MAPPE – La mappa del fresco. Fontanelle pubbliche, fontane ornamentali ed aree verdi di Napoli

Il clima sta cambiando e le temperature salgono. Non vi basta andare al bar ma volete sciacquarvi la faccia o riempire da voi la vostra borraccia?Volete trascorrere qualche ora su una panchina all’ombra profumata di un albero o nella nuvola di acqua vaporizzata dal getto di una fontana rnamentale? Per localizzare questi luoghi in città abbiamo sviluppato questa mappa in cui potete trovare la posizione (e lo stato di funzionamento) delle fontanelle pubbliche, le maggiori aree verdi e le fontane ornamentali. Buone camminate al fresco in città!

Qui il link alla nostra MAPPA

INCONTRI – Maria Massa e la sirena Partenope

Settembre 2017

Partenope la sirena, quella che per non essere riuscita a fermare Ulisse, nel mito, venne a morire sull’isolotto di Megaride, dove sorge oggi Castel dell’Ovo; la “fondatrice” di questa città. È un mito che va riscoperto e rivalutato. C’è venuto in mente allora che una nostra vecchia amica, architetto, pittrice, insegnante di arte, già alcuni anni fa era stata attratta da questo tema. Si chiama Maria Massa, la andiamo a trovare per vedere i suoi quadri e farci raccontare.

Quando all’inizio ho pensato questo essere, ho pensato all’essere femminile, ad un essere femminile generico, e mi è venuto in mente che un’entità generica e iconica poteva essere proprio la sirena e la sirena all’inizio non era specificatamente Partenope ma la sirena come mito. Che sta a metà tra l’emerso e l’immerso: ha una parte che staziona nel liquido, senza peso, e una sensibilità che è tutta taciuta, perché nell’immerso non c’è suono, ed invece un’altra metà che affiora. Questa cosa di stare tra due dimensioni, la terra e il mare, mi affascinava moltissimo e secondo me è propria del femminile, che ha questa doppia anima. Ecco l’ho pensata come essere che sta al confine”.

E inizia a mostrarci un quadro rettangolare, di dimensioni maggiori degli altri.

Ci illustra i dettagli: “vedi qui c’è il collo, questo è il braccio della sirena che abbraccia una medusa”; si vede e non si vede, ci sono tutti gli elementi che lei cita, ma appena accennati; poi finalmente lo dice: questo è il dettaglio di un altro quadro, più piccolo, quadrato.

Eccola, eccola la sirena: adesso è evidente, la testa, il braccio, non ha né artigli da uccello né coda da pesce, ma le scarpe. E c’è un piccolo pesce blu che le sussurra qualcosa all’orecchio. Ecco, come la sirena, Maria era partita dal dettaglio, dalla parte sommersa, inespressa, poi ci ha portato alla luce il significato.

Ecco un altro quadro, i colori sono simili, c’è tanto blu, un blu molto energico, e stavolta la sirena, lei dice, è proprio Partenope: è emersa, è venuta al mondo, sta solo leggermente girata di spalle, le sirene non sono mai totalmente afferrabili, e sullo sfondo c’è il nostro vulcano. “Questa sancisce il mio attaccamento alla città, perché è mare, sta nel mare; e io mi sono resa conto che senza mare non posso stare”.

Di questo quadro ha dipinto anche un’altra versione: “un giorno che avevo incontrato un vecchio amico del liceo e chiacchierando avevamo molto riso mi è venuto da dipingere questo”. La sirena sta nell’identica posizione, ma adesso i colori sono caldi, è un quadrato color oro, ha caratteri lievemente orientali e a guardare attentamente sorride.

Su un’altra tela c’è un vascello rosso sulla cresta di un onda ricurva, alto, molto in alto. Poi due quadri rosa: “quello l’ho dipinto quando aspettavo mia figlia, non sapevo che faccia avrebbe avuto e me la sono immaginata così; l’altro l’ho dipinto nel periodo in cui la allattavo”.

Anche il logo di Maria è significativo: è un Vesuvio con le onde del mare, “l’unione tra fuoco e acqua, i due opposti che convivono in questa città”.

Ci sono altri quadri, un grande quadro rosso con tutti i pezzi degli scacchi, sembra l’illustrazione moderna di una favola antica.

E poi c’è, appoggiata a terra, una grande tela di un colore bellissimo.

È solo la tela per adesso, sul suo telaio. Un po’ di tempo fa l’aveva preparata cospargendo la tela grezza con la mistura fatta a mano, la mestica, con la ricetta che usavano nel Rinascimento. È di un colore caldo, calmo. Sopra la tela è poggiato un grande foglio di carta, un bozzetto di una grande sirena. Ci dice: “la tela è pronta per un quadro ad olio, da un po’ di tempo, però non l’ho cominciata più, mi sono fatta prendere dalle altre cose della vita”.

A noi piacerebbe molto vedere un’altra Partenope, dipinta a olio, su quella grande tela. Chi sa, magari dopo questa chiacchierata le viene voglia di ricominciare a lavorare a quel quadro. Voi che ne dite, la incoraggiamo?

(Articolo già pubblicato sul giornale on line Identità insorgenti)

Testo e foto Francesco Paolo Busco

STAZIONI DELL’ARTE – La linea 1 della Metropolitana. Da Scampia al cuore di Napoli, un viaggio sotterraneo tra le opere e la gente. Sottosuolo comune, inconscio collettivo

26 gennaio 2018. Articolo già pubblicato sul giornale online Identità insorgenti

Mancano pochi giorni a Natale, siamo vicini al solstizio d’inverno, quando il giorno è il più corto e il buio il più lungo dell’anno. Al direttore di questo giornale viene in mente che potremmo occuparci della Linea 1 della metropolitana, quella con le Stazioni dell’arte. L’ufficio stampa di ANM e la responsabile della parte artistica ci accolgono con entusiasmo, ci autorizzano, e partiamo.

Allora per tre giorni andiamo in giro per il fondo, uno dei possibili, mille, di questa città.

Ecco quello che abbiamo visto: è solo una delle possibili visioni, non è la linea metropolitana, non sono le stazioni dell’arte, è solo un viaggio fotografico personale dentro la città del profondo.

Passa una ragazza, lungo il muro della stazione della metro di Scampia, e scopre due giovani che si arrampicano, uno sulle spalle dell’altro, per raggiungere il cielo. I muri sono colorati di allegro, tutto sembra sereno.

Però qualcosa dev’essere andato storto, qualcuno dev’essere andato oltre, qualcosa deve averci preso, a tutti noi, la mano. Perché ora lassù c’è Icaro, aggrappato ad un palazzo, dentro un cielo che pare troppo alto, e lui sembra solo, avvolto in una mancanza di respiro, nella solitudine di altezza da astronauta rimasto chiuso fuori dalla navicella spaziale.

Anche il cielo sembra diventato triste, nemico, grigio mischiato di azzurro. Icaro cade, e la realtà pare che inizi a sbriciolarsi piano: crolla riflessa in molti angoli rotti nelle pareti a specchio dei muri di questa stazione. Colori spezzettati, totem clown scarabocchiati, l’unica via d’uscita è questa scala mobile che ci porta in basso.

Nell’ingresso, per terra, c’è un uomo che dorme, anche lui da solo, perfino la sua ombra sta dall’altro lato del corridoio specchiato. In questi giorni hanno aperto alcune stazioni per far dormire al caldo, fino a una certa ora, quelli che non hanno una casa loro.

Lui è restato, il suo sonno era molto più grande di qualunque orario. In un mosaico autoritratto pure Kentridge sta accovacciato, tenta di rialzarsi, più di una volta, ma ricade. Forse perché bisogna scendere, in questo momento dell’anno, per potersi rialzare.

Fortuna che oggi la Sibilla ha aperto qui il suo antro, travestito da ascensore. Le porte si aprono e le sue sacerdotesse ci prendono per mano in un cerchio arcaico, di danze, sonoro.

Occorre scendere, occorre seguirle per poter risalire. Mille pulcinella nuotano in un mosaico azzurro, anche una sirena è con loro, allora siamo dentro al mare giusto.

Da un muro bianco si affacciano antichi spiriti guerrieri sopra la scritta ai treni.

Siamo, in questo viaggio, adesso, nella parte lunare. E un’altra guida ci appare: è il pupazzo del carnevale di Scampia, quello della Morte: siamo sulla strada in discesa, verso la notte, verso il centro di ciò che non sappiamo.

Ecco, infatti un muro racconta: “Sogno nere immagini spezzate. In viaggio per labirinti elettrici mi perdo nel gioco delle ombre”.

Un sipario rosso fuoco; un atleta su un’altalena di pianoforte rovesciato. Facce umane invocano, urlano, qualcuno piange.

Una colata di rame fuso ci trascina ancora di più verso il profondo.

Poi c’è Dante davanti alla porta, perdete ogni speranza o voi ch’entrate, per Montecalvario.

Ci porta su un fiume sotterraneo.

Incontriamo gente, tante persone, lungo cunicoli; alcuni stanno seduti per terra, altri cercano l’uscita dentro corridoi che scorrono da soli. Pupazzi neri e automobili dimenticate.

Poi un bosco di ombre, e dentro ci camminano figure. Altri con un carretto fanno un trasloco di tutto: la prima cosa che si portano dietro è un albero chiamato libertà, da ripiantare appena arrivati al sicuro, in un altro posto.

Fiamme atroci, fredde, di colori accesi. Il serpente antico, archetipo, sempre lo stesso. Fotografie di statue, con gli occhi sorpresi, a fianco c’è scritto “Museo” ma a me non sembrano abbastanza finte.

Ancora colori forti, contrastanti, poi troppo troppo rosa

e …

BOOOOOOMMM!!!!!! Un enorme rumore e un macigno spiaccicato a un millimetro da noi. Il vetro ha retto, anche se lesionato.

L’avrà fermato San Gennaro con la sua mano, o qualcun altro premendo il tasto di emergenza “STOP”. Finalmente c’è una scritta “Uscita”, poi un’altra, punta in alto, come una spirale.

Metallo lucido in rilievo e fili neri dicono in maniera totalmente esplicita la nascita del mondo, dolorosa e dolce.

Freud su una scala: Attraverso sotterranei di fluido scorrimento di un rumoroso andare, dal buio infero alla città di luce.

Ah ecco, dopo il colpo fortissimo, era il punto più basso, pare che si inizi lentamente a risalire.

Ecco una luce, lunga, lunghissima, viene dalla superficie. Ci porta in alto fino ad un uomo in riva al mare e alle finestre chiare. Poi bambini dentro un murale.

Ecco, ecco siamo risaliti fino ad un nuovo cielo: Felice Pignataro a braccia aperte che sorride con i suoi colori, più potente di Ercole semidio dopo le dodici fatiche, forse ci ha salvato.

Guardando di nuovo in alto il cielo adesso è azzurro, finalmente al posto di Icaro ci vola un uccello, nel cielo di Scampia: più saggio, non esagera, non si brucia, non precipita; il sole sorride.

Natale è passato, il solstizio pure, ora siamo fuori dalla notte, la luce è forte, questo piccolo viaggio sotterraneo napoletano forse adesso al direttore del giornale lo possiamo consegnare.

Però voi siete sempre in tempo, andando in giro con questi treni sotterranei, facendovi ispirare dagli artisti che hanno contribuito con il loro segno, a fare il vostro viaggio profondo personale.

Testo e foto Francesco Paolo Busco (tutti i diritti riservati)

INCONTRI – Ginevra Caracciolo, una giovane velista sulle orme dell’Ammiraglio

10 gennaio 2024

Ginevra Caracciolo, napoletana, diciassette anni, velista campionessa del mondo 2022 nella classe ILCA 4, vice campionessa del mondo 2023 in ILCA 6, vice campionessa italiana giovanile 2023, quarta classificata al campionato del mondo under 21 nel 2023.

Ma -poiché il destino ci mette del suo- Ginevra è la discendente dell’ammiraglio Francesco Caracciolo, duca di Brienza (1752-1799), per parte di padre, che si chiama, per l’appunto, come l’avo illustre: Francesco Caracciolo di Brienza.

Oggi parte per l’Argentina, dove si disputerà il Mondiale 2024 under 19. La incontriamo al Molosiglio, alla Lega navale di Napoli, circolo presso cui è tesserata, dopo l’allenamento.

Come hai iniziato ad andare a vela?

Mia sorella maggiore aveva iniziato a sei anni e vedevo che mio padre, appassionato di questo sport, le dedicava molto tempo. Poiché sono molto legata a mio padre, quando ho compiuto otto anni ho iniziato a fare vela anch’io.

Eri un po’ gelosa?

Sì.

Consapevole, diretta, con un lieve sorriso ma senza troppi giri di parole.

Ho iniziato nella classe Optimist e ho visto che mi piaceva molto, anche regatare. Per indole mi piace la competizione. Trascorrevo ore a guardare video di velisti più bravi per imparare più velocemente.

Porti un cognome particolare, quello di un grande uomo di mare napoletano: l’ammiraglio Francesco Caracciolo.

Sì, è un mio antenato.

Qualche anno fa è uscito un libro molto dettagliato sulla sua figura, lo hai letto?

Conosco quel libro perché l’autrice, Sylvie Mollard, aveva contattato mio padre e ricordo che di pomeriggio a volte si mettevano qui nel circolo a scrivere. Mio padre mi chiede sempre di leggerlo ma non l’ho mai fatto. Però il professore di storia ci ha fatto studiare la sua figura in maniera piuttosto approfondita.

A proposito di scuola: come si riesce a conciliare con un’attività così impegnativa?

Durante le regate, quando sono fuori, cerco di restare comunque connessa con quello che succede in classe. Alcuni miei compagni mi passano gli appunti. Non è semplicissimo perché i professori sono tolleranti finché studi e vai bene, nel momento in cui prendi un brutto voto iniziano a dirti: “perché tu fai troppa vela”. Certo, dopo la vittoria del mondiale sono diventati un po’ più tolleranti perché hanno capito che per me è una cosa seria. E comunque credo che gli sportivi siano un po’ abituati ad una vita molto intensa; io se non ho niente da fare mi annoio, quindi spesso i compiti me li anticipo e alla fine ho una buona media.

Ci racconteresti le regate che sono state più importanti per te? Come te le ricordi?

Sicuramente mi è rimasta impressa la prima regata che ho vinto, in classe Optimist, perché dopo tanti sacrifici finalmente ero riuscita a raggiungere un risultato. Poi ci sono i vari campionati europei e mondiali a cui ho partecipato, anche perché sono regate che durano più giorni e quindi sono esperienze che restano. La più importante è stata il campionato del mondo 2022 a Vilamoura, in Portogallo. Un mese prima avevo partecipato al campionato europeo in Polonia che avevo chiuso all’ottavo posto. Ero rimasta un po’ delusa dalla prestazione e quindi ero arrivata in Portogallo dopo un mese di vacanza, molto serena e pronta a dare il meglio. Dopo qualche giorno ero prima in classifica.

Ritrovarsi in testa durante una regata così importante è psicologicamente impegnativo. Prima delle regate stavo sempre ad ascoltare musica, cantavo, anche per dare un segnale alle avversarie, mostrarmi serena; ma in realtà dentro morivo.

E di nuovo sorride.

Il momento di maggior tensione in una regata è la partenza. I battiti cardiaci arrivano a frequenze alte anche se dal punto di vista fisico è il momento meno impegnativo. È che se parti male, soprattutto in una regata del mondiale, dove tutti i concorrenti sono veloci, è difficilissimo recuperare. In quei momenti è importante tranquillizzarsi da soli e in questo mi aiutano degli esercizi di respirazione.

Quanto è importante invece l’aspetto tecnico? Avere una barca bene a punto?

Io ci tengo molto ad avere la barca “perfetta” ma anche questo alla fine ha un risvolto psicologico, perché mi fa essere sicura che non avrò problemi riguardanti la barca e potrò concentrarmi sul resto. E poi non devo avere la possibilità, se vado male, di inventarmi la scusa che era colpa della barca.

Hai sottolineato più volte che la gestione del lato mentale è delicata.

Sì, bisogna riuscire a restare tranquilli. Quando capita qualche inconveniente mi dico: va bene, è successo, cerca di concentrarti su quello che devi fare ora, ci pensi dopo. È una cosa che ho capito nel corso del tempo: riassumere gli errori soltanto alla fine della regata, non durante, altrimenti non riesci ad essere lucido e a vedere per esempio un salto di vento.

Ti alleni anche in palestra oltre che in barca?

Sì, mi alleno quattro giorni in barca e tre in palestra, sia in acqua che a terra con Cristiano Panada; ogni tanto facciamo qualche lezione con i tecnici della nazionale su meteorologia, alimentazione o preparazione fisica.

Abbiamo anche la possibilità di inviare i tracciati della frequenza cardiaca rilevati in allenamento alla federazione e di fare allenamenti in palestra seguiti in video lezione da tecnici federali.

Ma in allenamento vi aiutate a vicenda?

Quando mi alleno con le veliste della nazionale magari ci sono atlete più generose con i consigli, altre meno, mentre quando mi alleno qui con i ragazzi del gruppo Laser della Lega Navale e vedo che qualcuno è un po’ in difficoltà mi fa piacere dargli suggerimenti; è capitato anche oggi.

Perché praticare la vela?

È uno sport che ti responsabilizza molto. Devi gestire da sola la barca nelle condizioni meteomarine più diverse. Poi, se arrivi a livelli buoni, inizi a fare regate fuori e questo ti fa crescere ulteriormente: stare lontani da casa a dieci anni può essere molto formativo. Inoltre, essendo uno sport che si svolge a stretto contatto con la natura, ti fa vedere concretamente che curarsi del pianeta è importante: navigare in un mare sporco, soprattutto su barche così piccole, così vicini all’acqua, ti colpisce molto.

Il tuo rapporto con la città?

Vorrei restare a vivere a Napoli. Penso che Napoli abbia quasi tutto quello di cui una persona ha bisogno, per esempio, dal mio punto di vista, io ho bisogno del mare.

L’intervista è finita: si alza -avrà già qualcos’altro in mente da fare- con una rapida calma, senza fretta ma senza perdere preziosi minuti.

Chi sa se l’Ammiraglio Caracciolo, che su questo specchio d’acqua, dalla sua casa di via Santa Lucia, affacciava e che qui aveva vissuto il suo ultimo tragico giorno, non sia contento di vederci una sua discendente, con tanto entusiasmo, di nuovo, navigare.

Intervista a Ginevra Caracciolo, a cura di Francesco Paolo Busco, già pubblicata sul Corriere del Mezzogiorno Napoli il 10 gennaio 2024.

Foto: Cristiano Panada e Francesco Paolo Busco

ALBERI NELLA CITTÀ – Il Podocarpo sdraiato di piazza Cavour

A piazza Cavour c’è un albero particolare. Un Podocarpo.

Non lo avevo mai notato. Poi una dirigente dell’Ufficio verde del Comune mi aveva detto: Ce n’è un altro, a piazza Cavour, è caduto ma non lo abbiamo rimosso.

Inizialmente non avevo capito il motivo. Credevo fosse ornamentale, poi sono andato a vedere.

Non credo ci siano molti alberi monumentali caduti, orizzontali, nei parchi cittadini italiani. Sta sdraiato con una sua grazia, sembra si appoggi con un ramo braccio che lo tiene sollevato ad un metro dal suolo.

Uno penserebbe, vedendolo caduto, che sia morto. E invece è ancora verde, ha ancora le radici in funzione, interessante. Lo hanno depennato dall’elenco regionale degli alberi monumentali però mi pare molto emblematico, somiglia a questa nostra città che pur battuta dalle tempeste della storia non muore, e che qualcuno pensa che stia sdraiata per congenita pigrizia mentale. Conserva la sua nobiltà antica ma non rientra in nessuna classificazione ufficiale.

© 2022 Francesco Paolo Busco (riproduzione riservata)