INCONTRI – In questi giorni di guerra in Europa andiamo alla Sanità, a trovare padre Zanotelli, in cerca di parole di pace

Napoli, 3 maggio 2022.

L’abitazione di padre Alex Zanotelli dovrebbe essere proprio attaccata al campanile di Santa Maria della Sanità, la chiesa principale del quartiere, ‘O Monacone, come la chiamano quelli della zona.

Giro l’angolo della torre alta con in vetta una croce, e a due balconcini minuscoli, uno sopra l’altro, vedo affissa le bandiere della pace, consumate dal sole. È qui che dev’essere.

Benvenuti sta scritto sulla porta verde, aperta. Entro.

Mille fascicoli di Nigrizia ammonticchiati; la bandiera arcobaleno Nonviolenza con le mani che spezzano il fucile; una citazione sul muro: Mi è stato dato di non poter restare a guardare lo scorrere del fiume, seduto comodamente… Sirio Politi; la foto sua in cerchio con gli altri: Io sto con Riace.

Sento voci dal piano di sopra, poi dalla scala a chiocciola vedo scendere un signore.

Padre Zanotelli scende subito, mi dice. Fa parte di un gruppetto di Emergency di Forlì. Erano in città e sono passati a trovare padre Alex. Foto di gruppo nella piazza e vanno in giro a scoprire Napoli.

Buongiorno padre.

Buongiorno, andiamo, andiamo.

Rientriamo in casa. Sale di nuovo la stretta scala a spirale, poi si ricorda che è meglio spegnere la luce nell’ingresso perché si paga salata.

La porta invece lasciala aperta.

C’è una stanzetta minuscola, con il balconcino e la bandiera che avevo notato da fuori.

Stamattina ha un tono di voce calmo, mite; lo ricordavo molto energico, quasi concitato, nelle parole che durante le manifestazioni in città gli avevo sentito dire forti, chiare, ogni volta in favore di qualche diritto degli ultimi negato.

Anche qui mille foto appese ai muri. C’è anche Gino Strada che applaude.

Interessante questa casa, padre.

Abbiamo dovuto rimetterla a posto. Era abbandonata da ottant’anni perché ritenuto un luogo dove c’era “’o munaciello”.

Un trentino che parla napoletano suona più ironico.

Poi gli dico il motivo di questa visita: siamo venuti qui, in questi giorni di guerra alle porte di casa, in cerca di parole di pace.

Guarda, anche io venivo in qualche modo da tutta una tradizione guerrafondaia, sono anch’io uno che si è convertito alla nonviolenza, lentamente.

Quando ero uno studente negli USA ascoltai l’ultimo discorso di Dwight Eisenhower alla nazione americana, prima che cedesse il potere a Kennedy. Disse: “Popolo americano, ritengo che la vostra democrazia sia abbastanza solida, non vedo pericoli da fuori, ci potrebbe essere un pericolo che viene da dentro e vi potrebbe venire dal complesso militare industriale di questo Paese.”

Bada: penso che pochi generali siano stati altrettanto profetici.

Lo ha proprio detto con estrema chiarezza.

E ci hanno condotto prima con loro in quella guerra assurda dell’Afghanistan, e adesso in questa in Ucraina, addirittura in casa, in Europa. Chiaramente il problema per loro, a livello globale, sarà anche la competizione con la Cina, ma hanno voluto dare un bel colpo anche alla Russia cercando di indebolirla. E poi portandoci a staccarci dalla Russia accadrà che dipenderemo sempre dagli USA, avremo quasi certamente di nuovo la cortina di ferro e ritorneremo ai blocchi contrapposti e ad armarci. Basta vedere già in questi giorni la Germania che, pur avendo una Costituzione pacifista, decide di investire cento miliardi all’anno in armamenti. È questo quello che fa paura.

Io sono della stessa opinione di Papa Francesco, che ha avuto il coraggio di rompere finalmente quella tradizione della “guerra giusta”, e che dice: oggi con le armi che abbiamo: chimiche, batteriologiche, nucleari, abbiamo dato una tale potenza alla guerra che non ci può essere più una guerra giusta, perché rischiamo di arrivare davvero all’inverno nucleare; stiamo giocando con la vita umana su questo pianeta.

Ecco perché dobbiamo metter al bando la guerra, altrimenti sarà la guerra che metterà al bando noi.

Il tono è mite ma le cose che dice sono chiarissime.

La domanda ora è: come possiamo farlo?

Allora, il primo suggerimento che io ho dato, ancor prima che scoppiasse questa guerra in Ucraina, conoscendo la profonda religiosità sia russa che ucraina, e considerato che il cristianesimo anche russo viene dall’Ucraina -la città santa per tutti e due i popoli è Kiev, con la basilica di Santa Sofia- è stato di fare un passo come Chiesa. Avevo invitato i presidenti delle conferenze episcopali di tutte le nazioni europee, saranno circa venticinque vescovi, di andare in pellegrinaggio, anche sotto le bombe, sfidarle, entrare a Kiev, chiedere ospitalità nella chiesa di Santa Sofia e non uscire di là finché i contendenti non si fossero messi ad un tavolo. E per contendenti non intendo solo Zelensky e Putin, ma anche Biden.

Purtroppo la mia richiesta ai vescovi non ha avuto successo.

Abbiamo un Papa coraggioso, che parla chiaro, ma questa attitudine non sta passando alla base, questa è la cosa grave.

Io ho pensato ai vescovi, alle conferenze episcopali, perché sarebbero state un segno forte, altrimenti rischi che l’azione non abbia molto peso.

Altrimenti bisognerebbe che fosse l’ONU a muoversi, ma si è visto in questi giorni che l’Organizzazione delle nazioni unite è tenuta sempre meno in considerazione.

Ci vorrebbe una comunità internazionale per convincere sia gli USA che Putin a sedersi ad un tavolo e trattare.

L’Europa potrebbe giocare un suo ruolo ma è prigioniera della NATO, non ha una sua politica.

Giuseppe Dossetti, uno dei padri costituenti della nostra Repubblica, nel 1949, aveva opposto resistenza all’ingresso dell’Italia nella NATO dicendo: ricordiamoci che se entriamo nella NATO l’Italia non sarà più un Paese sovrano, la nostra politica estera la farà qualcun altro. Ed è questo quello che è avvenuto. Ma riconoscere questo, per noi non è facile.

La cosa strana è che, nonostante la grande importanza che attribuiamo oggi all’economia, l’Europa non veda che in questa maniera, con questo conflitto che ci sta separando dalla Russia e ci sta rendendo sempre più dipendenti dagli USA per il petrolio e il gas, la pagheremo cara a livello economico e finanziario. È la cecità su questo punto dei leader europei che non riesco a comprendere.

Anche a livello ecologico, comprare il petrolio dagli USA è proprio roba da pazzi.

E pensare che ai tempi di Gorbaciov, quando ci fu la riunificazione delle due Germanie, il leader sovietico diede il suo consenso a che la Germania Est entrasse nella NATO, ma a condizione che la stessa NATO poi non entrasse nelle altre nazioni dell’ex Patto di Varsavia. E noi invece abbiamo invaso tutto. La Russia così si è sentita accerchiata.

Si tratta di “quell’abbaiare della NATO alle porte della Russia”, di cui il Papa ha parlato proprio in questi giorni.

Oggi si sente ripetere: L’Ucraina sta combattendo anche per noi, per salvare i valori europei. Ma non è il solito gioco ad intimorire i popoli per farli acconsentire a reazioni anche forti? Per far scattare i meccanismi di autodifesa per i quali mi sento in diritto di reagire anche con la forza a situazioni che, rimanendo più lucidi, si potrebbe risolvere in maniera diplomatica?

Sì, hai ragione su questo punto della paura. Penso che sia proprio uno dei problemi fondamentali umani su cui bisogna lavorare. Perché porta al problema dell’incontro con l’altro. Questo si vede anche ad esempio nei confronti del musulmano, del nero.

Noi, vari gruppi che lavorano contro la guerra, contro le armi, siamo stati al Consolato russo e a quello americano qui a Napoli e gli abbiamo consegnato una petizione in cui chiedevamo di cessare il conflitto.

E intanto questa guerra ci fa perdere tempo rispetto al problema vero che è la crisi climatica?

Sì, e io vorrei anche sapere dagli scienziati quanto questa guerra ha fatto aumentare i gas serra e quindi che effetti avrà sul surriscaldamento del pianeta. All’interno degli USA, che è una delle nazioni che consumano più petrolio, è il Pentagono quello che ha il primato di consumo. Per cui anche in questo senso guerra e crisi ecologica sono collegate. Stiamo ballando su un doppio baratro, da un lato quello di una possibile guerra atomica, dall’altro quello della crisi ecologica: uno ci porterebbe all’inverno nucleare, l’altro all’estate incandescente del riscaldamento globale.

In sostanza la guerra non ce la possiamo più permettere?

Esatto. Come diceva Gino Strada: “Come siamo stati capaci di rendere l’incesto un tabù (oggi un tabù per tutte le nazioni) dobbiamo rendere la guerra un tabù”.

Martin Luther King lo aveva detto ancora meglio: “Siamo arrivati ad un punto della storia umana in cui o è la non-violenza attiva o la non esistenza”.

La cosa grave è la mancanza della Chiesa. Al di là di Papa Francesco, i vescovi dovrebbero essere chiari.

Per esempio quando nella “Evangeli gaudium” il Papa ha detto: ”Questa economia uccide”, ha spaccato la conferenza episcopale americana perché per i vescovi statunitensi mettere in discussione la loro economia è impensabile.

Capisco che non sia facile per nessuno, ma come Chiesa io lo pretendo perché Gesù è stato talmente chiaro su questo tipo di argomenti…

E mi torna in mente la scritta che avevo visto al piano di sotto, sopra il crocifisso: “Non conosco altro che Gesù Cristo e questo crocifisso”, Paolo di Tarso.

Poi penso che dobbiamo essere molto più efficaci, non solo a farci sentire ma con azioni concrete: faccio parte del movimento di pressione alle “banche armate” (che include le tre riviste: Missione oggi, Nigrizia, Mosaico di pace, ndr) che si occupa di frenare il supporto delle banche alla produzione e vendita di armi da parte di aziende italiane ad altri Paesi. Se si ritirassero i soldi dalle banche che investono in armi e in petrolio avremmo, io credo, un grande effetto. Il Parlamento, per la legge 185/90, ogni anno ci fornisce la lista delle banche italiane che investono in armi, quindi abbiamo l’ufficialità dei dati. Se iniziassimo un boicottaggio delle banche: dai privati cittadini alle chiese, alle istituzioni pubbliche: Comuni, Regioni; sai cosa vorrebbe dire spostare tutti questi soldi?

La possiamo fare questa cosa.

Il problema è che la gente non è cosciente di questo, ed in questo giocano un ruolo fondamentale i mezzi di comunicazione. Oggi le informazioni passano sempre più per internet e infatti, se vedi, gli uomini più ricchi del Pianeta si occupano tutti di web.

Di questi giorni la notizia di Elon Musk che compra Twitter e sbandiera l’acquisto come una mossa a favore della garanzia di indipendenza del social, a tutela della libertà di pensiero, mentre invece comporta esattamente l’opposto: la concentrazione del potere decisionale, riguardo ad un ormai importante mezzo di comunicazione, nelle mani di un singolo?

Esatto. E la gente zitta, silenzio, seduta davanti al televisore a bersi tutta ‘sta roba.

Ma oggi io vedo che abbiamo delle potenzialità enormi di mobilitare le persone. Mai come oggi. Il problema è renderle coscienti, come dico nel libro lì per esempio.

Sul tavolo davanti a noi c’è la copia dell’ultimo libro di Padre Alex, uscito pochi giorni fa per Feltrinelli, si intitola: “Lettera alla tribù bianca”.

Lì dico: il problema del suprematismo bianco e del razzismo è che noi bianchi non abbiamo mai preso coscienza di che razza di storia abbiamo alle spalle; anche noi italiani ci pensiamo ancora “brava gente” in Africa ma basta leggere i libri dei nostri migliori storici per capire che disastri abbiamo combinato anche noi nelle nostre ex colonie.

Poi si sente qualcuno che chiama da giù, poi sale. È un giovane uomo, sembra agitato. Padre Alex si alza in piedi, lo accoglie.

Cosa succede? Lo so, lo so che ti senti agitato.

Nel frattempo gli tiene le mani, guardandolo negli occhi.

Il giovane si calma.

Stiamo facendo un’intervista, tra pochi minuti abbiamo finito e vengo da te. Vai tranquillo, mi raccomando, su di morale e non scoraggiarti, dai, caccia via tutti questi pensieri che hai che non servono a nulla, va bene?

Grazie.

E il suo respiro adesso sembra più disteso.

Dai, dai, il Signore ti vuole bene.

Grazie.

Tra poco finiamo e scendo.

Ci saluta e scende lungo la piccola scala.

Poi padre Alex mi spiega che è una persona che abita nel quartiere ed ha bisogno di qualche supporto psicologico.

Dove eravamo rimasti?

Al riconoscimento della storia.

Ah, sì. Ecco anche perché in questo momento negli USA il suprematismo bianco è fortissimo e questo deriva dal rifiuto di riconoscere la propria storia. Invece devi sapere cosa è successo nel passato del tuo Paese, devi chiedere perdono e devi riparare in qualche modo, altrimenti non costruisci nulla di buono per il futuro.

Il Canada, per esempio, ha iniziato di recente a risarcire economicamente le popolazioni indigene i cui bambini, tra il 1863 ed il 1998, vennero portati via dalle famiglie e messi in scuole residenziali in cui venivano costretti ad accettare la religione e la cultura occidentali, subendo abusi di ogni genere.

Ma i paesi impoveriti potremmo risarcirli in due maniere, lo dico nel libro: un primo modo sarebbe con l’accoglienza dei migranti, l’altro con i cento miliardi di dollari l’anno che la conferenza delle Nazioni unite sul clima del 2009 ha stabilito che i Paesi sviluppati debbano dare, e non lo stiamo facendo, ai popoli del sud del mondo per fronteggiare i disastri climatici che noi abbiamo creato e che loro stanno iniziando a pagare per primi.

Ma è il riconoscere quello che è avvenuto, il primo passo e il problema centrale.

In Canada è venuto fuori il passato di abusi sulle popolazioni indigene. Il Papa adesso ha chiesto perdono, ma poi ci vogliono le riparazioni. Quello che è successo in Sud Africa, con Desmond Tutu, con la Commissione per la verità e la riconciliazione, è esemplare in questo senso.

È stato geniale: se tu riconosci davanti alla vittima o, se la vittima non c’è più, ai suoi congiunti, quello che hai commesso e poi fai un gesto di riparazione, le cose si appianano moltissimo. È fondamentale per costruire il futuro. Altrimenti non facciamo altro che andare avanti a guerre.

In Sudafrica, dopo la presa del potere da parte di Nelson Mandela e la fine dello strapotere dei bianchi, credevo che sarebbe arrivata una guerra civile spaventosa, e invece sono riusciti a mantenere un equilibrio.

Non c’è ancora giustizia in Sudafrica perché buona parte delle terre sono ancora in mano ai bianchi, quindi c’è tutto un passaggio che dev’essere ancora fatto, ma con questo metodo di domandare perdono, di riparare, sono riusciti ad andare avanti. Credo che Desmond Tutu ci abbia mostrato una strada molto importante.

Pochi giorni fa sono passato dalla redazione di Nigrizia (rivista di cui Zanotelli è stato direttore, ndr) e gli ho chiesto di proporre un dossier sulle quattro ex colonie italiane in Africa: Eritrea, Etiopia, Libia e Somalia, in cui oggi c’è una situazione terribile di conflitti. Quello è il passato di cui noi italiani dovremmo diventare consapevoli per poter anche noi andare avanti davvero.

Lei parlava del petrolio, delle banche che investono in petrolio, e dell’influenza che ha avuto nella politica internazionale e nella generazione di conflitti. Allora la Decrescita felice, che propone una diminuzione dei consumi e una rielaborazione dei valori nel nostro modo di vivere, potrebbe essere una strada da seguire e che ci porterebbe anche a risolvere buona parte dei conflitti?

Noi occidentali dobbiamo assolutamente capire che dobbiamo “alleggerirci”, “asciugarci”, nel senso di accontentarci di poco e trovare la gioia nelle relazioni umane, che ci son saltate tutte. Ecco, la nostra infelicità nasce tutta da lì. La cosa più bella che abbiamo è la comunità, il sentirci accolti.

E invece la famiglia sta saltando: in un sistema come questo in cui non basta un salario ma entrambi i genitori devono dedicare molte ore al lavoro per mantenere lo stile di vita, non si ha più tempo da dedicarsi l’un l’altro nell’ambito della famiglia. È chiaro che così la famiglia salta.

Cosa potremmo fare qui, nella nostra città, per fermare questa guerra?

Prima ancora che scoppiasse questo conflitto ho chiesto al vescovo di Napoli di fare un momento di preghiera: il Duomo era pieno, soprattutto di ucraini. Si potrebbe chiedere al vescovo di farlo di nuovo.

Lei ha partecipato alla marcia per la pace Perugia-Assisi di pochi giorni fa, organizzata in edizione speciale per questo conflitto?

Sì, ero in mezzo a loro. C’è stata una buona partecipazione: c’erano almeno ventimila persone. È stato importante secondo me averla fatta, è stato un “grido” anche quello. Son tutte reazioni che devono avvenire, per dire: basta, non si può continuare così. Però non è che si incida così tanto. Si inciderebbe davvero se iniziassimo a praticare i grandi boicottaggi delle banche che investono in petrolio e in armi. Perché è dove sono i soldi che c’è il potere.

Lei in gioventù è stato negli USA, ho letto che era andato con grande entusiasmo, poi quando è andato in Africa ha piano piano capito che la storia era un po’ diversa, che il sistema statunitense, occidentale, non era così positivo come appariva. Nel suo libro scrive:

La cultura che avevo assorbito nei miei anni di studi negli USA era anti-araba, anti-islamica e mi impediva di incontrare l’“altro”: l’arabo il musulmano…. Quegli anni in Sudan, un Paese impoverito, mi aiutarono a ripensare criticamente agli Usa e a capire che la ricchezza di pochi è pagata dalla miseria di troppi.”

Poi è andato in Kenya, a Korogocho, una delle baraccopoli di Nairobi.

Il secondo colpo a Korogocho è stato devastante per me. Mi ha fatto ripensare radicalmente tutto, tutto. I poveri, guarda, te le spiattellano in faccia le cose.

Ancora in “Lettera alla tribù bianca” padre Zanotelli scrive delle ragazzine di Korogocho che vanno a Nairobi a prostituirsi per vivere:

“Quando uscivo presto al mattino per comprarmi un po’ di pane, le incontravo di ritorno dalla città. Spesso le invitavo in baracca per prendere un tè. Era l’occasione per parlare insieme, facendo loro notare il rischio di contrarre l’Aids. “Non occorre che ce lo ripeta”, mi rispondevano un po’ seccate. “Lo sappiamo: moriremo tutte di Aids”. In particolare, ricordo bene quando una ragazza mi disse: “Alex, prendi un foglio e scrivi il mio nome: Njeri Njoki, morta per Aids. Poi su un altro foglio scrivi: Njeri Njoki, morta per fame. Arrotola quei due pezzetti di carta e poi prendine uno e leggilo”. Prima che riuscissi a farlo, però, lei mi fermò: “Sai quale dei due è il foglio dove hai scritto: “Morta per Aids”? Dammelo, mi disse. Almeno avrò qualche anno di vita in più… “. Avrei voluto sprofondare…”

Sì, vivevo insieme agli ultimi, nelle baracche di questa enorme periferia, dove abitano circa 150000 persone, vicino Nairobi.

E anche lì ad ogni modo ci sono alcune delle dinamiche che vediamo qui da noi. Ricordo che avevo fatto il gruppo dei ladri. Era un gruppo di persone che andava in giro a derubare la gente. Li abbiamo messi insieme per fare una cooperativa. Li abbiam tirati un po’ su, insegnandogli a fare dei piccoli manufatti artigianali, che poi vendevano. Ma mi ricordo che la prima volta che stavo tentando questo, il gruppo delle donne, cioè delle ragazze che per vivere si prostituiscono, mi aveva visto che parlavo con loro e quando poi i ladri sono andati via son venute subito da me e mi hanno detto: Alex, ma sai chi è quella gente? Ma come fai a parlare con questi, ma son dei criminali, noi li conosciamo.

Dico: Sì, abbiate pazienza, sto tentando a vedere se riusciamo a metterli un po’ su, e fargli fare qualcosa di onesto.

E poi, sai, lì succedon cose terribili. La gente è talmente arrabbiata che quando prendono in flagrante qualcuno che ruba si verificano cose terribili, arrivano addirittura ad ucciderli, dandogli fuoco. E io ogni volta che succedeva uno di questi eventi terribili andavo proprio in quel luogo dove era accaduto a dire la messa. La gente che passava non sai quanti insulti ci indirizzava. Ma per rompere certi schemi mentali bisogna sfidarli così.

Lei era l’unico bianco lì in mezzo?

Sì, e adesso nessun padre comboniano abita a Korogocho. Qualcuno mi ha detto: ma forse a Korogocho non c’è più bisogno dei missionari comboniani. Dico: no, non è Korogocho che ha bisogno dei missionari comboniani, sono i missionari comboniani che hanno bisogno di Korogocho. Devi entrare dentro, a contatto con la gente, e sentire sulla tua pelle le vite delle persone, altrimenti facciamo solo pie esortazioni.

Allora adesso che vive alla Sanità per lei è molto più semplice?

In qualche modo sì, però guarda che qui è molto più difficile organizzare le persone. Ti do solo due esempi: avevamo l’ospedale San Gennaro e lo abbiamo perso, lo hanno chiuso, perché quando invitavamo la gente a scendere in piazza venivano solo 200 o 300 persone. Il quartiere fa circa 50000 abitanti, se li avessimo avuti in buona parte con noi la cosa sarebbe andata diversamente.

E poi la scuola. L’unico istituto che avevamo era il Caracciolo, un alberghiero. Fino a sei anni fa lavorava benissimo, aveva circa 600 studenti. Poi è sceso a 480 ed è stato accorpato all’Isabella d’Este che si trova verso piazza Mercato, quindi non vicinissimo. E cosa è successo?: 73% di bocciati e 50% di evasione scolastica. Oggi siamo ridotti a 60 studenti: da 600 a 60. Anche in questo caso se la partecipazione delle persone del quartiere alle proteste fosse stata più ampia probabilmente avremmo salvato la scuola.

Questa difficoltà di organizzare le proteste credo che derivi da un atteggiamento, un po’ diffuso non solo a Napoli ma, credo per motivi storici, in tutto il sud Italia, di cercare una soluzione personale ai problemi. E invece Don Milani diceva: “Uscire dai problemi da soli è avarizia, uscirne insieme è politica”.

Di nuovo, dal piano inferiore, si sente chiamare la persona che era venuta prima. Ha aspettato pazientemente la fine della nostra chiacchierata.

Saluto padre Alex che va a incontrarlo.

Intervista a padre Alex Zanotelli a cura di Francesco Paolo Busco

Il presepe Favoloso dei fratelli Scuotto, alla Sanità, dal profondo

Martedì 28 dicembre, voglia di camminare in libertà.

Solo un’idea come punto fermo dell’itinerario: il presepe “reinventato” dai fratelli Scuotto con nuovi personaggi, perché come loro sostengono da anni, il presepe napoletano è il racconto della nascita di Cristo ma messa a contatto con la realtà del popolo, nel tempo e nei luoghi.

Allora dall’Arenella alla Sanità, a piedi.

Oggi c’è un sacco di gente per strada, la bella giornata, da smaltire i pranzi, le cene e le “reclusioni” di Natale.

Attraverso Antignano, il borgo antico, poi vado al Parco Viviani.

Napoli nunn’è na carta sporca, evidentemente a qualcuno adesso importa. Una nave da crociera in manovra c’entra giusto giusto tra il Jolly Hotel e la terraferma.

Scendendo, una signora anziana in salita col bastone, mi chiede per essere sicura che l’uscita superiore sia aperta, e speriamo che nel frattempo non chiude! ché lo sforzo per lei di arrivarci non è così banale. Io le chiedo per fare pari se l’ingresso in basso, lungo la scalinata di Cupa Vecchia, è aperto pure.

Esco di là, Cupa Vecchia è in buona forma, l’erba non è ad altezza naturale, scendo.

Corso Vittorio Emanuele, poi le Rampe Montemiletto.

Un signore sta a fare qualche lavoro sul terrazzo senza maglietta, si gode il sole. La tavola calda srilankese a piazza Montesanto è chiusa, ma tanto fino all’anno nuovo non si può mangiare per strada all’aperto.

Piazza Dante. Un giretto per librerie. Mentre sto in quella di Tullio Pironti, una ragazza: Avete qualcosa di Fabrizia Ramondino?

Stranamente la risposta è: Purtroppo al momento più niente. Ce l’avevamo fino a pochi giorni fa. Buon segno, avranno venduto Althenopis da mettere sotto l’albero di qualche cliente attento. Comunque se aspettate il 20 gennaio esce dopo anni che non si trovava un suo libro bellissimo, Guerra d’infanzia e di Spagna, quello della scrittrice da leggere per primo secondo me perché racconta, nella sua maniera attentissima, speciale, visionaria a volte, l’infanzia. Althenopis, pubblicato prima, viene subito dopo, perché lì ci sono gli anni seguenti. L’intervista a Petra Krause, l’attivista tedesca che la Ramondino sembra abbia conosciuto, edito da loro, invece ce l’hanno.

Dal secondo Pironti, quello dopo Port’Alba, entro per un libro e ne esco con un altro, Il Nibbio del mare, su Francesco Caracciolo che pure m’intriga.

Però mo ci dobbiamo muovere che si sta facendo ben oltre l’ora di pranzo. Alla Sanità c’è poca gente. Nel cortile di palazzo dello Spagnolo c’è qualche turista che fotografa al volo. Palazzo Sanfelice mi mostra una sovrapposizione di curveinternoesterno che mi incuriosisce.

Santa Maria della Sanità, ‘o Monacone, è aperta, senza folla, molti stavano già fuori a Concettina ai Tre Santi ad aspettare il loro turno di pizza sanante.

Eccolo, sfolgorante da fuori la porta, Favoloso.

Entro e sono da solo. Il paggetto nano scoperto in un affresco settecentesco in questo quartiere, l’hanno soprannominato Peppeniello.

Uno scugnizzo palleggia col mellone, Il fantasma di Mafalda, la Principessa Cicinelli monacata a forza con in grembo la testa dell’amante, la Sirena che tiene prigioniera la sorella del pastore. I ciechi di Bruegel ruciuleano pe’ tutt’ ‘e scale. Il Lupo mannaro in alto, nell’ombra con Maria ‘a Manilonga che dal pozzo cattura i bambini durante le feste di Natale.

Un sacco di altri pastori interessanti.

Io nel frattempo mi inoltro un altro po’ dentro il quartiere. Alla Cantina del Gallo, sotto la scalinata che porta a Materdei, non c’è nessuna fila, il passaporto verde che ho stampato proprio stamattina nella sua veste aggiornata all’ultimissima dose funziona davvero. Davanti a me un tavolo di napoletani che illustrano la città ad amici più nordici, gusta la genovese mentre l’oste gli porta un po’ di brace del forno per le pizze per riscaldarsi i piedi. Il braciere, l’unico riscaldamento che mi ha sempre raccontato mio padre.

Mo mi piglio un bel ripieno al forno.

Voi nel frattempo, magari a piedi, alla Sanità, a vedere il presepe, andateci. È gratuito fino al 9 di gennaio, poi diventa a pagamento, è una ventata di novità come le sa procurare Napoli, pescate nel profondo, è una buona scusa per sgranchire i piedi e vi stuzzica il cervello.

Testo e foto ©Francesco Paolo Busco

DIARIO MINIMO DALL’ITALIA INTERNA (6) – I sentieri fino alla Grotta di Bernardo, la visita ad una ultracentenaria, il laboratorio dei fusilli e a cena nel centro storico

Sesto giorno del diario dal Cilento, Felitto, d’inverno. (Qui trovate tutti i capitoli della storia).

Martedì 15 gennaio 2019, giorno sei

Otto e mezzo del mattino; ormai lo sapete: accendere fuoco, per riscaldare la casa col camino.

Poi cerco i pezzi della macchinetta del caffè. Metto l’acqua, il filtro, la polvere. Accendo anche qui sotto.

Fuori c’è il sole.

I vestiti prima di infilarmeli li metto un po’ sulla spalliera della sedia vicino al camino, per togliergli il freddo accumulato stanotte.

Oggi andiamo in escursione.

Calzo gli scarponi da montagna, tutto il resto dell’abbigliamento è lo stesso di questi giorni perché fa freddo e non c’è da aggiungere niente.

Siamo diretti a visitare la Grotta di Bernardo.

Lungo il fiume Calore c’è il posto dove poco dopo il mille abitava un eremita, non si sa se fosse un frate o un abitante della zona. Per certo è rimasto il rifugio che si era costruito per vivere in mezzo a queste colline.

Esco di casa. Inizio a camminare nell’aria limpida, silenziosa, di queste stradine del centro antico che stamattina hanno le macchie di sole sui muri. Ho appuntamento a casa di Rosi.

Due signori fermi davanti alla bacheca dei necrologi.

Uno indica col bastone quello affisso al centro. Si guardano un momento. Pensano in silenzio. Cercano di ricordare. Poi si scambiano alcune parole: la grande eterna sorpresa che sentiamo per questo evento che mai nessuno di noi ha potuto evitare.

In città non si vede più questo spettacolo; anche se ci sono ancora, poche, le bacheche per queste affissioni, non mi capita mai di vedere che qualcuno si fermi a guardarle. Forse lo fanno ancora solo nei quartieri più affollati di popolo.

Rosi non l’ho mai vista vestita più elegante.

Penso da un po’ di tempo che andare in montagna (anche a vela per mare) sia come andare in chiesa. Lei forse sente lo stesso e allora ci va vestita come è conveniente.

Al balcone esposto al sole ci sono i mantelli neri ed i corsetti bianchi delle comparse del film di ieri sui briganti ad asciugare.

Tante damigiane di vetro verde in fila a bere luce del sole.

Il primo che incontro è il compagno di Rosi, Donato, il pittore.

Buongiorno Dona’. A lui che a quest’ora in genere ha già lavorato ai suoi quadri al piano di sotto, nelle ore in cui il mondo dorme e si vedono più nitidi i nostri sogni veri.

La Grotta di Bernardo

Mi hanno detto che si cammina una mezz’ora a partire da Remolino, la località dove c’è il laghetto costruito quando qui per produrre energia elettrica avevano una centrale ad acqua di fiume.

C’è anche Rosita. Anche lei con gli scarponi da montagna, i bastoncini e il cappuccio verde. Iniziamo a camminare verso il fondo della valle. Lungo il ruscello. Di qui scorre una parte dell’acqua del fiume Calore, sui ciottoli, a fianco alle canne.

Rosi saluta una signora che abita sull’altra sponda.

Buongiorno. Poche parole, ad alta voce per la distanza. Tra persone che si conoscono da molti anni.

A Remolino, l’area attrezzata comunale, c’è la giostra vuota dei bambini, un fuoristrada vero e una panchina.

Un signore sta caricando della legna. Manco a dirlo che è amico di Rosi e Donato. Gli diciamo che oggi andiamo per sentieri e ci dà, senza parlare, come il permesso di andare lungo tracce che sono un po’ anche la sua casa.

Sul culmine della piccola diga della vecchia centrale idroelettrica, attenti a camminare dritto, con nel naso e in faccia l’aria che ha l’odore del fiume.

È come saltare un po’ dentro un altro mondo, attraversare un ponte.

Su quest’altro versante il sentiero inizia gradualmente a salire, in mezzo al bosco di lecci e olmi. Col muschio che cresce sulla roccia di calcare. La roccia amica dell’acqua: si scioglie al suo passaggio secolare creando fiumi sotterranei. La aiuta a nascondersi per fuoriuscire altrove, per dissetare piante, animali e uomini lontani dalla fonte.

In cambio a volte ne riceve splendide sculture di stalattiti dentro le grotte.

Si sale, ma restando dentro la culla di questa valle stretta.

Poi si scende un poco.

Grotta di Bernardo, sul cartello di legno scritto coi caratteri dei western italiani. Davanti c’è Donato nella foto. È quello di noi quattro, stamattina, che più sente la somiglianza secondo me con il personaggio dell’anno mille.

Dicono che siamo arrivati ma io non vedo niente.

Me la indicano e compare.

C’è un muro di pietra bianca in mezzo agli alberi, accostato al monte.

Un muro spesso, ben costruito, con una malta grezza, mentre io mi aspettavo un buco di grotta. Ci sono anche altri muri divisori, le finestre e il forno.

Non era un rifugio di fortuna ma una casa solida con le sue difese, costruita utilizzando come una delle pareti la collina di roccia.

Donato ci si muove curioso, lentissimo, con lo sguardo acuto. Ha l’occhio allenato a vedere trame che non tutti colgono.

Mi mostra alcuni disegni sull’intonaco dei muri. Li ha raffigurati anche nei suoi quadri: una specie di pescatore con la fiocina in spalla.

Il fiume scorre una decina di metri più sotto.

C’è anche una zona recintata da un muretto che forse era l’orto. Sta tutto sul fianco scosceso tra la roccia e il fiume.

Poi Rosanna mi racconta la leggenda intorno a quell’uomo.

Un giorno, c’era stata tantissima pioggia e c’era la piena del fiume, allora arrivano alcuni briganti a salvare Bernardo.

Gli calano una corda perché il sentiero di accesso è già sott’acqua.

Gli dicono: Attacca prima tutte le cose di valore!

Lui esegue. E loro tirano su le sue cose.

Poi come ultimo tirano su lui, ma non completamente. Lo lasciano appeso a metà altezza, per sempre.

Questa è la leggenda, mi dice Rosanna, non sappiamo se sia accaduto davvero.

Negli anni successivi molti altri, secondo Donato, hanno utilizzato quel luogo: pastori, gente che voleva stare tranquilla o che aveva qualche conto in sospeso col mondo lì fuori.

Proseguiamo sul nostro percorso che ci dovrebbe ricondurre a casa percorrendo un anello. Il ponticello di Petratetta: in mezzo al fiume due grandi massi a punta, insieme a una struttura leggera di legno, formano un guado per passare il fiume.

Però c’è un imprevisto. Il cane che stamattina si è accodato a noi ad un certo punto, non ha nessuna intenzione di salire su quel ponte. Forse i gradini per lui sono troppo alti. E non ha neppure voglia di farsi prendere in braccio per quel piccolo tratto. Proviamo un po’ a convincerlo ma ten’ ‘a capa tosta. Allora cambiamo percorso, ritorniamo dallo stesso lato da cui siamo venuti per non lasciarlo da solo lontano dal punto in cui ci si era accodato.

A casa di Zi’ Antonietta di Stasi

Oggi ho un altro appuntamento interessante: c’è una signora più che centenaria, che ancora ha voglia di incontrare qualcuno che viene da fuori.

Zì’ Antonietta di Stasi, classe 1916, 103 anni, ha visto due guerre mondiali.

Mi ci porta Vincenzo, il figlio, che avevo conosciuto mentre lo truccavano per fare la comparsa nel film sui briganti.

Arriviamo e c’è questa signora seduta ferma sulla sedia accanto al camino.

Nella stessa stanza c’è la figlia col grembiule, il berretto, la spianatoia di legno davanti, anche lei seduta con le spalle al camino a fare fusilli a mano uno per uno. Mi pare animata da una lena tranquilla. Ha una energia naturale, non lenta, non automatica o veloce, mentre muove le mani usando il ferretto squadrato come un minuscolo mattarello attorno a cui si crea il sottile tubicino della pasta gialla di uova e di olio del fusillo. Respira con calma e muove le mani uguale.

Poi mi dice che ci ha visto stamattina camminare. Era lei che dall’altro lato del fiume aveva salutato Rosi. Era troppo lontano per me per riconoscerla. In un paese qualunque cosa fai, anche camminare tra i monti, qualcuno lo ha visto.

Poi chiedo alla signora sullo sfondo.

Quando siete nata?

Io? ‘e vinticinche gennaru.

Di quale anno?

Millenovecentosedici.

Poi sbaglio completamente la seconda domanda.

Voi che lavoro avete fatto?

Pensa qualche istante.

Aggio zappato… aggio zappuliato… aggio munnatu… aggio fatto tutto!

All’inizio quei primi due verbi mi sembrano una ripetizione, un vezzeggiativo per non far apparire molto importante il lavoro che uno aveva fatto. Poi chiedo.

Che differenza c’è tra zappare e zappuliare?

A zappulià nce vo’ la zappela piccola, ‘a zapparella. Quando iamu a zappa’ nce vo’ una grande.

Grande” detto scandendo bene, chiaro, con le lettere grandi.

Vincenzo mi spiega la differenza. Il primo verbo è zappare per fare il solco, quello che serve per seminare, il secondo esprime la piccola zappatura che si fa per pulire il terreno dalla specie infestanti attorno alle piante.

Tutte le altre decine di lavori per accudire la casa e crescere i figli non hanno quasi un nome in questo momento, passano sotto silenzio. Ma è il silenzio la risposta, al fuori tema totale della mia domanda a una donna di paese, di umili origini, del secolo scorso, come se il mondo le avesse potuto dare l’opportunità di fare altro che i lavori di casa e per accudire figli, animali e coltivare.

Lavoravate in campagna?

Sì.

Vincenzo mi spiega che vivevano anche in campagna. Quella in paese era solo una stanzetta, insufficiente per ospitare due genitori e otto figli. La stessa cosa che mi aveva già raccontato Rosi della sua famiglia. Le famiglie di contadini abitavano in campagna, nel luogo da cui traevano il loro sostentamento. Le case nel centro storico erano solo un appoggio per sbrigare piccoli affari magari per i signori locali. Forse la storica dimora per difendersi dentro le mura dagli attacchi esterni per un poco.

Secondo voi perché in Cilento si vive così a lungo?

Eh, uh Signore viritte ca nu meritavemo e n’hanno fatto vivere assai.

Che risposta bella.

Bisogna meritarselo?

Esattu!

Detto con una voce diversa, decisa, forte, con la convinzione di una donna molto più giovane.

Qual è ‘a cosa cchiu bella ‘e stu paese? A parte vostro figlio?

È piccolo ma è bello.

E penso che stia rispondendo alla domanda su Felitto. Poi:

È educatu.

Allora sta parlando del figlio.

È serissimo.

Vincenzo ride, un po’ imbarazzato, anche sorpreso.

Ma quindi tra poco è il vostro compleanno?

Vincenzo annuisce.

Ai cento anni abbiamo fatto una grande festa con tutto il paese. Se, sei qui il 25 gennaio vieni a festeggiare con noi.

In sottofondo, mentre parliamo, c’è il suono del ferretto squadrato che rotola sul legno. Va avanti e indietro, quasi il suono di un telaio per tessere invece che lana, grano.

Dico alla signora che ho comprato ieri quello stesso attrezzo ma che non lo so usare. Allora lei mi spiega la cosa più importante, l’ultimo gesto che si deve fare per riuscire, una volta che il fusillo è formato, a sfilarlo senza romperlo, con una piccola rotazione della mano.

Poi mi spiega la ricetta per farli.

Nel frattempo Vincenzo chiede alla madre se ha cenato. Hai preso il latte?

Ci vuole il sugo tirato, di carne. E il formaggio pecorino. Per il pomodoro usiamo le conserve che facciamo noi.

Zia Giuseppina interviene nel discorso.

Prima avevamo pecore, capre, ‘u maiale. Pure due mucche.

Sì, avevamo anche l’asino, aggiunge Vincenzo.

Fino a quindici anni sono stato a lavorare con loro, notte e giorno, senza soldi. Poi mi sono sposato e sono andato a Salerno, sono stato lì trentun anni, facevo il portiere di un palazzo.

Con quei contributi, più quelli di lavoratore agricolo, sono andato in pensione e sono riuscito a farmi la casetta nel centro storico che hai visto. Una stanza è quella che era dei miei genitori, poi ho comprato quelle a fianco. Tutti quelli che sono andati invece all’estero a lavorare, anche i miei fratelli, si sono fatti le case nuove, fuori dal centro storico.

Poi ci sono quelli che dall’estero non sono più tornati, e man mano che vanno avanti le generazioni, quando muore la nonna, qui a Felitto non tornano proprio più.

Solo il mese di agosto c’è molta gente che viene.

Adesso per esempio se vuoi andare a cena fuori dove vai? Stanno tutti chiusi. A Castel San Lorenzo (il paese accanto) invece stanno aperti e sono pieni.

L’unica cosa qui è che d’estate vengono a mangiare i fusilli. Poi vanno a vedere le Gole del Calore, ma poi che fai? Non c’è molto altro.

Anche i napoletani che sono discendenti di persone di Felitto, qui tornano sempre meno.

Vincenzo non vede molte prospettive.

Io ho sette ettari di terreno ma faccio solo l’olio di oliva. Mi costa troppo perché sta a dodici chilometri da qui.

La sorella:

Io ho tre capre. per fare un po’ di formaggio.

Prima avevamo l’asino, e i buoi per arare la terra.

Dopo la guerra stava bene chi aveva un po’ di animali. Si lavorava in campagna ed in cambio si otteneva qualche prodotto.

Da piccola andavo a raccogliere le ghiande ed in cambio mi davano le castagne.

Ora le campagne sono abbandonate. Non c’è nessuno. L’unica cosa buona è che mentre prima c’erano sette, otto famiglie importanti a Felitto e tutti gli altri lavoravano per loro, mio padre per esempio andava a coltivare il grano e gli toccava solo un terzo del raccolto che non era neanche abbondante come adesso, col tempo i ricchi si sono spostati in città e hanno venduto tutti i loro terreni e li abbiamo comprati noi che prima eravamo i poveri. E piano piano così ci siamo ripresi.

Vincenzo di nuovo:

Prima c’era il maiale che ci faceva campare. Con un po’ di lardo sul pane mangiavi. Facevamo tutto a casa: pasta, pane. La pasta andavamo a comprarla una volta all’anno. Mia madre faceva tanti tipi di pasta.

Vabbè, che vogliamo fare?

Andiamo, andiamo.

Andiamo a farci una passeggiatina.

Vincenzo è un tipo che troppo tempo fermo non può stare.

Mi avvicino a zia Antonietta per salutare. E lei scatta in piedi agilissima, rapida. Mi saluta mettendosi quasi sull’attenti. Sarà il rispetto atavico per gli “ospiti importanti”.

Il laboratorio di fusilli

Scendiamo di casa e ci viene in mente a questo punto di andare a visitare il laboratorio di fusilli felittesi. È sera ma stanno ancora aperti.

Entriamo. Ci sono tre donne sedute, col cappello bianco in testa e il camice. La scena non è molto diversa da quella che ho appena visto a casa di zia Giuseppina. Sono sei lavoranti che si alternano su due turni. Dalle 6 alle 13 e dalle 13 alle 20. In più, rispetto a quelli che li fanno a casa, c’è la macchina per impastare insieme acqua uova e farina, l’essiccatoio per velocizzare l’ultima fase della lavorazione e poi la macchina per imbustare sotto vuoto il prodotto prima di partire.

La richiesta c’è, sembra che non riescano a soddisfarle tutte. Il prezzo è undici euro al chilogrammo. Si chiama L’Oro di Felitto, se volete i fusilli felittesi fatti a mano con gli ingredienti sani dei presidi Slowfood direttamente a casa vostra basta contattarli.

A cena da Vincenzo

Vincenzo Gnazzo è il primo felittese che conosco che abita ancora nel centro storico. Dopo la visita a casa della mamma e la visita al laboratorio dei fusilli mi invita a cena a casa sua, in una delle stradine che da giorni percorro per andare da casa verso il resto del mondo.

Dalla casa dove sono io alla sua, a piedi, ci vorrebbe un cronometro perché su un tempo di due minuti i secondi diventano importanti. Entriamo e c’è la moglie che ha già tutto sul fuoco. Pure il camino è acceso, quello che si dice accogliere attorno al focolare. Qui la chiamano la Barese, perché è originaria di Gravina di Puglia. Vincenzo l’aveva incontrata un giorno che stava lì in vacanza.

Mi ha preparato una bella zuppa, un’ottima frittata, e una cosa che all’inizio non so indovinare. Sembrano patate fritte ma non proprio.

È zucca, mi dice Vincenzo, tagliata sottile.

È sfiziosa sotto i denti e ha il gusto del cibo semplice. Un buon vino e poi Vincenzo mi racconta: Per anni ho fatto il portiere in un palazzo di Salerno. Mi hanno sempre voluto bene. Non sono stato mai un dipendente, ero diventato uno di famiglia. Quando sono arrivato, gli abitanti del palazzo a stento si conoscevano, allora io gliel’ho detto, piano piano li ho fatti conoscere tra loro. Insomma ha portato il modello Felitto dentro il palazzo di Salerno.

Anche questa è stata una giornata lunga. È ora di andare.

Pochi minuti, fino a casa, nel silenzio, con pochissime luci da qualche finestra. A piedi.

(Fine sesta parte, continua)

Testo e foto ©Francesco Paolo Busco

MAPPE – Rampe Montemiletto, da piazza Mazzini a piazza Montesanto in 10 minuti lungo una scalinata del ‘600

Pochi giorni fa, grazie ad un amico, ho scoperto un’altra scorciatoia napoletana per soli pedoni, si chiama Rampe Montemiletto.

Si trova già nella mappa del Duca di Noja della fine del ‘700.

Se andate a guardare le due mappe sotto, una del 1775, l’altra di oggi, il tracciato delle linee principali è identico. Potete usare per riferimento l’angolo retto che sta vicino al numero 374 nella carta del Duca di Noja. Il numero 375 sta invece sulla attuale via Ventaglieri, che all’epoca si chiamava Strada del Sangue di Cristo.

Al numero 380 la legenda riporta: Porta Medina, prima nominata Porta pertugio. È piazza Montesanto dove ancora oggi trovate una iscrizione che cita quella antica porta creata dove qualcuno per comodità aveva già praticato un buco nelle mura.

Nel 1775, anno di quella antica mappa, mancava la linea di corso Vittorio Emanuele e di palazzi c’era quasi solo quello dei Principi Tocco della Famiglia dei Montemiletto (al numero 373 della legenda).

Mappa del Duca di Noja (1775)

In pratica se volete andare da piazza Mazzini a piazza Montesanto camminando senza macchine intorno, potete prendere per questa larga, soleggiata scalinata che stava lì, se è vero che il palazzo Tocco di Montemiletto alla Cesarea risale addirittura al ‘600, probabilmente dallo stesso giorno.

Qui trovate la mappa interattiva.

Qui sotto trovate alcune foto del percorso.

Testo e foto ©Francesco Paolo Busco

NUOVI LUOGHI IN CITTA’ – Inaugurate le Rampe Fabrizia Ramondino

Se andate a camminare poco sopra piazza Dante, lungo Salita Pontecorvo, arrivati alle scale subito sotto la chiesa di San Giuseppe delle Scalze, trovate, dal 24 giugno scorso, che hanno un nuovo nome. Adesso si chiamano Rampe Fabrizia Ramondino.

Scrittrice napoletana, classe 1936, impegnata nel sociale, a favore degli “ultimi”, scomparsa nel 2008. Ci ha lasciato un romanzo capolavoro: Althenopis; uno degli scritti autobiografici più coraggiosi che abbia mai incontrato: Il libro dei sogni, e molte altre cose. Da un po’ di tempo sto seguendo le sue tracce in città, allora quella mattina sono curioso e vado a vedere.

Arrivo in anticipo. Ci sono i vigili urbani che stanno portando via col carro attrezzi due o tre automobili parcheggiate sul marciapiede proprio sotto la targa da inaugurare.

La signora che abita lungo la scalinata sembra far parte integrante del murale.

Poi le persone iniziano ad arrivare.

Dall’alto della scala spunta un volto che somiglia moltissimo a quello della protagonista di questa mattina: è la figlia della scrittrice, Livia Patrizi, venuta apposta dalla Germania per questo momento intimo tra Napoli e sua madre.

Dopo un po’ ecco Vera Maone, la fotografa di cui vi avevo parlato in queste pagine. Fa parte anche lei della cerchia di vecchi amici della scrittrice che si sta stringendo ogni minuto che passa alla base di questi gradini. C’è la sorella Annalisa Ramondino, la giornalista Eleonora Puntillo, la professoressa di Letteratura tedesca Valentina Di Rosa, il poeta Salvatore Di Natale, il sociologo Enrico Pugliese, i registi Arturo Cirillo e Leonardo Di Costanzo, l’artista Patrizio Esposito, il fotografo Antonio Biasiucci, lo scrittore Silvio Perrela e molti altri.

Poi arriva Mario Martone. Con lui la Ramondino ha condiviso, tra gli altri progetti, la sceneggiatura del film su Renato Caccioppoli: Morte di un matematico napoletano. In quel film c’era anche la figlia Livia, era la studentessa che fa esclamare a Caccioppoli: Fa piacere vedere che anche le donne hanno un cervello, 30 e lode. In onore di questa ragazza sospendiamo per cinque minuti la seduta. E per la stizza della frase maschilista spezza d’istinto in primo piano il gessetto che tiene tra le mani.

All’ultimo secondo arriva Goffredo Fofi, classe 1937, in treno da Roma, poi a piedi dalla stazione: i sandali, i pantaloni leggeri, la Bic e il taccuino nel taschino della camicia a quadri e il bastone.

Ecco il Sindaco. Si inizia al microfono a ricordare.

Fofi se ne sta sul limite del gruppo di persone.

È lui, fedele ancora oggi all’idea della cultura non come intrattenimento ma come strumento per intervenire nel mondo (bisogna studiare e rompere le scatole), che nel 1977 chiese alla Ramondino di scrivere il suo primo libro, un’inchiesta: Napoli, i disoccupati organizzati. È forse uno dei maggiori artefici di quella carriera letteraria, insieme al padre della scrittrice che un giorno le aveva predestinato: Tu farai la bibliotecaria, c’aveva quasi azzeccato.

Molti altri amici della scrittrice fanno una platea attenta, ordinata, cordiale, commossa senza darlo troppo a vedere.

Prende la parola anche la rappresentante dei Sahrawi: il popolo del Sahara, della cui causa indipendentista dal Marocco, insieme a Martone e Patrizio Esposito, la scrittrice si era occupata in un suo piccolo libro molto curato: Polisario.

Si scopre la targa.

La figlia si avvicina per toccarla.

Una nipote, Federica Manfredi, ci mette accanto dei fiori.

Stamattina sono venuti anche alcuni dei “bambini di Fabrizia”, quelli che negli anni ’60 la scrittrice aveva accudito in uno dei suoi progetti di scuola alternativa alla periferia della città, dentro casa sua, a Torre Caracciolo, dove abitava in quegli anni. Oggi si incontrano per la prima volta con la figlia ufficiale.

Salvatore Garofalo, Livia Patrizi, Anna Garofalo

Poi Fofi e Di Natale, l’intellettuale fuori dal coro e il poeta vernacolare, faccia a faccia, non sento cosa si dicono ma li vedo impegnati in una specie di scenetta da commedia dell’arte.

Qualche foto anche per i giornali.

Finita la cerimonia molti restano un po’ tra di loro a parlare.

Il giorno dopo, una piccola sorpresa spiacevole. Qualcuno nella notte ha coperto la targa di vernice.

Il commento più diffuso è: Del tutto incomprensibile.

A me viene in mente invece che prima della cerimonia, quando portavano via le auto, Elonora Puntillo aveva osservato: Però non è bello quello che stanno facendo, di portare via col carro attrezzi le macchine, sarebbe stato meglio avvertire nei giorni precedenti di non parcheggiare.

Non c’è molto di incomprensibile sotto il sole, neppure la nostra poca volontà di capire.

La targa è stata ripulita dopo poche ore. E quel piccolo dispetto e le frasi di commento: incomprensibile, credo che a Fabrizia Ramondino, che aveva grande dimestichezza con tutte le categorie del popolo dei napoletani, da lassù, l’avranno fatta sorridere.

Testo e foto ©Francesco Paolo Busco (riproduzione riservata)