BELLEZZA ALL’ALBA (2) – Sulla vetta dell’isola d’Ischia: il monte Epomeo

11 agosto 2018

Nella prima di queste passeggiate all’alba eravamo andati alla baia di Ieranto, una piccolissima spiaggia all’estremità sud del golfo d Napoli. Stamattina andiamo a nord, all’altra estremità dello stesso golfo, e non andiamo in spiaggia ma su una vetta, piccolissima pure: a Ischia, sul monte Epomeo.

Se a Ieranto c’è chi dice che vivessero le Sirene, l’Epomeo è la punta di un vulcano sommerso. Ma non un vulcano qualunque. Secondo i greci antichi qui sotto c’è imprigionato Tifeo, l’unico essere che sia riuscito a catturare Zeus, il padre di tutti gli dei.

E poi le vette hanno un fascino forte e i vulcani sono posti potenti. Il suo nome sembra che derivi dalla parola epopào = luogo dal quale si vede intorno: in sostanza il panorama, arrivati in cima, non dovrebbe mancare. Allora se siete disposti a svegliarvi presto pure stamattina, diciamo poco dopo le cinque, quando appena appena il cielo si sta facendo chiaro, iniziamo.

C’è ancora mezza luna sospesa in alto, sopra al balcone della casa da cui scendiamo, e un accenno di alba sullo sfondo della luce di lampadina della casa di fronte.

Siamo a Fontana, il Comune più alto dell’isola d’Ischia: è da qui, proprio dalla piazza principale, che parte la stradina (poi diventa, più sopra, sentiero) che porta, in meno di un’ora, sulla vetta dell’isola.

All’inizio, adesso, si sale ripidi su una piccola strada asfaltata, via dell’Epomeo, a doppio senso, dove una macchina sola ci passa solo se stai molto attento. La salita in totale non è molta: tre chilometri; il dislivello per arrivare ai 789 della vetta, circa quattrocento metri.

Dopo un po’ incrociamo un’altra strada, sempre asfaltata, più larga, viene sempre da Fontana ma un po’ più in basso della piazza del paese, le due possibilità di salita qui diventano una quindi non vi preoccupate, non dovete girare da nessuna parte, dovete solo continuare in salita.

A destra e a sinistra fino ad ora c’erano case costruite una azzeccata azzeccata all’altra, adesso si allargano a ville. Qua sopra l’aria è fresca, e non solo adesso che è mattina presto: rispetto a giù, a uno qualunque dei Comuni a livello mare di quest’isola, ci saranno almeno cinque gradi in più di fresco e di calura in meno.

Saliamo piano, con calma, proviamo a seguire lo stesso ritmo della luce che non aumenta molto, mantiene solo in cielo delle striature di rosa leggere.

Quando passiamo vicino, sopra, a una di queste case, parte da dentro al giardino come un suono di galoppo attutito: attratto dal fruscio vedo con l’angolo dell’occhio la corsa del cane della villa sotto. Hmmm, se abbaiava era meglio, sta solo correndo, senza fiatare, non mi pare un segno buono. Vabbuo’ verimme che succere, se il cancello è aperto, se arriva fino a qua e cu’ quale genio.

Lui nel frattempo è un movimento rapido, il galoppo sul terreno mo è un graffiare di zampe sull’asfalto liscio: ci raggiunge correndo, ci supera, arriva al bordo della strada, fa na specie di giravolta e ci ritorna incontro, si solleva in corsa e me mette e zampe ncuollo a modo di saluto.

Fiuuuu, tutt’a posto. Se siete curiosi lo vedete nelle foto: è un bel cane, rosso fulvo, abbastanza grosso, tiene collare e tutto; adesso noi camminiamo e lui insieme a noi avanti qualche metro.

Tutto sembra andare per il verso giusto, tanto che adesso un cartello già dice che i chilometri non sono più tre ma soltanto uno e mezzo. Non sappiamo se crederci, ci sembra troppo presto ma forse l’alba ci aiuta ed è vero che abbiamo già camminato metà percorso.

Il cane nostro continua a seguirci, evidentemente aveva molta voglia di camminare stamattina e, appena sveglio, il primo che passa, si sarà detto, lo abbraccio e lo seguo fino in capo al mondo. Ogni tanto, cioè quasi sempre, va avanti, però poi si ferma e ci aspetta; se non ci vede arrivare gira indietro la testa. Poi appena siamo a tiro riprende il trotto, annusa qua e là l’erba ai bordi della strada, qualche volta marca il territorio e la umidifica un poco.

Andiamo più avanti e incontra qualche amico. Il paese è piccolo, sono quattro gatti, qua si conoscono tutti ed evidentemente, dal fatto che non abbaiano per niente, si capisce che pure i cani molti non sono.

Arriviamo ad un altro bivio, andando a destra si arriverebbe dopo poco ad una postazione militare e non si potrebbe proseguire oltre, a sinistra invece si sale verso la cima del monte. Proprio al bivio, in mezzo a queste due scelte, c’è il primo punto di ristoro di questa camminata, però è ancora troppo presto e quindi il caffè se non ve lo siete già preso a casa non c’è altro modo.

Proprio sotto l’insegna del bar c’è una vecchia foto con un uomo su un asino e la vetta della montagna sullo sfondo. Fino ad un po’ di anni fa si saliva col ciuccio: trovavate dei contadini, d’estate, che vi chiedevano se per caso non avevate voglia di salire comodi, e mentre voi stavate in sella magari loro pure, accompagnandovi, si tenevano alla coda per non stancarsi troppo.

Oggi gli asini non ci sono, però credo che se chiedete potete salire a cavallo. Salendo ancora qualche minuto infatti passiamo davanti ad un altro punto di ristoro: a destra c’è la casa, e fuori, anche adesso che è chiuso, c’è un cestino dal quale potete prendere in prestito un bastone per fare la salita. L’unica cosa che vi viene chiesta è di restituirlo a missione finita. Di fronte, sul lato sinistro della strada, oltre un cancello di legno si intravedono le stalle. Sulla parete di tufo verde hanno intagliato a bassorilievo la testa di un cavallo.

La strada, di cemento, comincia a farsi un po’ più stretta e dissestata, sono le fasi successive per trasformarsi poi in sentiero. La vegetazione si fa sempre più vicina e fitta.

Sulla destra un altro punto di sosta, sembra un rifugio alpino per le linee del tetto e i tronchi interi usati per costruirlo. A fianco, per completare il paesaggio di alta montagna, ci hanno piantato pure tre abeti.

Finalmente finisce il cemento, da qui in poi si cammina nel bosco, sul tufo polverizzato sceso dalle pareti di roccia verde di lato.

Dopo poco c’è un bivio nel sentiero; strano che non sia segnalato da nessuna indicazione. Il nostro cane è andato a sinistra e ci sta aspettando, a destra di sicuro si va sulla vetta; però a pensarci se non c’è un cartello e se il cane va dall’altro lato, forse semplicemente o sinistra o destra poi ci si ricongiunge sullo stesso percorso. E allora andiamo appresso al cane.

Di sicuro questo lato è più panoramico, si apre una grande vista sul mare dall’alto.

Sull’acqua c’è la striscia rosa che il sole fa sul mare a quest’ora. Ma no, no; guardando meglio è l’ombra di una grossa nuvola bianca verticale, colorata dal sole che oggi qua ha deciso di giocare di sponda.

Le felci delimitano il bordo del sentiero. A destra invece è un bosco di castagni. Compare pure la Pietra dell’Acqua, proprio davanti in fondo. I due bracci camminano paralleli, poi però ci pare che si inizia a girare troppo distante: la cartina dei sentieri l’abbiamo lasciata a casa, in giro qua sopra non c’è a chi chiedere, forse ci conviene ritornare indietro. Sì, ritorniamo sui nostri passi, ancora segnati nella polvere di tufo. Il cane escursionista ci segue pure.

Torniamo al bivio e prendiamo l’altro sentiero. Qui il percorso diventa sempre più bello: è un tappeto giallo-verde chiaro, scavato dai piedi, dagli zoccoli dei muli e dall’acqua di ogni pioggia dell’anno. Ai lati è abbracciato dal verde del muschio e delle piante che cresce sulla roccia di tufo, verde, non gialla: è il segno distintivo, il vezzo di indipendenza di quest’isola per ricordarci che non siamo a Napoli centro, che qui il mare bagna di sicuro il posto perché in questo posto quella roccia vulcanica che nasce gialla poi, stando immersa per secoli, ha cambiato colore.

A tratti sotto i vostri piedi potete trovare addirittura dei piccoli gradini bassi, scavati dai contadini dell’isola per evitare di scivolare con la pioggia a chi ha due zampe o quattro. Le pareti sono vicine, alte, tolgono un poco di luce ma aumentano l’abbraccio del bosco.

Dopo una svolta ecco il tratto finale: la vetta si intravede a qualche centinaio di metri in alto in fondo, e adesso si cammina come fareste su uno scoglio, non c’è più polvere di tufo ma una roccia grossa uniforme compatta, sempre coi solchi di chi ci passa da secoli: siamo su un largo monolite asciutto.

Tre cartelli dei sentieri ci informano che da qui è possibile andare a piedi fino a Forio, o a Santa Maria al Monte; che da Fontana finora sarebbero dovuti passare circa 40 minuti e che alla vetta finale di minuti ne mancano cinque.

Da qui il sentiero diventa a tratti molto stretto: è un canale di acqua dove i piedi non c’entrano uno a fianco all’altro, ma se dovete camminare il prossimo piede tanto lo dovete mettere avanti.

Sulla destra una porta di legno, pure questa ancora chiusa, porterebbe al bar ristorante che sta proprio in vetta. Il sentiero comunque sale anche senza passarci dentro.

C’è ancora una cosa curiosa prima della punta. Un campanile imita, appena sotto, uno spuntone di roccia. È la chiesa di San Nicola, ha soltanto la piccola facciata costruita, tutto il resto è scavato nella tufo, sta qua già da prima del 1459.

Ci affacciamo dai vetri della porta: il pavimento è bellissimo di riggiole consumate dai passi. Dello stesso identico verde di tutta quest’isola: è come se lo avessero preso da qui per dipingerla tutta. Dentro i banchi sono talmente semplici che sono diventati sedie di legno. Qui su si era venuto a ritirare un uomo d’armi, il reggitore del presidio militare dell’isola Giuseppe d’Argouth, nel ‘700. Era scampato a un agguato vicino a questa vetta e tenne fede al voto fatto per salvarsi di restare qui da vivo visto che non c’era morto. Le celle del monastero stanno dietro la porta a sinistra guardando l’ingresso della chiesa. Fino a qualche anno fa potevate dormirci. Ora sembra che quelle piccole stanze ricavate dentro il cuore del monte siano chiuse, aspettando una nuova gestione. Se siete fortunati però e ci capitate nei giorni in cui ragazzi del servizio civile le tengono aperte, potete almeno visitarle, insieme alla chiesa. Il bar più sopra, proprio vicino alla cima, invece funziona, ma solo se non ci andate come noi di notte.

Continuiamo a salire, ormai manca proprio poco. Ecco spuntare da un’altra recinzione di campagna un nuovo compagno a quattro zampe. Sembra la copia un po’ più anziana del nostro: stessa taglia, colore, solo non ha collare, è un po’ più sporco e quando camminate non si sposta davanti.

Comune di Serrara Fontana: Attenzione pericolo di caduta per fondo sconnesso e sdrucciolevole ricorda il cartello nuovissimo poco prima degli ultimi metri. Ci affacciamo sull’ultimissimo tratto ed ecco un’altra sorpresa buona: una balaustra protegge l’unico pezzetto che era un poco rischioso di tutto questo tragitto. Si sale una scalinata corta di scalini intagliati, scansando i cani che si fermano davanti e siamo, adesso, davvero arrivati.

Siamo sulla vetta, in piedi dentro un metro quadrato scavato, con le panchine naturali e il parapetto, tutto di tufo. Praticamente siete su quel piccolissimo cocuzzolo che vedete pure da Napoli, quella punta che in fondo al panorama segna con la sua sagoma precisa il fatto che quella è Ischia, l’isola lontana grande. Lo si vede da molte parti della città, adesso ci siete seduti sopra.

A pensarlo che è così piccolo viene un poco di paura. Si sta seduti su una specie di vertigine, forse perché dovunque ti giri il panorama comincia a pochi centimetri, massimo un metro: fa un gradino in basso lungo un piccolissimo spicchio di vigne, un secondo sopra un grande bosco e poi sprofonda vuoto verso la costa.

Le case da qui si vedono solo in fondo. Qui su venivano per rifugiarsi dalle incursioni dei saraceni; mo che i pirati stanno soprattutto in alto loco, le case sono scese vicinissime al mare.

Affanna con la lingua da fuori, a un certo punto respira molto veloce, forse si è addormentato e sta sognando, il nostro accompagnatore di questa escursione. Ma appena faccio un mezzo movimento che somiglia a uno che si sta alzando lui si sveglia all’istante, apre gli occhi ed è pronto a scendere. Ma io mi stavo solo muovendo, sì in realtà avevo pensato di scendere ma come si fa ad andarsene da qui così presto? Restiamo ancora a guardare lontano. Stamattina ci sono un po’ di nuvole in giro altrimenti si vedrebbero Ponza e Ventotene. Di sicuro si vede quasi il cento per cento della costa dell’isola: Lacco Ameno è facile da riconoscere perché ci sta il fungo, Casamicciola quindi è quella a destra a fianco, se ne vede giusto il braccio del pontile esterno. Forio con la chiesa del Soccorso. Poi c’è tutto il lato che guarda verso il continente: Procida sta qua sotto, Monte di Procida nella foschia in fondo.

Si sta freschi in questa sedia altissima; seduti in bilico sulla vetta del mondo.

Ora iniziamo a scendere. La luna si vede ancora ma senza bagliore. Adesso è il turno del sole e noi torniamo nel mondo più in basso. Con la nuova luce ci accorgiamo che i ricci delle castagne stanno già sui rami, che pure capperi e more crescono lungo il bordo del percorso.

Se state in vacanza a Ischia, avete voglia di un po’ di fresco e di guardarvi intorno, bastano un paio di scarpe da ginnastica e fare il primo passo, poi questo sentiero vi condurrà da solo.

Se poi volete sapere la fine della storia: il cane ci ha accompagnato anche per tutto il ritorno. Ci ha aspettato fino al punto esatto in cui stamattina ci aveva rincorso.

Testo e foto Francesco Paolo Busco (tutti i diritti riservati)

BELLEZZA ALL’ALBA (1) – La baia di Ieranto

27 luglio 2018

La luce dell’estate nel nostro sud è forte, aggredisce; eppure ci sono luoghi bellissimi della nostra terra che in questo periodo sono belli da visitare, guardare, camminare. Allora abbiamo pensato di andarci, però in un orario che lascia più respiro e in cui la bellezza viene meglio fuori: all’alba.

Eccovi il primo di una piccola serie.

Buona passeggiata.

Subito dopo Punta Campanella, la punta che chiude il golfo di Napoli a sud, c’è una baia protetta, ci si arriva solo a piedi, è vietato anche entrarci in barca, è patrimonio FAI (Fondo Ambiente Italiano). È una delle nostre spiagge preferite da molti anni, e allora iniziamo da qui queste nostre passeggiate al sorgere del sole.

Siamo partiti da Napoli ad un’ora di notte: pure l’autogrill dove ci andiamo a pigliare il secondo caffè della giornata è quasi deserto. L’addetta è da sola: fa la cassiera, si occupa del banco dei dolci e della macchina del caffè, praticamente l’autogrill è lei. È talmente presto che il cornetto è di ieri, pure il caffè non è esattamente una cosa degna di chiamarlo tale.  Vabbuo’ ma a quest’ora c’era poco da scegliere, siamo quasi sicuri che era meglio di niente.

L’uscita autostradale di Castellammare senza traffico arriva subito, poi si va fino a Meta. Da lì si inizia a salire per passare sull’altro versante.

Si sale fino a Sant’Agata sui Due Golfi. Quando ci arriviamo il paese dorme, le cinque di mattina devono ancora scoccare. Poi la strada inizia a scendere sull’altro versante, quello sud, della costa di Amalfi, fino al piccolo paese di Nerano. Lasciamo l’auto nella striscia blu, la macchinetta del parchimetro a quest’ora è l’unico esercizio che troviamo aperto.

Il sentiero inizia praticamente dalla piazza del paese: al primo metro della strada che scende verso Marina del Cantone, sul lato destro.

Le case sono immerse ancora nella penombra. Si mischiano le luci gialle delle lampade e un poco di rosa di chiarore di sole. Dopo pochi metri, a sinistra, dentro il mare, appaiono le sagome de Li Galli. Poi i due corni bianchi della Villa Rosa dove un signore inglese di inizio ‘900 ha iniziato a scrivere il suo libro sulla Terra delle Sirene. Non poteva scriverlo altrove. Al centro tra i due corni c’è scritto Silentium e non si capisce se sia un invito o una constatazione.

Il sentiero è ben tenuto, facile, ma non scontato. Lo tengono in alcuni tratti le pietre dei muretti a secco. Cammina in mezzo agli ulivi e a tutti gli altri arbusti del mare nostrum. Sulla destra c’è monte San Costanzo, noi ci camminiamo sotto.

Dopo una curva spuntano i tre pizzi, tre punte di roccia. Su quella centrale, Montalto, c’è una delle mille torri di avvistamento per i saraceni fatte costruire dai viceré di Napoli tra ‘500 e ‘700, le altre due si chiamano Penna e Mortella come ogni volta che ci sono i mirti. Una nave portacontainer passa in lontananza e si perde lo spettacolo. Uno yacht enorme invece sta ormeggiato proprio sotto di noi, da solo, in mezzo, appoggiato sull’acqua. Non si vede nessuno muoversi a bordo: staranno dormendo oppure lo spettacolo di quest’orizzonte così vasto si mangia tutti i suoni.

Altri pochi metri e, in mezzo ai fiori ben accuditi da qualcuno, spunta una piccola statua della Madonna. Poi in una nicchia nella roccia c’è un altro culto, più laico, quello di chi cammina; che usa testimoniare il passaggio poggiando una pietra a fianco a quella di qualcuno che non hai mai incontrato ma che è di sicuro tuo camminatore compagno. Pietre qui ce ne sono molte: il sentiero non è dimenticato.

In alto spuntano due bandiere lungo un parapetto di legno: dev’essere un ospite seminascosto nel verde lungo il fianco della montagna.

La luce cresce piano piano. Fa ancora fresco, c’è un poco di vento.

Un albero di carrube fa una galleria e ci passiamo dentro.

Poi il sentiero inizia a scendere e a destra compare la Sirena: Capri si mostra pochissimo, scopre benissimo invece i faraglioni, come un amo alla preda. L’isola è il punto cardinale di questa giornata: da qui in poi attrae lo sguardo ogni volta che uno alza la testa per guardare il mare.

Siamo immersi nel verde della macchia nostra, nel giallino delle piante secche, in fondo c’è azzurro vivo, anzi turchese di acqua, poi, dentro una specie di vapore celeste, in fondo a tutto il panorama, c’è la Sirena appena disegnata, sdraiata, a caccia di navigatori.

Ulisse è proprio qui davanti che si fece legare all’albero della sua nave dopo aver turato con la cera le orecchie dei compagni, ordinandogli che quanto più li avesse pregati di scioglierlo, più forte dovevano stringergli quei nodi. D’altronde il nome Ieranto deriva forse da ierax = falco oppure da ieros = sacro. Se uno pensa che le sirene erano raffigurate in origine come metà donne e metà uccello e alla loro natura imparentata con gli dei, per cercarle non si può andare oltre.

Si scende ancora, poi state attenti a un bivio: non è molto evidente perché è fatto di piante e tracce leggere di passaggio. Però a terra c’è un segno giallo ed il cartello verde del FAI che ci dice che per la spiaggia si arriva prima se si gira a destra, lungo la traccia sottile in mezzo agli arbusti. Andando dritto lungo il sentiero principale invece si va verso la torre di Montalto, la casa colonica e centro informazioni del FAI.

Si inizia a scendere lungo una scalinata di pietra. È così consumata, forse sdentata sarebbe il termine esatto, che c’è sempre venuto il dubbio che non fosse una scala ma soltanto noi che camminavamo per sbaglio sopra il filo di un muretto di pietre.

A sinistra si vede bene la torre e sotto la casa del guardiano del posto. Il tetto è semplicissimo e rigonfio come quello delle case greche.

Qui il vento è cessato, si soffre un poco il caldo anche perché l’umido del mare ora prende il sopravvento. Ma l’acqua si avvicina, manca poco alla spiaggia, siamo quasi arrivati.

Cominciano ad apparire lungo il percorso alcune delle strutture di questa che era, a inizio ‘900 una cava di pietra calcarea. Piccoli edifici, alcune vasche, poi balaustre di legno. Un altro cartello ci lascia scegliere di nuovo se andare verso il punto FAI o il mare e la spiaggia. Eccola, in un colpo solo appare la piccola spiaggia, dietro c’è la vecchia fabbrica e l’isola potente sullo sfondo.

La spiaggia è deserta. A capirlo basta poco perché si vede intera, non è più lunga di cinquanta passi. Gli ultimi metri sono un po’ più ripidi, lungo curve strette per arrivare alla quota zero. L’ultimo passo fa un rumore diverso, non è più un suono attutito di terreno ma uno scrocchiare di ciottoli. Siamo sulla spiaggia ombrosa della mattina, davanti a noi la luce dentro uno specchio, la bellezza civetta esattamente di fronte, in fondo, quella più calma tutt’intorno.

E mo ci vuole un bagno: sono le 6.30 del mattino ma l’acqua non è fredda, tutt’altro. Perfettamente trasparente, si contano i granelli di sabbia attorno ai piedi uno per uno. Fili verdi di poseidonia galleggiano strappati dal fondo.

È il migliore bagno di questa stagione fino a questo giorno. L’acqua è accogliente, calma, viva. Il paesaggio fresco, splendente.

Torniamo a riva, poi si sente una voce. Sono le 7.10, arrivano i primi compagni di viaggio. Forse sono un poco sorpresi: si sono svegliati prestissimo, hanno camminato, e arrivati in spiaggia ci sta già qualcuno. Dopo un poco risaliamo e gli lasciamo il premio di avere tutto il posto.

Andiamo ad esplorare il sito di archeologia industriale, verso la punta. Si entra attraverso un cancelletto e ci sono gli edifici della vecchia cava Italsider, che per fortuna non aveva costruito fabbricati enormi. C’è la vecchia piattaforma di attracco da dove oggi i ragazzi fanno i tuffi. Si percorre il sentiero in piano verso la punta estrema. A sinistra c’è la vecchia ferita della cava di pietra: si vede la pendenza troppo ripida, troppo regolare, staccata dal paesaggio. Da qui, attraverso un edificio basso con sei buchi, caricavano le navi che portavano questa roccia piena di calcio allo stabilimento dell’acciaio di Bagnoli.

Però la natura piano piano riarmonizza il tutto. Un pino cresce solitario in mezzo alla spianata. Gli fanno compagnia arbusti più bassi. Arrivati alla fine dello slargo sembra di stare in mezzo al mare, Capri adesso si vede quasi del tutto. Punta Campanella e il faro sono molto vicini.

Poi iniziamo a risalire. Stavolta passiamo sul sentiero lungo la casa del guardiano. È fatto di scalini di terreno che passano in mezzo agli ulivi. Da lontano si vede una sottile linea di fumo che sale tra le foglie: è lui che brucia le erbe secche che raccoglie.

Vicino alla casa c’è un piccolo limoneto protetto, anche un piccolissimo orto. Poi si sale lungo i gradini di pietra sul fianco della casa.

Poco prima che spuntiamo un cane abbaia. Un attimo di incertezza, mo che facciamo? Sbuchiamo dall’angolo della casa mentre il guardiano, che da lontano ha già capito tutto, dice al cane di starsene buono, mentre noi salutiamo con un buongiorno rivolto metà al padrone e metà al quadrupede guardiano. Gli passiamo ad un metro di distanza e lui resta buono.

Sulla terrazza della casa c’è la tovaglia stesa ad asciugare, e a fianco una sedia sdraio vista faraglioni. È un quadro che non ha bisogno di essere dipinto, il tempo qui sembra così lento che fermarlo servirebbe soltanto a perderne una parte.

Continuiamo a salire. Il dislivello totale non è tanto (180 metri in tutto dal mare fino al paese da dove siamo partiti) e su questo lato della collina c’è ancora ombra. Ci fermiamo ogni tanto per riprendere fiato e sentire un poco di aria che si muove salendo dal mare. Cespugli di rosmarino vivo, se li odorate sono meglio dello Chanel numero 5. Scende un altro cane portandosi dietro l’uomo che come sempre ha la stessa sua identica espressione.

Il dislivello ora lo abbiamo fatto quasi tutto quanto: resta solo la parte facile in piano. Ripassando davanti alla madonnina ci accorgiamo che a pochi metri ci sta un altro santo: Padre Pio ai limiti delle stesse piante.

Il sole si solleva e incontriamo altri sul sentiero in direzione mare. I ragazzi più giovani camminano in costume, pronti per il bagno. Un ragazzo è attrezzatissimo e davanti alla madonnina passa armato di tappetino e sedia sdraio in alluminio.

Siamo quasi in paese. Proviamo a scattare la stessa foto con la chiesa che abbiamo fatto all’andata: tutti gli spigoli geometrici coincidono, di tutte le case, nessun colore e neppure un’ombra è rimasta al suo posto.

Nella piccolissima piazza del paese c’è la fontana per sciacquarsi la faccia. Una Vespa scende verso la spiaggia di Marina del Cantone con tre bagnanti a bordo. Saliamo in auto, ragazzi con accento del nord ci chiedono dal finestrino per dove si va alla baia di Ieranto, alla spiaggia.

A ritorno, a Sant’Agata, il bar pasticceria famoso adesso è aperto; ci fa fare pace con il caffè e con i dolci. E ritorniamo a casa.

Testo e foto Francesco Paolo Busco (tutti i diritti riservati)

Per informazioni dettagliate sulle possibilità di visita della baia qui trovate il sito del FAI