INCONTRI – Ginevra Caracciolo, una giovane velista sulle orme dell’Ammiraglio

10 gennaio 2024

Ginevra Caracciolo, napoletana, diciassette anni, velista campionessa del mondo 2022 nella classe ILCA 4, vice campionessa del mondo 2023 in ILCA 6, vice campionessa italiana giovanile 2023, quarta classificata al campionato del mondo under 21 nel 2023.

Ma -poiché il destino ci mette del suo- Ginevra è la discendente dell’ammiraglio Francesco Caracciolo, duca di Brienza (1752-1799), per parte di padre, che si chiama, per l’appunto, come l’avo illustre: Francesco Caracciolo di Brienza.

Oggi parte per l’Argentina, dove si disputerà il Mondiale 2024 under 19. La incontriamo al Molosiglio, alla Lega navale di Napoli, circolo presso cui è tesserata, dopo l’allenamento.

Come hai iniziato ad andare a vela?

Mia sorella maggiore aveva iniziato a sei anni e vedevo che mio padre, appassionato di questo sport, le dedicava molto tempo. Poiché sono molto legata a mio padre, quando ho compiuto otto anni ho iniziato a fare vela anch’io.

Eri un po’ gelosa?

Sì.

Consapevole, diretta, con un lieve sorriso ma senza troppi giri di parole.

Ho iniziato nella classe Optimist e ho visto che mi piaceva molto, anche regatare. Per indole mi piace la competizione. Trascorrevo ore a guardare video di velisti più bravi per imparare più velocemente.

Porti un cognome particolare, quello di un grande uomo di mare napoletano: l’ammiraglio Francesco Caracciolo.

Sì, è un mio antenato.

Qualche anno fa è uscito un libro molto dettagliato sulla sua figura, lo hai letto?

Conosco quel libro perché l’autrice, Sylvie Mollard, aveva contattato mio padre e ricordo che di pomeriggio a volte si mettevano qui nel circolo a scrivere. Mio padre mi chiede sempre di leggerlo ma non l’ho mai fatto. Però il professore di storia ci ha fatto studiare la sua figura in maniera piuttosto approfondita.

A proposito di scuola: come si riesce a conciliare con un’attività così impegnativa?

Durante le regate, quando sono fuori, cerco di restare comunque connessa con quello che succede in classe. Alcuni miei compagni mi passano gli appunti. Non è semplicissimo perché i professori sono tolleranti finché studi e vai bene, nel momento in cui prendi un brutto voto iniziano a dirti: “perché tu fai troppa vela”. Certo, dopo la vittoria del mondiale sono diventati un po’ più tolleranti perché hanno capito che per me è una cosa seria. E comunque credo che gli sportivi siano un po’ abituati ad una vita molto intensa; io se non ho niente da fare mi annoio, quindi spesso i compiti me li anticipo e alla fine ho una buona media.

Ci racconteresti le regate che sono state più importanti per te? Come te le ricordi?

Sicuramente mi è rimasta impressa la prima regata che ho vinto, in classe Optimist, perché dopo tanti sacrifici finalmente ero riuscita a raggiungere un risultato. Poi ci sono i vari campionati europei e mondiali a cui ho partecipato, anche perché sono regate che durano più giorni e quindi sono esperienze che restano. La più importante è stata il campionato del mondo 2022 a Vilamoura, in Portogallo. Un mese prima avevo partecipato al campionato europeo in Polonia che avevo chiuso all’ottavo posto. Ero rimasta un po’ delusa dalla prestazione e quindi ero arrivata in Portogallo dopo un mese di vacanza, molto serena e pronta a dare il meglio. Dopo qualche giorno ero prima in classifica.

Ritrovarsi in testa durante una regata così importante è psicologicamente impegnativo. Prima delle regate stavo sempre ad ascoltare musica, cantavo, anche per dare un segnale alle avversarie, mostrarmi serena; ma in realtà dentro morivo.

E di nuovo sorride.

Il momento di maggior tensione in una regata è la partenza. I battiti cardiaci arrivano a frequenze alte anche se dal punto di vista fisico è il momento meno impegnativo. È che se parti male, soprattutto in una regata del mondiale, dove tutti i concorrenti sono veloci, è difficilissimo recuperare. In quei momenti è importante tranquillizzarsi da soli e in questo mi aiutano degli esercizi di respirazione.

Quanto è importante invece l’aspetto tecnico? Avere una barca bene a punto?

Io ci tengo molto ad avere la barca “perfetta” ma anche questo alla fine ha un risvolto psicologico, perché mi fa essere sicura che non avrò problemi riguardanti la barca e potrò concentrarmi sul resto. E poi non devo avere la possibilità, se vado male, di inventarmi la scusa che era colpa della barca.

Hai sottolineato più volte che la gestione del lato mentale è delicata.

Sì, bisogna riuscire a restare tranquilli. Quando capita qualche inconveniente mi dico: va bene, è successo, cerca di concentrarti su quello che devi fare ora, ci pensi dopo. È una cosa che ho capito nel corso del tempo: riassumere gli errori soltanto alla fine della regata, non durante, altrimenti non riesci ad essere lucido e a vedere per esempio un salto di vento.

Ti alleni anche in palestra oltre che in barca?

Sì, mi alleno quattro giorni in barca e tre in palestra, sia in acqua che a terra con Cristiano Panada; ogni tanto facciamo qualche lezione con i tecnici della nazionale su meteorologia, alimentazione o preparazione fisica.

Abbiamo anche la possibilità di inviare i tracciati della frequenza cardiaca rilevati in allenamento alla federazione e di fare allenamenti in palestra seguiti in video lezione da tecnici federali.

Ma in allenamento vi aiutate a vicenda?

Quando mi alleno con le veliste della nazionale magari ci sono atlete più generose con i consigli, altre meno, mentre quando mi alleno qui con i ragazzi del gruppo Laser della Lega Navale e vedo che qualcuno è un po’ in difficoltà mi fa piacere dargli suggerimenti; è capitato anche oggi.

Perché praticare la vela?

È uno sport che ti responsabilizza molto. Devi gestire da sola la barca nelle condizioni meteomarine più diverse. Poi, se arrivi a livelli buoni, inizi a fare regate fuori e questo ti fa crescere ulteriormente: stare lontani da casa a dieci anni può essere molto formativo. Inoltre, essendo uno sport che si svolge a stretto contatto con la natura, ti fa vedere concretamente che curarsi del pianeta è importante: navigare in un mare sporco, soprattutto su barche così piccole, così vicini all’acqua, ti colpisce molto.

Il tuo rapporto con la città?

Vorrei restare a vivere a Napoli. Penso che Napoli abbia quasi tutto quello di cui una persona ha bisogno, per esempio, dal mio punto di vista, io ho bisogno del mare.

L’intervista è finita: si alza -avrà già qualcos’altro in mente da fare- con una rapida calma, senza fretta ma senza perdere preziosi minuti.

Chi sa se l’Ammiraglio Caracciolo, che su questo specchio d’acqua, dalla sua casa di via Santa Lucia, affacciava e che qui aveva vissuto il suo ultimo tragico giorno, non sia contento di vederci una sua discendente, con tanto entusiasmo, di nuovo, navigare.

Intervista a Ginevra Caracciolo, a cura di Francesco Paolo Busco, già pubblicata sul Corriere del Mezzogiorno Napoli il 10 gennaio 2024.

Foto: Cristiano Panada e Francesco Paolo Busco