri’.

ZC ‘nu poco re limoncello?

Grazie, grazie, basta il caffè. Comunque si sta spegnendo il fuoco. Per forza le volevo far badare al fuoco. Forse Marilena lo capisce e mi aiuta.

M Comunque sai qual é il bello di questi camini? Prima lo tenevo anch’io così. È che non ha lo scalino. Con questo qua non stai mai coi piedi freddi. Invece noi quando abbiamo aggiustato la casa abbiamo rifatto il camino. Io volevo il gradino. Mio padre diceva: facciamolo basso. Io: lo voglio alto… Fortunatamente non mi hanno dato retta quindi arrivammo ad un compromesso. Comunque stiamo sempre coi piedi freddi. Invece con questo no.

Ecco, finalmente ho capito un’altra cosa degli “strani“ camini che vedo a Felitto. Non solo il fuoco si fa all’esterno del camino, per sfruttare tutto il calore, anche quello dell’irraggiamento, ma spesso, come questo di zia Caterina, sono al livello del pavimento, per riscaldare bene i piedi. Piccole saggezze tecniche sviluppate negli anni.

Pure io qua c’ho lo scalino. E non riesco a riscaldarmi i piedi infatti devo mettere i piedi sul bordo, è scomodo, e si cuociono le suole delle scarpe.

ZC Prima stiv’v abbasc’? No, tua nonna.?

M Mamma è stata semp’ ddà. Nonna stia abbasc.

ZC Tua nonna m’ mannava semp’ a chiamma’: “Chi ven’ nu’ poc’?”. Io so’ una ca ce piace ave’ cuntatto con le persone.

M E pe chesto am’ venut’ cca’.

Non siamo entrati quasi in nessuna casa fino a mo, solo in due: voi e zia Maria Guerriero. Per non disturbare, da voi Marilena sapeva che non eravamo di peso.

ZC Non è disturbo. Io aggia ringrazia’ a vuje. E chesta quann passa de cca’ a me me piace si trase: a vita nun cuntinua semp’, è breve.

M C’è una differenza sai, (dice a me), tra il centro storico e Felitto nuovo, sai perché?

ZC Sai che mi dice semp’ mio nipote ca se n’è iut’ abbasc’? Dicia accussì: ua’ zia Catari’ se io m’aviss’ truato chera casa (nel centro storico) nun me ne fuss mai iuto ra cca pecché quanno stevo ccà diciamo: vulimo fa’ a pizza stasera? A iamo a accatta e na mangiamo tutti assieme. Vulimo cucina’ nu juorno? Cucinamo.

C’è più contatto nel centro storico?

M Sì. Fuori dal centro fanno la vita di città: Buongiorno, buonasera. Quando tornavo da scuola, alle 2,30, trovavo gente che si era venuta a prendere il caffè. Appena tornavano dalla campagna. Che so, avevano raccolto un cestino di arance, subito due a te, due a te, domani la signora aveva preso le uova in campagna? Le dava un po’ agli altri.

C’era più comunità.

M France’ nella parte nuova, si ospita lo stesso, però stanno un po’…

ZC Nooo, ognuno sta pe’ i fatti suoi.

M Diciamo, non c’è questa cosa come nei vicoletti.

ZC No, nun c’è stu collegamento. Chesta già me sape e io saccio a loro.

M Oppure che so, arriva la legna, io sento: a va be’ allora aspettate, mo vengo ad aiutare. E viceversa.

ZC ‘Na vota a te, ‘na vota a me. Adda i’ e adda turna’. ‘A seca, ‘a sai ‘a seca? Seca a gli ddà e poi adda segà pure a venì ccà.

Una domanda signò: mo si sta spegnendo il fuoco (e niente, mi so’ fissato) come fate per ravvivarlo?

M Bisogna soffiare.

Zia Caterina ci mette un po’ di cartone, poi soffia con un tubo metallico.

M Questo lo chiamiamo ‘u sciarulo. È un tubo un po’ schiacciato.

ZC Prima ‘o faciano ‘e canna.

C’è la voce della TV di sottofondo dall’inizio. Una specie di telenovela.

ZC Faciomo pure i fusilli a Paparotti.

M Pavarotti.

ZC Pavarotti, 30 kg re fusilli.

Fece ‘o cumpleanno. S’e venette a piglià a Capaccio.. Agg’ iuto a Longarone a fa fusilli.

M Andò pure a Uno mattina.

ZC La prova del cuoco. Beppe Bigazzi e Antonella Clerici. Mi dissero: come fai i fusilli?. Grano duro e uova cafone.

Vabbè mo ce n’amma i’ secondo me, se no non lo finiamo più sto giro. La sosta più lunga l’abbiamo fatta qua signo’.

ZC M’avit fatt’ piacere.

ZC Ma state cca stasera?

Io sono uno del paese ormai.

ZC E mangiate cca’? Mo ve ro ‘nu cap ‘e sausicchia, e va mangiate.

M Mo ti dà un po’ di salsiccia paesana e te la mangi stasera. È d’o maiale suo.

Zia Catarì grazie, ma io non mangio carne. Però vi ringrazio molto.

Certo -penso- c’è una bella differenza tra un maiale allevato in campagna e uno negli allevamenti intensivi.

Arrivederci.

ZC Tanti auguri per tutta la vita, tanti auguri.

A voi, grazie.

Poi zia Caterina ripete: Per tutta la vita. Ciao e grazie.

È l’ultima volta che ho incontrato zia Caterina. Lei forse lo sentiva già.

M Vedi come c’è umido?

Eh, infatti.

M Qua ci stanno altre tre persone.

Ciao Rosa. Stiamo facendo un giro nel centro storico per vedere le persone che ci abitano.

R Ah, ormai le persone ca simu…

Quanti siete qui?

R Tre siamo. Perché uno si è sposato e se n’è andato.

Dov’è andato?

R A valle Sant’Angelo.

M Un paese qui vicino.

Voi siete nata qua?

R No, io so’ di Laurino? At’ iut’ a Laurino? Ddà pur’ è bello.

Sì, mi ha detto Donato che è bellissima ma non ci sono andato ancora.

R È parecchio ca ce manco. Pecché ropp’ muort’ mio padre, mia sorella, mia madre, nun c’aggio iut’ cchiu’. I miei fratelli e le mie sorelle so’ in Germania e allora non so’ andata.

Anche voi c’avete un po’ di campagna vicino Felitto?

R No, no. Non c’avimo niente in campagna.

È la prima persona che incontro che mi dice che non ha campagna.

Grazie signora Rosa. Buona giornata.

M Qua invece so’ tutte persone che se ne so’ andate in campagna. Per comodità. Poi c’è sempre qualcuno che è andato in pensione quindi c’ha gli animaletti, e giustamente sta in campagna perché lì c’è spazio per tenerli.

Non so se vogliamo andare dalla signora Maria, se c’è, che sarebbe l’amica di Caterina.

Ah, la signora, l’ho conosciuta. Andiamo un attimo, vorrei vedere come sta.

Marilena bussa al campanello. Ci sono le chiavi fuori ma bussiamo.

Buonasera, vi siamo venuti a trovare a domicilio.

SM Venite, venite. Qua c’è un laboratorio adesso.

Stiamo cucendo.

Ci sono altre signore, vicino al camino.

SM Noi qua ci riuniamo, stiamo in casa e facciamo qualche puntino. Accomodatevi.

Una signora Mari’ qua qual é ‘o filo? chisto? Ah, stamattina ti ho visto con il professor Di Stasi.

M Comunque la signora ha due figli ventenni e abitano qua al centro storico.

Ah, allora qualche giovane ci sta.

S Eh, ci stanno.

Che lavoro fanno, ve lo posso chiedere?

S Sì, sì, come no. Mia figlia lavora al tabacchino, quello vicino al pastificio.

E mio figlio lavora qua alla ditta D’Urso.

M Fanno macchine agricole. È una ditta grande quindi ci sono diverse persone di Felitto che lavorano là.

S Sì, ha una trentina di dipendenti. Sta ad Aquara, un paese qui vicino.

State girando per tutto il paese? Bello eh? Dite la verità.

Ah, si. Il paese è bello. Me ne sono accorto quando sono venuto l’altra volta.

M Si pensava che era proprio disabitato.

S Eh.

M Vabbè, pur’a me m’addumannaie. Dicett’ accussì, ricett: no ma non arriviamo a cento persone nel centro storico.

SM Come una volta non è più.

M E invece no, pecché cuntanno sulo chiri ca c’abitano veramente…

SM Una volta non c’era una casa disabitata. Pure nu terraneo… Non si trovavano case, una volta. Mo si è sviluppato per la campagna quindi quello che c’aveva la casa qua, anche piccola, l’ha abbandonata e se ne sta in campagna.

Perché è più grande.

SM Eh, e poi qui è scomodo.

M Eh, e poi le persone anziane stanno morendo. Però ogni tanto arriva qualcuno dalla campagna che ritorna in paese.

S Ha ditt’ accussì Gengiu (?) stamattina, quann’ c’era o funerale: “Se ne vann’ giuvan’ da Felitto e po’ muort’ tornan’ cca’”.

SM Abitava in America, in Argentina, prima; poi era venuto a Salerno.

SM Era emigrato.

SM La signora tene ‘a stoffa. Deve diventare nonna tra poco e allora stiamo preparando la copertina che poi lei la ricama.

M Ah, mica tenete il punto a giorno?

Voglio vedere se lo sai fare davvero o fai solo chiacchiere.

M Questo qua è quello che ti dicevo io. Questo è un punto quadro.

Quindi voi state insegnando a cucire?

S No, è che mi sta aiutando a impostare il lavoro. Una persona anziana capisce di più. È più esperta.

In Cilento il mondo, come sentite, funziona al contrario. Andiamoci tutti.

M Questo giusto per abbellire la piega. Questo qua solo so fare.

SM Invece di fare la piega a macchina uno la fa a mano, viene una cosa più delicata, più preziosa. La piega serve, altrimenti l’orlo si sfilaccia.

M Ecco il punto a giorno. Quello che per primo mia madre mi ha insegnato a fare e mi ci ha fatto fare tutte le tovaglie, tovaglioli e lenzuola.

SM Non solo il corredino ma pure la persona che si sposava, tutto a mano.

Pure la stoffa?

SM Sì, pure la stoffa. Mia nonna mi ha fatto fare il telaio. Lino, lino e cotone.

Ma non c’è più nessuno che lo usa il telaio?

SM Eh, no. Ma quelle non vogliono neanche ricamare più.

S Vi pensavate che faciam’ fusilli?

Quando ho sentito “laboratorio” ho pensato fusilli.

AM Ma qua una volta si cuce, una volta si fanno i fusilli…

M Siamo stati da zia Caterina fino a mo. Ci ha raccontato dei fusilli per Pavarotti, per Bob Dylan.

SM È vero, è vero, li abbiamo fatti.

Nella foto che ha lei c’eravate anche voi giusto?

SM Sì.

La TV si sente bene in una pausa del discorso.

M Ah, poi France’ devi sapere che qui il 99% delle persone guarda il pomeriggio guarda “Segreti“.

S Ah, io nunn’ o guardo cchiu’.

SM Ah, io pure.

Ma infatti vedo questa Tv accesa, però nunn’ agg capit’ ch’ ré.

Non lo vedono però la TV l’ho sentita accesa credo su questo canale in altre case questo pomeriggio.

SM Facciamo il caffè?

Grazie ma già lo abbiamo preso.

SM Non vi posso offrire niente più perché io so’ sola. ‘Nu bicchiere di liquore? Un po’ di limoncello?

Sì. Sorridendo.

SM Anzi è crema di limoni.

Meglio. Mi seggo. (Ero rimasto in piedi per scattare qualche foto) Tenete ‘ste sedie basse basse. Perché?

S Vicino al fuoco. Stiamo più comode.

M Tutti quanti hanno le sedie alte per stare vicino al tavolo e poi queste basse per stare vicino al fuoco. Perché ti riscaldi meglio.

S Allora vi è piaciuto il paese? Bello eh?

Sì, sì, bello perché… è autentico, che brutta parola. Non si è imbellettato per i turisti.

SM Felitto non lo apprezziamo noi ma a tutti quanti piace come paese.

Io sono rimasto subito colpito da questo paese, la prima volta. Eppure di paesi interni ne ho visti parecchi. Molti li hanno ristrutturati ma non ci abita nessuno. Qua voi dite che siete pochi ma siete un sacco. E i paesi non li fanno le pietre, li fanno gli abitanti.

SM È accussì, ma qua c’è stata l’emigrazione. C’era molta più gente prima.

Alla salute.

SM Di tutti, vostra nostra e di chi ci vuole bene.

S Ma sabato e domenica agg’ vist’ ‘nu sacc’ ‘e persone. Ha ditt ca giran’ ‘nu film? Che è? M’ha ditt ‘a barese.

M Questo lavoro va avanti, mi ha detto Enzo, da cinque anni. Sono stati in altri paesi ma alla fine sembra che lo stanno facendo qua a Felitto. È ‘nu film ‘ncopp ‘e briganti.

SM Era bello con le torri. Se non le avessero rovinate, era molto bello. E una volta a Felitto la strada era solo giù, a piazza mercato. C’erano le scale per venire su prima. Quando avevo 12-13 anni hanno fatto queste stradine; prima c’era proprio un muro con le scale che venivano fino a sopra. Io andavo a scuola nella casa dove adesso c’è il B&B di Tolino. E anche a via Pomerio, al Municipio vecchio.

Da dove siamo adesso non saranno più di 100 metri. Le scuole all’epoca c’erano, dentro il centro storico. Era un mondo tutto più piccolo, più stretto da scalette e muri, più largo di campagna e di strade senza auto parcheggiate che occupano gran parte dello spazio di noi abitanti del mondo di oggi.

D Poi dal paese c’è proprio la vista della campagna,. Io nun me stanco mai r’a guardà.

Quindi gli abitanti di Felitto da qua vedono la loro campagna?

SM Sì, sì. Io per esempio vedo la campagna dove abitavano mia mamma e papà quando andavano in campagna.

Vabbe’. Ce ne andiamo?

Grazie mille, buon lavoro.

S Presentateci bene in questo paese.

SM Presentateci bene se no dicono: so’ veramente cafuni.

Usciamo e zia Caterina, che avevamo lasciato poco fa a casa sua, sta entrando.

Poi vediamo il presepe messo da una signora per le strade. Adesso andiamo a vedere la chiesa madre.

Entriamo dalla porticina laterale vicino al campanile. Marilena ha le chiavi. Accendiamo la luce. Fa freddino.

M Qua ci si viene solo la domenica e nei giorni di festa. San Vito patrono, San Ciriaco, Maria Assunta, San Giuseppe sono del ‘700 e sono di legno. Il pavimento anche è del ‘700. Negli anni ’20 del ‘900 c’è stato un restauro, poi non si è fatto più nessun intervento. E mo dove la politica non è riuscita ad arrivare, invece la testardaggine di mia sorella sì. Le varie amministrazioni hanno sempre fatto progetti però qua per la chiesa non è arrivato mai nessun finanziamento. La chiesa si vede, no? che ha bisogno di qualche intervento. Indica il soffitto: lì se ne è proprio caduto e poiché è tutta incannucciata non ci si può camminare. Mia sorella da tempo vedeva che negli altri paesi le chiese venivano curate. Ad un certo punto si stanca ed inizia a dire al prete che la cosa non è come negli altri paesi. Poi chiama l’architetto della curia, lo fa venire e inizia a pressare il sacerdote. Ad un certo punto volevano chiudere la chiesa perché si era fatta una lesione. Quello è stato il momento in cui non ce l’ha fatta più. Quando venne l’architetto per il sopralluogo e chiudere la chiesa mia sorella insisté molto. Insomma, alla fine per il 2020 inizieranno i lavori di restauro. Abbiamo avuto i fondi dalla CEI. Il progetto l’ha fatto la curia. Si farà un restauro completo. Nel frattempo con Rosi abbiamo costituito un comitato e siamo andati a raccogliere i soldi casa casa per questo intervento provvisorio che è costato 20000 euro. Perché se continuava a piovere dal tetto l’incannucciata si sarebbe rovinata definitivamente e ormai è difficile trovare artigiani che la sappiano ricostruire. Comunque abbiamo tamponato: la chiesa non è stata chiusa e i lavori iniziano nel 2020.

Rifaranno il tetto, l’impianto elettrico, cambieranno il pavimento, si pulirà la cripta giù, si andrà a vedere sotto l’altare cosa c’è. Si farà il bagno perché è una chiesa senza bagno e si rifarà anche l’intonaco esterno.

Marilena e la sorella gemella come avrete capito sono molto attive nell’ambito delle attività pastorali di Felitto, ci tengono davvero. D’altronde deve essere una propensione di famiglia se il fratello sta studiano da prete.

C’è la cripta quindi sotto?

M Sì. Hai la torcia sul cellulare? Ti ci porto. Questa è la sagrestia, questo il pulpito, negli anni 80 si usava ancora. Per salire mettevano una scaletta a pioli.

Andiamo a vedere una scala a chiocciola bellissima ((forse sale al campanile?))

Poi scendiamo. Le voci ovattate.

M Lì c’è una botola, si scende e c’è un’altra stanza con un’altra botola e li sotto si mettevano i defunti. Qui probabilmente veniva usata per le celebrazioni dei morti perché ci sono questi altarini. Qui probabilmente venivano sepolti i bambini.

Usciamo, e andiamo verso casa di Angela. L’ultima visita del nostro giro.

Però prima, camminando, incontriamo una signora distinta, mite, silenziosa.

M Lei è una professoressa, in paese è un po’ come il prof. Donato.

P Venite da me?

M Stavamo scendendo però gli volevo far vedere il vostro presepe che sta lungo la stradina.

Però notate? Ha detto “venite da me” come se nulla fosse, il paese non ha molti muri.

P Ah, lo stavo per togliere.

Voi pure abitate qui da sempre?

P Sì, sono nata qui. Questa è la casa dei nonni. Poi mio padre, in quei tempi Felitto non era così, si costruì una casa in campagna.

Posso dare uno sguardo veloce? Perché questa non mi sembra una casa come le altre.

P Eh, sì è diversa dalle altre.

È una casa grande.

P Quello che resta. Le mie cugine entrano da un altro portone ora. È stata divisa dagli eredi e poi venduta in parte. Il palazzo in origine continuava sull’altro lato della strada.

Quindi questa dove siamo non era una strada ma un corridoio della casa? Si vede che è una strada stretta rispetto alle altre.

P Sì. Se tornate un’altra volta vi mostro la casa.

Io volevo fare un presepe che prendesse tutta questa parte della strada e ho iniziato a mettere dei personaggi. Li ho presi da un giornalino del catechismo e li ho fatti ingrandire e stampare.

Sono dei pastori su cartone.

Questo è il pastore della meraviglia che non manca mai nel presepe.

Salutiamo la professoressa. Anche questa sarebbe stata una casa molto interessante da visitare. Doveva essere la seconda casa nobiliare del paese oltre al palazzo delle cento stanze. Di storie ne deve contenere molte. Ma non bisogna essere ingordi. Bisogna ricordarsi di non esagerare, rispettare dei limiti. E poi si può sempre tornare ad ascoltare.

M Angela! Siamo arrivati!

Tutti nel centro storico oggi sapevano credo di questo giro. Perché Marilena come avete capito ha contatti diretti con moltissimi, non è una che parla troppo, però comunica in maniera efficace.

Scusate, abbiamo fatto tardi.

A Io per passare il tempo mi sono messa a fare un po’ di fusilli.

Allora, che giro avete fatto?

Angela Mazzaccaro ha la passione per la cucina, e con questa passione ha messo su un bel ristorante che si trova sulla collina che si vede da qui, quello delle campagne dei felittesi, si chiama l’Occhiano, il nome di un albero. Però mi accorgo che non le ho mai chiesto l’origine di questo nome.

M Abbiamo fatto un giro per il centro storico. Passann’ amm’ vist’ Rosalba Cioffi, Tina ‘a rainese, Antonella ‘a tardellina, zia Maria Guerriero, zia Ntunietta Mammason, zia Caterina, Maria, ‘a signurina, amm’ iut’ ‘a chiesa.

Si mischiano nomi veri e soprannomi, però adesso li sapete tutti.

A Il caffè lo prendete?

No grazie, abbiamo già preso caffè e limoncello.

Angela sorride.

Ah in questa casa vedo una novità, questo è un forno per le pizze?

A Sì, però ultimamente lo uso poco perché avendo il ristorante… Lì cucino già abbastanza.

Allora che ne pensi di Felitto?

È un paese interessante. A parte che c’abita ‘nu sacch’ ‘e gente. Sembra che non ci sia nessuno e invece è quasi pieno. Noi ci siamo fermati in poche case rispetto a quelle che sono abitate.

M Pure addu zia Antunietta nun c’amm iut’, Antonietta Ciuccia. Amma vista pure Pascale Scarpa. No, ‘nce so’ ‘e persone.

Allora ‘sto ristorante funziona?

A D’estate sì, benissimo. Adesso perché non c’è gente non vado.

M Però su prenotazione funziona anche adesso.

A Sì.

M France’ ma quando te ne vai vogliamo fare allora un incontro?

C’ho ripensato. Volevamo fare con Rosi un incontro con i felittesi per chiedere a tutti la loro idea del paese. La loro idea di come si potrebbe fare qualcosa per il paese. Però mi sembra una cosa… cioè ‘o sindaco adda fa ‘sti ccose. Io so’ l’ultimo arrivato, mi pare un poco esagerato.

A Non è vero. Secondo me, vedendo le cose da fuori puoi dire…

Allora, quello che io ho capito è che questo paese, i paesi di questo tipo, sono come il fuoco: gli anziani sono la brace. La mattina quando faccio il fuoco capita che se uso la brace non devo usare la carta e l’accendino, però ci devo mettere lo scantamano, il legno che prende subito fuoco, cioè i giovani. La brace sono gli anziani, che ancora si ricordano come si fanno i fusilli, come si usa il telaio magari (la signora Maria Guerriero). I vecchi sono la brace e i giovani la legna sottile, se voi fate spegnere la brace… finisce tutto.

Il paese è vostro, dovete farlo voi, perché non deve venire qualcuno da fuori a farlo. Altrimenti si rischia che viene male, si rischia che la gente dice: Ma chill’ chi è? Chill’ ch’ bo’? ? O paese è ‘o mio. E c’ha ragione. Io vi posso dire questa idea però dovete farlo voi. Voi dovete capire che avete un tesoro, che è la brace, che non hanno in tanti, sono in pochissimi che sono rimasti, se voi capite questo potete fare qualcosa di bello, se pensate che è normale: “vabbuo’ chill’ so’ viecchi…“

A Ma guarda. Io avevo mio suocero in casa che era una persona intelligentissima. Era uno che conosceva tutto, la storia, leggeva sempre, conosceva l’inglese perché era stato in guerra. Una volta venne un ispettore dell’INPDAP e si iniziò a parlare del periodo della seconda guerra mondiale. Mio suocero disse: “tu lo hai letto sui libri, io c’ero”. Quello alzò le mani. Non pensavamo che dovesse mai morire, e invece. Poi dicemmo: che sbaglio, potevamo registrarlo. Oggi si parla tanto delle erbe. All’epoca lui non usava i medicinali, andava sott’ a muntagna, pigliava certe erbe, le faceva essiccare, quando avevamo mal di stomaco, l’acidità, ce ne dava mezza tazzina la mattina. Curò mia figlia per le verruche. Faceva una cremina e la metteva con un cerotto. Gli anziani siamo così abituati ad averli che non ci rendiamo conto che poi un giorno non ci saranno più. Zia Maria Greco è un altro esempio lampante. Quante volte abbiamo detto di andare a farci sentire ‘e canzon’ vecchie r’a Maronna, i canti antichi. Quella è morta e i canti antichi non ce li siamo segnati.

M Meno male che Giovanna iette addo zia Dina Verduriere prima ca perdia ‘a capa. Iett’ a registra’.

Fate l’università dell’artigianato locale. Nel palazzo di Rosi o dove volete voi. Incominciate a farlo. Una signora che insegna come si ricama, uno che insegna come si lavora il legno, Vito il fratello di Rosi che fa i cucchiai, i ferri per i fusilli, i cestini di vimini. Un vecchio che insegna a uno, due, tre giovani.

Forse anche gente di fuori può essere interessata a imparare.

Vabbuo’, mo ce ne andiamo.

A Questi sono dei dolcetti per voi, le delizie di Maria.

C’è sempre il senso del’ospite come sacro. I greci pensavano che qualunque ospite potesse essere un dio venuto sotto spoglie umane e pensavano che si dovesse sempre accogliere i forestieri come persone sacre.

Non dovete far andare via i giovani. In città nun ce sta nient’ ‘e cchiu’.

I centenari cilentani sicuramente derivano dall’alimentazione sana e dal movimento, ma anche dalla rete di rapporti sociali, dalla condivisione dei mille problemi della vita che probabilmente diminuisce moltissimo l’invecchiamento dovuto allo stress psicologico. Non altrettanto si può dire della rete moderna dei social network. Quelli probabilmente lo stress psicologico lo aumentano invece di diminuirlo. Abbiamo da imparare dai cilentani, non solo come fare i camini per riscaldarci meglio i piedi.

Poi chiedo al professor Di Stasi questa storia degli irmici.

DDS In felittese si chiamano irmici, equivalente di embrici. Che poi si differenziano in canale, quelli nei quali scorre l’acqua fino alla grondaia, e cavallucci, quelli che si mettono sopra a coperchio tra due canale. Tieni conto che i cavallucci non coprono ogni canale ma servono a tenere le canale vicine e parallele unite tra loro e impedire che l’acqua penetri attraverso i piccoli vuoti tra le canale. Nella disposizione la canala più in alto poggia un poco su quella posta più in basso e così il cavalluccio più in alto poggia un poco su quello posto più in basso per riparare la soffitta da infiltrazioni di acqua. Per mantenere gli embrici fermi si mettono qua e là delle pietre piatte come grandi mattonelle mentre le tegole si inchiodano. Fino agli anni sessanta a Felitto si usavano solo embrici che venivano realizzati e cotti sul posto nelle fornaci da felittesi esperti nella produzione di materiale edilizio cotto e di calce.

La solita estrema chiarezza del professor Di Stasi. Mi pare di vederlo, adesso, il tetto fatto cu gl’ierm’c.

Ve l’avevo detto che la giornata oggi sarebbe stata lunga; però, grazie a Marilena, che ci ha raccontato e fatto parlare con molte persone, adesso la percezione che abbiamo del paese è molto diversa. Adesso sappiamo che dietro le finestre silenziose, quassi sempre ci abitano. Che tra una porta e l’altra i confini sono molto sottili, che se passi per queste stradine con qualcuno che ti accompagna non è difficile entrare dentro, che questa architettura delle case vicine vicine, quando entri e trovi un gruppo di signore tutte insieme che cuciono, evidentemente si è trasmessa pure agli abitanti.

*Era vero al tempo di questo racconto. Adesso Marilena vive a Salerno e Giovanna a Felitto, ognuna con il proprio marito.

(Fine ottava parte, pomeriggio, continua)

Testo e foto ©Francesco Paolo Busco

DIARIO MINIMO DALL’ITALIA INTERNA (7) – Giorno di riposo, un giro senza meta nel centro, poi il bar dei paesi di sera

Mercoledì 16 gennaio 2019, giorno sette

Oggi riposo.

Mi alzo con comodo. Piano piano pure accendo il fuoco. Sta diventando un piccolo rito. Cercare di sentire cosa devo fare perché da un residuo di brace in un punto nasca di nuovo la fiamma. Questa empatia con la cenere e la legna rimasta da ieri, e con quella nuova sottile e doppia e la struttura essenziale del camino, sento che è un esercizio buono. Poi resto a guardare il nuovo fuoco che si muove, riscalda e illumina.

Dai, oggi andiamo a fare una passeggiata senza meta, seguiamo i piedi.

Verso le undici e mezza sono fuori di casa. Il centro storico è silenzioso come al solito. Il tempo è bello e freddo. Faccio il giro delle vecchie torri. Vicino a una di queste un gatto nero si gode l’aria sdraiato sulla panchina di legno. I piccoli archi di pietra di questi vicoli inquadrano vasi appesi ai muri con i fiori. C’è un presepe costruito dentro una carriola.

Piano piano esco dal perimetro del centro antico.

Vicino al comune l’orizzonte si apre sulla collina di fronte. Felitto è costruito su uno sperone di roccia lungo. Dal versante sud affaccia a strapiombo sulle gole del fiume Calore e invece la collina sul versante opposto è dolcemente esposta al sole. È qui che i felittesi hanno le loro terre. Ognuno ha le sue piante di olivo, parecchi ancora fanno l’orto. Provo a far entrare il paese e la sua collina campagna dentro la stessa foto.

Torno a casa.

Ho fame. Cucino le cose che ho comprato da Angelo, che, ve l’ho già detto, ha l’unico negozio ancora aperto nel centro storico. I rumori del cucchiaio di legno, le pentole sul fuoco, il gas, il piatto quando lo appoggio sul tavolo. C’è silenzio, forse non solo fuori ma dentro, e allora i suoni si sentono di più che nei giorni in città.

Al bar di sera

La sera mi telefona Vincenzo, ve lo ricordate, uno dei briganti del film, eravamo stati a cena a casa sua ieri. Mi invita ad andare al bar a bere insieme qualcosa. Che bella occasione, il bar dicono tutti che sia il centro di questi posti, la sera magari soprattutto.

Vado, il tempo da casa, sempre a piedi, è trascurabile, diciamo cinque minuti esatti.

Al Bar Impero, entro ed ecco Vincenzo.

Sta già seduto al tavolo chiacchierando con tre o quattro persone. Ognuno che entra saluta tutti.

C’è parecchia gente. Stasera, sarà una combinazione, sono tutti uomini.

Sul fondo della sala giocano a carte. Qualcuno si avvicina a loro solamente per guardare.

Chi ha già giocato poi magari va in giro per il bar a commentare la partita che ha vinto. Oppure, se ha perso, a dire che c’era un errore madornale, che ha commesso il compagno di squadra, da evitare.

Si beve, si chiacchiera. Ognuno offre un giro agli altri che sono intorno.

Un poco ci si sfotte, in maniera allegra, a volte invece, almeno così sembra a me, piuttosto pesante.

Dopo una mezz’ora sento che è abbastanza, troppo.

Sì, ho raggiunto il limite.

È la prima volta che in questo paese mi sento a disagio. Vado al bancone, pago un giro, saluto ed esco.

Evidentemente non sono ancora abbastanza bravo per il bar della sera. Sarà la mia scarsa capacità a reggere il conflitto, anche latente, sotto forma di scherzo.

Testo e foto ©Francesco Paolo Busco

DIARIO MINIMO DALL’ITALIA INTERNA (8/1) – La storia del paese raccontata camminando

Giovedì 17 gennaio 2019, giorno otto, mattina

Oggi è un giorno importante, il professor Donato Di Stasi, ex sindaco di Felitto e appassionato storico del paese ci porta in giro per il centro antico.

L’appuntamento è davanti al Municipio prima delle nove. Attraversando la strada incrocio Michele che sul furgone comunale sta facendo il giro per la raccolta differenziata.

Ch’ ffai stammatina France’?

Il professor Di Stasi mi fa da guida nel centro storico.

Ah, bene, buona giornata, magari ci vediamo più tardi.

Buona giornata pure a te.

Sono in anticipo, entro nel Municipio. Vado a riguardare le fotografie che avevo intravisto il primo giorno. C’è una foto di due coniugi, lui col cappello a falda larga, la giacca, il panciotto, i calzoni al ginocchio e le calzature alte che oggi vediamo anche a Napoli qualche volta indossate dai suonatori di zampogna durante le feste di Natale. Ha nel portamento una certa eleganza.

Lei davanti vestita in maniera più casalinga, ma con le scarpe buone, forse le uniche, la corporatura forte. Anche nella foto in bianco e nero sembra abbronzatissima, dai lavori di campagna. Lui le poggia la mano sulla spalla. L’espressione è seria. I cognomi sono Di Stasi lui, come il professore che sto aspettando, Pagnotto lei, come Michele che ho appena lasciato.

Poi esco di nuovo.

Ecco il professore.

Buongiorno France’.

Buongiorno professore.

E quasi subito inizia a raccontare.

Qui siamo in località Orticelle perché vi si trovava un monastero, i cui monaci vivevano tra l’altro dei prodotti dell’orto, “coltivavano gli orticelli”.

La strada era più giù. Qui, dove adesso c’è il Comune -che è stato costruito negli anni ’60- c’era un muretto e sotto c’erano degli orti dove producevano buone cose.

Oggi siamo lungo una strada asfaltata, la principale che porta al paese, quella dove si trova il Municipio e la piazza principale, una volta era un orto. Lo avevamo detto che questo sarebbe stato un giro storico, e qui lo spazio già è cambiato un poco: il paese si restringe, si allarga la campagna. In poche parole il professore ha già modificato il mondo. Scompaiono la strada, queste case in cemento armato e il suolo ridiventa morbido.

Nel 1830-’35 in Felitto c’erano solo due maestri, e il Decurionato -così si chiamava allora quello che oggi è il Consiglio comunale- nominò un terzo maestro per i ragazzi del borgo Orticelle, i quali, specie d’inverno, trovavano difficoltà a salire al paese. Era un borgo vero e proprio. Poi poco a poco si ampliò il paese al di fuori delle vecchie mura.

Adesso è cambiato lo spazio completamente. Si è allargato. Il centro storico, che nella mia testa era sostanzialmente qui dove siamo adesso, solo un paio di strade ci separano, ora è lontano, più piccolo, arroccato al di sopra di dove siamo noi che era in mezzo alla campagna, sede di un borgo separato da un muro.

C’erano anche le scuole serali? Ho visto una foto poco fa al Comune, con gli adulti seduti ai banchi.

Allora, qui fino agli anni’60 c’erano le scuole rurali perché la popolazione di Felitto era distribuita nelle campagne. Una campagna moto vasta e antropizzata per cui c’erano varie scuole. Anch’io ho frequentato una scuola rurale. Per la maggior parte delle persone non era il caso di frequentare le scuole nel paese perché bisognava fare un lungo spostamento.

Quindi c’erano molte più scuole di adesso?

Sì, adesso stanno scomparendo anche le scuole dei paesi, nel centro. Una volta c’era la scuola di Acquanoceto, quella di Bosco grande, di San Giorgio, del Casale… Questo essenzialmente nel dopoguerra, perché durante il fascismo c’era qualche scuola serale, anche qualche maestro improvvisato, ma le scuole rurali sono state potenziate dopo la guerra.

Oggi qui che scuole ci sono?

Asilo, scuola elementare e scuola media. Anche se la scuola elementare funziona come pluriclasse.

La popolazione abitava in campagna e questa era una buona cosa perché oltre a produrre ciò che l’agricoltura poteva dare, in campagna era molto diffuso l’allevamento e nel territorio di Felitto l’allevamento è sempre stato importante. Tanto è vero che quando fu fatta, nei secoli passati, la suddivisione dei demani, fu tenuto presente anche questo. Fu stabilito che a ogni paese venisse dato un territorio agricolo in base alla popolazione, e poi i territori di pascolo, di montagna, venivano distribuiti in base all’allevamento. Felitto ebbe molti boschi perché aveva molti animali. Castel San Lorenzo, che non aveva allevamento, non ebbe quasi niente.

Molte famiglie felittesi migliorarono la propria posizione proprio grazie all’allevamento: mucche, pecore, capre, maiali, tacchini. Gli animali rendevano sia nei prodotti derivati, per esempio i formaggi, sia per la loro vendita. Anche nella mia famiglia, il mio bisnonno, attraverso l’allevamento, e un poco anche attraverso il recupero di alcune quote in seguito alla eversione della feudalità nella prima metà dell’Ottocento, era diventato un possidente, era proprietario di circa cento ettari di terreno.

Quindi qui la questione della riforma agraria non c’è stata?

La questione della riforma agraria è stata essenzialmente nei grandi latifondi, ad esempio nella piana del Sele. Da noi che cosa è avvenuto? Nel 1806 i francesi, venendo in Italia fecero due leggi essenziali: eliminarono gli ordini religiosi laici e adottarono l’eversione della feudalità. Fino ad allora chi governava -che poteva essere Roberto Sanseverino nel Quattrocento o Ferdinando di Borbone a fine Settecento- dava dei territori come feudi a determinati Signori. Altre terre erano proprietà della Chiesa e degli ordini religiosi. Quindi la terra era in maggioranza di proprietà di poche persone: i baroni e questi enti religiosi. A Felitto sicuramente fu eliminato un ordine, un monastero, in zona Margherite, poi ti dico. E tutti questi terreni che furono confiscati: ex terreni baronali, ex terreni degli ordini religiosi, passarono come demanio comunale.

Il Comune avrebbe dovuto dividerli in quote e darli a quelli che non ne avevano. Però in questo processo subentravano sempre i più forti che cercavano di accaparrarsi tutto a danno dei più deboli. Non solo, ma parecchi cercavano anche di usurpare il terreno demaniale. Il povero cristo andava a lavorare alle dipendenze di un signore che gli dava, se gli dava, qualcosa, oppure cercava di procacciarsi un po’ di terreno col sistema delle usurpazioni. Oppure comprava delle quote. E chi poteva comprare? Chi aveva soldi disponibili, che erano coloro che facevano allevamento. Il semplice agricoltore viveva in un regime di sopravvivenza.

L’allevamento del maiale ad esempio è stato tipico del Cilento essenzialmente già dal tempo dei Romani. I Romani se c’è una cosa che apprezzavano più di tutto era un prodotto cilentano: la “lucanica” la chiamavano, che poi in alta Italia è diventata “luganega”, la salsiccia. In Lucania, che andava da Paestum a Potenza a Sapri, c’erano i suarii, i commercianti di maiali o di carni di maiale, che portavano anche direttamente a Roma.

Qua cominciava il centro storico. Là c’era una torre, qui c’erano delle mura possenti. E qui, tra il muro e questa palazzina, c’era la porta Est di Felitto.

Eccoci, siamo alla base del paese antico. Qui inizia il giro dentro le strade storiche.

Le mura circondavano il paese solo lungo il lato nord ed il lato est. Sul lato sud e su quello ovest non c’erano mura perché come sai c’è il dirupo che funge da protezione naturale del paese. Lungo le mura c’erano tredici torri. Qui c’era la porta di ingresso. Adesso questa è via Pomerio. Questo è stato sempre il pomerio.

Felitto nella sua configurazione urbanistica ha origini greche. Il pomerio nell’antica Roma era uno spazio che circondava il centro abitato, all’interno delle mura, ma poteva essere oltre che all’interno, anche all’esterno delle mura. Era una sorta di via sacra nel senso che non andava attraversata senza autorizzazione. Chi valicava il pomerio senza autorizzazione veniva considerato un nemico. Pomerium è la classica definizione romana e questo, a Felitto, è rimasto il Pomerio da sempre.

Buongiorno. C’è una signora che stende i panni sui fili con le carrucole. Allora questi fili si usano, ‘sto sistema funziona ancora.

Noi adesso siamo in via Pomerio, subito dentro le mura. Fino agli anni ’60-’70 qui c’era il Municipio.

Ci inoltriamo nel paese.

Vedi questi archi? Hanno anche una particolare funzione difensiva, sono bassi, stretti, ci potevano passare pochi uomini alla volta e si potevano sbarrare facilmente. Il Pomerio, era uno dei decumani, poi c’erano i cardini.

Qui, vedi, all’interno di un’altra torre hanno costruito il palazzo. Hanno parzialmente demolito la torre per costruire case. Qui erano i casalini, cioè tante piccole case.

Allora gli ricordo il racconto di Vincenzo e Rosi, della casa piccola in paese e la casa in campagna.

Sì, perché chi aveva l’azienda in campagna, con gli animali ecc., non abbandonava quella casa. Stava in campagna e aveva una piccola abitazione anche in paese. Quando per esempio avevano bisogno del medico, se potevano raggiungere loro il medico, magari venivano in paese. Negli altri casi al medico veniva pagata una indennità particolare, la cosiddetta “cavalcata”, poiché doveva andare in campagna per assistere gli ammalati servendosi del cavallo, non poteva andare a piedi, avrebbe impiegato troppo tempo.

Di qua si vede Castel San Lorenzo, lontano c’è Castelcivita, poi a destra Aquara. Si trovano molte carte geografiche del ‘500, ‘600, dove alcuni paesi non compaiono proprio. Compare Felitto, non compare Castel San Lorenzo, non compare Roccadaspide, non compare Aquara. Compare San Pietro, sotto Aquara. Compare Civita, Sant’Angelo a Fasanella. Gli altri paesi o non c’erano o non avevano molta importanza. Felitto aveva una posizione eccezionale in quanto dominava la vallata. Poi considera che oltre quella collina c’è un paese, Roscigno dov’è stata trovata un’antica città, a Monte Pruno di Roscigno, che risale a 700, 800 anni prima di Cristo. Era una grande città perché è stata trovata una necropoli con tante tombe, e molte erano tombe principesche. Quindi questo territorio della valle del Calore era già abitato. Magari in origine dobbiamo immaginare che le persone abitavano nelle campagne, costruivano una casa, poi sorgevano più case vicine che formavano dei casali. Per cui c’è Pozzano, casale Barbagiano, casale Margherite, San Pietro, Santo Ianni. Poi venne qualcuno dove siamo adesso e sorse il paese. Cominciarono a fare le fortificazioni e divenne il centro più importante. La fortificazione di Felitto è stata costruita secondo il sistema romano, quasi identica a quella della città di Numanzia, però molto probabilmente è stata migliorata o completata durante la guerra gotica, quando i vari Narsete, Belisario, durante il quinto o sesto secolo sono venuti dall’Oriente a conquistare. Le 13 torri erano poste a una distanza di circa 50 metri l’una dall’altra in modo che potessero comunicare a voce.

Stiamo camminando lungo la strada che percorre tutto il paese. È un paese stretto e lungo, segue la conformazione dello sperone di roccia sul quale si trova.

La chiesa di Santa Maria dell’Assunta vista dal versante nord

Questa è roccia, sulla quale è stata costruita questa chiesa, la chiesa Madre, chiesa dell’Assunta. Originariamente risale al 1200 però nel 1500 fu ricostruita in un posto dove era già cominciata la costruzione della casa di Enrichetta Sanseverino. Il palazzo, a fianco alla chiesa, non fu finito. Infatti il campanile è una torre quadrata ed era nata come “torre del palazzo”. Questa è la navata, in senso est-ovest. A sinistra dell’entrata c’è un Cappellone. Fino al 1800 divenne poi proprietà dell’Università di Felitto, ma prima era privata. Parte della chiesa, il cappellone, era privato.

Ora si celebra in genere solo la domenica.

Qui sotto c’è la porta occidentale di Felitto.

Quindi il paese finiva qui.

Sì. Sopra la porta c’era una specie di camera per i soldati. Alcuni anni fa l’abbiamo fatta restaurare.

Le due porte principali erano quella orientale e quella occidentale.

Dove ci siamo fermati prima, davanti alla sede del Comune, c’era la fontana del primo acquedotto che dalla parte alta del territorio di Felitto portava l’acqua alla fontana per attingere. Per lavare in genere si andava al fiume. Vicino al fiume c’è una zona che si chiama “l’acqua caura” perché c’è una sorgente a temperatura più calda e là si andava a lavare, soprattutto d’inverno.

Ehilà, buongiorno.

Buongiorno.

(Ogni tanto in questo giro incontriamo gli abitanti).

Siamo arrivati ad una sorta di balconcino che affaccia lontano, in basso.

Si intravedono una vecchia costruzione e un tetto.

Quelle erano una cabina elettrica e il tetto dell’antica centrale idroelettrica di Felitto. A Remolino veniva deviata parte dell’acqua che lungo il canale andava alla condotta forzata che scendeva alla centrale. Iniziava lì una linea di distribuzione elettrica che alimentava una trentina di paesi, fino a Vallo della Lucania, Casalvelino. Quindi buona parte del Cilento.

Con una centrale così piccola? Si consumava poco all’epoca.

Sì. La centrale fu inaugurata nel 1914. Era della Società Meridionale Elettrica (SME) poi ci fu la nazionalizzazione dell’energia e passò all’Enel che la potenziò con alcuni motori diesel. Poi fu chiusa. Era una delle primissime centrali idroelettriche italiane. La ditta costruttrice di quell’impianto ne aveva costruita una in Lombardia e una in Toscana, la terza fu questa. Era una ditta del nord. La ditta più importante però all’epoca era a Mongiana in Calabria e faceva concorrenza ad una ditta simile inglese. Altre in Italia non ce n’erano. Subito dopo l’unità d’Italia quell’azienda fu smantellata e portata al nord.

Silenzio.

Ho detto tutto.

France’, uno può dire quello che vuole ma il Piemonte con la conquista del Regno di Napoli si arricchì. Il Piemonte nel 1860-61 era pieno di debiti. Le casse del Regno di Napoli erano piene. Nel Regno di Napoli sotto i Borbone si stava bene. Dopo i Borbone si cominciò a stare male. Alla fine del 1800 la gente per disperazione fuggì all’estero.

Che non è l’emigrazione che conosciamo noi, quella degli anni del boom economico dopo la seconda guerra mondiale, verso le industrie del nord Italia o d’Europa.

Esatto. Anche dopo la seconda guerra mondiale molti se ne sono andati all’estero. Perché poi durante il fascismo a gestire i territori, i beni, erano in pochi, i cosiddetti Don. E quindi la maggior parte delle persone era tenuta alla fame, sfruttata.

Un altro feudalesimo.

In altra forma, ma sostanzialmente sì.

Poi c’è stata anche l’emigrazione europea, verso la Germania, la Svizzera. Ma era diversa perché la stragrande maggioranza di quelli erano migranti stagionali. Andavano all’estero, facevano un po’ di soldi, tornavano qua, compravano terre, costruivano case. L’emigrazione nei paesi europei è stata un grande vantaggio. Le rimesse di quei soldi sono state un progresso per il paese. Sono state realizzate parecchie cose nelle campagne, nel paese. È stata una iniezione di ricchezza.

Quindi le emigrazioni negative sono state quella verso altri continenti dopo l’unità e quella di oggi. Perché oggi di giovani qui non ne vedo molti.

Anche quella di oggi.

Nel frattempo siamo arrivati quasi al culmine del centro storico.

Buongiorno, buongiorno. Facciamo una passeggiata per il paese.

France’ questa è l’unica casa esposta a sud del paese. Qua nel vicolo estate e inverno c’è sempre il sole.

Nella foto vedete la signora che stende i panni, moltissimi, senza problemi di fili da far scorrere per sfruttare ogni spazio, al sole.

Felitto è costruito su un lungo sperone di roccia che si estende in direzione nord-ovest/sud-est, sul lato sud ha le gole del fiume Calore, troppo scoscese per costruirci, quindi si affaccia sostanzialmente sul versante nord, e chi abita all’interno, in Italia, lo sa che d’inverno come si guarda il sole conta, soprattutto se devi riscaldare la casa con il camino. Te ne accorgi da quanti viaggi devi fare per mettere la legna, bella in ordine, all’asciutto prima dell’inverno e poi portarla dentro casa ogni volta che devi accendere il fuoco. Anche questo ti tiene in connessione con il mondo però, vedete? Devo sapere come è posizionata la mia casa rispetto al sole, misuro direttamente questa cosa ogni giorno dell’anno.

Qui per esempio abitavano una volta i nonni di mia moglie.

È esposta a sud. Dev’essere calda.

Sì, ma poi le case in muratura di pietra sono fresche d’estate e calde d’inverno.

Rafelina, Rafelina, vieni non ti preoccupare.

Mica mi avete ripreso?

No, No. Solo da lontano.

Di qua, Da questa casa, c’è una porta di soccorso che scende sul versante sud.

Buongiorno.

Facciamo un giro. Arrivederci.

Stiamo percorrendo il centro storico compiendo il giro in senso antiorario.

La chiesa Madre è chiusa. Questo è il palazzo nobiliare più grande, Palazzo Migliacci.

Vieni qua, ti faccio vedere un balconcino.

Una panchina panoramica, bellissima!

Qui sotto c’è il fiume. Capisci che era impossibile accedere da qui per gli invasori.

Sì, il muro qui era inutile.

Vedi al di là del fiume? C’è un corrimano in legno. Quello è il percorso del canale che da Remolino portava alla centrale elettrica.

Da ragazzino abitavo a Remolino. La terra dove ieri abbiamo fatto le riprese apparteneva a mio padre.

Di lì poi, seguendo il canale, si arrivava a Santa Maria di Costantinopoli.

Qui adesso è diventato un balconcino perché quando ero sindaco feci fare la ringhiera, la panchina. Era uno degli angolini più ambiti. Qui da lungo tempo non ci abita nessuno. Era diventato un angolino “romantico”, definiamolo così.

E sorride.

Dove nessuno disturbava. Si era diffusa l’abitudine di mettere una sorta di segnale, un fazzoletto all’ingresso, segnale di “occupazione già avvenuta”.

Nel centro storico come vedi le strade sono abbastanza strette. Col passare del tempo, c’è la necessità di trasportare in maniera più comoda la legna, la mancanza di strade rotabili ha scoraggiato un po’ dall’abitare qui in centro.

Eh, me ne sono accorto anche io. Che per portare la legna dal palazzo Migliacci alla casa dove sto, che è vicinissima, già non è proprio una passeggiata.

Bravo. Nel rifacimento di alcune strade sono stati usati alcuni accorgimenti per facilitare il passaggio, però il problema non si risolve del tutto. E molti hanno preferito costruire fuori dal centro storico.

Per due chilometri dalla piazza del Comune ci sono tutta una serie di belle case. Poi anche in campagna sono state costruite belle case.

Ecco. Il professore ci sta dando qualche altro elemento per capire perché molte case del centro storico sono chiuse. La comodità. La comodità di arrivare in auto fin sotto casa, forse la grandezza anche delle case nuove rispetto a quelle, vicine vicine, del centro storico.

Sai che ogni tanto vengono degli americani, discendenti di persone di Felitto, e io cerco di rintracciare le case dei loro antenati? Si fanno le foto, si commuovono. È una cosa eccezionale guarda France’. Lo stato d’animo di quelle persone discendenti di felittesi, che vengono.

Magari felittese era il bisnonno. Nonostante il tempo passato, loro sono affezionati a Felitto in una maniera incredibile. Poi si è un po’ diffusa la mia mail tra i discendenti felittesi negli USA e ogni tanto mi arriva qualche richiesta di notizie, o comunicazione di chi vuole venire.

Anzi il professore dice “ritornare”.

Un giorno mi arrivò una mail da una signora dal Canada. Mi chiese come fare ad avere il certificato di nascita di Tiddi Bruno Carmelo e di Ventre Pasqualina e il loro certificato di matrimonio. Vidi questo nome: Ventre Pasqualina. Mio nonno si chiamava Ventre, mia mamma si chiamava Ventre. Pure mio nonno era stato in America.

Andai a verificare e questa Ventre Pasqualina non era la sorella di mio nonno? Fu un’emozione un po’ particolare. Scrissi e dissi di questa storia di parentele. Era una signora di 25-26 anni la cui bisnonna era questa Pasqualina Ventre e spiegai una serie di cose, parentele, la grande famiglia di Felitto ecc.

Buongiorno.

Buongiorno Filume’.

E lei disse: “Ma io non pensavo mai di avere una così grande famiglia a Felitto. L’anno scorso sono stata in Italia in viaggio di nozze ma sono stata a Roma, a Venezia, a Parigi… sai, ma se non l’anno prossimo, fra due anni verrò”. Eravamo a gennaio febbraio: a settembre era già qua.

Venne col marito. Come rimase contenta. Poi doveva tornare ma non è ancora tornata perché poi è nato un bambino.

Insomma capita di frequente che cittadini americani, discendenti di felittesi, che il paese non lo hanno mai visto, che magari non parlano neppure italiano, vanno ancora in cerca delle origini italiane. Gli scrivono e poi vengono, fanno il viaggio di ritorno.

Arrivano qui e si commuovono. Non bastano le generazioni a rompere i legami con i luoghi.

Ci dev’essere qualcosa nei paesi, nelle case che abitiamo, che attiene al profondo del nostro essere. I nostri luoghi sono quello che abbiamo abitato nel corso della vita, materialmente, ma anche quello che ha abitato nei nostri pensieri e, soprattutto se ce ne siamo allontanati, sono il ritorno al passato, sono un viaggio nel tempo. Tanto che dopo due o tre generazioni questo viaggio in un tempo di qualcun’altro, di cui hai sentito parlare solo nei racconti, forse nei sogni, è ancora importante, ha un valore che ancora tocca in maniera forte.

Ma andiamo avanti. Siamo a piazza De Augustinis.

Questa era una piazza importante. Tutti questi palazzi intorno sono stati realizzati tra il ‘700 e l’ ‘800. La piazza era questa, la piazza del paese. Questa che ancora chiamiamo piazza. Matteo De Augustinis era un felittese di primaria importanza. Nel 1999 gli dedicammo un convegno a cui parteciparono professori universitari da tutta Italia. Lo facemmo qui e all’università di Salerno.

Buongiorno Professo’.

Buongiorno, come andiamo?

Incontriamo una signora che porta fusilli appena fatti da lei (si chiama zia Caterina, la incontreremo di nuovo oggi pomeriggio).

Questi sono i fusilli.

Sì, sono stato al laboratorio l’altra sera.

Se ci tornate, a volte ci sono anche io.

È una signora simpatica. Sembra molto estroversa.

Procediamo ancora verso il castello.

Di qui c’è un’altra sorta di passaggio al calaturo. Il luogo dove anticamente si calava giù al fiume, o si buttavano le immondizie.

Attento che ci sono dei chiodi.

Scendiamo, apriamo una vecchia porta di legno, in mezzo a macerie varie di muri.

C’erano altri passaggi da alcune case che portavano pure al calaturo.

Ci affacciamo sul burrone che porta al fiume. La vegetazione da qui in poi domina il paesaggio, insieme alle rocce.

Risaliamo.

Siamo vicino al castello.

Anche dal castello c’era un passaggio, oltre il “trabucco”, una botola nascosta dalla quale si precipitava nel dirupo. Ma c’era anche un passaggio al calaturo.

Ma il castello non apre mai?

Qualche volta.

È privato?

Sì, sì. È chiuso, è chiuso.

Nel 1220 Federico II nel riorganizzare il suo regno fece un controllo di tutti i castelli per dichiarare legittimo o non legittimo chi li occupava. Il castello di Felitto capitò tra quelli i cui occupanti non erano legittimati, e quindi per il suo mantenimento si stabilì che dovevano occuparsene i cittadini.

Qui, dove c’è questo vuoto, c’era la Casa della Terra, oggi diciamo Comune di Felitto, allora si diceva Terra di Felitto perché il nome “Comune” è stato adottato a seguito della venuta dei Francesi nel 1805-6. E per indicare la comunità di Felitto si usava il termine “Universitas”. Qui c’era la Casa della Terra, cioè la casa comunale che poi nel 1700 crollò. Questo era il luogo di riunione. Non solo, ma qua c’era il seggio, vi si facevano le riunioni all’aperto, con il tavolo centrale, le sedie in pietra.

Dopo il crollo il Comune cercò ospitalità in vari palazzi fino a che si stabilì all’inizio del pomerio, come ti ho raccontato all’inizio di questo nostro giro, e poi di là nella casa comunale che c’è adesso.

Non so se hai sentito parlare della pietra piatta, ‘a preta chiatta.

C’era una pietra piatta, larga, nella piazza qui e ancora oggi ne rimane il ricordo in un detto locale. Quando una persona non pagava i debiti veniva esposta in piazza: veniva fatta sedere sulla pietra piatta a culo nudo.

Tanto è vero che a Felitto ancora gli anziani usano l’espressione: nun voglio i’ re culo ‘a la chiazza. Non voglio espormi a debiti.

E funzionava.

Fino più o meno a fine ‘700.

Poi un altro riferimento storico.

Nel 1799, più o meno in questa zona, era stato issato l’albero della libertà dei rivoluzionari. Quando ritornarono i Borbone con i Sanfedisti e fu abbattuta la Repubblica napoletana, fu messa al suo posto una croce in cima a una colonna in pietra. L’attuale monumento è quello che si costruì dopo che un’alluvione fece crollare il vecchio, è del 1814.

Procediamo un poco e poi il professore mi indica diverse zone, in lontananza.

Lì è Santo Ianni, lì località San Giorgio,, il casale di Barbagiano, S. Pietro, S. Maria dei Margariti. In ogni zona c’era una chiesa o un convento.

Santa Maria dei Margariti però non è una madonna venerata da queste parti ma è molto venerata in Sicilia. Questo perché tra l’ 800 e il 900, in seguito all’invasione degli Arabi, essenzialmente nelle Calabrie e in Sicilia, molti abitanti da quei territori fuggirono via mare e approdarono nel golfo di Salerno e si inoltrarono nella valle del Sele, nella pianura di Battipaglia. Poi furono i felittesi che andarono negli Stati Uniti, a Old Forge, che portarono la Madonna di Costantinopoli. L’altro santo di Felitto è San Vito.

In località Pazzano, più o meno dove c’è il santuario di Costantinopoli, c’era un casale, un gruppo di case, e tra queste c’era la casa della famiglia Allegri, un esponente della quale era anche segretario del re Alfonso, che, scosso dai fatti di Otranto del 1841, dei quali era stato testimone, al ritorno volle in casa sua un’immagine della Madonna di Costantinopoli. Questa Madonna è arrivata presso di noi quando i monaci basiliani, nell’ottavo secolo, fuggendo dalle lotte per l’iconoclastia, sono venuti in Italia. In seguito ad un’alluvione che sommerse tutta quella zona le case furono distrutte. Si racconta che nel 1790, contemporaneamente, un uomo paralitico di Villa Littorio e un signore di Sessano, sognarono questa Madonna in questa zona e vennero a Felitto e trovarono in quella zona un cane. Pare che questo cane li abbia guidati e tra i cespugli e i resti di quell’antica casa trovarono il quadro della Madonna di Costantinopoli. Fatto è che nel 1790, questo è un fatto storico, fu trovato questo quadro e in seguito al ritrovamento fu iniziata la costruzione di una chiesa. Nel 1990 abbiamo festeggiato il bicentenario.

Hai visto quella costruzione in cemento armato e mattoni abbandonata, vicino alla strada? Lì furono spesi circa 120 milioni di lire con l’intento di costruire la Casa del pellegrino. Poi ci sono stati una serie di inconvenienti anche con la chiesa. Allora abbiamo fondato un’associazione Casa del Pellegrino. Abbiamo fatto fare un progetto di completamento e a breve inizieranno i lavori. Abbiamo messo le cose in modo che se l’Associazione dovesse fallire o finire, quel bene passa come bene inalienabile al Comune di Felitto. L’obiettivo della casa del Pellegrino è ospitare i pellegrini che vengono a visitare il santuario ma anche essere luogo di convegni, di incontri culturali, ambientali. Abbiamo spesso presenze di scout qui per esempio.

Voi in quali anni siete stato sindaco?

Dal ’95 al 2004, due mandati consecutivi.

Io, pensa, provengo da una famiglia di contadini. Da bambino avevo la casa qui dietro e poi avevamo la casa in campagna, in zona Barbagiano. Poi andammo ad abitare al Cerzito. Quindi frequentai una scuola rurale, in località Bosco grande, dove c’erano dalla prima alla quarta elementare. Devi sapere che alla fine della prima elementare decisi di non andare più a scuola. C’erano due maestri. In quarta elementare c’era mio fratello, Santino. Ogni giorno lo facevano piangere. Poi andavo io vicino: Santi’ ia’ nun chiange, ia’ nun chiange. Dopo pochi secondi cominciavo a piangere anche io. E quello per i due maestri era uno spettacolo, un divertimento. Poi le pietruzze sotto le ginocchia. C’era un compagno, Giovanni Casello a cui dicevano: non studi, si’ ‘nu ciuccio, te mettimu ‘a sella. Dissi a mio padre: non voglio più andare a scuola. Mio padre a dire la verità è stato sempre un tipo molto lungimirante. Stesse in paradiso perché ci teneva che i figli studiassero e non dovessero fare quella vita di sacrifici. Riuscì a convincermi perché era andato a parlare con il responsabile della scuola ed aveva saputo che quei due maestri non c’erano più. Così feci fino alla quarta elementare. Poi andai alla scuola rurale di Acquanoceto per fare la quinta. Fatta la quinta, era un titolo per quei tempi France’, potevi andare già a fare il Carabiniere. Per andare alle medie bisognava fare gli esami di ammissione ma io non li feci, quindi era escluso che andassi. Intanto mio padre cosa fece? Appena mio fratello fece la quinta elementare lo mandò in seminario a Vallo della Lucania. Era l’unica possibilità allora per studiare: la scuola media allora era a Roccadaspide per cui bisognava partire da Felitto con il pullman delle 6 e rientrare alle 5. E poi in seminario si paga poco. (Sembra di riascoltare le pagine di Rocco Scotellaro: “25 lire al mese, risparmio, diceva mio padre. E poi, dopo qualche anno, te n’esci. Arrivi al quinto ginnasio almeno, resisti fino a tanto.” L’Uva puttanella, Laterza, pag. 19).

Dopo la quinta elementare cosa avvenne? Sai il periodo autunnale per il paese è il periodo dei grandi lavori in campagna: la semina, la raccolta delle olive, delle castagne. Dopo Natale mio padre che fece?

Vicino a noi abitava una ragazza, una maestra di campagna. Mi mandò da lei a farmi preparare per gli esami di ammissione. Mi accompagnò da lei e le disse: vedi un po’ se il ragazzo promette. La maestra disse: il ragazzo promette. Mi preparò. Un poco frequentavo, un poco aiutavo in campagna. E poi a giugno successivo mi portò a Campagna con lei a fare l’esame di ammissione. La prima volta che salivo su un autobus. Superai gli esami. Ora dovevo andare alla scuola media. Come si fa? Dovevo aiutare in campagna, non potevo. Dopo Natale mio padre mi mandò da mia cugina che era maestra e lei mi preparava in tutte le materie e a giugno andai a fare gli esami di prima media da privatista a Roccadaspide. Ce la feci e così il secondo anno e il terzo. Era un sacrificio enorme. Mi alzavo la mattina presto per fare i compiti. In campagna non c’era elettricità, c’era la luce a petrolio o a olio. Mamma mi accendeva quella a olio perché non solo faceva più luce ma non puzzava. Fatta la terza media mo puoi fare pure qualcosa di più di un Carabiniere. Durante l’estate venne mio zio, Carabiniere, che stava a Salerno. Disse Pe’ (mio padre si chiamava Giuseppe) fallo venire da me. Se non ce la fa si ritira.

Eh Dona’ ci vogliono i soldi.

Nun te preoccupa’ Pe’ si ma vuo’ ra’ na cosa m’a rai si no addo mangio io mangia iss’. Andai a Salerno.

Per fare il Liceo?

No, io volli fare l’Istituto Magistrale. Sai perché? In seconda elementare io decisi, sai quei desideri strampalati, campati in aria: “se un giorno posso, voglio fare il maestro. Perché nunn’ ‘o voglio fa com’a chiri”. Ma dalla seconda elementare cambiai da così a così France’, qualcosa di straordinario per me. Il maestro in seconda elementare era tutta n’ata cosa. “‘O voglio fa’ comm’ a chistu e no comm’ a chiru”. Andai a fare il Magistrale. C’era tanto da recuperare. Mia cugina, bravissima, mi aveva fatto studiare, però c’era tanto da recuperare.

Per i primi due anni stetti a casa di mio zio Donato. Poi un po’ la sua famiglia crescè, un po’ la suocera… non c’era più spazio. Andai in collegio al D’Azeglio di Salerno. Poi quando tornavo a casa aiutavo sempre, in tutto, facevo il contadino a tempo pieno in tutto quello che c’era da fare, anche pascolare le capre. Fatto è che riuscii a diplomarmi. All’ultimo anno, quando andai a vedere i quadri, guarda. Quello sopra di me era stato rimandato in tre materie, quello sotto di me era stato respinto. Io piangevo quando vidi quei quadri: promosso. Piangevo. Ce l’avevo fatta. Contentissimo.

E mo io c’avia fa? Era il 1963. Pensai: mo mi iscrivo all’università. A Salerno, a Magistero. Sarei voluto andare a Matematica, la mia passione, ma lì era necessaria la frequenza. Venni ammesso e mi cercai un lavoro per mantenermi. Prima l’istitutore in collegio, Salerno era pieno di collegi. Venivano studenti dalla Basilicata, dalla Calabria. Dopo qualche mese mi assunsero in un orfanotrofio vicino Salerno come assistente. Mi davano vitto, alloggio e 15000 lire al mese. Mi laureai e poi concorsi non se ne facevano più. Ne feci uno ma mi andò male. Me ne andai a Bergamo a insegnare. Sono stato lì alcuni anni.

Poi un anno chiesi di fare gli esami di maturità a Salerno come commissario e mi mandarono all’istituto magistrale dove trovai come commissario interno quella maestra che mi aveva preparato alle scuole elementari. Guarda, fu una emozione… A quelli che erano presenti e che non si spiegavano quell’abbraccio così caloroso dissi: questa persona mi ha introdotto nel mondo della civiltà.

Io ero n’animaluccieddu prima France’.

E fa una pausa nel suo racconto.

È stata una vita di sacrifici, di impegni.

Vedi uno la civiltà contadina non la deve vedere come il mondo dei cafoni ma ti assicuro che nella civiltà contadina ci sono tante persone di una dignità, di una serietà che è qualcosa di eccezionale. Gente che s’ facess’ accirer’ per mantenere la parola data. Capi’?

Vi avevamo detto che stamattina ci portavano a fare un giro storico nel paese. I paesi non li fanno soltanto le pietre, quelle sono il lato esterno, il corpo, poi c’è l’anima, quella la fanno gli abitanti. Forse è per questo che il prof. Di Stasi ha iniziato a parlarci di strade e mura di cinta, poi piano piano, senza neppure che ce ne accorgessimo, ha iniziato a raccontare la storia di uno dei suoi abitanti.

(Fine ottava parte, mattina, continua)

Testo e foto ©Francesco Paolo Busco