IL VIAGGIO (7) – Andiamo a visitare un tempio induista senza spostarci molto, diciamo fino a Montesanto

Giorno 7: martedì 3 marzo 2020

Di pomeriggio, oggi andiamo a cercare il tempio indù che un monaco buddhista srilankese ci aveva consigliato di andare a vedere. Mi aveva dato proprio la notizia della sua esistenza, a poca distanza dal tempio dei suoi ventotto Buddha.

Me lo aveva spiegato due volte il percorso da un tempio all’altro, da salita Pontecorvo verso Montesanto. Io avevo annuito, negato, annuito un’altra volta, pure se c’erano troppi bivi di vicoli dentro quella mappa, pensando che mi ero fatto un’idea abbastanza precisa della zona, del punto dello spazio di questa città in cui sarei potuto andare a cercare, chiedere alle persone per trovarlo.

Poi sono passati diversi giorni, quasi un’epoca se vi devo dire, esagerando, perché adesso circola la notizia, in maniera epidemica, di un virus che sembra nato in Cina. Allora un po’ mi ero pure distratto.

Adesso ricomincio a viaggiare con la curiosità di guardare. Prendo la mia solita metropolitana intercontinentale, il nostro volo su rotaie.

Appena entro nella stazione e mi concentro sul viaggio inizio a contare le persone di quello, e questo, Stato. Appena mi distraggo torno a Napoli. E ogni volta, di nuovo, che mi ricordo del viaggio, aumentano di uno, due, sono arrivato a sei, sette eccolo, i srilankesi in pochi minuti ad aspettare.

Mi imbarco, partiamo.

Atterraggio di nuovo a piazza Dante, poi stradine, poi un vicolo in salita, largo, e pulito. Dalla mappa guardata a casa, prima, dovrebbe essere facilissimo raggiungerlo: vicino a piazza Montesanto, vico Spezzano 18/A, una parallela di salita Tarsia.

Salgo, arrivo a un incrocio che non era previsto e non l’ho ancora incontrato.

Continuo un po’, niente più corrisponde all’idea che m’ero fatto, allora torno indietro.

Due donne, belle, delle linee di quel popolo del viso, del corpo, della grazia delle mani e della pelle. Chiedo a loro.

All’inizio non capiscono bene, poi sono le prime singalesi (anzi dobbiamo dire srilankesi se vogliamo intendere tutte le etnie di quel Paese) con cui parlo che mi chiedono se sono capace di parlare in inglese.

Yes, yes, I’m looking for the hindu temple.

Tamil?

Yes, Tamil hindu temple.

, e mi indica la strada da dove ero passato, vicino, vicino indicando, trovi vicino.

Ringrazio, poi mi viene l’idea che è bello avere una foto di questo momento. Photo, photo e scatto sorridendo. Una si copre il viso ma per finta, dopo molto tempo.

Eccolo.

Sulla sinistra, a piano terra: una porta di ferro. Subito oltre: una ghirlanda colorata di traverso. Entro e i colori aumentano.

Si scende. A sinistra, subito, in un’altra porta, c’è una donna che sembra di stare in India.

Lo aveva detto la nostra guida per turisti: “I Tamil, nel nord del Paese, di religione indù, sono molto più vicini all’India che alla cultura del resto dello Sri Lanka”.

Indossa il sari, e sulla fronte ha un bellissimo piccolo cerchio disegnato, netto.

Le spiego l’idea che ci sta muovendo. Allora mi porta più dentro per parlare con qualcuno che lei pensa sia più adatto.

Aumenta lo spazio, è largo, e intravedo immagini e statue di intuizioni sacre.

Arriva un uomo scalzo, con le mani bagnate, sulla fronte non ha un cerchio scuro ma una striscia bianca che si sarà fatto per caso mentre stava con gli altri pulendo.

Spiego di nuovo.

È sorridente, gli lascio il biglietto da visita con su scritto “Ingegnere”. Speriamo che quello a cui lo darà non lo legga troppo. Mi chiameranno quando c’è una festa loro.

Gli chiedo quando.

Ah, appena si mettono d’accordo, via cellulare sei o sette persone, per vedersi qui e aprire il tempio.

Non abbiamo orari di apertura.
Ci telefoniamo: “Vogliamo andare? Vieni?”. E allora noi apre tempio.

Che vi devo dire: speriamo che mi chiamino, e non fra troppo tempo.

Giorno 8: domenica 27 settembre 2020

È passato molto tempo e non ci hanno contattato, c’è anche da dire che nel frattempo il mondo è cambiato. Quella notizia di cui vi raccontavo il 3 di marzo nel frattempo si è fatta più vicina, è arrivata alle nostre porte e per alcuni mesi siamo dovuti stare tutti chiusi dentro.

Allora stamattina, domenica, provo ad andare a vedere se li trovo.

Stavolta scendiamo a piedi, per scale antiche, via Cupa Vecchia. La temperatura dell’aria finalmente è scesa e si cammina bene, soprattutto se andate con un amico. La prima tappa di giro del mondo che faccio senza viaggiare oltre che con voi.

Poi un pezzetto di Corso Vittorio Emanuele, la scala di Montesanto, e ci siamo quasi.

Iniziamo a salire per vico Spezzano.

È passato tanto di quel tempo che mi ricordo soltanto che la porta si trova sulla destra, verso l’alto di questa leggera salita. Provo a chiedere a qualcuno che sta scendendo e che a occhio potrebbe essere abitante di qui intorno.

Buongiorno stiamo cercando un tempio induista che sta da queste parti, ci sapete dire il posto esatto?

Una volta, due, e l’espressione è la stessa: nun sapimme proprio e che state parlanno.

Vabbè dai, non sarà difficile trovarlo.

Sta più sopra di quanto ricordassi. Il portone di ferro senza nessuna scritta, neppure un nome qualunque sulla cassetta delle lettere. Però è aperto e basta affacciarsi dentro per rivedere quella ghirlanda di fiori di carta che attraversa tutto l’arco della porta in alto.

Entriamo.

C’è silenzio. Forse non c’è nessuno. Ecco, due persone che stanno lavorando.

Sono gentili, gli spieghiamo perché siamo venuti e chiamano subito al telefono qualcuno che può esserci di aiuto. Appuntamento più tardi, dopo pranzo.

Nel frattempo però so’ troppo curioso, stavolta un’occhiata dentro un poco più lunga non riesco a non darla.

L’effige di una delle loro divinità principali, con la testa di elefante. Altre statue ognuna dentro una specie di tempietto chiuso da tende e molto illuminato dentro. Un po’ ci spiegano lo stesso. Qualche foto la faccio. Poi, dai, torniamo dopo pranzo.

Raffigurazione del dio Ganesh

Mi vado a fare un giro verso Santa Chiara, l’amico mio di viaggio non poteva continuare la tappa e adesso siamo io e voi rimasti soli.

Poi una pizza tra un diluvio e l’altro.

Al tavolo a fianco due giovani donne americane: Spaghetti carbonara, una pizza e due cocacole. Diversi altri avventori tutti con l’accento nordico. Dai che stamattina non siamo i soli a fare viaggi intorno al mondo.

Mi incammino verso Montesanto, piove forte. Mi riparo ogni pochi metri lungo via Toledo sotto agli usci dei palazzi. Dopo un po’ non è più tanto per la pioggia, è per sentire che suono ha l’abbraccio di questi portali antichi, altissimi, di pietra del vulcano, con i portoni di legno enormi e le porticine in cui passano senza inchinarsi solo quelli bassi.

Sotto ogni portone trovo qualcuno che si sta riparando oppure arriva mentre stiamo già lì fermi.

Ognuno poi riparte quando pensa che la quantità di acqua che sta scendendo è quella giusta che gli tocca sopportare. Dall’altro lato della strada c’è chi con i pantaloni corti, la camicia leggera e le infradito cammina sott’all’acqua senza neppure l’ombrello.

Sono le varie culture del mondo, ad ognuno la pioggia lo bagna in un modo.

Eccoci di nuovo fuori alla porta di ferro.

È appena appena aperta. Mentre mi avvicino viene verso di me un signore che stava parlando al telefono al portone a fianco.

Sono le 14 e pochissimi minuti, puntualissimo Suresh, fuori, mi stava aspettando.

Si ricorda di me. È la stessa persona con la quale avevo parlato l’altra volta, prima del “diluvio” col nome di Covid. Bene, dai, allora siamo già a metà delle presentazioni.

Entriamo.

È srilankese, sta in Italia da circa venti anni. È il presidente della comunità Tamil di Napoli. È anche uno dei responsabili di, prendete un bel respiro, Arulmigu Sri Sithy Vinayagar aleyam, “aleyam” vuol dire “tempio”, quello prima è il nome proprio di questo che stiamo visitando adesso.

La comunità che lo ha voluto e che lo sostiene è di circa centocinquanta famiglie, paesani li chiama Suresh, e questo nome mi piace moltissimo.

Ogni pomeriggio alle diciotto pregano qui tutti insieme. È circa un anno e mezzo che è aperto. La comunità Tamil di Napoli hanno voluto costruire questo tempio da tanto tempo. All’inizio avevano solo un paio immagini di divinità, incorniciate, adesso hanno diverse statue molto curate.

A sinistra il dio Ganesh, a destra suo padre Shiva

Quella che colpisce subito entrando, messa più al centro, ha la testa di elefante. Si chiama Ganesh mi dice. Poi negli angoli della stanza ci sono la madre Parvati, il fratello Murugan e il padre Shiva. Shiva sta anche, il corpo tutto azzurro, vicino alle due fotografie che utilizzavano per pregare i primi tempi.

Tempietto che custodice la statua del dio Ganesh

Gli chiedo perché il dio Ganesh abbia la testa di elefante: l’elefante è nostro animale più importante, poi c’è storia molto bella bella lunga, difficile adesso spiegare.

C’è una certa grazia in queste persone che vengono dallo Sri Lanka che qualunque cosa dicano non suona mai male.

Di storie che spiegano questa testa ce ne sono diverse, hanno a che fare con l’impazienza del padre, con la gelosia di altre donne divine, e la riparazione di quegli eccessi. Dando vita ad un essere che ha dell’umano e la profonda saggezza di quell’animale. Ai suoi piedi è sempre raffigurato un piccolo topo. Un animale piccolo ma molto intelligente, che per alcuni simboleggia l’ego, la bramosia, per altri la capacità col suo acume anche di produrre notevoli danni. Ganesh, dall’alto, lo neutralizza con il suo controllo. A pensarci un attimo il topo somiglia a quello che sta combinando in questo mondo l’uomo. Forse una preghiera a Ganesh di sorvegliare bene il roditore dovremmo farla tutti.

Davanti al tempietto che lo racchiude ci sono tre coppe dorate con polveri e impasti di vari colori. Gli chiedo a cosa servano e lui mette il dito dentro il primo bianco, lo porta al centro degli occhi per lasciare un marchio. Rifà lo stesso gesto con l’impasto rosato e poi con quello rosso. Prima di ogni cerimonia sacra, loro le chiamano pooja, è importante farsi sulla fronte questo segno.

La statua di Ganesh, prima delle cerimonie importanti viene lavata, ma solo il Pandit può farlo. Poi lo vestono con stoffe eleganti.

Ganesh vestito per la pooja (Foto di Suresh)

La portiamo in giro per questa grande stanza.

Non fuori gli chiedo?

No, fuori no, almeno per adesso, dobbiamo chiedere autorizzazioni, e siamo ancora… nuovi.

Poi mi mostra alcune foto di cerimonie fatte e un video. Tutti con i vestiti tradizionali, sari coloratissimi, uomini a torso nudo, pantaloni al ginocchio e bracciali. Sollevano la portantina in sei, si danno il cambio anche se percorrono, dentro questa stanza, pochi metri. Hanno gli stessi gesti ed espressione del volto che abbiamo noi quando portiamo in giro i nostri Santi.

Processione durante la pooja (Foto di Suresh)

Poi gli chiedo lui da dove venga esattamente. Vengo da Chilaw, centro di Sri Lanka, sulla costa occidentale.

Allora gli dico: dove c’è Kandy la città con il grande tempio buddhista. E mi pare contento. Lui va anche al tempio buddhista ogni tanto. Conosce bene il monaco con cui avevamo parlato. Se pensiamo che con i Tamil, in maggioranza induisti, in Sri Lanka fino a dieci anni fa c’erano conflitti questa unione tra persone di diverse religioni è un ottimo segno.

Poi mi dice che qui ogni tanto vengono anche italiani. Due signori di Bologna qualche settimana fa sono venuti ad assistere ad una delle loro cerimonie.

Quando ci sarà una pooja Suresh ci richiama, siamo troppo curiosi.

Pandit durante la pooja (Foto di Suresh)

Prima di uscire incontriamo un altro dei cinque o sei che si occupano più direttamente di questo tempio: Suresh ci ha tenuto a dirmi tutti i nomi in un elenco (Jegan, Jeyakanthan, Lavana, Kumar, Rasidharan, Paranjothy, Nalini).

Anche se lo sapevo ormai, lo avevo intravisto, questo posto mi ha sorpreso lo stesso.

È bello ogni volta andare per un vicolo della città in cui sono nato e trovare che sono lontanissimo dall’aver visto tutto.

(Fine settima parte, qui trovate la prima, continua)

Testo e foto di Francesco Paolo Busco (tutti i diritti riservati)