DIARIO MINIMO DALL’ITALIA INTERNA (4) – Mezzo paese al trucco di scena, poi le danze tradizionali, finte e vere non fa differenza

Eccoci al quarto giorno di questo piccolo diario dal Cilento, non sul mare ma dalle aree interne, da Felitto. Se volete sapere le cose dal primo giorno qui trovate l’inizio.

Domenica 13 gennaio 2019, giorno quattro

I muri della casa, man mano che passano i giorni, si stanno riscaldando, però anche stamattina mi alzo in un clima piuttosto freddo. Alle 8:20 esco dal letto, ore 8:22, ormai lo sapete: accendere fuoco prima di tutto.

Mi accorgo che il pezzo di legno più grosso rimasto da ieri sera nel camino, se ci soffio, in un punto ridiventa rosso. Faccio una fossetta nella cenere vicino, spezzo dei rami di erica secca, ‘u scantamanu, li avvicino a quel punto e soffio di nuovo. Prende fuoco!

Subito un altro po’ di legna piccola, anche di più doppia, la più secca che trovo, e dopo neanche due minuti ho la fiamma viva! Forse sto capendo piano piano come pensa il fuoco.

Mo posso mettere sul gas la macchinetta del caffè. Mi dispiace quasi che accendere questo non richieda altrettanta cura, un po’ di soffio.

Collego il computer a internet, via etere, tramite una scatoletta che mi sono portato. Il segnale non è forte ma funziona abbastanza, lento. Un’occasione per selezionare bene le cose da ascoltare e da dire, la piccola difficoltà come filtro per non affollare i nostri pensieri e quelli degli altri.

Apro uno dei quattro vetri in cui è divisa la porta di casa che dà subito, a piano terra, sulla strada, per guardare fuori e far respirare anche il fuoco.

Alle nove e trentanove sono fuori.

Perdo due minuti a fotografare un altro po’ di gatti dipinti sulle porte. Alle nove e quarantadue sono al Palazzo Migliacci. Chi sta teorizzando le 15 minutes towns, le città in cui tutto è a breve distanza, potrebbe prendere ispirazione in posti come questo. Forse anche per togliere luoghi presso cui recarsi, inessenziali, perdite non di minuti ma di ore.

Al Palazzo stamattina si continuano le riprese del film sulle lotte di liberazione.

Varco il portone e la scena è nuova: c’è mezzo paese in vestiti ottocenteschi, seduto, al trucco.

A tutti fanno un colorito più scuro, da gente che vive molto fuori, all’aria, al sole. A un signore, con la matita nera, stanno mettendo in faccia la barba di qualche giorno. Ci sono le donne con gli scialli, maglie, contro maglie e gonne ampie che nascondono tutto. Gli uomini coi cappelli e i mantelli scuri.

Poi compare un personaggio ancora oltre. Un uomo sulla settantina con la barba, i calzari fatti di cuoio lana e stringhe, sulla spalla lo schioppo, che non sai se è vestito in costume o esce di casa così tutti i giorni. Poi capisco che è uno che viene da fuori e che recitando da brigante passa molto del suo tempo, non solo qui oggi a Felitto.

La prima scena è con Michele e Giulio -quello che a tutte le feste che organizza con la Pro loco lo trovate ad arrostire salsicce dietro il fuoco- che appendono per strada una lampada a petrolio. Bofonchiando qualche protesta, non mi ricordo se contro il governo rivoluzionario o i Borbone, gli passano davanti Donato e Rosi.

Poi alla combriccola di oggi si aggiunge un secondo uomo armato con la barba, e i due formano una coppia formidabile. Ogni minuto che passa, guardandoli, ti scordi di più di vivere due secoli dopo.

Nell’androne del Palazzo la scena è che Marilena va ad aprire e i due si abbracciano e si comunicano notizie terribili e urgenti, per salvare il mondo.

Verso mezzogiorno torno a casa. Finalmente, per la prima volta da quando sono qui, metto a fare il sugo. Sotto l’acqua per la pasta accendo tra poco.

Le riprese alle gole del Calore

Dopo pranzo in macchina verso le gole del Calore.

Forse ne avete sentito parlare, è un posto abbastanza noto, sta in fondo a una discesa all’inizio del paese. Il fiume si è scavato tra le montagne un percorso dove c’entrano giusto giusto lui e un sentiero che gli cammina a fianco, in questi giorni poi ci andiamo, in silenzio, a vedere.

Arrivo nel prato largo che c’è vicino alla vecchia chiusa della centrale idroelettrica in disuso e trovo una specie di accampamento di brigantesse e briganti. Il regista sta spiegando ad un cerchio di donne come si dovrà svolgere la scena di danza. Ci sono anche i suonatori di tammorra, organetto e chitarra coi vestiti di quel tempo.

Donato nel frattempo sta accovacciato per terra, gioca ad accendere il fuoco. Segue l’istinto, Socrate avrebbe detto che sa ascoltare benissimo il suo demone. Con i capelli lunghi armeggia con la legna: a tratti pioviggina e fa freddo, bisogna riscaldare il mondo. Ne viene fuori una perfetta colonna di vapore di fumo. Si rialza soddisfatto dopo avere penato parecchio per accenderlo, con tutta st’umidità che c’è oggi qui intorno; si aggiusta i pantaloni con i polsi, come i bambini che si rimettono in piedi con le mani sporche dopo che hanno finito un gioco.

I fucili di scena messi a capannello. Una signora molto anziana, con le scarpe imbottite, lo scialle e l’ombrello, è ancora curiosa di cose nuove ed è venuta apposta per vedere cosa fanno. Qualcuno inizia a distribuire a tutti del tè caldo.

Poi arrivano due felittesi vestiti da preti. Uno è lo stesso che appendeva la lampada nella scena di stamattina con Michele, il cuoco eterno delle salsicce delle sagre. Inizia a benedire tutti con fare pacioso, sembra il fratone della banda di Robin Hood, e siamo pure in mezzo al bosco.

Si inizia a girare.

Tutte donne e due briganti danzano quasi in cerchio.

Dopo poco la musica prende tutto il posto. La scena si inizia a sfumare col reale o forse sarà il fumo del fuoco.

Donato deve aver colto la variazione: lo vedo, di scatto, muoversi verso il centro della danza: Aggia balla’. Il demone ha parlato a voce alta. Lo fermano dopo qualche secondo ma nelle riprese invece spero che sia venuto.

Il signore a cui stamattina stavano disegnano la barba con la matita, adesso sta con lo schioppo a fare la guardia, concentratissimo.

Poi tra le donne iniziano un gioco: vediamo chi si ricorda ancora l’uso di portare sulla testa il cesto. In due o tre ci riescono, qualcuna anche camminando più di qualche metro. E volete sapere una cosa? Anche quella signora ultranovantenne, che è venuta solo per vedere, prova per un poco quel gioco che da giovane ha sicuramente fatto moltissime volte seriamente.

Le riprese qui sono finite, rompete le righe.

Rosi tira fuori pagnotte e caciocavalli, poggiata sugli spalti di legno, inizia a tagliarne per tutti. Qualcun altro nel frattempo versa il vino rosso. Dopo un po’ inizia a piovigginare ma siamo ormai abbastanza allegri da non curarcene troppo.

Il ballo spontaneo delle donne nell’androne del Museo

Però adesso bisogna andare. C’è da girare altre scene in paese, nel museo della civiltà contadina di cui vi ho raccontato ieri. Si raccoglie insieme tutto e si mette nelle macchine. Appuntamento al centro storico.

Arrivo, parcheggio e inizio a camminare.

Dentro un vicolo del centro incontro di nuovo la signora anziana curiosa, vabbè mo ve lo dico, si chiama zi’ Stefanina, anche se l’ho saputo solo il giorno dopo, inizia a salire la scala ripida e un giovane le chiede se vuole un piccolo aiuto: Grazie ma aggia sagli’ io sula, ‘a si no addevento veziusa.

Che vi devo dire? Forse non si arriva a questa età così svegli e curiosi se non si è capito che ogni giorno bisogna sforzarsi almeno un poco.

Arriviamo nel museo, ve ne avevo già parlato: solo il palazzo vale già la visita, non è rifatto, è rimasto fermo.

Dentro c’è il parroco di Felitto, stavolta nelle riprese ci sarà un prete vero.

Mentre aspettiamo che arrivino tutti, ai Valcalore viene in mente di iniziare a suonare. Tempo tre secondi e le signore iniziano a ballare.

Arriva Rosi, mette piede nell’androne e in coppia con un’altra signora inizia a ballare ancora con le buste in mano.

C’è qualcosa che risuona dentro, adesso, in questo posto, in questo palazzo antico, in tutti, in questo momento. Meno male che è buio e che posso riprendere una panoramica del palazzo girandomi dall’altra parte altrimenti lo vedrebbero che sto diventando serio, troppo.

Forse si potrebbe ripartire, dove le parole non arrivano, dalla musica, nei paesi, per riaccendere il fuoco.

Dopo parecchio tempo saliamo le scale fino al primo piano.

Zia Stefanina si ferma nel corridoio a guardare le foto appese al muro. Quelle persone se le ricorda in vita, o alcuni parenti loro: Questa era la mamma di… e lo racconta a Marilena, una ragazza giovane che abita qui nel centro storico.

Poi va nella stanza dove sono gli strumenti per filare. Li prende e in quel momento smettono di essere oggetti di un altro tempo. Lei li usa ancora quasi ogni giorno.

Le riprese durano ancora, nelle strade del paese, fino a buio.

Il professore Donato dall’uscio di una di queste case di pietra se la prende coi filo borbonici e gli ricorda: Mo cummannamme nuje.

È stata una giornata lunga. finalmente torno a casa un attimo.

Poi esco di nuovo, mamma mia nei paesi dell’Italia interna non ci sta mai riposo. E si finisce come ieri, tutti da Peppe a cena.

Mo ditemi se c’è davvero bisogno delle sagre agostane per visitare un paese e stare insieme.

(Fine quarta parte, continua)

Testo e foto di Francesco Paolo Busco (riproduzione riservata)

DIARIO MINIMO DALL’ITALIA INTERNA (3) – Un signore quasi centenario, la panetteria, l’olio campione d’Italia e un film sui “briganti”

Continua il racconto con il terzo giorno del diario dal Cilento interno. Il giorno precedente, se ve lo eravate perso, eccolo.

Sabato 12 gennaio 2019, giorno tre

Stamattina alle dieci ho appuntamento con Rosi e Donato al Bar Impero (il terzo, con il Bar Sport e l’Italia, e credo ultimo, bar di Felitto); mi accompagnano a trovare alcuni anziani del paese.

Alle nove e cinquantasei, a piedi, esco di casa, il vantaggio del piccolo centro.

Nel marmo incastonato in una facciata, al primo piano, trovo scritto:

Ricordo di famiglia del soldato Sabetta Gerardo del 83° Fan. F. C. Morto eroicamente a Malgacucco Valsugana, il dì 1 aprile 1916. Il Tenente Colonnello lo chiamò: Prode militare. Felitto 17/3/1922

È la prima foto che scatto stamattina camminando nelle strade del centro.

C’è il sole anche oggi, dentro un cielo azzurro.

Poi vedo un sacco di panni stesi, in alto, su uno di quei fili che attraversano la strada da una casa a quella della signora di fronte. Allora ci abita più di qualcuno in queste case, allora non dice tutto ‘sto silenzio.

Sopra un arco basso che scavalca una scalinata in discesa, leggo: Vicolo Centrale. Non capisco perché chiamano Centrale un percorso che sembra minore, lo capirò tra qualche giorno, quando il prof. Donato Di Stasi mi porterà a fare un giro per tutto il paese raccontandocene la storia.

Incrocio Angelo, il salumiere conosciuto ieri che sta andando al negozio.

Poi in piazza Matteo De Augustinis, avvocato e giureconsulto, c’è il castello. Ci passo tutte le volte che entro o esco, ma è chiuso, anzi ci abitano, dovrei dire aperto.

Ecco Rosi; e Donato coi suoi cappotto e cappello neri, sarà parente d’o giureconsulto.

Buongiorno! I saluti sempre entusiasti di Rosi. Andiamo a prenderci il caffè.

Qui pagare al bar è difficilissimo, chi sa se stavolta ci riesco, si tratta di avere i riflessi più veloci di generazioni di anime di paesi; secondo me con chi sta alla cassa, come giocando a carte, per mettersi d’accordo si fanno pure dei segni convenzionali.

Un signore legge il giornale seduto al tavolino, dentro. Il televisore sta acceso a stendere sul mondo un velo di rumore di fondo. In silenzio la stufa elettrica fa il suo utilissimo lavoro.

Ci avviamo verso la nostra meta di stamattina e ci raggiunge il professore Donato.

La signora Graziella

Adesso è una casa del centro storico. Molti anni fa questo posto vicino alla chiesa nuova era fuori dal paese. Ci abitano due signori anziani: Graziella e zi’ Luciano Lascaleia.

Sto cercando soprattutto lui perché dicono che essendo della classe 1921 si ricorda tutto. Poco prima che arriviamo, la notizia che stamattina non è in casa rimbalza tra le persone e arriva a Rosi. Starà in giro, facendo una delle sue quotidiane passeggiate qui intorno. Però andiamo lo stesso a trovare la moglie.

La signora Graziella, siamo Rosi, il professor Donato e io, ci apre la sua porta di casa.

In cucina ha lo stesso camino mio felittese. Però lei ci fa un fuoco perfetto, come dovrei fare anch’io ma ancora nun teng’ ‘o curaggio. Perché la fiamma non sta dentro ma fuori, davanti, su una porzione di pavimento fatta con le mattonelle adatte.

Nun tenimo ‘u riscaldamento, stamo vicino ‘u ffuoco. Sorridendo.

Ci chiede se vogliamo il caffè ma lo abbiamo appena preso. Poi ci chiede se allora vulimu nu poco re limoncello e l’ospitalità va accettata sempre.

Scatto una foto a loro tre vicini.

Poi il professor Donato, con la sciarpa che gli scende davanti sui due lati, il cappello aderente, il limoncello sul tavolo al posto del vino e il giornale in mano, per un attimo lo scambio per un prete col breviario. Da ex professore di liceo, anche ex sindaco, la missione sociale che ha dentro per un attimo si vede.

La signora Graziella ha questa casa grande, con un balcone porticato che affaccia su un giardino, i fichi d’india, gli altri tetti di tegole, i comignoli col fumo e le montagne di sfondo.

Passando nelle stanze vedo il telefono fisso grigio che abbiamo usato per secoli, in una vita precedente, lei lo usa ancora, per favore telefonate adesso così vedo se suona davvero. Un comò con tutte le cose e, sopra un tavolo con la tovaglia di bucato, i fusilli fatti a mano da lei che si stanno asciugando.

Lei non vuole rispondere a domande perché un poco si confonde: Chiedete a Luciano, mio marito, lui si ricorda buono. Ci accompagna fino alla porta di casa, poi fino al portone esterno. Ci saluta sorridendo davvero, con il grembiule da cucina, lo scialle di lana e le pantofole rosse.

Zi’ Luciano

Finalmente ho appuntamento, nella piazza principale, con zì’ Luciano, il signor Luciano Lascaleia, uno dei più anziani del paese.

Quando arrivo, lui è già sul posto. Sono un paio di giorni che lo “inseguo” ma lui va in giro in libertà assoluta, ha l’età giusta per permettersi ‘sto lusso.

Buongiorno, siete voi il signor Luciano?

Sì, buongiorno, sono io.

Ah, eccovi, finalmente vi incontro. Allora, vi volevo chiedere un po’ della vostra vita e del paese.

Lui comincia pronto, lo sa che la longevità delle persone del Cilento ormai è un argomento che interessa al mondo.

Seguivo la trasmissione di Mirabella, su Rai tre, ve la ricurdate? E seguo quella duttrina che diciano pe’ televisione: la mattina faccio colazione con un poco di peperoni, verdure cotte, un pezzettino di caciocavallo, niente latte, e ‘nu bicchiere de vino.

Poi mi faccio una passeggiata.

Poi pranzo, e di nuovo esco perché ci vuole un poco di moto per un’oretta per digerire bene. La sera mangio soltanto ‘na frutta, non ceno.

Ogni giorno leggo lu giurnale, per tenere la mente allenata, così mi hanno cunsigliato. Prima leggevo “l’Unità”, ma a un certo punto al paese non arrivava più e mo leggo “La Stampa”.

Classe 1921, novantasette anni.

Sono nato il 13 dicembre, la notte di S. Lucia, perciò mi chiamo Luciano: mia mamma disse: “S’a purtato ‘u nome e ‘nciama ra’ “.

È un’usanza che poi ho capito che qui hanno, festeggiano compleanno e onomastico lo stesso giorno.

Poi mi accenna alla guerra.

So’ stato furtunato, ricu io, picchì di quattro battaglioni che eravamo, duemila uomini, tre sono andati in Russia. Il mio battaglione ci mandarono a Torino e poi in Calabria. Poi sono arrivati gli americani e quindi nun simu cchiù partuti e ni simu salvati. Degli altri, degli amici miei, sulu due o tre per battaglione su’ turnati.

Poi ho fatto il boscaiolo, dopo la guerra si faceva il carbone.

Vedete queste montagne? Le abbiamo tagliate tutte noi.

Man mano col ricordo va avanti nel tempo.

Nella mia vita mi su’ sacrificatu di tutti i culuri.

Alla fine questi fetienti italiani che ci amministrano i nostri denari… so’ na branca de mariuoli, scusate ca parlo accussì, ma te vene ‘a nervatura. Sono stato venticinque anni in Germania, e prendo dei soldi di pensione da lì…

E poi mi racconta delle mille peripezie invece, scoraggianti, con la previdenza italiana.

Quello che vi volevo dire: in Italia dove si tocca tocca ti fregano.

La percezione dello Stato come predatore. In Italia, forse soprattutto al Sud, è questa, troppo spesso, la visione.

Poi verso la fine: Mettetelo ‘stu racconto sopra lu giornale.

Poi la sua idea del mondo dei giornali.

Quando stavo in Germania leggevo “Cronaca Vera”, ma secondo me nunn’ era ‘na vera cronaca, era ‘na specie de romanzo. Ma ‘nu giurnalista che po’ mettere ncoppa lu giurnale, adda inventà pure iru qualche cosa.

Io inizio a dire che provo a non inventare niente, solo a scriverlo al meglio che posso, e lui nel frattempo ride.

Saluto zi’ Luciano. La sua voce diretta, mossa da dentro, una specie di scossa tellurica che trema molto poco per uno che ha visto così tante cose e così grandi, ancora me la ricordo oggi dopo due anni e chi sa ancora per quanto.

Il fornaio

Inizio a camminare. Mi girano nella testa ancora tutte le cose che mi ha detto la persona più anziana con cui ho mai parlato. I passi servono per lasciarle posare.

Poi mi viene in mente che passando da queste parti, lungo la strada nuova, la Strada regionale 488, che in paese prende il nome di via Insorti Ungheresi e, immancabilmente, di via Roma, nella parte più centrale, avevo visto una panetteria. Vado a cercarla, il pane non è un oggetto comune, lo sentiamo che ha del sacro, mi attrae.

Passo davanti alla ferramenta, c’è Giuseppe, il nipote di Rosi, ed entro un secondo: è piena stracolma del grasso nero e dell’arancione di motoseghe e decespugliatori in manutenzione.

La panetteria non ha insegna. Fuori l’unico cartello è “Cedesi attività”.

Entro e si sta benissimo: caldo e profumo buono.

C’è il banco di legno a mezzo metro dalla porta e una signora sorridente dietro.

Guardo in giro, il pane già ce l’ho, l’ho comprato ieri da Angelo, però i dolci mi mancano. Fanno dei biscotti buonissimi alle mandorle. Nel frattempo ci mettiamo a chiacchierare del paese.

Poi arriva il marito e chiedo anche a lui perché c’è scritto Vendesi.

Siamo stanchi. Sono mesi che cerchiamo un collaboratore che porti col furgone il pane ai negozi. Lavoriamo dalle 12 alle 6 della mattina dopo, e poi tocca fare le consegne fuori.

Dice che giovani che vogliono fare ‘sto mestiere, qui non se ne trovano.

Nel frattempo entra un signore col cappello di lana e il giubbotto mimetico pesante. A un certo punto, quando capisce che mi interessano i luoghi, mi consiglia di andare assolutamente sopra una montagna lì vicino, si vede dalla porta, venite a vedere da qui fuori. La conosce bene, come tutte le montagne che ci guardano qui intorno.

Compro i biscotti. Esco sperando che la panetteria non la vendano davvero.*

Dopo un po’ arriva Michele in macchina e mi porta a vedere un’altra cosa, antica e nuova.

Il frantoio e un olio d’oliva pluripremiato

Sono giorni che nelle orecchie sento da Michele questo suono: Marco Rizzo, insieme ad altri nomi. Piano piano poi riuscirò a incontrarli tutti, tranne, purtroppo, uno che risponde a quello di: antonionuvolidettocremino.

Parcheggiamo nel cortile. Esce un giovane con la barba e i capelli tirati indietro in una piccola coda.

È Marco, si muove rapido, non perde tempo, senza dubbi su quello che dice.

In pochi minuti mi mostra e mi spiega tutto il percorso che fanno le olive dagli alberi alle bottiglie. Quelle che sta riempiendo il suo socio adesso andranno in Giappone.

Poi mi invita ad assaggiare i tre tipi di olio d’oliva che produce.

Un po’ di remore ad assaggiare l’olio ce l’ho; come se fosse una cosa troppo densa; un sapore, provato da solo, troppo forte, ma seguo le sue raccomandazioni. Il bicchierino va tenuto prima un po’ tra le mani per riscaldare il contenuto. Conservano l’olio in atmosfera controllata e a bassa temperatura.

Poi guardo come assaggia lui, come un sommelier con il vino.

Provo a imitarlo. Ci riesco male ma il sapore e l’odore di questi tre oli sono così decisi che mi sembra di aver colto qualcosa. Con“Incipit” hanno vinto il premio speciale del Gambero Rosso nel 2018 come miglior olio italiano monocultivar.

Da oggi ho scoperto di cosa sa davvero l’olio di oliva e perché va utilizzato a crudo. Altrimenti è come se compraste il miglior vino e poi prima di berlo lo metteste in una pentola a bollire per qualche minuto.

Nel pomeriggio poi succede una cosa.

Il museo della civiltà contadina

Sto tornando a casa a piedi dentro i vicoli del centro. Una passeggiata in questo centro storico ve la consiglio: è piccolo, senza auto appena iniziano le scale, quasi tutto di pietra, a misura di cammino, e, come ne ho visti pochissimi tra quelli in buone condizioni, non suona finto.

A un certo punto incontro un gruppo di persone, alcune ormai le conosco, che parlano tra loro mentre indicano un portone.

Qui si potrebbe girare la scena…

Dopo qualche minuto capisco che è arrivato, per girare un film amatoriale sui briganti, anzi sulle guerre di liberazione, un gruppetto di persone da fuori.

Vanno in giro per il centro a cercare gli angoli giusti. Mi interessa la cosa, mi accodo a loro.

Entrano nel Museo della civiltà contadina e si apre un altro mondo.

È una casa dentro un bel palazzo. Hanno raccolto qui gli oggetti della vita dei loro nonni.

C’è la cucina in muratura, tutta bianca ricoperta di mattonelle, con gli sportelli di ferro per farci il fuoco dentro. Sopra ci sono poggiate pentole di tutte le dimensioni, appesi al muro mestoli e forchettoni. Verrebbe voglia di cucinare adesso, al volo. È tutto pronto, bisogna fare soltanto un po’ di ordine e rimettere l’acqua per la pasta sul fuoco. C’è anche il contenitore con il beccucchio sottile per l’olio.

Nella stanza a fianco c’è una stadera, ceste di vimini, la madia e tutto quello che serve per fare il pane.

Ancora più dentro c’è il telaio, di legno. Ha i pedali come un organo e la leggerezza della struttura dei cavalletti dei pittori.

Il soggiorno con le foto alle pareti, un tavolino e le teche a vetri. Le chiavi di ferro grandi. Andando in giro per il paese con queste, provando, si aprirebbero tutte le porte chiuse.

Il letto matrimoniale coi corredi. La culla basculante di fianco. Poi sul comò una scatola di ferro un po’ blindata e un poco a ghirigori. Una signora mi spiega che aveva un uso molto particolare. Quando un amore finiva, uno metteva le lettere ricevute dentro questa scatola e la seppelliva. La chiamavano: La tomba dell’amore.

La camicia e i pantaloni, cuciti con cura, belli, sagomati. Il bacile sul trespolo e la brocca. Pronti all’uso.

Poi iniziano a girare le riprese.

Il film

S’è fatto buio e si girano scene notturne coi soldati per le vie del paese, poi nell’androne del palazzo dei Migliacci (i notabili del tempo, quello che adesso ha comprato Rosi, la Casa re i ciento stanze), poi nel museo, con le donne armate a guardia su ogni pianerottolo, con le gonne dell’epoca e gli scialli.

Il buio sfuma i contorni delle cose e tutto sembra stia succedendo adesso, anche i bordi del tempo devono essersi sfumati.

Si finisce tutti a cena da Peppe, un piccolo ristorante pizzeria paninoteca nella parte nuova del paese, in una tavolata di venti persone. Mentre i professori da un lato del tavolo parlano di storia, da quest’altro lato tra attori e comparse si ride molto e forse nascono amori.

A un certo punto il gran finale: arriva il secondo giro di pasta dentro la padella più grande del mondo.

Mammà quante cose in un giorno, vuless’ sape’ chi l’ha detto che ci si annoia, che non c’è niente da fare nei paesi.

Note:

* Poi la panetteria, che Rosi mi disse quel giorno: È in vendita da molto tempo, anche io spero che non la vogliano vendere davvero, l’hanno ceduta. Il pane lo fa ancora.

(Fine terza parte, continua)

Testo e foto di Francesco Paolo Busco (riproduzione riservata)

DIARIO MINIMO DALL’ITALIA INTERNA (2) – Incontri nei vicoli, una signora architetto, il carrozziere inventore e l’ultimo negozio nel centro antico

Continua il racconto da un piccolo paese dell’Italia interna, in Campania, in Cilento, a Felitto. (Se volete partire dall’inizio qui c’è il giorno uno).

Prima di iniziare però devo fare una breve considerazione.

Il diario di ieri finiva più o meno così: “La sera poi mi invitano pure a cena, stavolta a casa di Anna e Michele. In casa c’è una stanza vuota: il figlio studia a Modena perché, dice il padre, vuole diventare ingegnere alla Ferrari.”

Ecco, anche questo, come il traffico di quelli che intasavano le strade per andare a lavoro, è cambiato dopo l’arrivo del virus planetario. Una delle volte che, in questi due anni trascorsi da allora, sono tornato a Felitto, il figlio di Anna e Michele, Mario, l’ho conosciuto, adesso sta studiando da casa, quella stanza non è più vuota. Lo chiamano South working: lavorare, o studiare, dal sud per aziende che stiano altrove. È una cosa che se si hanno a cuore i paesi, adesso credo che si debba guardare attentamente. Qualche giorno fa mi sono accorto che se ne sta occupando anche il World economic forum, quelli di Davos 2021.

Ma adesso passiamo oltre, vediamo cos’è successo il giorno dopo.

Venerdì 11 gennaio 2019, giorno due

Stamattina la prima cosa che faccio è accendere di nuovo il fuoco. Qui, a gennaio, il caffè viene solo per secondo.

Stanotte ho imparato, me l’aveva suggerito ieri Anna, che una bottiglia di acqua calda nel letto è un sistema utilissimo: riscalda bene e per tutta la notte. Il cappello di lana con cui ho dormito non me lo sono ancora tolto; lo rivedo dentro lo specchio del bagno mentre mi faccio la barba. Neppure la calzamaglia e i calzettoni.

Fa freddo“, direbbe la moglie di Luca Cupiello, alcune volte.

Il campanile della chiesa madre in fondo

Spalanco le finestre, fuori c’è un sole bello. Il campanile della chiesa madre è a pochi metri; vicinissimi il tetto di tegole di fronte che sta nella foto di copertina, una piccola finestra di alluminio anodizzato e un balcone che non si capisce se è disabitato, perché ci crescono piante nelle crepe ma anche in alcuni vasi che ci sono.

Un altro abitante del centro

Mentre fotografo passa un signore; mi fa una certa emozione: allora non sono da solo in queste case. È l’unica persona che da ieri sera ho sentito camminare per le stradine del centro. Sono così strette e piene di scale che le auto non riescono a passare.

Adesso devo andare che ho appuntamento alle dieci con Michele.

M’incammino per i vicoli.

C’è un silenzio calmo, l’aria è pulitissima, frizzante, profumata anche della legna del fuoco. È come un grande abbraccio all’anima, che in qualche modo suo sta in silenzio ricambiando.

Il sole crea dei tagli di luce limpidi, allegri, caldi, sulle pietre fredde delle case. Ogni tanto spunta uno dei gatti disegnati sulle porte da una stessa mano, tutti diversi, colorati.

In una stradina, in fondo, intravedo qualcuno, allora tra i due o tre percorsi alternativi scelgo questo, gli vado incontro.

È una signora con i vestiti da lavoro e i guanti enormi. Sta armeggiando con la carriola per trasportare la legna a casa dal deposito, tra un viaggio e l’altro fa una pausa chiacchiere con la vicina che sta sull’uscio della porta a fianco.

Chiedo se le posso fotografare e, con una gentilezza piena di pudore, volendone sicuramente fare a meno, acconsentono. Poi mi chiedono chi sono, che ci faccio, è una inevitabile domanda in questi posti. Mostro il passaporto dell’amicizia di Rosi e tutto si distende ancora un poco.

Vado, altrimenti faccio tardi, ma visto che ormai sanno a chi appartengo gli dico che mi farebbe piacere, un’altra volta, parlare un po’ con loro. Va bene, non c’è bisogno di prendere appuntamenti, il centro storico è piccolo abbastanza da non perdere il contatto facilmente.

L’architetto

Buongiorno Michè.

Buongiorno Francè, stamattina face friddu. Andiamo al bar che ci stanno aspettando.

Salgo in macchina, pochi secondi e siamo al Bar Italia. Dentro ci sono già tutti: Rosanna, Donato, una nipote di Rosi: Angela, e Anna Pina, una signora architetto che oggi porta un grande cappello caldo con le falde.

Scopro dopo pochi secondi che, come Rosanna, ha un miliardo di idee e in continua evoluzione.

Dopo qualche minuto capisco che in realtà l’una senza l’altra non funzionerebbero altrettanto bene. L’idea di comprare la Casa delle cento stanze, la principale casa nobiliare del paese, Rosanna, da sola, non avrebbe avuto il coraggio di pensarla.

Anna Pina, da architetto, ma soprattutto da donna che ha una bella visione e vasta, delle cose di questa terra e di questo posto, le ha saputo trasmettere l’idea che quell’acquisto, ma soprattutto quella missione del palazzo, era possibile, bella, assolutamente da fare. Rosanna dentro quell’idea poi sa metterci la sua energia solare.

La missione, per chi non ha letto ancora quel primo articolo su Rosi è, come mi aveva detto: Se riuscissimo a fare in modo che almeno un giovane, anche uno solo, dei nostri, non fosse costretto ad andare via dal paese.

Poi Michele mi porta in giro a conoscere altre persone. Sta in ferie per qualche giorno e invece di spenderle per sé queste sue ore, le regala a noi curiosi che veniamo da fuori. In questo paese, se devo dire adesso alla fine di tutto, mi pare questa grande generosa accoglienza il loro più grande patrimonio.

Andiamo in macchina, poco lontano. L’ultimo tratto è in un vialetto di campagna.

Il carrozziere inventore

C’è un capannone, entriamo e c’è una specie di gigantesco carrozziere ed inventore buono.

Insieme al nipote di Rosanna, Giuseppe, ha messo su un’attività con la quale portano in giro, dove li chiamano, tutto il necessario per insegnare ai bambini le regole del codice stradale.

Macchinine, semafori, segnali e strisce pedonali sono già pronti su un carrello da rimorchio. Lo trasportano e montano un piccolo circuito stradale. Per spiegargli l’idea, invece delle parole li fanno guidare.

Si vede lontano un chilometro che Tommaso queste piccole auto le costruisce con passione. Le fa somiglianti a quelle vere, tra i modelli hanno anche la vecchia 500 e il maggiolino tutto matto. Le proporziona a occhio. Il suo capolavoro, di cui va molto fiero, lo sta creando ancora, è la F40, la Ferrari.

Tommaso e la F40

Mi porta a vederla sopra l’officina: la carrozzeria è quasi completa, per ora è grigia di stucco, va rifinita nel colore del fuoco.

Poi mi mostra un’altra idea: la bici cucina.

L’ha studiata nei minimi dettagli, anche quelli del codice stradale, ed è pronto a farne altre versioni secondo le richieste del cliente: numero di fuochi, frigorifero, pure un forno per le pizze si può mettere. Sorride, muove quelle sue mani grandi e dice: già ho studiato tutto.

S’è fatto tardi, è ora di pranzo, parlando parlando.

Le spalle al camino

La tavolata è lunga anche stavolta: Anna, Michele, Rosi, Donato, c’è pure Angela.

Una cucina come se fossi a casa, anzi meglio, un bel bicchiere di vino prodotto a poche centinaia di metri da qui da un giovane agronomo, iscritto a Filosofia, con le idee chiarissime e molte, che andremo a trovare un altro giorno.

Poi imparo che il posto più caldo d’inverno a tavola in paese è quello con le spalle rivolte al camino. Il gatto di casa lo sapeva già da molto tempo. Si accoccola sulle gambe di chi se ne sta seduto più tranquillo più vicino al fuoco.

L’ultimo negozio del centro storico

In uno dei pochi momenti in cui tornavo a casa, non il primo giorno ma solo verso la fine di questo secondo perché Rosi o la sorella Anna mi invitano a pranzo e a cena quasi con l’insistenza di mia mamma, vado a fare finalmente la spesa. Ho la cucina a disposizione, troverò il tempo per cucinare almeno un giorno.

Nella prima strada c’è la porta di legno dell’unico negozio rimasto nel centro antico, già per questo, anche se non dovete comprare niente, merita una visita.

Entro ed è una scena il cui primo ricordo sta… ecco, nella mia infanzia calabrese: la salumeria di paese che spero ci sia ancora in tutto il mondo. Una stanzona unica, il pavimento di una volta, gli scaffali lunghissimi sui lati, qualche scatolo di cartone con le cose, mille confezioni diverse, una persona che sta ad ascoltarti dietro il bancone in fondo. Si chiama Angelo.

Inizio a chiedergli la pasta, il caffè, mi ricordo di comprare il pane, la birra… ah, l’olio.

Ti posso dare l’olio di semi ma l’olio di oliva nunn ‘o tengo.

Cioè, fatemi capire, siamo in un paese assediato dagli alberi di olivo e ‘sta salumeria che tiene tutto, forse pure un pezzo di Vespa Piaggio, gli chiedo l’olio e: “Nunn ‘o tengo?”.

La ragione, mi spiega, è molto semplice: qui l’olio ognuno si fa il suo, spremendo le olive del suo campo, nisciuno ‘o compra ‘o negozio. Perfettamente logico.

Poi, a un certo punto, parlando: Il negozio se fosse per me lo avrei chiuso, lo tengo aperto soprattutto per mia mamma che mi ha preceduto in questo lavoro. Più una tradizione di famiglia che una fonte di guadagno. Ecco chi era la signora seduta che avevo intravisto la volta precedente che ero passato un secondo.

Ogni tanto mentre parliamo entra qualcuno a comprare qualche piccola cosa al volo. Alcuni pagano subito, altri poi fanno un unico conto. Io penso di aver preso tutto… i biscotti. Esco e mi sembra di aver visto un altro pezzetto, imprescindibile, del luogo.

Mo vado a casa a mettere tutto a posto. A presto con il seguito del racconto.

Testo e foto di Francesco Paolo Busco (riproduzione riservata)

DIARIO MINIMO DALL’ITALIA INTERNA (1) – Dieci giorni in Cilento, a Felitto, fuori stagione, per vedere come si vive nei nostri paesi

Due anni fa, il 10 gennaio 2019, ero andato a stare dieci giorni in un piccolo paese del Cilento, circa milleduecento abitanti, all’interno. Ero curioso di vedere come ci si sta nei giorni normali, fuori stagione, nè d’estate nè a Natale quando arrivano i turisti e tornano quelli che vivono fuori.

Una volta tornato a casa avevo iniziato a scrivere il diario di quei giorni, poi, senza finirlo, avevo interrotto. Forse non era il momento giusto, forse le cose che avevo visto avevano bisogno di posarsi prima bene sul fondo per poi poter risalire con una specie di ordine, del tutto.

Adesso che dei paesi dell’Italia interna si riparla come di una possibilità nuova, ho pensato che quel racconto potrebbe esserre utile a qualcuno che sta tentennando, indeciso se spostarsi dalla città in un borgo simile a quello. Ho sentito che anche al paese, quella promessa che avevo fatto di raccontarlo, mantenerla era un dovere, bello.

Allora eccovi, se vi incuriosisce, quel diario.

Buon viaggio.

Giovedì 10 gennaio 2019, giorno uno

Quando venni a intervistare un mese fa Rosanna Di Stasi (qui trovate quell’articolo) rimasi colpito, non solo da lei, ma da tutto il paese.

Dopo i tanti visti dell’Italia interna, mi era parso che avesse in più qualcosa, non sapevo cosa. Ancora non lo so neppure stamattina. Forse esserci venuto e avere avuto una guida, esserci venuto non per guardare i muri ma per parlare con una persona precisa.

E a Rosanna l’avevo detto: ‘Sto paese vostro ha qualcosa che non ho incontrato prima, se riesco a gennaio vorrei tornare.

Eccomi in macchina.

Stavolta parto presto, evito la fila di auto dei lavoratori degli uffici, quelli che ancora vengono fatti spostare con tutto il corpo, e la mente magari si riservano di lasciarla a casa o di tenerla altrove. Ormai si potrebbe, nella maggioranza dei casi, lavorare semplicemente collegati tramite la rete. Spostare solo le informazioni, molte meno masse, e bruciare pochissimo petrolio. Io l’ho fatto per quasi due anni, dal 2010, da Napoli con l’ufficio in Olanda, anche discutendo via internet con gli operai che dovevano costruire davvero quello che avevo disegnato su un foglio di carta elettronico. Funzionava. (Questa parte iniziale del diario l’avevo scritta due anni fa, poco dopo essere tornato, l’ho lasciata identica perché mi sembra mostri come la pandemia serva anche a spingere il mondo a provare nuove strade, utili, senza perdere tempo).

Nelle foto del viaggio il colore dominante passa piano piano dal nero asfalto cittadino, attraverso il verde delle campagne, a qualcosa di misto tra l’azzurro cielo, il bianco della neve, il colore della pietra e l’incarnato delle persone.

Arrivo alle dieci in punto. Telefono a Rosi ma mi risponde Donato, il suo compagno, e mi spiega: Ciao Francè, si arrivato? Rosi s’è scordata il telefono a casa, ma la trovi nel Palazzo delle cento stanze.

La vado a cercare al palazzo fastoso in decadenza che lei ha voluto comprare con i risparmi di una vita in Germania per rimetterlo a posto e farne qualcosa di utile per i giovani felittesi, ma lo trovo chiuso. Vabbè, il viaggio è fatto di passaggi a vuoto che poi all’improvviso si riempiono di nuovo.

Appena Rosanna recupera il telefono si scusa cento volte e mi dà appuntamento in uno dei bar del paese. Anzi specifica proprio: Andiamo in un altro bar questa volta. Credo sia l’equilibrio, sottile, da tenere nei posti dove si vive a stretto contatto.

Eccola, arriva, come sempre, con un grande sorriso negli occhi e nella voce. Andiamo andiamo, ti offro un bel caffè.

Si sta caldi in questo bar grande. Stanotte da queste parti ha nevicato molto: in paese no, ma tutte le creste delle montagne intorno sono bianche.

Una montagna in fondo ha lo stesso profilo di un massiccio tirolese stampato nella mia memoria da molti anni.

Spiego a Rosanna la mia idea di fondo: vorrei vedere come si vive in un paese piccolo; provando in prima persona e ascoltando le storie della gente. Bene, allora cercherò di metterti in contatto con un po’ tutti. Ognuno avrà qualcosa che ti vuole dire.

State attenti a quando Rosi dice una cosa perché poi la fa sul serio: da quell’istante non m’è rimasto quasi più un attimo libero per capire cosa mi stava passando per la mente davvero.

Al Municipio

Usciamo dal bar e mi porta subito alla Pro loco a prendere un po’ di informazioni, compro anche una cartina dei sentieri della zona, sarebbe bello… non si può mai sapere.

Poi al Municipio; sta qui, affaccia sulla stessa piazza a pochi metri.

Ci entra non come faremmo noi a Napoli o in qualunque città grande, ma come se entrasse in una casa sua e di tanta altra gente.

Nell’androne e lungo tutte le scale non ci sono carte geografiche od onorificenze, ma molte foto di persone. Antiche, in bianco e nero, di famiglie intere.

Dentro il Municipio

L’appuntato dei Carabinieri sta nella prima sala al piano superiore, poi incontriamo Emilia.

Siamo venuti a cercare lei, perché col marito ha scritto diversi libri su questo paese. Ha molto da fare in questo momento, ma poi si ferma e inizia a raccontare degli archivi e degli studi sulla storia del luogo.

Nella stanza successiva c’è un armadio di ferro, di un colore blu, oppure verde, assomiglia a una vecchia automobile, ad un treno. In alto c’è scritto Anagrafe, in lettere saldate: ha fissato dalla nascita il suo scopo.

Un impiegato ci mostra i libri del 1800.

Sono di tre tipi, ci dice: Nascita, Matrimonio e Morte. Poi c’è un quarto tipo, sono gli Altri eventi.

Quasi non si ricorda più a che servono gli ultimi, li apriamo insieme. Ci sono registrate storie più complicate di quelle tre basilari. In alcune pagine raccontano di cose accadute sulle navi, in mezzo al mare; in altre di bambini portati ad altri perché gli facciano da padri e madri.

Scendiamo di nuovo e incontriamo subito, fuori, altre persone: la signora Franca, il professor Donato, poi scende Emilia. Iniziamo a discutere di Felitto e davanti al portone del Municipio nasce in pochi minuti un misto tra un’allegra brigata, un comizio e un gruppo di opinione.

Ogni volta che incontriamo qualcuno di nuovo Rosanna mi presenta: scrive per un giornale ed è venuto qui per vedere la vita nel paese, avrebbe interesse a parlare con ciascuno di voi.

E piano piano, ogni mano che stringo, mi sento un po’ più a casa, di fare un poco parte anch’io di questo posto.

Quando sono arrivato, ogni volta che ho incontrato qualcuno, gli si leggeva sulla faccia, o era solo una mia impressione: Chi sa chi è questo: è inverno, non è del paese, non è manco uno che era di qua e adesso vive fuori, si sarà perso. Poi camminando con Rosanna a fianco la loro espressione cambia molto.

S’è fatta ora di pranzo nel frattempo e Donato a casa ha cucinato la sua specialità: pasta e fagioli. Ci mette l’aglio schiacciato, il sedano, un pomodorino, ‘nu sacco re cose, chello ca trov… nu poco pure invento, poi ci cuoce la pasta dentro tutto insieme col coperchio. Si pranza in una tavola lunga anche con Anna, la sorella minore di Rosi, e Michele suo marito.

La casa di pietra nel centro storico

Nel pomeriggio poi abbiamo fatto altre mille piccole cose. La più importante è stata procurarci la legna e accendere il camino per riscaldare questa casa vuota in cui starò per dieci giorni. Lo ha acceso Rosanna che qui ha abitato, prima di sposarsi, a diciannove anni, ed emigrare in Germania.

Avevo chiesto di poter stare un po’ di tempo a Felitto, ma se possibile in una casa semplice, antica, dentro il centro storico. L’idea è vedere davvero, per quanto ci riesco, come si vive dentro i nostri paesi, senza lasciarsi troppo portare dalle parole che raccontano in giro.

A sinistra la porta di casa nel centro storico

Anzi adesso quell’idea ve la dico tutta.

Gli orientali sostengono che siamo costituiti di tre cose: corpo, mente ed energia oppure, loro dicono, voce. Ecco io direi, per semplificare: corpo, mente e passione. L’idea che ho da qualche tempo è che, come noi, pure i posti in cui abitiamo, che creiamo, le città e i nostri paesi, hanno gli stessi tre elementi di base. E allora, se i paesi dell’Italia interna, come ormai li chiamano, hanno problemi di spopolamento, forse uno o più di quei tre elementi sta soffrendo.

Se uno chiede in giro perché i paesi stanno scomparendo, la prima risposta, ci scommetto, è: Ccà nun ce sta lavoro, cioè di quei tre elementi sarebbe, secondo loro, il corpo quello che ha problemi.

Ma a me ‘st’idea non mi convince proprio, ho il sospetto che siano gli altri due i punti più deboli del gioco adesso. Che siano la mente cioè il progetto, e l’energia, la passione di stare nel paese, i punti deboli di questi posti in questo momento della nostra storia.

La mente perché non sviluppa abbastanza idee nuove, e questo soprattutto perché la passione, il cuore, dice, in fondo: quelli “buoni” stanno tutti fuori, nelle città grandi, chi rimane qui, nei paesi, è soltanto chi è rimasto sul fondo. In sostanza: il piccolo paese è (ma forse con questa pandemia le cose stanno rapidamente cambiando) fuori moda.

Ecco, mo che ve l’ho detto, continuiamo con la storia; poi vedremo, alla fine, se di questa domanda avremo trovato almeno un poco conto.

Dicevamo di questa piccola casa.

Quando ci sono entrato per la prima volta ho capito che era esattamente quello che intendevo. Rosanna a volte pare che fa un sacco di chiasso, dice mille parole, ma non le sfugge mai il senso di quelle che le dite voi. La casa è disabitata da tempo, e siamo a metà gennaio, per renderla accogliente bisogna farci, per ore, il fuoco.

Il camino con la bocca piccola

Abbiamo preso la legna da casa sua nuova dove vive adesso, vicino alle Gole del Calore. Però quella che abbiamo preso dopo, nella Casa delle cento stanze, è molto migliore: prende subito fuoco. Lei lo prevedeva, perché sta lì in cantina, al coperto, abbandonata insieme a quella enorme casa, da circa il 1970.

Rosi mette un po’ di legna grossa, poi in mezzo, sotto, ci mette quella fina, loro la chiamano scantamanu, perché se uno non sta attento si taglia un po’ le dita con questi sottili rami, eleganti, di filigrana di erica secchi. Per dare la prima scintilla usa l’accendino e un po’ di carta di giornale.

Il camino è talmente freddo che pure lei che questa operazione l’avrà fatta in vita sua già un milione di volte, il fuoco si è spento, deve ripeterla di nuovo.

Poi quando il fuoco ha preso aggiunge altra legna e, piano piano, tira un po’ fuori quella che si è già accesa bene.

È un curioso modo di fare il camino, almeno io non l’ho mai visto.

Però a pensarci ha ragione. La legna accesa, se rimane dentro, porta la maggior parte del calore, attraverso il comignolo, all’esterno. Se invece la mettete sulla bocca riscalda molto di più la stanza, mentre solo il fumo viene aspirato con forza dal tiraggio fuori. Credo sia un modo escogitato soprattutto quando da queste parti di soldi ce n’erano davvero pochi e ogni minimo spreco aveva molto valore; e torna utilissimo anche oggi che abbiamo capito che meno bruciamo energia, meglio sta il pianeta fuori.

La sera poi mi invitano pure a cena, stavolta a casa di Anna e Michele. In casa c’è una stanza vuota: il figlio studia a Modena perché, dice il padre, vuole diventare ingegnere alla Ferrari. Lo capisco e non dico nulla di più di quello che già sanno: io sono ingegnere pentito, ho già confessato ai magistrati.

I giorni sono dieci: il racconto, se vi piace, continua. Con calma, come nei paesi.

Testo e foto di Francesco Paolo Busco (riproduzione riservata)

INCONTRI – A Felitto da Rosi Di Stasi, una signora dalle mille iniziative per recuperare il territorio

22 dicembre 2018

Sono quasi a Felitto, in Cilento. Sono un po’ in ritardo e sto facendo tre cose che in genere cerco di non fare: andare veloce, in macchina, senza guardare. Poi un cartello prima di un passaggio stretto: ponte medievale. Ha i muretti arrotondati e ci passo sopra, almeno così credo. Non ho tempo di fermarmi e vado oltre. Pochi minuti e sono a destinazione. Ci siamo dati appuntamento, con Rosi Di Stasi, a via Roma, la via centrale di quasi ogni paese, una vecchia cosa da cambiare. Ci ha messo in contatto Simona Ridolfi,  l’ideatrice della “Via Silente”, un bellissimo percorso cicloturistico che fa il giro del Cilento interno, con qualche puntata sul mare. È la rete vera, quella delle persone.

Parcheggio e le telefono per gli ultimi metri. Le dico che sto davanti ad un ferramenta, le dico il nome che leggo sull’insegna ma non lo conosce. Poi, quando ci incontriamo, scopre che è quello di suo nipote: il nome, per quelli del paese, non c’è bisogno di essere letto.

Ha occhi azzurri e un viso aperto. I capelli cortissimi, appena grigi, forti. Ci presentiamo e saliamo in macchina perché mi vuole portare subito a vedere una cosa del paese.

Pochi minuti e siamo in uno spiazzo verde, alla gole del fiume Calore. C’è un piccolo lago artificiale: era della centrale idroelettrica comunale. L’hanno aperta a inizio ‘900, dava energia elettrica a più di quaranta comuni. La centrale è stata chiusa negli anni ’70 ma resta uno specchio d’acqua di un colore verde, e una diga bassa bassa di un cemento antico e un edifico che magari se ne potrebbe fare un museo mi dice Rosi. Poi mi porta su per un sentiero agevole, e nel frattempo mi inizia a raccontare.

In Germania

Ha vissuto in Germania per quarantatre anni, col marito. Mi sono sposata e sono partita, avevo diciannove anni.

Quando sono arrivata lì credevo di trovare ricchezza e invece ho trovato povertà. Quelli che dall’estero tornavano nelle feste al paese scendevano con macchine grandi e nel frattempo avevano magari messo su meglio la casa qui a Felitto. Poi andavi lì e vedevi che vivevano in baracche. Il lavoro c’era, però la realtà era dura, molto diversa da quella che raccontavano. Sembra di sentire certi racconti letti sui libri di Alessandro Leogrande: dei polacchi, ucraini, che vengono d’estate in Italia a raccogliere pomodori, trovano a volte caporali che li sfruttano in modo disumano ma loro non raccontano molto queste cose e non tornano a casa fino a quando non hanno racimolato un po’ di soldi: tornare senza sarebbe troppo un disonore.

Mio marito lavorava in una fabbrica di tessuti. Anche io avrei voluto lavorare lì ma lui all’inizio mi convinse a stare a casa e dare una mano a sua sorella con i suoi bambini. Ma a me mancava mia sorella piccola, l’ultima di otto fratelli, se dovevo accudire qualcuno volevo accudire lei, in Germania non c’ero venuta per questo. In Germania ogni giorno piangevo. Poi una mattina sono andata a cercarmi un lavoro, così, da sola. Mi hanno detto: “da domani se vuoi puoi iniziare”.

Rosi ha fatto mille lavori: ogni volta, nei suoi racconti, inizia a svolgere una mansione in un luogo di lavoro, poi si rendono conto del suo valore, ma forse non è neanche solo quello, il termine giusto credo che sia entusiasmo e apertura e voglia di fare, rispetto per se stessa e per gli altri, avere sempre una buona parola. Ecco è la disposizione buona verso il mondo, mi pare d’intuire, che le ha aperto mille porte.

Lavoravo alla fabbrica di elastici. Inizialmente facevo lavori semplici, pulivo le macchine, poi piano piano sono arrivata fino al livello in cui potevo svolgere qualunque mansione. E mi dice la parola in quella lingua con il suono forte.

Poi la fabbrica di mio marito chiuse.

Ma lei non si perde d’animo, cambia lavoro. Inizia a fare le pulizie in una casa per anziani comunale. Dopo un poco i medici, e quelli del personale, le chiedono di fare un corso per diventare infermiera professionale. Lei fa il primo anno, ma poi con due figli, un marito e tante ore di lavoro al giorno, non se la sente più di studiare. Ma quelli insistono. C‘era un medico che mi disse: lo devi fare, hai le capacità, se avrai difficoltà a curare gli anziani mi puoi chiamare a qualunque orario e ti darò tutto il mio aiuto.

Allora piano piano mi convinsi e continuai. Io quando stavo in Germania mi dicevo: “dobbiamo prendere il più possibile”, ma non nel senso di portare via, nel senso di cogliere tutte le opportunità che quel luogo ci offriva. Mio marito anche pensava sempre di voler tornare. Lui però era un po’ diverso da me, lui non si è immerso completamente nell’ambiente, si è mantenuto sempre un po’ distante. Poi dice una cosa pesante: lui lì ha vegetato, non ha vissuto.

Il coinvolgimento nelle istituzioni

Lei ha avuto incarichi anche nel consiglio comunale e nel consolato italiano era rappresentante dei genitori. Ogni anno si organizzavano viaggi di formazione per noi del consiglio comunale. Viaggi in cui si andava a visitare qualche cosa di interessante, non so, una centrale dove producevano elettricità dal biogas o cose del genere, perché così potevamo prendere ispirazione e magari riprodurle da noi. Ecco, mio marito non è mai voluto venire anche se il coniuge era sempre previsto e gli altri mariti venivano spesso. Lui pensava molto a tornare in Italia.

Poi si è ammalato e allora mi ha chiesto di tornare al paese. E così siamo tornati.

Mi indica delle piante sulla roccia: li vedi questi, sono gerani, normalmente crescono a quote molto più elevate ma in questo posto c’è un microclima particolare che gli consente di durare.

Poi saliamo su un ponticello di ferro stretto stretto, fa quasi impressione, siamo in alto esattamente sopra il fiume Calore. L’acqua pulita si capisce da lontano. Le lontre qui ci sono ancora, anche qualche giorno fa le hanno riviste.

Poi continua.

Adesso che sono qui, di nuovo a Felitto, e mio marito non c’è più, ho pensato di mettere su un’associazione, sai perché? Se riuscissimo a fare in modo che uno solo, almeno uno, dei nostri giovani, non debba andare via da qui, non dico che non debba viaggiare o andare a vivere fuori per un periodo, ma che non debba andare all’estero per forza, allora sarei soddisfatta. È questo il nucleo, l’idea di fondo, quella che anima molti dei gesti di Rosanna oggi.

Si chiama come il marito l’associazione di Rosi: “Pasquale Oristanio”.

Poi mi invita a casa, a pranzo, e conosco Donato, un artista, pittore, il suo compagno adesso. Al piano di sotto è pieno dei suoi quadri. Me li mostra Rosi mentre Donato cucina oggi. Credo sia uno dei pochi casi al mondo, ora che ci penso, di un artista che riesce a stare, mentre qualcuno mostra i suoi lavori, in un altro posto.

I fusilli fatti a mano, la pasta tipica di queste parti, una bella tavola, e un altro milione di idee che quasi non riusciamo a mangiare perché con la bocca piena non si dovrebbe parlare.

Nell’insalata i pomodori sono di due colori: quelli rossi piccoli, comuni, sono pochi, la maggioranza sono quasi arancioni: sono i vernili questi Francè, mi dice Donato. E io gli chiedo che vuol dire. Sono pomodori che si mangiano d’inverno qui dalle nostra parti. Si raccolgono insieme agli altri alla fine dell’estate ma non diventano mai rossi. Li mettiamo appesi a grappoli e poi d’inverno sono come freschi.

Pure questo origano dentro l’insalata ha un sapore speciale.

Poi usciamo di nuovo ché mi vogliono far vedere un altro posto a cui tengono, è il loro progetto attuale. Avete presente quando al centro dei paesi antichi vedete, nella piazza principale, a fianco alla chiesa, il palazzo nobiliare? Ecco, a Felitto quel palazzo è stato per anni abbandonato, in cerca di un compratore. Cercavano qualcuno, mi dice Rosi, che lo volesse acquistare. Ma io ho pensato che non sarebbe stato bello se lo avesse comprato qualche forestiero. Che quel palazzo doveva rimanere di qualcuno del paese e così volevano anche i proprietari. Lo dissi pure al sindaco. Allora ad un certo punto, ho pensato di comprarlo io.

Ha una energia solare Rosanna. Si muove veloce, ha la sua idea nella testa però quando parli ti ascolta. Poi pensa un secondo. Poi ricollega il pensiero suo alla frase che gli hai detto e continua dritto.

Nel bar del paese

Ma non perdiamo tempo che abbiamo fretta. Rosi ha appuntamento alla casa al centro con un amico che viene a tagliare una pianta che crescendo sta rompendo il tetto. E, ma il caffè dopo tutto sto pranzo ci serve e allora io e Donato andiamo al bar a prenderlo per tutti.

Ci sono cinque o sei persone dentro o subito fuori, e Donato fa almeno dieci saluti. Tutti per nome, tutti non distratti. Con ognuno si ferma a parlare.

Dietro al bancone c’è una ragazza giovane: ha addosso la giacca di piumino perché oggi fa freddo, pure qui dentro. Ci pigliamo il caffè. Poi quando usciamo c’è un signore anziano, piccolo, con una faccia simpatica sotto il cappello rosso. Donato gli chiede delle capre.

Qualche giorno fa lo aveva incontrato tutto preoccupato perché non riusciva più a trovare quattro delle sue capre. Sì, le ho trovate. Due erano morte, se le sono mangiate i lupi. Due ancora non riuscivo a trovarle, poi le ho viste giù a un dirupo (la parola che lui dice è diversa, anzi tutte le parole di questa frase erano in dialetto, facevano una bella musica che purtroppo io non so suonare) e mi so’ calato con la corda che tenevo per andarle a prendere. Questo signore ha più di ottant’anni. I cilentani sono longevi e le capre non fanno perdere l’allenamento muscolare.

La casa delle cento stanze

Arriviamo alla casa nobiliare. L’ingresso è già molto bello. Un arco in tre pezzi, due pietre arcuate e al centro la pietra angolare. Sopra c’è lo stemma, più bello che se fosse nuovo: il tempo ha una mano da artista, spesso quello che accarezza a lungo diventa più bello.

A fianco alla casa c’è la chiesa principale. Ha un cortile con archi ornati con motivi che hanno qualcosa di orientale.

Entriamo e c’è un mondo antico in frantumi. Nelle foto trovate qualcosa di quello che c’è dentro. I parati nascondono muri dove il disegno era dipinto a mano. Le travi di legno dei solai. Un pavimento ha un enorme buco al centro. In altre stanze ci sono fogli, forse documenti. In una stanza c’è il resto dei medicinali di questa che era la casa del farmacista del paese. Questo lo chiamavano il Palazzo delle cento stanze, Francè.

Poi un cortile, e vani enormi, bui, al piano delle cantine. Poi, oltre il cortile, uno spazio separato con due forni. Ma non è tanto importante la casa, ma l’idea che Rosi mi aveva detto all’inizio, fare qualcosa per far rinascere questo borgo: se solo riusciamo ad evitare ad un giovane di dover per forza cercare intorno. E questa casa potrebbe essere il luogo dove di queste iniziative se ne potrebbero ospitare tante.

Rosi è membro del consiglio di Slow Food, anche del Touring Club Italiano. È stata a Torino a Terra Madre lo scorso settembre, la mostra sul cibo e le buone pratiche che si tiene ogni due anni: abbiamo fatto un corso per trenta persone su come si fanno i fusilli felittesi. C’erano cinesi, giapponesi, thailandesi, americani. E ognuno aveva la spianatoia ed il ferro per fare la pasta con le sue mani. E si impegnavano molto.

Rosi con la sua associazione dal 2012 ogni anno assegna il premio “Pasquale Oristanio” a belle realtà locali. Da quando è tornata definitivamente in Italia poi ha organizzato eventi che coinvolgono il territorio: come le passeggiate botaniche con un’altra cilentana d’eccezione (Dionisia De Santis), presentazioni di libri in collaborazione col Touring, attività con il Mercato della Terra del Cilento e tante altre.

Oggi 22 dicembre riapre finalmente il Palazzo delle cento stanze con una mostra nell’atrio dei quadri di Donato: fino al 6 gennaio potete vedere anche i quadri in cui ha ripreso i disegni che ha trovato in una grotta di un eremita del 1200 lungo il fiume Calore.

Rosi ha l’energia di un vulcano calmo, secondo me può averla solo chi ha radici forti in un terreno sano. Poi credo che abbia la visione che le cose lavorando sodo, senza troppe parole, si possono cambiare in meglio, di chi per molto tempo è stato fuori.

Tornando verso casa sono ripassato sul ponte medievale, però dopo che Rosi e Donato mi avevano detto che il vero ponte antico non è quello in alto, dove si passa, ma che fermandosi e scendendo dall’auto lo si vede in basso non molto lontano, ho seguito il loro consiglio e l’ho fotografato.

Muoversi in fretta, in macchina, senza chiedere alle persone del posto, mi hanno confermato che non è viaggiare.

Testo e foto Francesco Paolo Busco (tutti i diritti riservati)