Giovedì 17 gennaio 2019, giorno otto, mattina
Oggi è un giorno importante, il professor Donato Di Stasi, ex sindaco di Felitto e appassionato storico del paese ci porta in giro per il centro antico.
L’appuntamento è davanti al Municipio prima delle nove. Attraversando la strada incrocio Michele che sul furgone comunale sta facendo il giro per la raccolta differenziata.

Ch’ ffai stammatina France’?
Il professor Di Stasi mi fa da guida nel centro storico.
Ah, bene, buona giornata, magari ci vediamo più tardi.
Buona giornata pure a te.
Sono in anticipo, entro nel Municipio. Vado a riguardare le fotografie che avevo intravisto il primo giorno. C’è una foto di due coniugi, lui col cappello a falda larga, la giacca, il panciotto, i calzoni al ginocchio e le calzature alte che oggi vediamo anche a Napoli qualche volta indossate dai suonatori di zampogna durante le feste di Natale. Ha nel portamento una certa eleganza.

Lei davanti vestita in maniera più casalinga, ma con le scarpe buone, forse le uniche, la corporatura forte. Anche nella foto in bianco e nero sembra abbronzatissima, dai lavori di campagna. Lui le poggia la mano sulla spalla. L’espressione è seria. I cognomi sono Di Stasi lui, come il professore che sto aspettando, Pagnotto lei, come Michele che ho appena lasciato.

Poi esco di nuovo.
Ecco il professore.
Buongiorno France’.
Buongiorno professore.
E quasi subito inizia a raccontare.
Qui siamo in località Orticelle perché vi si trovava un monastero, i cui monaci vivevano tra l’altro dei prodotti dell’orto, “coltivavano gli orticelli”.
La strada era più giù. Qui, dove adesso c’è il Comune -che è stato costruito negli anni ’60- c’era un muretto e sotto c’erano degli orti dove producevano buone cose.
Oggi siamo lungo una strada asfaltata, la principale che porta al paese, quella dove si trova il Municipio e la piazza principale, una volta era un orto. Lo avevamo detto che questo sarebbe stato un giro storico, e qui lo spazio già è cambiato un poco: il paese si restringe, si allarga la campagna. In poche parole il professore ha già modificato il mondo. Scompaiono la strada, queste case in cemento armato e il suolo ridiventa morbido.
Nel 1830-’35 in Felitto c’erano solo due maestri, e il Decurionato -così si chiamava allora quello che oggi è il Consiglio comunale- nominò un terzo maestro per i ragazzi del borgo Orticelle, i quali, specie d’inverno, trovavano difficoltà a salire al paese. Era un borgo vero e proprio. Poi poco a poco si ampliò il paese al di fuori delle vecchie mura.
Adesso è cambiato lo spazio completamente. Si è allargato. Il centro storico, che nella mia testa era sostanzialmente qui dove siamo adesso, solo un paio di strade ci separano, ora è lontano, più piccolo, arroccato al di sopra di dove siamo noi che era in mezzo alla campagna, sede di un borgo separato da un muro.
C’erano anche le scuole serali? Ho visto una foto poco fa al Comune, con gli adulti seduti ai banchi.
Allora, qui fino agli anni’60 c’erano le scuole rurali perché la popolazione di Felitto era distribuita nelle campagne. Una campagna moto vasta e antropizzata per cui c’erano varie scuole. Anch’io ho frequentato una scuola rurale. Per la maggior parte delle persone non era il caso di frequentare le scuole nel paese perché bisognava fare un lungo spostamento.

Quindi c’erano molte più scuole di adesso?
Sì, adesso stanno scomparendo anche le scuole dei paesi, nel centro. Una volta c’era la scuola di Acquanoceto, quella di Bosco grande, di San Giorgio, del Casale… Questo essenzialmente nel dopoguerra, perché durante il fascismo c’era qualche scuola serale, anche qualche maestro improvvisato, ma le scuole rurali sono state potenziate dopo la guerra.
Oggi qui che scuole ci sono?
Asilo, scuola elementare e scuola media. Anche se la scuola elementare funziona come pluriclasse.
La popolazione abitava in campagna e questa era una buona cosa perché oltre a produrre ciò che l’agricoltura poteva dare, in campagna era molto diffuso l’allevamento e nel territorio di Felitto l’allevamento è sempre stato importante. Tanto è vero che quando fu fatta, nei secoli passati, la suddivisione dei demani, fu tenuto presente anche questo. Fu stabilito che a ogni paese venisse dato un territorio agricolo in base alla popolazione, e poi i territori di pascolo, di montagna, venivano distribuiti in base all’allevamento. Felitto ebbe molti boschi perché aveva molti animali. Castel San Lorenzo, che non aveva allevamento, non ebbe quasi niente.
Molte famiglie felittesi migliorarono la propria posizione proprio grazie all’allevamento: mucche, pecore, capre, maiali, tacchini. Gli animali rendevano sia nei prodotti derivati, per esempio i formaggi, sia per la loro vendita. Anche nella mia famiglia, il mio bisnonno, attraverso l’allevamento, e un poco anche attraverso il recupero di alcune quote in seguito alla eversione della feudalità nella prima metà dell’Ottocento, era diventato un possidente, era proprietario di circa cento ettari di terreno.
Quindi qui la questione della riforma agraria non c’è stata?

La questione della riforma agraria è stata essenzialmente nei grandi latifondi, ad esempio nella piana del Sele. Da noi che cosa è avvenuto? Nel 1806 i francesi, venendo in Italia fecero due leggi essenziali: eliminarono gli ordini religiosi laici e adottarono l’eversione della feudalità. Fino ad allora chi governava -che poteva essere Roberto Sanseverino nel Quattrocento o Ferdinando di Borbone a fine Settecento- dava dei territori come feudi a determinati Signori. Altre terre erano proprietà della Chiesa e degli ordini religiosi. Quindi la terra era in maggioranza di proprietà di poche persone: i baroni e questi enti religiosi. A Felitto sicuramente fu eliminato un ordine, un monastero, in zona Margherite, poi ti dico. E tutti questi terreni che furono confiscati: ex terreni baronali, ex terreni degli ordini religiosi, passarono come demanio comunale.
Il Comune avrebbe dovuto dividerli in quote e darli a quelli che non ne avevano. Però in questo processo subentravano sempre i più forti che cercavano di accaparrarsi tutto a danno dei più deboli. Non solo, ma parecchi cercavano anche di usurpare il terreno demaniale. Il povero cristo andava a lavorare alle dipendenze di un signore che gli dava, se gli dava, qualcosa, oppure cercava di procacciarsi un po’ di terreno col sistema delle usurpazioni. Oppure comprava delle quote. E chi poteva comprare? Chi aveva soldi disponibili, che erano coloro che facevano allevamento. Il semplice agricoltore viveva in un regime di sopravvivenza.
L’allevamento del maiale ad esempio è stato tipico del Cilento essenzialmente già dal tempo dei Romani. I Romani se c’è una cosa che apprezzavano più di tutto era un prodotto cilentano: la “lucanica” la chiamavano, che poi in alta Italia è diventata “luganega”, la salsiccia. In Lucania, che andava da Paestum a Potenza a Sapri, c’erano i suarii, i commercianti di maiali o di carni di maiale, che portavano anche direttamente a Roma.


Qua cominciava il centro storico. Là c’era una torre, qui c’erano delle mura possenti. E qui, tra il muro e questa palazzina, c’era la porta Est di Felitto.

Eccoci, siamo alla base del paese antico. Qui inizia il giro dentro le strade storiche.
Le mura circondavano il paese solo lungo il lato nord ed il lato est. Sul lato sud e su quello ovest non c’erano mura perché come sai c’è il dirupo che funge da protezione naturale del paese. Lungo le mura c’erano tredici torri. Qui c’era la porta di ingresso. Adesso questa è via Pomerio. Questo è stato sempre il pomerio.

Felitto nella sua configurazione urbanistica ha origini greche. Il pomerio nell’antica Roma era uno spazio che circondava il centro abitato, generalmente all’interno delle mura, ma poteva anche essere all’esterno laddove non c’erano mura. Era una sorta di via sacra nel senso che non andava attraversata senza autorizzazione. Chi valicava il pomerio senza autorizzazione veniva considerato un nemico. Pomerium è la classica definizione romana e questo, a Felitto, è rimasto il Pomerio da sempre.
Buongiorno. C’è una signora che stende i panni sui fili con le carrucole. Allora questi fili si usano, ‘sto sistema funziona ancora.
Noi adesso siamo in via Pomerio, subito dentro le mura. Fino agli anni ’60-’70 qui c’era il Municipio.
Ci inoltriamo nel paese.

Vedi questi archi? Hanno anche una particolare funzione difensiva, sono bassi, stretti, ci potevano passare pochi uomini alla volta e si potevano sbarrare facilmente. Il Pomerio, era uno dei decumani, poi c’erano i cardini.
Qui, vedi, all’interno di un’altra torre hanno costruito il palazzo. Hanno parzialmente demolito la torre per costruire case. Qui erano i casalini, cioè tante piccole case.
Allora gli ricordo il racconto di Vincenzo e Rosi, della casa piccola in paese e la casa in campagna.
Sì, perché chi aveva l’azienda in campagna, con gli animali ecc., non abbandonava quella casa. Stava in campagna e aveva una piccola abitazione anche in paese. Quando per esempio avevano bisogno del medico, se potevano raggiungere loro il medico, magari venivano in paese. Negli altri casi al medico veniva pagata una indennità particolare, la cosiddetta “cavalcata”, poiché doveva andare in campagna per assistere gli ammalati servendosi del cavallo, non poteva andare a piedi, avrebbe impiegato troppo tempo.

Di qua si vede Castel San Lorenzo, lontano c’è Castelcivita, poi a destra Aquara. Si trovano molte carte geografiche del ‘500, ‘600, dove alcuni paesi non compaiono proprio. Compare Felitto, non compare Castel San Lorenzo, non compare Roccadaspide, non compare Aquara. Compare San Pietro, sotto Aquara. Compare Civita, Sant’Angelo a Fasanella. Gli altri paesi o non c’erano o non avevano molta importanza. Felitto aveva una posizione eccezionale in quanto dominava la vallata. Poi considera che oltre quella collina c’è un paese, Roscigno dov’è stata trovata un’antica città, a Monte Pruno di Roscigno, che risale a 700, 800 anni prima di Cristo. Era una grande città perché è stata trovata una necropoli con tante tombe, e molte erano tombe principesche. Quindi questo territorio della valle del Calore era già abitato. Magari in origine dobbiamo immaginare che le persone abitavano nelle campagne, costruivano una casa, poi sorgevano più case vicine che formavano dei casali. Per cui c’è Pozzano, casale Barbagiano, casale Margherite, San Pietro, Santo Ianni. Poi venne qualcuno dove siamo adesso e sorse il paese. Cominciarono a fare le fortificazioni e divenne il centro più importante. La fortificazione di Felitto è stata costruita secondo il sistema romano, quasi identica a quella della città di Numanzia, però molto probabilmente è stata migliorata o completata durante la guerra gotica, quando i vari Narsete, Belisario, durante il quinto o sesto secolo sono venuti dall’Oriente a conquistare. Le 13 torri erano poste a una distanza di circa 50 metri l’una dall’altra in modo che potessero comunicare a voce.
Stiamo camminando lungo la strada che percorre tutto il paese. È un paese stretto e lungo, segue la conformazione dello sperone di roccia sul quale si trova.

Questa è roccia, sulla quale è stata costruita questa chiesa, la chiesa Madre, chiesa dell’Assunta. Originariamente risale al 1200 però nel 1400, 1500 fu ricostruita in un posto dove era già cominciata la costruzione della casa di Enrichetta Sanseverino. Il palazzo, a fianco alla chiesa, non fu finito. Infatti il campanile è una torre quadrata ed era nota come “torre del palazzo”. Questa è la navata, in senso est-ovest. Sopra c’è un cappellone. Fino al 1800 divenne poi proprietà dell’Università di Felitto, ma prima era privata. Parte della chiesa, il cappellone, era privato.
Ora si celebra in genere solo la domenica.
Qui sotto c’è la porta occidentale di Felitto.
Quindi il paese finiva qui.

Sì. Sopra la porta c’era una specie di camera per i soldati. Alcuni anni fa l’abbiamo fatta restaurare.
Le due porte principali erano quella orientale e quella occidentale.
Dove ci siamo fermati prima, davanti alla vecchia sede del Comune, c’era la fontana del primo acquedotto che dalla parte alta del territorio di Felitto portava l’acqua alla fontana per attingere. Per lavare in genere si andava al fiume. Vicino al fiume c’è una zona che si chiama “l’acqua calla” perché c’è una sorgente a temperatura più calda e là si andava a lavare, soprattutto d’inverno.
Ehilà, buongiorno.
Buongiorno.
(Ogni tanto in questo giro incontriamo gli abitanti).
Siamo arrivati ad una sorta di balconcino che affaccia lontano, in basso.
Si intravedono una vecchia costruzione e un tetto.
Quelle erano una cabina elettrica e il tetto dell’antica centrale idroelettrica di Felitto. A Remolino veniva deviata parte dell’acqua che lungo il canale andava alla condotta forzata che scendeva alla centrale. Iniziava lì una linea di distribuzione elettrica che alimentava una trentina di paesi, fino a Vallo della Lucania, Casalvelino. Quindi buona parte del Cilento.
Con una centrale così piccola? Si consumava poco all’epoca.

Sì. La centrale fu inaugurata nel 1914. Era della Società Meridionale Elettrica (SME) poi ci fu la nazionalizzazione dell’energia e passò all’Enel che la potenziò con alcuni motori diesel. Poi fu chiusa. Era una delle primissime centrali idroelettriche italiane. La ditta costruttrice di quell’impianto ne aveva costruita una in Lombardia e una in Toscana, la terza fu questa. Era una ditta del nord. La ditta più importante però all’epoca era a Mongiana in Calabria e faceva concorrenza ad una ditta simile inglese. Altre in Italia non ce n’erano. Subito dopo l’unità d’Italia quell’azienda fu smantellata e portata al nord.
Silenzio.
Ho detto tutto.
France’, uno può dire quello che vuole ma il Piemonte con la conquista del Regno di Napoli si arricchì. Il Piemonte nel 1860-61 era pieno di debiti. Le casse del Regno di Napoli erano piene. Nel Regno di Napoli sotto i Borbone si stava bene. Dopo i Borbone si cominciò a stare male. Alla fine del 1800 la gente per disperazione fuggì all’estero.
Che non è l’emigrazione che conosciamo noi, quella degli anni del boom economico dopo la seconda guerra mondiale, verso le industrie del nord Italia o d’Europa.
Esatto. Anche dopo la seconda guerra mondiale molti se ne sono andati all’estero. Perché poi durante il fascismo a gestire i territori, i beni, erano in pochi, i cosiddetti Don. E quindi la maggior parte delle persone era tenuta alla fame, sfruttata.
Un altro feudalesimo.
In altra forma, ma sostanzialmente sì.
Poi c’è stata anche l’emigrazione europea, verso la Germania, la Svizzera. Ma era diversa perché la stragrande maggioranza di quelli erano migranti stagionali. Andavano all’estero, facevano un po’ di soldi, tornavano qua, compravano terre, realizzavano cose. L’emigrazione nei paesi europei è stata un grande vantaggio. Le rimesse di quei soldi sono state un progresso per il paese. Sono state realizzate parecchie cose nelle campagne, nel paese. È stata una iniezione di ricchezza.
Quindi le emigrazioni negative sono state quella verso altri continenti dopo l’unità e quella di oggi. Perché oggi di giovani qui non ne vedo molti.
Anche quella di oggi.



Nel frattempo siamo arrivati quasi al culmine del centro storico.
Buongiorno, buongiorno. Facciamo una passeggiata per il paese.
France’ questa è l’unica casa esposta a sud del paese. Qua nel vicolo estate e inverno c’è sempre il sole.
Nella foto vedete la signora che stende i panni, moltissimi, senza problemi di fili da far scorrere per sfruttare ogni spazio, al sole.
Felitto è costruito su un lungo sperone di roccia che si estende in direzione nord-ovest/sud-est, sul lato sud ha le gole del fiume Calore, troppo scoscese per costruirci, quindi si affaccia sostanzialmente sul versante nord, e chi abita all’interno, in Italia, lo sa che d’inverno come si guarda il sole conta, soprattutto se devi riscaldare la casa con il camino. Te ne accorgi da quanti viaggi devi fare per mettere la legna, bella in ordine, all’asciutto prima dell’inverno e poi portarla dentro casa ogni volta che devi accendere il fuoco. Anche questo ti tiene in connessione con il mondo però, vedete? Devo sapere come è posizionata la mia casa rispetto al sole, misuro direttamente questa cosa ogni giorno dell’anno.
Qui per esempio abitavano una volta i nonni di mia moglie.
È esposta a sud. Dev’essere calda.
Sì, ma poi le case in muratura di pietra sono fresche d’estate e calde d’inverno.
Rafelina, Rafelina, vieni non ti preoccupare.

Mica mi avete ripreso?
No, No. Solo da lontano.
Di qua, Da questa casa, c’è una porta di soccorso che scende sul versante sud.
Buongiorno.
Facciamo un giro. Arrivederci.
Stiamo percorrendo il centro storico compiendo il giro in senso antiorario.
La chiesa Madre è chiusa. Questo è il palazzo nobiliare più grande, Palazzo Migliacci.
Vieni qua, ti faccio vedere un balconcino.

Una panchina panoramica, bellissima!
Qui sotto c’è il fiume. Capisci che era impossibile accedere da qui per gli invasori.
Sì, il muro qui era inutile.
Vedi al di là del fiume? C’è un corrimano in legno. Quello è il percorso del canale che da Remolino portava alla centrale elettrica.
Da ragazzino abitavo a Remolino. La terra dove ieri abbiamo fatto le riprese apparteneva a mio padre.
Di lì poi, seguendo il canale, si arrivava a Santa Maria di Costantinopoli.
Qui adesso è diventato un balconcino perché quando ero sindaco feci fare la ringhiera, la panchina. Era uno degli angolini più ambiti. Qui da lungo tempo non ci abita nessuno. Era diventato un angolino “romantico”, definiamolo così.
E sorride.
Dove nessuno disturbava. Si era diffusa l’abitudine di mettere una sorta di segnale, un fazzoletto all’ingresso, segnale di “occupazione già avvenuta”.
Nel centro storico come vedi le strade sono abbastanza strette. Col passare del tempo, c’è la necessità di trasportare in maniera più comoda la legna, la mancanza di strade rotabili ha scoraggiato un po’ dall’abitare qui in centro.
Eh, me ne sono accorto anche io. Che per portare la legna dal palazzo Migliacci alla casa dove sto, che è vicinissima, già non è proprio una passeggiata.
Bravo. Nel rifacimento di alcune strade sono stati usati alcuni accorgimenti per facilitare il passaggio, però il problema non si risolve del tutto. E molti hanno preferito costruire fuori dal centro storico.
Per due chilometri dalla piazza del Comune ci sono tutta una serie di belle case. Poi anche in campagna sono state costruite belle case.
Ecco. Il professore ci sta dando qualche altro elemento per capire perché molte case del centro storico sono chiuse. La comodità. La comodità di arrivare in auto fin sotto casa, forse la grandezza anche delle case nuove rispetto a quelle, vicine vicine, del centro storico.
Sai che ogni tanto vengono degli americani, discendenti di persone di Felitto, e io cerco di rintracciare le case dei loro antenati? Si fanno le foto, si commuovono. È una cosa eccezionale guarda France’. Lo stato d’animo di quelle persone discendenti di felittesi, che vengono.
Magari felittese era il bisnonno. Nonostante il tempo passato, loro sono affezionati a Felitto in una maniera incredibile. Poi si è un po’ diffusa la mia mail tra i discendenti felittesi negli USA e ogni tanto mi arriva qualche richiesta di notizie, o comunicazione di chi vuole venire.
Anzi il professore dice “ritornare”.
Un giorno mi arrivò una mail da una signora dal Canada. Mi chiese come fare ad avere il certificato di nascita di Tiddi Bruno Carmelo e di Ventre Pasqualina e il loro certificato di matrimonio. Vidi questo nome: Ventre Pasqualina. Mio nonno si chiamava Ventre, mia nonna si chiamava Ventre. Pure mio nonno era stato in America.
Andai a verificare e questa Ventre Pasqualina non era la sorella di mio nonno? Fu un’emozione un po’ particolare. Scrissi e dissi di questa storia di parentele. Era una signora di 25-26 anni la cui bisnonna era questa Pasqualina Ventre e spiegai una serie di cose, parentele, la grande famiglia di Felitto ecc.
Buongiorno.
Buongiorno Filume’.
E lei disse: “Ma io non pensavo mai di avere una così grande famiglia a Felitto. L’anno scorso sono stata in Italia in viaggio di nozze ma sono stata a Roma, a Venezia, a Parigi… sai, ma se non l’anno prossimo, fra due anni verrò”. Eravamo a gennaio febbraio: a settembre era già qua.
Venne col marito. Come rimase contenta. Poi doveva tornare ma non è ancora tornata perché poi è nato un bambino.
Insomma capita di frequente che cittadini americani, discendenti di felittesi, che il paese non lo hanno mai visto, che magari non parlano neppure italiano, vanno ancora in cerca delle origini italiane. Gli scrivono e poi vengono, fanno il viaggio di ritorno.
Arrivano qui e si commuovono. Non bastano le generazioni a rompere i legami con i luoghi.
Ci dev’essere qualcosa nei paesi, nelle case che abitiamo, che attiene al profondo del nostro essere. I nostri luoghi sono quello che abbiamo abitato nel corso della vita, materialmente, ma anche quello che ha abitato nei nostri pensieri e, soprattutto se ce ne siamo allontanati, sono il ritorno al passato, sono un viaggio nel tempo. Tanto che dopo due o tre generazioni questo viaggio in un tempo di qualcun’altro, di cui hai sentito parlare solo nei racconti, forse nei sogni, è ancora importante, ha un valore che ancora tocca in maniera forte.
Ma andiamo avanti. Siamo a piazza De Augustinis.
Questa era una piazza importante. Tutti questi palazzi intorno sono stati realizzati tra il ‘700 e l’ ‘800. La piazza era questa, la piazza del paese. Questa che ancora chiamiamo piazza. Matteo De Augustinis era un felittese di primaria importanza. Nel 1999 gli dedicammo un convegno a cui parteciparono professori universitari da tutta Italia. Lo facemmo qui e all’università di Salerno.
Buongiorno Professo’.
Buongiorno, come andiamo?

Incontriamo una signora che porta fusilli appena fatti da lei (si chiama zia Caterina, la incontreremo di nuovo oggi pomeriggio).
Questi sono i fusilli.
Sì, sono stato al laboratorio l’altra sera.
Se ci tornate, a volte ci sono anche io.
È una signora simpatica. Sembra molto estroversa.
Procediamo ancora verso il castello.
Di qui c’è un’altra sorta di passaggio al calaturo. Il luogo dove anticamente si calava giù al fiume, o si buttavano le immondizie.







Attento che ci sono dei chiodi.
Scendiamo, apriamo una vecchia porta di legno, in mezzo a macerie varie di muri.
C’erano altri passaggi da alcune case che portavano pure al calaturo.
Ci affacciamo sul burrone che porta al fiume. La vegetazione da qui in poi domina il paesaggio, insieme alle rocce.
Risaliamo.
Siamo vicino al castello.
Anche dal castello c’era un passaggio, oltre il “trabucco”, una botola nascosta dalla quale si precipitava nel dirupo. Ma c’era anche un passaggio al calaturo.
Ma il castello non apre mai?
Qualche volta.
È privato?
Sì, sì. È chiuso, è chiuso.
Nel 1220 Federico II nel riorganizzare il suo regno fece un controllo di tutti i castelli per dichiarare legittimo o non legittimo chi li occupava. Il castello di Felitto capitò tra quelli i cui occupanti non erano legittimati, e quindi per il suo mantenimento si stabilì che dovevano occuparsene i cittadini.
Qui, dove c’è questo vuoto, c’era la Casa della Terra, oggi diciamo Comune di Felitto, allora si diceva Terra di Felitto perché il nome “Comune” è stato adottato a seguito della venuta dei Francesi nel 1805-6. E per indicare la comunità di Felitto si usava il termine “Universitas”. Qui c’era la Casa della Terra, cioè la casa comunale che poi nel 1700 crollò. Questo era il luogo di riunione. Non solo, ma qua c’era il seggio, vi si facevano le riunioni all’aperto, con il tavolo centrale, le sedie in pietra.
Dopo il crollo il Comune cercò ospitalità in vari palazzi fino a che si stabilì all’inizio del pomerio, come ti ho raccontato all’inizio di questo nostro giro, e poi di là nella casa comunale che c’è adesso.
Non so se hai sentito parlare della pietra piatta, ‘a preta chiatta.

C’era una pietra piatta, larga, nella piazza qui e ancora oggi ne rimane il ricordo in un detto locale. Quando una persona non pagava i debiti veniva esposta in piazza: veniva fatta sedere sulla pietra piatta a culo nudo.
Tanto è vero che a Felitto ancora gli anziani usano l’espressione: nun voglio i’ re culo ‘a la chiazza. Non voglio espormi a debiti.
E funzionava.
Fino più o meno a fine ‘700.
Poi un altro riferimento storico.
Nel 1799, più o meno in questa zona, era stato issato l’albero della libertà dei rivoluzionari. Quando ritornarono i Borbone con i Sanfedisti e fu abbattuta la Repubblica napoletana, fu messa al suo posto una croce in cima a una colonna in pietra. L’attuale monumento è quello che si costruì dopo che un’alluvione fece crollare il vecchio, è del 1816.

Procediamo un poco e poi il professore mi indica diverse zone, in lontananza.


Lì è Santo Ianni, lì località San Giorgio,, il casale di Barbagiano, S. Pietro, S. Maria dei Margariti. In ogni zona c’era una chiesa o un convento.
Santa Maria dei Margariti però non è una madonna venerata da queste parti ma è molto venerata in Sicilia. Questo perché tra l’ 800 e il 900, in seguito all’invasione degli Arabi, essenzialmente nelle Calabrie e in Sicilia, molti abitanti da quei territori fuggirono via mare e approdarono nel golfo di Salerno e si inoltrarono nella valle del Sele, nella pianura di Battipaglia. Poi furono i felittesi che andarono negli Stati Uniti, a Old Forge, che portarono la Madonna di Costantinopoli. L’altro santo di Felitto è San Vito.
In località Pazzano, più o meno dove c’è il santuario di Costantinopoli, c’era un casale, un gruppo di case, e tra queste c’era la casa della famiglia Allegri, un esponente della quale era anche segretario del principe che governava il territorio. La famiglia Allegri aveva, in casa sua, un altarino sul quale c’era un quadro della Madonna di Costantinopoli. Questa Madonna è arrivata presso di noi quando i monaci basiliani, nell’ottavo secolo, fuggendo dalle lotte per l’iconoclastia, sono venuti in Italia. In seguito ad un’alluvione che sommerse tutta quella zona le case furono distrutte. Si racconta che nel 1790, contemporaneamente, un uomo paralitico di Villa Littorio e un signore di Sessano, sognarono questa Madonna in questa zona e vennero a Felitto e trovarono in quella zona un cane. Pare che questo cane li abbia guidati e tra i cespugli e i resti di quell’antica casa trovarono il quadro della Madonna di Costantinopoli. Fatto è che nel 1790, questo è un fatto storico, fu trovato questo quadro e in seguito al ritrovamento fu iniziata la costruzione di una chiesa. Nel 1990 abbiamo festeggiato il bicentenario.
Hai visto quella costruzione in cemento armato e mattoni abbandonata, vicino alla strada? Lì furono spesi circa 120 milioni di lire con l’intento di costruire la Casa del pellegrino. Poi ci sono stati una serie di inconvenienti anche con la chiesa. Allora abbiamo fondato un’associazione Casa del Pellegrino. Abbiamo fatto fare un progetto di completamento e a breve inizieranno i lavori. Abbiamo messo le cose in modo che se l’Associazione dovesse fallire o finire, quel bene passa come bene inalienabile al Comune di Felitto. L’obiettivo della casa del Pellegrino è ospitare i pellegrini che vengono a visitare il santuario ma anche essere luogo di convegni, di incontri culturali, ambientali. Abbiamo spesso presenze di scout qui per esempio.
Voi in quali anni siete stato sindaco?
Dal ’95 al 2004, due mandati consecutivi.
Io, pensa, provengo da una famiglia di contadini. Da bambino avevo la casa qui dietro e poi avevamo la casa in campagna, in zona Barbagiano. Poi andammo ad abitare al Cerzito. Quindi frequentai una scuola rurale, in località Bosco grande, dove c’erano dalla prima alla quarta elementare. Devi sapere che alla fine della prima elementare decisi di non andare più a scuola. C’erano due maestri. In quarta elementare c’era mio fratello, Santino. Ogni giorno lo facevano piangere. Poi andavo io vicino: Santi’ ia’ nun chiange, ia’ nun chiange. Dopo pochi secondi cominciavo a piangere anche io. E quello per i due maestri era uno spettacolo, un divertimento. Poi le pietruzze sotto le ginocchia. C’era un compagno, Giovanni Casello a cui dicevano: non studi, si’ ‘nu ciuccio, te mettimu ‘a sella. Dissi a mio padre: non voglio più andare a scuola. Mio padre a dire la verità è stato sempre un tipo molto lungimirante. Stesse in paradiso perché ci teneva che i figli studiassero e non dovessero fare quella vita di sacrifici. Riuscì a convincermi perché era andato a parlare con il responsabile della scuola ed aveva saputo che quei due maestri non c’erano più. Così feci fino alla quarta elementare. Poi andai alla scuola rurale di Acquanoceto per fare la quinta. Fatta la quinta, era un titolo per quei tempi France’, potevi andare già a fare il Carabiniere. Per andare alle medie bisognava fare gli esami di ammissione ma io non li feci, quindi era escluso che andassi. Intanto mio padre cosa fece? Appena mio fratello fece la quinta elementare lo mandò in seminario a Vallo della Lucania. Era l’unica possibilità allora per studiare: la scuola media allora era a Roccadaspide per cui bisognava partire da Felitto con il pullman delle 6 e rientrare alle 5. E poi in seminario si paga poco. (Sembra di riascoltare le pagine di Rocco Scotellaro: “25 lire al mese, risparmio, diceva mio padre. E poi, dopo qualche anno, te n’esci. Arrivi al quinto ginnasio almeno, resisti fino a tanto.” L’Uva puttanella, Laterza, pag. 19).
Dopo la quinta elementare cosa avvenne? Sai il periodo autunnale per il paese è il periodo dei grandi lavori in campagna: la semina, la raccolta delle olive, delle castagne. Dopo Natale mio padre che fece?
Vicino a noi abitava una ragazza, una maestra di campagna. Mi mandò da lei a farmi preparare per gli esami di ammissione. Mi accompagnò da lei e le disse: vedi un po’ se il ragazzo promette. La maestra disse: il ragazzo promette. Mi preparò. Un poco frequentavo, un poco aiutavo in campagna. E poi a giugno successivo mi portò a Campagna con lei a fare l’esame di ammissione. La prima volta che salivo su un autobus. Superai gli esami. Ora dovevo andare alla scuola media. Come si fa? Dovevo aiutare in campagna, non potevo. Dopo Natale mio padre mi mandò da mia cugina che era maestra e lei mi preparava in tutte le materie e a giugno andai a fare gli esami di prima media da privatista a Roccadaspide. Ce la feci e così il secondo anno e il terzo. Era un sacrificio enorme. Mi alzavo la mattina presto per fare i compiti. In campagna non c’era elettricità, c’era la luce a petrolio o a olio. Mamma mi accendeva quella a olio perché non solo faceva più luce ma non puzzava. Fatta la terza media mo puoi fare pure qualcosa di più di un Carabiniere. Durante l’estate venne mio zio, Carabiniere, che stava a Salerno. Disse Pe’ (mio padre si chiamava Giuseppe) fallo venire da me. Se non ce la fa si ritira.
Eh Dona’ ci vogliono i soldi.
Nun te preoccupa’ Pe’ si ma vuo’ ra’ na cosa m’a rai si no addo mangio io mangia iss’. Andai a Salerno.
Per fare il Liceo?
No, io volli fare l’Istituto Magistrale. Sai perché? In seconda elementare io decisi, sai quei desideri strampalati, campati in aria: “se un giorno posso, voglio fare il maestro. Perché nunn’ ‘o voglio fa com’a chiri”. Ma dalla seconda elementare cambiai da così a così France’, qualcosa di straordinario per me. Il maestro in seconda elementare era tutta n’ata cosa. “‘O voglio fa’ comm’ a chistu e no comm’ a chiru”. Andai a fare il Magistrale. C’era tanto da recuperare. Mia cugina, bravissima, mi aveva fatto studiare, però c’era tanto da recuperare.
Per i primi due anni stetti a casa di mio zio Donato. Poi un po’ la sua famiglia crescè, un po’ la suocera… non c’era più spazio. Andai in collegio al D’Azeglio di Salerno. Poi quando tornavo a casa aiutavo sempre, in tutto, facevo il contadino a tempo pieno in tutto quello che c’era da fare, anche pascolare le capre. Fatto è che riuscii a diplomarmi. All’ultimo anno, quando andai a vedere i quadri, guarda. Quello sopra di me era stato rimandato in tre materie, quello sotto di me era stato respinto. Io piangevo quando vidi quei quadri: promosso. Piangevo. Ce l’avevo fatta. Contentissimo.
E mo io c’avia fa? Era il 1963. Pensai: mo mi iscrivo all’università. A Salerno, a Magistero. Sarei voluto andare a Matematica, la mia passione, ma lì era necessaria la frequenza. Venni ammesso e mi cercai un lavoro per mantenermi. Prima l’istitutore in collegio, Salerno era pieno di collegi. Venivano studenti dalla Basilicata, dalla Calabria. Dopo qualche mese mi assunsero in un orfanotrofio vicino Salerno come assistente. Mi davano vitto, alloggio e 15000 lire al mese. Mi laureai e poi concorsi non se ne facevano più. Ne feci uno ma mi andò male. Me ne andai a Bergamo a insegnare. Sono stato lì alcuni anni.
Poi un anno chiesi di fare gli esami di maturità a Salerno come commissario e mi mandarono all’istituto magistrale dove trovai come commissario interno quella maestra che mi aveva preparato alle scuole elementari. Guarda, fu una emozione… A quelli che erano presenti e che non si spiegavano quell’abbraccio così caloroso dissi: questa persona mi ha introdotto nel mondo della civiltà.
Io ero n’animaluccieddu prima France’.
E fa una pausa nel suo racconto.

È stata una vita di sacrifici, di impegni.
Vedi uno la civiltà contadina non la deve vedere come il mondo dei cafoni ma ti assicuro che nella civiltà contadina ci sono tante persone di una dignità, di una serietà che è qualcosa di eccezionale. Gente che s’ facess’ accirer’ per mantenere la parola data. Capi’?
Vi avevamo detto che stamattina ci portavano a fare un giro storico nel paese. I paesi non li fanno soltanto le pietre, quelle sono il lato esterno, il corpo, poi c’è l’anima, quella la fanno gli abitanti. Forse è per questo che il prof. Di Stasi ha iniziato a parlarci di strade e mura di cinta, poi piano piano, senza neppure che ce ne accorgessimo, ha iniziato a raccontare la storia di uno dei suoi abitanti.
Testo e foto ©Francesco Paolo Busco