NAPOLI DAL MARE – Viaggio nel tempo, a vela latina, sulla barca di legno di Antonio Pugliese. Ricordando Caracciolo, di cui oggi cade l’anniversario

29 Giugno 2017

La linea di costa questa volta la vogliamo percorrere non nello spazio ma nel tempo, andando indietro; navigando come si faceva una volta, a vela latina, sulle barche di legno.

Abbiamo cercato chi andasse ancora per mare in questo modo tradizionale e abbiamo trovato l’associazione “Vela latina Monte di Procida”.

Le loro barche stanno ormeggiate nel porticciolo di Acquamorta, sotto la montagna, di fronte all’isola bassa.

Antonio Pugliese, presidente dell’associazione, ci ha invitato sulla sua barca, che si chiama San Giuda Taddeo, ha le strisce bianche e nere come la Vespucci perché così hanno voluto quelli del film “The happy prince”, il film su Oscar Wilde quando viveva a Napoli, a Posillipo, a villa Bracale sopra san Pietro ai due Frati.

Abbiamo appuntamento alle quindici alla testata del molo centrale, dove la barca è ormeggiata. Arriviamo un po’ in anticipo ma pure Antonio è già arrivato. So’ svizzeri sti montesi.

Da lontano vedo una barca con un’asta messa di traverso, in diagonale. Nella terminologia nautica precisa si chiama antenna e serve a reggere la vela maestra di questa barca. Ha un’eleganza quest’armo, che si chiama latino. É antichissimo, lo usavano già i greci. La prima testimonianza sicura sta in un bassorilievo del 150 d.C. trovato nel porto del Pireo.

Un albero non troppo alto regge un’asta obliqua, rivolta verso il basso in avanti, sulla quale sta la vela. É un armo semplice ma consente di stringere il vento (cioè procedere andando incontro al vento) quasi come una barca moderna, più delle vele quadre che usava Cristoforo Colombo sulle caravelle.

E’ una barca piccola, sottile, le strisce che mi aveva descritto Antonio per telefono come riferimento sono facilmente riconoscibili e la troviamo subito. Ciao, buongiorno, c’ iamm’ a piglià ‘o ccafè prima di uscire per mare?

Qua si conoscono tutti. O almeno Antonio e ssap’ a tutti quanti, quelli che gestiscono il bar ma pure quelli che al bar ci vengono come clienti. Sembra un circolo privato, ma senza doversi tesserare. Sulla spiaggia qui vicino c’è la gente a fare il bagno. La giornata è perfetta, fa caldo, e a quest’ora c’è pure il vento. Saglimm’ a buordo.

Come metto il piede in barca mi accorgo che è leggera: conta dove ti metti, se stai su un lato se ne accorge subito. E poi è un mondo fatto di legno: la barca, l’albero, i remi, il bompresso. Pure le cime sembrano di materiali antichi, niente fibre moderne ultraresistenti. Un solo cavo d’acciaio, ci dice Antonio, sta a prua a reggere il carico verticale che genera il fiocco (la vela che si issa davanti) sullo spigone, quel palo di legno, quando viene armato.

Ma pure ‘sto cavo ha una storia particolare: l’ha trovato in Cina un giorno che si trovava su una nave a fare il suo lavoro ufficiale. Lo chiamano in tutto il mondo, di porto in porto a controllare se le lamiere d’acciaio delle navi nascondono fratture, lui le cerca con gli ultrasuoni e vede se rispondono. Va di nave in nave, mi fa in tre minuti l’elenco delle tappe fatte durante l’ultimo viaggio e dentro ci sta mezzo globo; il mondo è uno solo per chi lavora sulle navi. “Una volta mi imbarcavo come equipaggio e nelle ore di riposo si giocava a carte o ci si raccontava. Oggi stanno ognuno per i fatti suoi nella propria cabina davanti a un computer. Mo non mi imbarco più per lunghe tratte, faccio solo i controlli”.

Ma usciamo, usciamo dal porto. Il motore questa barca non ce l’ha proprio, solo vela e remi, il silenzio è assicurato, il rumore dell’acqua e del vento pure.

Prima di uscire Antonio ha aperto un barattolo, ha preso un poco di grasso, ‘o ssivo, e lo ha spalmato sulla cima che regge la vela maestra e un po’ sulla legatura dei remi: “pure questo grasso non si trova, lo sai, bisogna farselo fare”. Serve a far funzionare meglio le cose e a non farle consumare prima del tempo.

Molliamo gli ormeggi e la barca da sola comincia a uscire dal porto. O conosce la strada o s’è messa d’accordo. Il vento ci spinge nella direzione perfetta. Senza fare niente siamo quasi troppo veloci, quasi tirati verso fuori dal primo molo.

Poi sciogliamo i matafioni, i lacci che tengono chiusa la vela principale (il fiocco per oggi non lo useremo, il vento c’è e vogliamo andare tranquilli, per parlare, senza stare solo a controllare le vele), per uscire dal porto, oltre il molo esterno, adesso occorre ancora bordeggiare.

Antonio le barche si diverte a disegnarle, come perito nautico, poi le fa costruire ad altri, maestri d’ascia; ci dice che qua ce ne sono ancora, sono una famiglia, si chiamano Scotti Belli.

Bordeggiamo nel porto verso l’uscita. Proprio all’ingresso, alla testa della scogliera, passiamo vicino vicino ai massi che stanno pure sott’acqua. Con questa barca si può fare perché è diversa da quelle moderne anche per il fatto che pesca pochissimo, cioè sotto non ha una pinna lunga verticale di ghisa come si usa adesso, ma una tavola di legno profonda solo sedici centimetri messa in orizzontale, per lunghezza, al centro. Quindi basta pochissima profondità di mare e si riesce a passare.

Ed eccoci fuori dal porto, dentro il canale di Procida. Il vento e la corrente vengono dal lato nord e scendono verso Napoli. Si naviga facilmente in direzione Procida con il vento di lato.

La sensazione è di leggerezza, non ci portiamo peso di metallo appresso. Leggerezza che però richiede di stare attenti perché questa barca si può pure ribaltare. Le barche moderne anche quando toccano con l’albero l’acqua sono ancora in sicurezza, si rialzano come quei pupazzi dei bambini con la base rotonda: gli dai uno schiaffo e quello si rialza, le barche moderne prendono schiaffi dal vento e appena cala si rimettono in piedi. Queste barche qui no, gli schiaffi qua se li prendi si sentono.

Però ci sono dei vantaggi: “Io a Procida vado tranquillamente ‘ncopp a spiaggia, sagl’ n’copp ‘a rena”: un rapporto diverso col mare e con la costa, più diretto, che richiede più abilità e mette in conto anche un po’ più di rischio.

Lungo il pontile del porto commerciale di Procida, Antonio mi fa notare la forma delle bitte di ormeggio: se guardate bene somigliano a cannoni piantati con la bocca in giù dentro il terreno. E sono proprio cannoni, qualcuno dice siano quelli della flotta inglese che aveva subito danni da parte di un marinaio napoletano nel 1799. Il marinaio era l’Ammiraglio Francesco Caracciolo, che combatteva Nelson con le navi coralline: la paranzella corallina cannoniera napoletana cita Antonio, e qua sa tutto. Pare che all’epoca i marinai di Caracciolo si fossero inventati una cosa nuova, visto che la flotta napoletana era andata letteralmente in fumo. La scusa ufficiale che avevano usato gli inglesi per far distruggere al re la sua stessa flotta era che non c’erano marinai, quasi tutti ammutinati, e pure quelli dei cantieri si erano “sciolti” dal loro impegno. Erano navi belle, tante, una flotta potente, ma non c’erano uomini per governarle e per fare la manutenzione. Allora per non lasciarle in mano ai francesi ed ai Cittadini della Repubblica del 1799 si decise di incendiarle; una flotta intera. Sembra che lo spettacolo di quelle fiamme da Mergellina sia stato grandioso, nella sua miseria.

Bene, allora per affrontare gli inglesi che, come ogni straniero, fingevano di fare gli interessi di Ferdinando IV, i cittadini della Repubblica napoletana si inventarono di usare tutte le barche che potevano trovare. Sulle barche piccole che si adoperavano per pescare il corallo, ci misero un cannone, a prua, in asse longitudinale (se lo mettevate di traverso potevate pure sparare un colpo buono ma di sicuro con il rinculo che vi ribaltava, vi autoaffondavate).

La cosa bella è che, secondo Vincenzo Cuoco, con questo tipo di flotta i napoletani, la flotta inglese a Procida l’avevano battuta, se non fosse stato per un cambiamento del vento a battaglia vinta, che li costrinse ad arretrare.

Nelson se la doveva essere legata al dito, insieme a molte altre che ne aveva fatte l’Ammiraglio Caracciolo e appena venne portato a bordo del Foudroyant, la nave dell’Ammiraglio inglese, dopo un processo lampo, la sera stessa, senza concedergli neppure le ventiquattr’ore che a tutti i condannati si lasciavano, venne giustiziato. Ma non come sarebbe spettato ad un nobile, qual era, per decapitazione, oppure a un soldato, come pure lui stesso chiese, per fucilazione, ma impiccato come un delinquente comune, come un pirata, all’albero di trinchetto della fregata Minerva. Venne lasciato lì sospeso dalle cinque del pomeriggio fino al calar del sole, poi fu gettato in mare, davanti casa, nelle acque del golfo.

Non avevano fatto bene i conti, oppure Caracciolo era troppo benvoluto da questo mare, e riemerse, una sera di alcuni giorni dopo. Qualcuno dice che riapparve proprio davanti al re che stava affacciato dalla poppa della nave di Nelson in festa per il ritorno dei reali da Palermo. Altri dicono che è solo leggenda. Di sicuro l’Ammiraglio riemerse ed ora sta sepolto a via S. Lucia, vicino alla casa materna, nella chiesa di Santa Maria della Catena.

Antonio appena è venuto fuori l’argomento di questo marinaio ha citato una frase: “É ben grazioso che dovendo io morire, tu debba piangere”, è quello che Caracciolo disse per rincuorare il marinaio napoletano Giosuè Caccioppoli in lacrime sul ponte della Minerva per la sua morte imminente.

Questo reportage come sapete è sulla linea di costa napoletana, bene, la linea più lunga cittadina lungo il nostro mare si chiama come quell’Ammiraglio però abbiamo scoperto che è una strada incompiuta: a piazza Vittoria c’avete presente la colonna spezzata? Be’ quello era stato pensato come monumento a questo marinaio assoluto, entrato in marina all’età di cinque anni. Colui che la regina Maria Carolina temeva perché come scrive in una lettera al Cardinale Ruffo “…conosce tutte le cale e buchi di Napoli e Sicilia, e potrebbe molto molestare, anzi mettere la sicurezza del re in pericolo…”. Ne costruirono il basamento, poi sono finiti i soldi, al posto della sua statua c’hanno messo la colonna, al posto del suo nome una targa a tutti i marinai caduti.

Se oggi 29 giugno andate alla festa al borgo marinari, l’hanno chiamata la festa del Borgo dei pirati, organizzata dal Real Yacht Club Canottieri Savoia dalla Marina Militare e dall’ AIVE in occasione delle regate con le barche d’epoca che cominciano oggi: passando per via S. Lucia davanti alla chiesa di S. Maria della Catena, quella gialla con la doppia scala, leggete il cartello che parla di quella tomba. L’Ammiraglio venne giustiziato, combinazione, proprio in questo giorno nell’anno 1799. Magari alla festa ci andrete col pensiero di uno dei marinai napoletani più gloriosi in testa, che i pirati di ogni nazione, per tutta la vita, aveva combattuto.

Ma torniamo a bordo della nostra barca dopo la divagazione che parlando con Antonio era venuta fuori. Perché la sensazione parlando con lui è che a Monte di Procida, dove c’è gente che vive sul mare, questo Ammiraglio sia molto conosciuto, sembra di casa, a sentirli parlare sembra di sentire lo stesso entusiasmo che usano ai Quartieri spagnoli a discorrere di un campione argentino del pallone.

Siamo arrivati vicino alla costa procidana, si vedono i bambini che giocano sulla spiaggia. Quelle casa colorate laggiù in basso, le vedi? Le chiamano le case dei molfettesi, era una colonia di persone che venivano da quel paese. I procidani abitavano in alto sopra Terra murata, per ripararsi dalle incursioni dei pirati, i molfettesi che non avevano abbastanza soldi furono costretti a rimanere in basso, vicino al mare e a sopportare le incursioni, i saccheggi e gli stupri. Se vedi vicino alle loro case trovi un sacco di grotte strette e lunghe: servivano per riporre gli alberi quando le barche venivano tirate a terra.

É ora di tornare indietro verso il porto di casa. Antonio ci consente pure di stare un poco al timone. É divertente ‘sta barca, anche al timone è leggera. La scotta della vela maestra si manovra a mano, almeno col vento di oggi non richiede grande impegno.

Antonio ci racconta che l’associazione organizza le regate dentro il lago di Miseno, le hanno chiamate “Trofeo Classis Misenensis” dal nome della flotta romana da guerra, quella che comandava Plinio, e che stava ormeggiata proprio qui quando questo era il porto principale della Roma degli imperatori.

La prossima manifestazione che organizzano, insieme ad altre associazioni e col patrocinio del Comune di Monte di Procida è il “Palio marinaro dell’Assunta”, il 13 agosto, in cui gli otto quartieri del Comune si sfideranno in una regata sui gozzi tipici ma questa volta a remi.

E il Comune sembra appoggiare davvero da queste parti le attività nautiche tradizionali: infatti concede alle barche tradizionali, senza motore, tariffe d’ormeggio agevolate. Tornando a terra, lungo il pontile vediamo tante barche di questo tipo. Si chiamano Tonino, Lucrezia, S. Giuseppe, le usano ancora per pescare e quasi tutte non hanno il motore.

Salutiamo Antonio che ci ha raccontato altre mille cose, ci ha fatto sentire che a Monte di Procida vivono ancora di mare, non tanto come pescatori ma da marinai. Lui dice che molti armatori montesi adesso hanno la sede in Svizzera, che sono grandi lavoratori, anche furbi. Bravi, ma anche un poco “pirati”.

Testo, foto e video di Francesco Paolo Busco (tutti i diritti riservati)