IL VIAGGIO (2) – Seconda parte del nostro giro del mondo ecologico, senza muoversi da Napoli

Nella prima tappa di questo viaggio (se ve la eravate persa qui la ritrovate) eravamo appena entrati in contatto con questo viaggio strano, andando in Sri Lanka, ma senza allontanarci troppo, diciamo verso via Toledo, altezza piazza Dante; oggi continuiamo.

Giorno 2, venerdì 6 dicembre 2019

Ho appuntamento alle dieci di mattina alla scuola singalese, forse la più grande di Napoli.

Sta a via Santa Monica, quella che dall’incrocio tra via Salvator Rosa e via Imbriani inizia a entrare dentro il quartiere Montecalvario.

St. Anthony’s International School, scritto grande sopra il portone, e a destra l’immagine del Santo, il nostro, italiano, da Padova, avrà fatto un giro lungo.

Arrivo puntualissimo, la porta della scuola è aperta ma nell’atrio la scrivania è vuota. I muri sono colorati: bianchi, gialli e verdi. (Ci metto tre mesi a capire che forse richiamano due dei colori della loro bandiera).

Aspetto un poco ma non succede niente. Allora salgo i pochi gradini ed entro dove sento voci di bambini e maestri. Intravedo, attraverso la porta della classe, ragazzi e ragazze seduti in ordine, tutti vestiti uguali: completo blu, camicia bianchissima con la cravatta a righe.

La maestra mi sorride e viene a vedere di cosa ho bisogno: le dico che avevo appuntamento con il direttore della scuola ma non trovo nessuno. Chiama un altro insegnante che al momento non deve stare in classe.

È un signore sulla sessantina con un portamento elegante: gli spiego e chiama per telefono uno di quelli che avrebbero dovuto essere qui adesso.

Sono bloccati nel traffico tra qui e la stazione centrale, stanno a momenti per tornare.

Il prof. Sundil mi racconta che nei giorni scorsi era venuto a Napoli un importante professore singalese in visita e stamattina lo hanno accompagnato al treno di ritorno, in auto.

A quest’ora non un’impresa facile, quasi mai.

Nel frattempo mi tiene compagnia e allora inizio a chiedergli, di lui e di questo posto.

Sono in Italia da diciassette anni, prima a Milano poi a Napoli, adesso sto per tornare. A breve, sì, vorrei tornare.

Si vede, e lo dice, che quello adesso è un suo pensiero forte. Questa scuola, mi racconta, serve soprattutto ai singalesi che vogliono ritornare dopo un po’ di anni a casa. E lo consiglio anche ai miei studenti. Io potrei tornare e insegnare in Sri Lanka, fare qualcosa per il mio Paese. C’è tanto da fare. Nelle campagne, per esempio, nelle scuole, mancano molti docenti.

E mi viene in mente quello che pensavo anch’io dopo tre anni vissuti in Olanda, dopo aver scritto sul questionario di quel Comune, alla domanda: “How long are you planning to stay in the Netherlands?” (cioè: “Quanto tempo pensa di rimanere in Olanda?”) la risposta secca: “Forever”, per sempre.

Ecco, anche io pensavo, dopo quei tre anni, che invece sarebbe stato bello tornare a casa, ché se non li risolviamo noi i problemi di casa nostra chi vogliamo che li risolva al posto nostro? E che appunto avrei voluto, invece di lavorare per un’azienda statunitense, spendere energie per costruire qualcosa nella città di Napoli. Glielo dico, perché la risonanza è troppo forte per fare soltanto l’intervistatore, su questo argomento, oggi, in questo posto. Annuisce, non aggiunge niente, non ce n’è bisogno.

Lui insegna inglese e mi racconta che scrive anche poesie, in singalese, inglese, anche in italiano ha provato. Poi vediamo se riusciamo ad averle ed a farvele leggere.

Ecco, arriva il direttore della scuola.

Si scusa per il ritardo e spiega che il motivo, come vi ho detto sopra, era molto particolare, veniva da molto lontano.

Inizio a domandargli.

Ci sono circa duecento studenti in questa scuola. Chi vuole tornare in Sri Lanka e continuare i suoi studi (questa scuola va dalle elementari alle medie), lì deve superare un esame. Quelli che vanno a scuola in Italia normalmente, nelle scuole statali italiane, avrebbero una conoscenza della loro lingua di origine appresa soltanto parlando, non studiandone la grammatica, incontrerebbero parecchie difficoltà a superare quell’esame, e non sarebbero abituati, come diffuso in Sri Lanka, a studiare soprattutto in inglese.

Circa l’80% dei singalesi, circa quindicimila in totale che sono a Napoli, vogliono tornare, lui dice, dopo magari parecchi anni, a casa. La cosa è un po’ cambiata dopo gli attentati jihadisti di Pasqua del 21 aprile 2019, e diversi ragazzi da quel giorno hanno lasciato questa scuola e sono andati a frequentare le scuole pubbliche del loro quartiere.

Facciamo un giro per le aule insieme a lui. Fotografo pochissimo per evitare di riprendere gli studenti.

Alcune allieve stanno in una sala coi computer ognuna davanti ad un monitor, guardando filmati in inglese. C’è una piccola aula per la musica. Un armadio con alcuni uccelli impagliati e antichi modellini per le scienze.

La struttura è molto semplice, però i ragazzi, mentre parlavamo, che avevano bisogno di qualcosa, una fotocopia, un permesso, cominciavano la loro frase con “Excuse me, sir”, in piedi, a una certa distanza, con le braccia dietro la schiena, con l’espressione di chi cerca, più che può, di non disturbare.

Uscendo vedo su una mensola alcune coppe: allora chiedo.

È il campionato italiano di cricket: abbiamo vinto il primo premio sia under 13 che under 15 a ottobre 2019. Ho affittato un campo per sei mesi per fare allenare i ragazzi e i risultati ci sono stati. È il loro sport nazionale. Anche il signor Costa era un giocatore della nazionale singalese ma di un altro sport: l’hockey su prato.

Interessante questa visita. Un posto così a Napoli non lo avevo mai visto, neppure pensato.

Scendo, esco dal portone e sento che sono in viaggio. Un poco di fatica c’è pure, non ci sarebbe, credo, se avessi visitato un altro luogo. La mia testa forse sente che si trova parecchio lontano da casa.

Vado verso su. È un buon orario per uno spuntino, mi hanno detto che qui c’è un altro take away singalese. Proprio all’inizio, in alto , di via Salvator Rosa.

Entro, vedo una specie di cubo di pasta. Chiedo come è composto, mi convincono, lo assaggio: un impasto sottile, dentro porro, patate, e mille spezie, se non ho capito male si chiama lolodi, o qualcosa di simile: ottimo, se vi capita… ve lo consiglio. Secondo me ‘sto cibo singalese da asporto può essere un’ottima alternativa, per cambiare ogni tanto, a quello nostro napoletano: un lolodì al posto, qualche volta, di un crocchè al volo.

Giorno 3, lunedì 9 dicembre 2019

Stamattina andiamo a vedere una piccola associazione culturale e scuola di danza, sta su via Salvator Rosa, non lontano da piazza Mazzini, si chiama Nipuna.

Stavolta, cosa rara, sono arrivato in ritardo di mezz’ora. Quando entro ci sono dei bambini che cantano, guidati da alcune signore. Bella melodia, belle queste piccole voci.

Il direttore mi fa accomodare e mi dice che però i bambini stanno pregando, quindi dobbiamo un attimo attendere per poter parlare.

In mezzo a tutti quei suoni, a un certo punto, un paio di volte, riconosco, le uniche in italiano, le parole ave Maria.

Poi finiscono di cantare.

Un piccolo bambino si allontana dal gruppo e viene un poco più vicino. Mi vuole guardare, sarà anche lui un curioso viaggiatore.

Questa è una associazione culturale che si occupa anche di corsi di danza. I bambini stanno qui la mattina fino al pomeriggio. I genitori, che spesso fanno i domestici o i badanti, lavorando tutto il giorno, hanno difficoltà a tenerli a casa. La stessa cosa me l’aveva detta il direttore della St. Anthony’s.

Gli chiedo perché secondo lui i singalesi vengono a Napoli.

Per motivi economici: in Sri Lanka non c’è abbastanza lavoro e anche la corruzione a livello pubblico si nota.

Lui ha detto esattamente: “mio Paese no buono: loro tutto tutto mangiare, loro, solo loro”.

E mi sembra una frase già sentita, ma veniva da meno lontano, e glielo dico. Ma evidentemente da loro la suonano molto più forte.

Anche qui ci sono delle coppe all’ingresso uscendo. Le hanno vinte in competizioni di danze singalesi. Mia moglie è una esperta maestra di danza. Qualche corso lo abbiamo fatto anche per studenti di un’università qui a Napoli: imparavano subito, si erano appassionati.

Bene, ringrazio, un altro piccolo pezzetto del mosaico lo abbiamo.

Quando esco inizio a scendere lungo via Salvator Rosa. A un certo punto vedo una statuetta di Buddha dentro una vetrina, mi giro, guardo meglio: è una cartoleria. Mi sa che è singalese pure questa, entriamo.

Una signora giovane, i muri verniciati di fresco. A questo punto sono curioso di sapere se vogliono pure loro tornare al Paese d’origine o vogliono semplicemente restare. Sto in Italia da 19 anni, i miei figli vanno alla scuola pubblica italiana, per adesso vogliamo restare. La cartoleria l’hanno aperta da solo una settimana, allora gli facciamo gli auguri.

Poi mi danno diverse dritte su altri posti di Sri Lanka a Napoli da visitare, mi sa che questo viaggio singalese ha ancora parecchio da farci vedere.

(fine della seconda parte, continua, qui trovate la terza parte)

Testo e foto di Francesco Paolo Busco (tutti i diritti riservati)