IL VIAGGIO (7) – Andiamo a visitare un tempio induista senza spostarci molto, diciamo fino a Montesanto

Giorno 7: martedì 3 marzo 2020

Di pomeriggio, oggi andiamo a cercare il tempio indù che un monaco buddhista srilankese ci aveva consigliato di andare a vedere. Mi aveva dato proprio la notizia della sua esistenza, a poca distanza dal tempio dei suoi ventotto Buddha.

Me lo aveva spiegato due volte il percorso da un tempio all’altro, da salita Pontecorvo verso Montesanto. Io avevo annuito, negato, annuito un’altra volta, pure se c’erano troppi bivi di vicoli dentro quella mappa, pensando che mi ero fatto un’idea abbastanza precisa della zona, del punto dello spazio di questa città in cui sarei potuto andare a cercare, chiedere alle persone per trovarlo.

Poi sono passati diversi giorni, quasi un’epoca se vi devo dire, esagerando, perché adesso circola la notizia, in maniera epidemica, di un virus che sembra nato in Cina. Allora un po’ mi ero pure distratto.

Adesso ricomincio a viaggiare con la curiosità di guardare. Prendo la mia solita metropolitana intercontinentale, il nostro volo su rotaie.

Appena entro nella stazione e mi concentro sul viaggio inizio a contare le persone di quello, e questo, Stato. Appena mi distraggo torno a Napoli. E ogni volta, di nuovo, che mi ricordo del viaggio, aumentano di uno, due, sono arrivato a sei, sette eccolo, i srilankesi in pochi minuti ad aspettare.

Mi imbarco, partiamo.

Atterraggio di nuovo a piazza Dante, poi stradine, poi un vicolo in salita, largo, e pulito. Dalla mappa guardata a casa, prima, dovrebbe essere facilissimo raggiungerlo: vicino a piazza Montesanto, vico Spezzano 18/A, una parallela di salita Tarsia.

Salgo, arrivo a un incrocio che non era previsto e non l’ho ancora incontrato.

Continuo un po’, niente più corrisponde all’idea che m’ero fatto, allora torno indietro.

Due donne, belle, delle linee di quel popolo del viso, del corpo, della grazia delle mani e della pelle. Chiedo a loro.

All’inizio non capiscono bene, poi sono le prime singalesi (anzi dobbiamo dire srilankesi se vogliamo intendere tutte le etnie di quel Paese) con cui parlo che mi chiedono se sono capace di parlare in inglese.

Yes, yes, I’m looking for the hindu temple.

Tamil?

Yes, Tamil hindu temple.

, e mi indica la strada da dove ero passato, vicino, vicino indicando, trovi vicino.

Ringrazio, poi mi viene l’idea che è bello avere una foto di questo momento. Photo, photo e scatto sorridendo. Una si copre il viso ma per finta, dopo molto tempo.

Eccolo.

Sulla sinistra, a piano terra: una porta di ferro. Subito oltre: una ghirlanda colorata di traverso. Entro e i colori aumentano.

Si scende. A sinistra, subito, in un’altra porta, c’è una donna che sembra di stare in India.

Lo aveva detto la nostra guida per turisti: “I Tamil, nel nord del Paese, di religione indù, sono molto più vicini all’India che alla cultura del resto dello Sri Lanka”.

Indossa il sari, e sulla fronte ha un bellissimo piccolo cerchio disegnato, netto.

Le spiego l’idea che ci sta muovendo. Allora mi porta più dentro per parlare con qualcuno che lei pensa sia più adatto.

Aumenta lo spazio, è largo, e intravedo immagini e statue di intuizioni sacre.

Arriva un uomo scalzo, con le mani bagnate, sulla fronte non ha un cerchio scuro ma una striscia bianca che si sarà fatto per caso mentre stava con gli altri pulendo.

Spiego di nuovo.

È sorridente, gli lascio il biglietto da visita con su scritto “Ingegnere”. Speriamo che quello a cui lo darà non lo legga troppo. Mi chiameranno quando c’è una festa loro.

Gli chiedo quando.

Ah, appena si mettono d’accordo, via cellulare sei o sette persone, per vedersi qui e aprire il tempio.

Non abbiamo orari di apertura.
Ci telefoniamo: “Vogliamo andare? Vieni?”. E allora noi apre tempio.

Che vi devo dire: speriamo che mi chiamino, e non fra troppo tempo.

Giorno 8: domenica 27 settembre 2020

È passato molto tempo e non ci hanno contattato, c’è anche da dire che nel frattempo il mondo è cambiato. Quella notizia di cui vi raccontavo il 3 di marzo nel frattempo si è fatta più vicina, è arrivata alle nostre porte e per alcuni mesi siamo dovuti stare tutti chiusi dentro.

Allora stamattina, domenica, provo ad andare a vedere se li trovo.

Stavolta scendiamo a piedi, per scale antiche, via Cupa Vecchia. La temperatura dell’aria finalmente è scesa e si cammina bene, soprattutto se andate con un amico. La prima tappa di giro del mondo che faccio senza viaggiare oltre che con voi.

Poi un pezzetto di Corso Vittorio Emanuele, la scala di Montesanto, e ci siamo quasi.

Iniziamo a salire per vico Spezzano.

È passato tanto di quel tempo che mi ricordo soltanto che la porta si trova sulla destra, verso l’alto di questa leggera salita. Provo a chiedere a qualcuno che sta scendendo e che a occhio potrebbe essere abitante di qui intorno.

Buongiorno stiamo cercando un tempio induista che sta da queste parti, ci sapete dire il posto esatto?

Una volta, due, e l’espressione è la stessa: nun sapimme proprio e che state parlanno.

Vabbè dai, non sarà difficile trovarlo.

Sta più sopra di quanto ricordassi. Il portone di ferro senza nessuna scritta, neppure un nome qualunque sulla cassetta delle lettere. Però è aperto e basta affacciarsi dentro per rivedere quella ghirlanda di fiori di carta che attraversa tutto l’arco della porta in alto.

Entriamo.

C’è silenzio. Forse non c’è nessuno. Ecco, due persone che stanno lavorando.

Sono gentili, gli spieghiamo perché siamo venuti e chiamano subito al telefono qualcuno che può esserci di aiuto. Appuntamento più tardi, dopo pranzo.

Nel frattempo però so’ troppo curioso, stavolta un’occhiata dentro un poco più lunga non riesco a non darla.

L’effige di una delle loro divinità principali, con la testa di elefante. Altre statue ognuna dentro una specie di tempietto chiuso da tende e molto illuminato dentro. Un po’ ci spiegano lo stesso. Qualche foto la faccio. Poi, dai, torniamo dopo pranzo.

Raffigurazione del dio Ganesh

Mi vado a fare un giro verso Santa Chiara, l’amico mio di viaggio non poteva continuare la tappa e adesso siamo io e voi rimasti soli.

Poi una pizza tra un diluvio e l’altro.

Al tavolo a fianco due giovani donne americane: Spaghetti carbonara, una pizza e due cocacole. Diversi altri avventori tutti con l’accento nordico. Dai che stamattina non siamo i soli a fare viaggi intorno al mondo.

Mi incammino verso Montesanto, piove forte. Mi riparo ogni pochi metri lungo via Toledo sotto agli usci dei palazzi. Dopo un po’ non è più tanto per la pioggia, è per sentire che suono ha l’abbraccio di questi portali antichi, altissimi, di pietra del vulcano, con i portoni di legno enormi e le porticine in cui passano senza inchinarsi solo quelli bassi.

Sotto ogni portone trovo qualcuno che si sta riparando oppure arriva mentre stiamo già lì fermi.

Ognuno poi riparte quando pensa che la quantità di acqua che sta scendendo è quella giusta che gli tocca sopportare. Dall’altro lato della strada c’è chi con i pantaloni corti, la camicia leggera e le infradito cammina sott’all’acqua senza neppure l’ombrello.

Sono le varie culture del mondo, ad ognuno la pioggia lo bagna in un modo.

Eccoci di nuovo fuori alla porta di ferro.

È appena appena aperta. Mentre mi avvicino viene verso di me un signore che stava parlando al telefono al portone a fianco.

Sono le 14 e pochissimi minuti, puntualissimo Suresh, fuori, mi stava aspettando.

Si ricorda di me. È la stessa persona con la quale avevo parlato l’altra volta, prima del “diluvio” col nome di Covid. Bene, dai, allora siamo già a metà delle presentazioni.

Entriamo.

È srilankese, sta in Italia da circa venti anni. È il presidente della comunità Tamil di Napoli. È anche uno dei responsabili di, prendete un bel respiro, Arulmigu Sri Sithy Vinayagar aleyam, “aleyam” vuol dire “tempio”, quello prima è il nome proprio di questo che stiamo visitando adesso.

La comunità che lo ha voluto e che lo sostiene è di circa centocinquanta famiglie, paesani li chiama Suresh, e questo nome mi piace moltissimo.

Ogni pomeriggio alle diciotto pregano qui tutti insieme. È circa un anno e mezzo che è aperto. La comunità Tamil di Napoli hanno voluto costruire questo tempio da tanto tempo. All’inizio avevano solo un paio immagini di divinità, incorniciate, adesso hanno diverse statue molto curate.

A sinistra il dio Ganesh, a destra suo padre Shiva

Quella che colpisce subito entrando, messa più al centro, ha la testa di elefante. Si chiama Ganesh mi dice. Poi negli angoli della stanza ci sono la madre Parvati, il fratello Murugan e il padre Shiva. Shiva sta anche, il corpo tutto azzurro, vicino alle due fotografie che utilizzavano per pregare i primi tempi.

Tempietto che custodice la statua del dio Ganesh

Gli chiedo perché il dio Ganesh abbia la testa di elefante: l’elefante è nostro animale più importante, poi c’è storia molto bella bella lunga, difficile adesso spiegare.

C’è una certa grazia in queste persone che vengono dallo Sri Lanka che qualunque cosa dicano non suona mai male.

Di storie che spiegano questa testa ce ne sono diverse, hanno a che fare con l’impazienza del padre, con la gelosia di altre donne divine, e la riparazione di quegli eccessi. Dando vita ad un essere che ha dell’umano e la profonda saggezza di quell’animale. Ai suoi piedi è sempre raffigurato un piccolo topo. Un animale piccolo ma molto intelligente, che per alcuni simboleggia l’ego, la bramosia, per altri la capacità col suo acume anche di produrre notevoli danni. Ganesh, dall’alto, lo neutralizza con il suo controllo. A pensarci un attimo il topo somiglia a quello che sta combinando in questo mondo l’uomo. Forse una preghiera a Ganesh di sorvegliare bene il roditore dovremmo farla tutti.

Davanti al tempietto che lo racchiude ci sono tre coppe dorate con polveri e impasti di vari colori. Gli chiedo a cosa servano e lui mette il dito dentro il primo bianco, lo porta al centro degli occhi per lasciare un marchio. Rifà lo stesso gesto con l’impasto rosato e poi con quello rosso. Prima di ogni cerimonia sacra, loro le chiamano pooja, è importante farsi sulla fronte questo segno.

La statua di Ganesh, prima delle cerimonie importanti viene lavata, ma solo il Pandit può farlo. Poi lo vestono con stoffe eleganti.

Ganesh vestito per la pooja (Foto di Suresh)

La portiamo in giro per questa grande stanza.

Non fuori gli chiedo?

No, fuori no, almeno per adesso, dobbiamo chiedere autorizzazioni, e siamo ancora… nuovi.

Poi mi mostra alcune foto di cerimonie fatte e un video. Tutti con i vestiti tradizionali, sari coloratissimi, uomini a torso nudo, pantaloni al ginocchio e bracciali. Sollevano la portantina in sei, si danno il cambio anche se percorrono, dentro questa stanza, pochi metri. Hanno gli stessi gesti ed espressione del volto che abbiamo noi quando portiamo in giro i nostri Santi.

Processione durante la pooja (Foto di Suresh)

Poi gli chiedo lui da dove venga esattamente. Vengo da Chilaw, centro di Sri Lanka, sulla costa occidentale.

Allora gli dico: dove c’è Kandy la città con il grande tempio buddhista. E mi pare contento. Lui va anche al tempio buddhista ogni tanto. Conosce bene il monaco con cui avevamo parlato. Se pensiamo che con i Tamil, in maggioranza induisti, in Sri Lanka fino a dieci anni fa c’erano conflitti questa unione tra persone di diverse religioni è un ottimo segno.

Poi mi dice che qui ogni tanto vengono anche italiani. Due signori di Bologna qualche settimana fa sono venuti ad assistere ad una delle loro cerimonie.

Quando ci sarà una pooja Suresh ci richiama, siamo troppo curiosi.

Pandit durante la pooja (Foto di Suresh)

Prima di uscire incontriamo un altro dei cinque o sei che si occupano più direttamente di questo tempio: Suresh ci ha tenuto a dirmi tutti i nomi in un elenco (Jegan, Jeyakanthan, Lavana, Kumar, Rasidharan, Paranjothy, Nalini).

Anche se lo sapevo ormai, lo avevo intravisto, questo posto mi ha sorpreso lo stesso.

È bello ogni volta andare per un vicolo della città in cui sono nato e trovare che sono lontanissimo dall’aver visto tutto.

(Fine settima parte, qui trovate la prima, continua)

Testo e foto di Francesco Paolo Busco (tutti i diritti riservati)

IL VIAGGIO (4) – Ancora in Sri Lanka: un tempio buddhista a salita Pontecorvo, poco sopra piazza Dante

Continua il nostro giro del mondo a portata di piedi, senza inquinare, senza aerei. Siamo ancora in Sri Lanka, verso Montecalvario. (La prima parte del viaggio, per chi se l’era persa, si trova qui)

Giorno 5, martedì 14 gennaio 2020

Sono al centro storico per un servizio da fare, appena finito mi trovo a passare davanti alla grande chiesa del Gesù Nuovo. Mi avevano detto che qui la domenica mattina si dice la messa in singalese, entro per vedere se trovo tracce della cosa anche di martedì pomeriggio quasi sera.

Le trovo subito, appena oltre la soglia del portone, affisse dentro una grande bacheca semivuota.

C’è un manifestino con la loro bandiera e i caratteri inconfondibili del loro alfabeto, ci capisco solo i numeri, gli orari, come indizio non sono male.

A fianco c’è affisso un altro foglio, recita:

Gesù Nuovo Church, Certificato di eccellenza Trip Advisor.

Lo leggo e non capisco.

Mi volto un attimo indietro per guardare fuori, inquadrare il mondo esterno e localizzare il punto esatto dell’universo in cui mi trovo.

Lo leggo di nuovo. Nunn’agge capito, mo diamo le stellette di più o meno gradimento pure a Gesù Cristo?

Entro.

C’è qualcuno che prega, mi sento fuori luogo in questo momento, cerco di non disturbare, non vedo altro.

Esco.

Su un muro della piazza è affisso uno dei loro manifesti molto colorati, President Superstar, c’è un uomo col pizzetto, non si capisce se è la pubblicità di un circo, di un comizio elettorale o di un concerto.

Poi mi ricordo di un altro posto che ha un’intenzione simile a quella della chiesa, dare un po’ di pace a chi ci entra, sperando che riesca a conservarla il più a lungo possibile dopo che ne è uscito.

È il piccolo tempio buddhista singalese di cui mi avevano raccontato il primo giorno: poco sopra piazza Dante, lungo salita Pontecorvo, senza bisogno di salire molto.

La strada inizia quasi subito con una scalinata, mi sento a casa quando c’è da camminare a gradini, sembra un buon inizio.

È buio ma fotografo lo stesso, la luce è rossissima dai lampioni del Comune.

Lungo i gradini c’è un murale, dice: O mast fa e fierr e e fierr fann o mast, maneggiando un flex che taglia le barriere.

Salgo e inizio a guardarmi intorno per vedere se c’è qualche singalese a cui posso chiedere indicazioni più in dettaglio. Uno mi è appena passato di fianco in discesa e non ho fatto in tempo, fotografando mi ero distratto.

Poi, fermo, mi pare di vederne un altro:

scusi mi hanno detto che da queste parti dovrebbe esserci un tempio buddhista, mi sa indicare più precisamente dove?

Mi guarda, mi dice che non conosce il punto esatto e mi consiglia di chiedere a qualche singalese di passaggio.

Ah, ho sbagliato a riconoscere, le sfumature di carnagione sono molte, c’è poca luce, e il mio desiderio di incontrarne uno è troppo forte.

Lo ringrazio e continuo a salire.

Il primo che incontro di nuovo è un ragazzo pallido come me, pure nella notte.

Sì, guarda lo dovresti trovare un po’ più avanti.

Bello, questo ragazzo napoletano conosce esattamente il posto che stiamo cercando.

Dai che ci siamo.

Poi eccolo, lui lo saprà di certo: un signore proprio sull’ultimo gradino di un’altra scalinata qui, lungo il percorso.

Sta “due luci più avanti”, poi prende il telefonino per vedere non so cosa, va avanti e indietro, clicca sullo schermo un sacco di volte. Pare più emozionato di me all’idea che qualcuno che non parla la sua lingua cerchi quel posto che fa parte del suo mondo. Non ottiene il risultato che voleva, però mi incoraggia ad andare avanti.

È sempre bello quando uno lancia un sassolino nello stagno, chiede un piccolo aiuto, e c’è un altro da quell’altra parte che gratis, senza nessun motivo, gli sorride, gli fa capire che ha compreso il suo dubbio e cerca di rispondergli con tutte le sue forze.

Dopo pochi metri ecco una porta come molte.

Incollata, al centro, c’è soltanto una striscetta di nastro adesivo con un numero di cellulare, nessun nome, essenziale.

Dal vetro a fianco si intravede una luce chiara, e colori… non so… in qualche modo si riconosce, se provate ad andarci scommetto che la indovinerete anche voi tra tutte le altre porte.

Mi affaccio dal vetro e vedo un signore giovane, completamente rasato, dalla carnagione scura, vestito con una tunica amaranto in fondo, e un altro in piedi che gli sta parlando.

Mi vedono, faccio segno e vengono ad aprire.

Sì è questo il tempio buddhista.

Per entrare oltre bisogna togliersi le scarpe.

C’è un tappetino per fermarsi e la scarpiera per tenerle tutte in ordine.

È una stanzetta piccola, stretta e lunga, dopo la scarpiera un frigorifero, mentre mi tolgo le scarpe mi accorgo che il lavandino sta subito oltre.

Lungo le pareti, in alto, ci sono tante piccole statue.

Mi sembra quasi icredibile, questo posto, su questa strada, in una città che pensavo almeno un poco di conoscere.

Entro e il signore con la tonaca mi dice di aspettare per favore un attimo perché sta parlando con il ragazzo che mi ha aperto.

Ovviamente di quello che si dicono non capisco nulla, recepisco solo i suoni musicali, dolci, tranquilli. Nel frattempo mi seggo.

Aspetto, loro parlano, io guardo intorno.

In sottofondo, a basso volume, c’è una musica orientale.

Conto le statuette che sembrano dei Buddha.

Il ragazzo a un certo punto ringrazia, con le mani giunte e l’accenno di un inchino, esce, quando passa davanti al vetro ripete dalla strada quello stesso gesto.

Eccoci, inizio a chiedergli se posso registrare. Risponde tranquillo, la domanda quasi gli sembra banale.

Sono un monaco buddhista. Questo piccolo tempio esiste da tre anni, lui si trova a Napoli da sei mesi prima.

È aperto la mattina di ogni giorno, c’è una pausa dall’una alle cinque e mezza e apre di nuovo fino a sera.

Di domenica c’è la maggiore affluenza, circa trenta o quaranta persone. Alle undici di mattina c’è la spiegazione del Dhamma, alle sei del pomeriggio si fa meditazione, poi si canta, si prega…

Quando facciamo grande festa partecipano anche cinquecento o seicento persone.

Gli chiedo cosa sono quelle venti statuette esposte in alto.

Sono ventotto.

Non avevo notato che sopra la mia testa, su di un’altra mensola ce ne sono altre otto.

Le venti, per essere sicuro, le avevo contate due volte, ma se uno non guarda in tutte le direzioni non può vedere tutto, anche se si concentra molto.

Rappresentano le ventotto incarnazioni di Buddha che ci sono state nella storia fino ad ora.

Ognuna ha un’etichetta: in alto c’è il nome di quel particolare Buddha, poi gli chiedo cosa c’è scritto sotto.

È il nome di chi ha offerto quella piccola opera.

E il Buddha che conosciamo meglio noi? Quello che spesso pensiamo sia l’unico, qual è tra tutti questi?

Eccolo, è l’ultimo della fila dei ventotto, l’ultimo in ordine di tempo a venirci in soccorso.

Alle pareti ci sono dei poster con le tappe fondamentali della vita di quest’ultimo Buddha. L’elefante bianco che compare in sogno alla madre prima del concepimento. Poi lui che va nella foresta, si dedica a una vita di grandi astinenze tanto che diventa magrissimo, tutto il contrario delle immagini grassocce che abbiamo sempre visto. Fino a quando capisce che la via migliore è quella “di mezzo”.

Curioso il fatto che in questo nostro giro del mondo ci capita di incontrare Buddha in Sri Lanka e pure una delle primissime testimonianze della vita di quest’uomo arrivate in occidente ci era stata riportata, da Marco Polo, ne “Il Milione”, da questa stessa isola in cui stiamo viaggiando.

Mi conforta il fatto che anche quel grande viaggiatore, quando si tratta di riportare il nome di quell’uomo santo, pur con tutta l’attenzione che avrà fatto, lo cambia da Sakyamuni bhagavan, cioè “signore della famiglia dei Sakya” a Sergamon Borgani. Anche lui avrà notato che sono molto diversi i registri sonori che usiamo.

Nell’altra sala ce n’è uno grande, mi dice, per la seconda volta.

Quando gli avevo chiesto se potevo fotografare mi aveva subito detto: sì, anche nell’altra stanza, dove c’è Buddha grande.

Gli piace molto.

Vado a vedere.

C’è la statua e sullo sfondo l’immagine dell’albero sotto il quale meditava e dove una notte, con la luna piena, sembra che avesse visto tutto, completamente, di se stesso e del mondo.

A terra c’è la moquette, dietro una tenda sono riposti dei cuscini per sedersi.

Qui si fa la meditazione, oppure lui spiega il Dhamma, la dottrina buddhista, quello che c’è da sapere di teorico, anche se per loro la pratica della meditazione, non la teoria, è abbastanza il centro di tutto.

Gli chiedo se posso venire a sentire le spiegazioni qualche volta e a fare meditazione. Mi dice che non c’è nessun problema ma non so spiegarla bene in italiano, non sa se capirò molto.

Vorrebbe spostare questo tempio, poiché è un po’ troppo stretto, in un altro posto, forse il mese prossimo.

Quando gli chiedo dove, mi risponde: fontanelle, non capisco subito, allora lui ripete: fontanelle. Dai era facile, sì, a via Fontanelle, alla Sanità, dove sta il cimitero famoso.

Mi chiede cosa ne penso. Mi piace quest’idea, rimango colpito e glielo dico.

Un quartiere difficile, anche se adesso è molto cambiato, ma poi, pensando, ripeto quello che lui insegna ogni giorno: Buddha va dove c’è più bisogno.

Poi gli racconto che ho spesso pensato che pure in altri quartieri, con la fama di posti evoluti, tranquilli, in ordine, sarebbe forse utile un po’ di meditazione: al Vomero, a Posillipo, a Chiaia, le cose sono diverse ma nessuno può dire che la chiarezza, la consapevolezza mentale come la chiamano loro, sia di casa neppure in questi luoghi.

Parlando gli dico della mia esplorazione delle scuole singalesi a Napoli. Non mi pare molto contento, pensa che seguendo quelle scuole poi i ragazzi non potranno continuare i loro studi in Italia perchè non hanno valore ufficiale.

Attribuisce non tanto al fatto che i singalesi vogliano poi tornare al loro Paese d’origine il mandare i loro figli in quelle scuole, ma piuttosto a un certo timore, che i loro ragazzi nelle classi italiane siano troppo “liberi” e chi sa cosa gli può succedere, con i coetanei, magari iniziano a fumare.

Poi come ormai è diventata un’abitudine, chiedo a lui, come guida del posto, dove mi consiglia di andare per continuare il nostro viaggio. La prima cosa che mi consiglia è il tempio indù. Sta poco distante da qui però mi spiega due volte tutto il percorso per andarci. Avrà visto dalla mia espressione che tra il tragitto con un sacco di curve e la mia scarsa padronanza del singalese, non c’avrò capito molto.

Questa della lingua inizio a notare che è una questione abbastanza importante. A capire ci si capisce lo stesso, però forse se uno si vuole sentire più “dentro”, in mezzo agli altri, se dopo alcuni anni che si trova in Italia ancora non ha molta scioltezza forse vuol dire che bisognerebbe organizzare qualche iniziativa, magari una maggiore interazione tra italiani e forestieri, oltre a qualche corso.

Sto per uscire, gli ho rubato un sacco di tempo (anche se il suo tempo, dalla grande calma con cui parla, deve essere abbastanza diverso dal nostro), mi chiede se mi piacerebbe avere un braccialetto. Rispondo di sì, anche se non ne vado pazzo, ma sono curioso e cerco di coltivare l’apertura del viaggio.

Va nella seconda stanza, quella dove c’è la statua di Buddha, e sfila da un mazzetto un braccialetto fatto con due fili di cotone doppio e una perlina al centro. Mi chiede di dargli il polso sinistro, non destro, cioè sì destro, e mentre mi annoda con calma, più volte, il filo, pronuncia una specie di canto sotto voce. Poi termina, in italiano, con qualcosa tipo: lunga vita e salute e felice.

Testo e foto di Francesco Paolo Busco (tutti i diritti riservati)

Post scriptum: stamattina, mentre mi lavavo la faccia, prima di iniziare a scrivere queste righe, noto che quel braccialetto ce l’ho ancora al polso. Allora non l’ho sognato, sono quasi sicuro che quel viaggio da una chiesa enorme sfarzosissima, col rating mondiale, a una stanzetta nei vicoli di Montecalvario col Buddha e il frigorifero nello stesso metro, davvero sia accaduto.

(Fine quarta parte, qui trovate la quinta parte)

IL VIAGGIO (3) – Il pranzo della domenica in un ristorante singalese a piazza Cavour e poi a piedi fino a Capodimonte. La terza parte del nostro giro del mondo ecologico

Giorno 4, domenica 12 gennaio 2020

Come spesso si fa quando uno è in viaggio, in un posto nuovo, che chiede ai locali dove conviene andare, pure un buon ristorante, diversi singalesi a Napoli, a cui avevo chiesto, mi avevano indicato questo a piazza Cavour.

(Piccola nota per i non napoletani: se volete il suono vero della frase che avete appena letto, ricordatevi che a Napoli quel cognome francese tiene invece sulla prima sillaba il suo accento).

Stamattina, a pranzo, di domenica, decido di andare.

Metropolitana direzione Museo. Ercole a guardia dei tornelli dentro la stazione sembra, per la prima volta, dopo le dodici fatiche, annoiato più che stanco.

La copia dell’Ercole Farnese nella stazione Museo della metropolitana

Scendo tenendomi sul lato sinistro, lungo il marciapiede; lo trovo: sta al civico n. 148.

Resto sorpreso perché a giudicare dall’ingresso sembra un locale piccolissimo, solo da asporto, chi sa se davvero ho trovato quello giusto.

Entro un centimetro oltre la soglia e incontro la fila di tre persone che aspetta davanti al vetro alto del bancone.

Aspetto un minuto, poi guardo verso il fondo della scalinata che c’è qui di fianco: ah ecco, si intravedono i tavoli al piano di sotto. Faccio segno alla signora dietro il vetro per chiederle se è possibile mangiare dentro. Mi dice di sì e scendo.

In fondo a questa grande sala c’è un tavolo singolo, vicino a due altri per molte persone.

Mi seggo.

Arriva il cameriere e mi fa cenno che bisogna andare su, credo a servirsi? Mo vediamo se il quesito riesco a risolverlo.

Torno sopra, la signora capisce al volo, mi porge il menù e mi dice che posso scendere di nuovo. Verimme se ‘sta situazione converge e in quale punto. Mo, a parte il piacevole e interessante viaggio, un certo che di fame pure lo avverto.

Quando ritorno al tavolo c’è un signore che cerca di dirmi qualche cosa, un poco a parole e un poco a gesti: ecco, mi sta chiedendo se per caso potrei cambiare posto, così possono attaccare il loro tavolo lungo con quello corto. Gli dico di sì e mi sposto.

Mi riseggo, guardo il menù e aspetto. Un altro passetto.

Il cameriere nel frattempo va in giro a mettere ordine sui tavoli. Una volta porta un tovagliolo, una volta una piantina ornamentale, poi due forchette, la bottiglia dell’acqua richiede un suo speciale viaggio. Tutto a piccoli passi, ben distribuiti in modo sparso: pure m’interessa molto, a me che la parola “ottimizzare” provoca un certo prurito esistenziale.

Però il cameriere non mi pare molto attento, vedi che devo leggere il menù con gli ingredienti, capire cosa voglio, e ritornare un’altra volta al piano di sopra a ordinare? Ora glielo chiedo.

Sì sì, ordinare qui, bene.

Ok, dai che si mangia senza più salire e scendere altre scale.

Al tavolo di fronte, molto lungo, ci sono solo tre persone.

Due stanno mangiando, la signora in mezzo invece guarda il cellulare e pensa un poco. Il signore sulla sessantina e la ragazza giovane hanno ciascuno davanti un grande piatto che basterebbe per due, pure per tre forse, e mangiano con le loro dita sottili, belle, che muovono con enorme calma in una maniera elegante.

Io c’ho davanti le posate su un tovagliolo dentro il piatto che aspetta, e penso che forse è più bello come fanno loro.

Nel frattempo vado a lavarmi le mani.

Poi torno e guardo.

Prendono con la punta delle dita un po’ di riso, lo stringono appena come a renderlo più denso, poi prendono altre cose da quello stesso piatto, lo mischiano nello stesso boccone, con una specie di massaggio. Toccano direttamente il cibo prima di mangiarlo, una specie di carezza di ringraziamento, una fine più morbida di quella che a volte gli facciamo fare noi, ingurgitando al volo brandendo utensili di ferro.

Il cameriere, dopo altri mille giri avanti, a destra, indietro, e riparti dal via, mo mi dà attenzione, a me che pure oggi qui sono l’unico che non ha mai preso abbastanza sole. Tira fuori il taccuino dalla tasca: dai che veramente ci siamo. Gli mostro col dito sul menù le portate che ho scelto.

Lui le guarda, dice qualcosa, forse pensa che voglio spiegazioni, ma in realtà c’è scritto tutto anche in italiano, sotto. Mi racconta gli ingredienti.

Poi gli chiedo di dirmi il nome singalese di quegli stessi piatti.

Lui pensa di nuovo che voglio spiegazioni e mi rielenca una terza volta tutto quello che troverò nel piatto. Un poco in inglese un poco in italiano, e capisco che la sua lingua preferita, giustamente, è il singalese. Finalmente riesco a comunicargli che vorrei solo sentire il suono singalese che corrisponde a quei loro bei caratteri tondi che da ignorante mi sembrano un alfabeto dei fumetti.

Allora inizia a sorridere, lo racconta a quelli del tavolo a fianco e loro pure mostrano i loro bianchissimi denti. Poi mi dice un paio di volte, tre o quattro, un suono con molte più sfumature di quanto il mio orecchio non sia esercitato a distinguere.

Provo a ripeterlo, lui annuisce: a me, ascoltandomi, non pare per niente lo stesso suono, ma lui sembra contento. Non ve lo scrivo qui perché teneva così tante sfumature che neppure il mio cervello è riuscito a trattenerlo.

Bello però, sono contento; quando sono entrato mi sentivo un po’ osservato soltanto. Comprensibile: che ci fa questo qua dentro? Anche perché pure io sto guardando in giro più del solito. La domanda sulla lingua invece ha avuto un piccolo risultato. Se uno chiede come sono loro, non di tradurre nei suoni di quest’altra parte del mondo, spesso ha un bell’effetto.

Allora penso che è il momento di tirare fuori l’altra idea che mi sto portando appresso. Tengo dentro lo zainetto la guida del loro Paese. Una di quelle guide con la copertina bellissima, colorata, spettacolare, come ogni viaggiatore che si rispetti. Ma la cosa che più volevo fare è aprirla alla pagina dove c’è la cartina geografica e chiedere a ciascuno che incontro se per favore mi dice, mi fa segno col dito, sul quel disegno, per arrivare a Napoli da dove è partito.

Poggio la guida alla mia sinistra sul tavolo, vediamo se succede. La metto con la copertina verso il basso, oggi, in questo momento, sono timido.

Nel frattempo guardo in giro, senza, provando, dare troppo fastidio.

Alla mia destra, quei signori che mi avevano chiesto di allungare il tavolo stanno larghi. Hanno un tavolo da… dodici persone almeno e sono in sei. Non si seggono tutti vicinissimi come faremmo noi, ognuno attorno, soprattutto gli uomini, si conserva spazio. I bambini vicino alle donne invece stanno a contatto.

Forse aspettano altri amici che stanno arrivando. Oggi è domenica e dai vestiti vistosi di alcuni che entrano ogni tanto (credo che nell’altra sala ci sarà il banchetto di qualche ricorrenza più importante) l’atmosfera è quella dei giorni festivi.

Poi eccolo, finalmente, mi porta le prime due pietanze, gli antipasti. Le poggia non davanti a me ma a fianco. Allora sono in dubbio se posso cominciare a mangiare quelle o dovrei aspettare di accompagnarle con altro.

Vabbè dai, iniziamo, tengo famme.

L’involtino cilindrico è buonissimo. Dentro ci sono le verdure diventate un impasto fine. Come al solito il piccante va oltre. Mentre lo mangio con forchetta e coltello mi domando che cosa sto facendo. Se fosse un crocchè forse lo mangerei pure con le mani, dà più sfizio, ma vabbè dai facciamo la parte di incivili macchinosi occidentali fino in fondo.

Poi assaggio insieme un pezzetto di quella specie di fazzoletto di pasta sottile, quadrato, che sta sul fondo del piatto. Mah, non è che sappia proprio di molto. Anche questo non contiene nè pesce nè carne. Sono vegetariano e mentre ordinavo mi chiedevo se in questo momento faccio bene, ché forse per assaggiare tutto per una volta un’eccezione si potrebbe fare. Ma non, poi ci ripenso, la cosa migliore è che ognuno faccia, come crede, il suo viaggio.

Mentre sto per finire l’antipasto vedo tornare il cameriere: mi sta portando una montagna dentro un piatto.

Quando lo vedo penso che sono da solo, qui invece ci si può mangiare in parecchi. Allora gli dico se magari ne può togliere una parte prima che inizio, per evitare che sia solo uno spreco. Lui capisce, perché fa un segno universale con la mano e dice half, metà, nello stesso momento.

Bene, allora attendo che torni a riprendere il piatto e non lo tocco.

Aspetto, aspetto, ma non succede niente. Va in giro a servire altri piatti nel frattempo. Vabbè dai facciamo una cosa: ne prendo col cucchiaio pulito da quel piattone una parte e la metto, per mangiare, in quest’altro piatto.

Bene, ci siamo, assaggio.

Cavolo, quanto è buono questo riso. Buonissimo, buonissimo, e di nuovo lo guardo e lo mangio e lo guardo, comm’hanno fatto? A vederlo sembra normale: riso, carote, zucchine, ingredienti comunissimi, neppure troppi, ma quando lo mangiate sentite un sapore, forse tanti, probabilmente sarà proprio il riso stesso, lungo, sottile, un poco curvo, veramente buonissimo, forse già l’ho detto. Ma niente niente faccio che il piattone me lo mangio tutto?

Finisco quello che ho e ne riprendo altro. Poi basta dai, è davvero tanto. Torna il cameriere, vede che ho finito e mi chiede se voglio che mi metta dentro un vassoio di alluminio il resto per portarlo. Inizialmente dico di no.

Lui si ferma un momento, guarda un po’ sfocato, inizia ad agitare la testa sui due lati.

Io riprovo a dire, lui sorride, dice un mezzo sì, poi di nuovo dondola la testa, più forte, in aumento. Finalmente dice: “non avere capito”, con un sorriso un poco rosso.

Allora non lo so che penso, gli dico di sì, che lo voglio, forse è più facile da dire oppure in realtà è quello che penso veramente, e allora tutti i segnali che mando sono sulla stessa frequenza e lui non può fare a meno di capire.

Dopo qualche minuto mi porta un pacchetto ben confezionato. Salgo alla cassa, pago ed esco con dentro lo zaino, contentissimo, un pezzetto del mio giro del mondo.

Una camminata mo ci vorrebbe proprio.

Istintivamente mi avvio dentro la Sanità: la pasticceria italiana è famosa in tutto il mondo, Poppella sta qua vicino, è domenica, ci vorrebbe pure il dolce.

Il vicolo della cultura

Concluso il mio pranzo internazionale mi viene un’altra idea, anzi un ricordo: il cricket è lo sport nazionale dello Sri Lanka, nel 1996 hanno vinto pure la Coppa del Mondo, e non lontano da qui, a Capodimonte, dentro al bosco, c’era un’area dove spesso li avevo visti, di domenica, giocare.

Allora continuo a camminare, passo sotto la seconda casa di Totò, il vicolo della cultura, poi le scale che conosco e in pochi minuti sono a Capodimonte, passato in una spaccatura del tufo millenario, dentro al bosco.

La roccia di tufo su Salita Capodimonte

Sui cartelli affissi lungo i viali c’è ancora scritto: Area cricket, in azzurro nella macchia ovale. Ieri hanno aperto il parco di nuovo dopo il vento forte e allora lo cerco.

In azzurro l’area cricket sulla mappa nel bosco di Capodimonte

Quando ci arrivo a fianco c’è un nuovo campo, bello, per il calcio, e il posto dove c’era il cricket c’è una recinzione che lo taglia in due.

Il campo di calcio nuovo e la recinzione sul fondo dove si trovava l’area cricket

Esco, sul pullman mi trovo seduto di fianco un ragazzo singalese, nessuna sorpresa se uno sta viaggiando in quel Paese. Gli chiedo se per caso sa qualcosa di quel campo.

Mi dice che non c’è più già da prima della chiusura del bosco: forse perché erano molti i singalesi che ci andavano, e ingombravano per giocare davvero troppo spazio. Però sembra che adesso ci sia un posto dove, a pagamento, ancora giocano. È un ottimo indizio, un’altra volta, appena potremo uscire, magari lo cerco.

A presto per la continuazione del viaggio, andremo a visitare un piccolo tempio.

Testo e foto di Francesco Paolo Busco (tutti i diritti riservati)

(Fine terza parte, qui trovate la prima e la seconda, qui la quarta).

IL VIAGGIO (1) – Parte il nostro giro del mondo ecologico, da ecoturismo profondo, senza muoversi da Napoli

Flygskam è una parola che gli svedesi hanno coniato da alcuni anni, significa: vergogna di viaggiare in aereo, perché sembra che gli aeroplani inquinino moltissimo.

Quasi tutti i giorni il telegiornale ci dice pure che migliaia di persone nel mondo, migranti, in molti modi, non in aereo e non per turismo, da un continente all’altro, si muovono.

E se di queste due cose così grandi, problematiche, ne facessimo una soltanto? Forse ritornerebbe guardabile, possibile, di dimensioni e senso umani.

Allora ho pensato di fare il giro del mondo senza muovermi, da una città, per esempio la mia, Napoli.

Bene, l’idea mi pare abbastanza strana, mi può interessare, da dove iniziamo a viaggiare?

C’è un posto del mondo che molto tempo fa veniva chiamato Serendip, poi da quella parola è venuto fuori un vocabolo, quasi di moda, serendipità: trovare qualcosa, bella, sorprendente, mentre ne stai cercando un’altra completamente differente.

Un esempio? La penicillina.

Serendip è il nome antico dello Sri Lanka e allora mi sembra un ottimo posto da cui iniziare un giro del mondo, se è vero che i viaggi occorre farli essendo più aperti possibile a lasciarsi spiazzare.

Mi accompagnate? Vi prego.

Giorno 1, giovedì 5 dicembre 2019, mattina

Scendo da casa a piedi in direzione metro, ma il biglietto che ho usato mille volte, Unico corsa singola, costo poco più di un euro, stamattina mi sembra quello del volo aereo più intercontinentale del mondo. E pure questa camminata fino alla stazione della Linea 1, l’avrò fatta due milioni di volte, da casa allo stadio Collana, quello col discobolo fuori, mi sembra il tragitto per andare al check-in di un aeroporto internazionale enorme. La sento nel ritmo del respiro, anzi nella tensione dei muscoli del petto, l’emozione di questo viaggio orientale.

Scendo le prime scale, marco il biglietto, però il tornello mi pare il cancello di imbarco. Continuo a scendere e percepisco lo spostamento d’aria del treno che sta per arrivare, allora accelero; subito prima dell’ultima curva il fischio dei freni, sprint finale: imbarco avvenuto, al gate, al volo, all’ultimo istante.

Dentro il vagone, davanti a me, seduto, c’è un signore dal colorito tipico delle persone di quella nazione. Il fatto strano è che tutti gli altri in questo momento mi appaiono viaggiatori, turisti, forestieri come me, e lui quello che in questo posto ci abita davvero.

Lo penso da parecchio che il mondo diventa come ce lo immaginiamo, non dovrei dirvelo perché ho sentito che i cronisti di viaggio scrivono semplicemente il vero. A me però, stamattina, il vero, scusatemi, ma mi pare questo.

Next stop piazza Dante, exit on the left”: ‘o verite? pure la voce automatica dentro al vagone oggi ha l’accento straniero.

Esco sulla piazza, la statua del Poeta fiorentino neppure la vedo. Sono le 12.40, è un po’ presto per quello che ho in mente, penso che è una cosa utile se vado a cercare una guida turistica del Paese, come uno fa di solito prima di partire o appena sceso dall’aereo.

Cerco tra le bancarelle dei libri di Port’Alba. Ma non trovo niente.

Vi devo dire che quella di cercare era un po’ una scusa per ritardare la prova: non so come andrà questo viaggio, se arriverò a destinazione, se riuscirò a capire, a vedere, a “entrare in contatto” è la parola giusta per questa emozione. Se uno piglia il suo corpo, fisicamente, e lo sposta sul territorio dello Sri Lanka, mal che vada può sempre dire che quel viaggio lo ha fatto, pure se ha visto poco, se è stato tutto il tempo dentro un resort sulla spiaggia. Ma se uno invece resta quasi a casa, resta abbascio o palazzo, e cerca un contatto, lo spostamento forse diventa molto più sottile, delicato, vasto.

Mi ricordavo di essere stato alcuni anni fa a mangiare da queste parti in un posto due o tre volte. Una specie di tavola calda singalese dove, se volete, potete pranzare pure in pace, seduti al piano inferiore. Mi pare una buona idea per trovare un punto d’accesso, per iniziare dal corpo pure forse: sentendo il gusto della cucina di quel posto. Poi lì magari avrò l’occasione di parlare con qualcuno di loro. Il cibo, una chiave d’accesso, un luogo, un ponte?

Entro e ci sono poche persone, saluto e chiedo se è un locale dove si mangia singalese, mi sorridono, dicono che è giusto. Cerco di capire che pietanze sono: stanno esposte in una vetrina nel bancone una quindicina di ricette di un sacco di colori.

“Lenticchie brodose”, mi hanno detto, poi una specie di fagotto triangolare con dentro le patate, una ciambella con le alghe: inizio da qualche parte. Mi siedo a un tavolino fisso al muro.

Questo fagotto (poi vi dico il nome vero, appena lo capisco, quello che suona come lo hanno inventato loro) è molto buono. È soffice, speziato, sostanzioso, molto piccante. Poi assaggio la crema di lenticchie. Mentre mangio penso che ho sbagliato a sentire: chiedo se ci sono per caso dentro i ceci, allora una signora che è venuta nel frattempo, mi dice che sono davvero solo lenticchie, però gialle: ci metto un po’ a comprendere che loro le lenticchie per fare questo piatto prima le sbucciano. Vabbè detto così sembra complicato ma poi scopro che se volete si vendono già fatte: le famosissimelenticchie decorticate. E allora il colore è molto chiaro e pure il sapore è molto più leggero. Buonissime, ve lo posso dire.

Poi chiedo di provare una di quelle ciambelle che pure sembrano invitanti.

Nel frattempo arrivano altre persone, il locale è abbastanza pieno. Vengono e prendono dei vassoi di alluminio con tante cose una vicina all’altra, anzi una sopra all’altra proprio che non c’è più spazio, come i vassoi di pasticceria mignon dei nostri pranzi domenicali più abbondanti.

Sto mangiando e sono un po’ distratto, però sott’occhio lo vedo che chi entra un poco si sorprende, e pure lui mi osserva: ecco, sono davvero, un po’, in un Paese straniero.

La signora che mi ha spiegato le lenticchie mi racconta che vive a Napoli da venticinque anni. Che qui in molti abitano in tanti. Che spediscono i soldi nel Paese di origine per far vivere bene madri, padri, fratelli, nipoti. E magari loro invece vivono stretti, con pochi soldi, un po’ stentati.

Però sorride, un sorriso dolce con uno sguardo vivo, forse appena triste. Ha un buon lavoro ma capisce gli altri. Le racconto che anche noi italiani abbiamo fatto questa cosa negli anni passati. Adesso ripensandoci mi accorgo che ho quasi mentito, perché dal sud la facciamo ancora, non proprio uguale ma, giovani, in molti.

L’ho fatto io stesso, adesso sono dieci anni, e questo posto, mo che ci penso, mi ricorda la pizzeria da asporto di Middelburg, in Olanda, dove andavo a mangiare i piatti italiani del mio amico Vincenzo, nato a Torre Annunziata, sposato, con figli, in Zelanda da molti anni. La bandiera singalese qui ce l’hanno appesa, di stoffa, fuori. Vincenzo la teneva distesa su tutte le pareti interne del locale nelle mattonelle di una lunga striscia tricolore.

Poi mi dà alcune dritte su dove andare a guardare, vedere, incontrare: c’è una comunità forte in questa zona, sì, siamo partiti bene, poi una alla Sanità, in zona piazza Cavour. Poi mi dice di una scuola un po’ più in alto di dove siamo, e che magari se incontro un monaco buddhista, singalese, pure può essermi utile per capire un po’ di cose.

Ogni tanto entra qualcuno e saluto.

Sorridono queste persone e sembrano incuriosite. In tutto il tempo che sono stato lì, di persone pallide come me ne ho vista entrare una soltanto.

Poi un signore che pure lui sta mangiando in questo posto, chiede di avere un bicchiere di qualcosa che sta dentro un grosso thermos su un lato del bancone. Chiedo informazioni alla signora che sta davanti a me, aspettando il suo turno. Lei non sente quello che le dico, allora la figlia, piccola, avrà sette anni, lei mi ha sentito bene, tira la manica della mamma per dirle che le parlo. I bambini a volte sono meno imbarazzati dei grandi. Sì, quello è tè, dentro il thermos. E capisco che la piccola birra che ho preso dal frigo non era la scelta più tipica che avrebbero fatto nel Paese che sto visitando.

Pago, saluto, ringrazio ed esco. Ora che un po’ sono entrato nel viaggio vedo se trovo altri luoghi singalesi nei dintorni. Mi inoltro lungo questa stessa strada, via Correra, o’ cavone e piazza Dante, salendo.

Ai muri ci sono i manifesti in questi caratteri rotondi. Sembra una specie di cinese o di greco ma con gli spigoli curvi. Sono mischiati con i cartelli in italiano. I loro colori sono molto più forti.

Il primo che avevo visto, proprio all’inizio del vicolo, entrando, sembrava una specie di manifesto comunista, rosso, col martello inclinato, senza falce.

Salgo e i negozi singalesi, i manifesti, i nomi, sono mischiati ai napoletani. Entro in un fondaco, ma solo qualche metro, per non venire risucchiato da questa specie di macchine del tempo, ancora vivissime, se è vero il fiocco azzurro che vola sull’ingresso.

Salendo salendo mi trovo a via Salvator Rosa. Mi pare di essere tornato a casa da un lungo viaggio quando vedo il traffico caotico di scooter, all’incrocio, in equilibrio magico in un qualche loro ordine perfetto.

il traffico caotico di scooter in equilibrio magico in un loro ordine perfetto

Poi mi voglio reimmergere, almeno un altro poco, cercare questa scuola di cui mi hanno detto.

Chiedo davanti ad un negozio dei loro: lì, vedi, a pochi metri, detto con le consonanti addolcite tra la lingua e i loro bianchissimi denti. Sopra un portone c’è un grande cartello: Saint Anthony’s International School.

Entro mentre escono i bambini coi genitori per mano. Una ragazza mi indica con l’ascensore il piano. Prendo appuntamento per domani, alle dieci. Vedremo cosa ci riserva la seconda parte del viaggio.

Nel frattempo mi è capitato di incontrare, un pomeriggio, in un teatro, questa frase scritta intorno all’anno mille: “L’uomo che trova dolce la sua terra non è che un tenero principiante; colui per il quale ogni terra è come la propria è già un uomo forte; ma solo è perfetto colui per il quale tutto il mondo non è che un Paese straniero”. L’ha pensata Ugo di San Vittore, un teologo e beato della chiesa cattolica, tedesco.

Io c’ho messo mille anni a capirlo. Ve la lascio.

Testo e foto di Francesco Paolo Busco (tutti i diritti riservati)

(fine prima parte, continua, qui trovate la seconda parte)