DIARIO MINIMO DALL’ITALIA INTERNA (5) – Due anziani felittesi che ancora sanno come creare con poco e con le loro mani

Quinto giorno del diario dal Cilento, Felitto, d’inverno. (Qui trovate il giorno uno).

Lunedì 14 gennaio 2019, giorno cinque

Stamattina me la prendo comoda. Metto un po’ di vuoto in mezzo a tutte le cose che ho visto negli ultimi giorni.

Poi a pranzo a casa di Rosi e Donato. Qui conosco Rosita. È una giovane donna originaria di Roccadaspide, un paese vicino. Ha vissuto in Francia per studiare arte, ora è tornata. Sento che ha lo stesso fermento di idee che mi era cresciuto dentro stando tre anni in Olanda.

Poi nel pomeriggio con Rosi vado a trovare suo fratello Vito.

In visita a Vito Di Stasi

Un disordine apparente. Ma le fascine per fare i cestini sono raccolte a mazzi in ordine perfetto. Dritti, puliti, le canne i vimini. Sta in abiti da lavoro: la campagna, le capre, che sta tutto qui intorno.

Vito fa i cestini per vari usi, pure quelli piatti e ampi per essiccare i fichi.

Questi so’ com’ ‘u pane, si vendono facile, mi dice.

Il cestino per raccogliere i funghi, per le uova, piccolo o grande.

Mo devo fare quelli piccoli per dieci uova.

Di galline la gente ne tiene sempre meno.

Si muove piano, ma nessun movimento è sprecato.

Sta preparando le fascine di scantamanu, i rametti secchi di erica che sto imparando essere utilissimi per accendere il fuoco. Sono meglio della carta di giornale, ieri ho scoperto che basta un po’ di brace della sera prima e prendono fuoco. Si è seduto su una sedia di paglia bassa bassa, al piano terra, fuori, e li spezza a metà sul ginocchio, a lunghezze precise tutte uguali. Poi li lega in un mazzo con un filo con la nocca per scioglierlo comodi.

Io mi agito, e lui, seduto su quella sedia piccolissima nel frattempo ha fatto cento cose piano.

Poi entriamo in una casina a fianco. Entro e c’è calore e un profumo accogliente: profumo di casa buona, penso, ma non mi rendo conto. Mi inizia a mostrare i cucchiai lunghi e i forchettoni di legno che fa con le sue mani. Poi Rosanna mi fa notare che sopra le nostre teste, poggiati su una rete, ci sono i formaggi freschi ad essiccare. Ecco l’odore di casa, forse caso.

C’ha pure un forno enorme a legna Vito, per il pane.

Stanno costruendo la scala nella casa grande nuova, ci sono i ferri dell’armatura e le tavole a forma di scalini preparate per accogliere il cemento.

Non gli manca lo spazio a questo signore anziano che sa fare un sacco di cose. Anche i ferretti per fare la pasta fresca caratteristica di questo paese, i fusilli felittesi: parte da un filo tondo di acciaio e lo rende a sezione quadrata, per far attaccare meglio la pasta all’uovo intorno. Poi lo inserisce nella confezione regalo: una canna sottile che lo conserva senza deformarlo.

Ha i campi seminati a grano antico, gli alberi di fichi che fa essiccare al sole per l’inverno, i terreni dove va a raccogliere la legna. Di qualunque di queste cose gli chiedo inizia a raccontare con precisione estrema tutti i passaggi che si devono fare, come e quando. In questo apparente disordine dove io non vedo niente lui trova tutto quello che gli occorre.

Le pecore e capre stanno in giro e il cancello deve essere sempre chiuso. Lo chiude lui stesso quando con la macchina usciamo.

Torniamo a casa, scarichiamo la legna che Vito ci ha regalato.

A casa di zi’ Stefanina

Poi Rosi telefona a zia Stefanina, la signora che avevo conosciuto ieri durante il film sui briganti. Quella che saliva una scalinata ripida nel centro del paese e a chi le chiedeva se voleva aiuto aveva detto: Nce l’aggia fa i’ sula, m’aggia sfurzà, si no addivento veziusa. Anche oggi che andiamo a casa sua per vedere tante cose che fa, ribadisce il concetto: Devo lavorare sempre si no m’infiacchisco.

Ieri nel museo mi aveva fatto notare il fuso per filare e mi aveva detto che lei lo utilizza ancora, allora questa è la cosa principale che siamo venuti a vedere, e come si usa.

Siamo in tre con Rosanna e Rosita. Nel cortile di casa tiene una bellissima cinquecento, sul portabagagli sul tetto c’è ancora la legna che è andata a prendere, non è una macchina d’epoca, ancora fatica.

Ci accoglie, poi va nell’altra stanza, la porta d’ingresso la lascia un poco aperta, sempre, perché altrimenti troppo caldo addormenta e poi ‘o fuoco mangia ll’ossigeno.

Torna con una busta con dentro tutto il necessario. La lana grezza di pecora (che ormai molti pastori buttano perché non c’è più abbastanza richiesta dal mercato), cardata solo a mano, senza le spazzole, ché dice che altrimenti il filo nun vene buono. Sta avvolta intorno ad una canna la cui parte superiore è stata tagliata a strisce e allargata a forma di grande uovo, mentre la parte inferiore fa da manico. Poi c’è il fuso di legno con un gancetto metallico alla punta e un disco più sotto.

Tira un po’ di lana dalla matassa grezza senza staccarla del tutto, poi la passa dentro il gancetto del fuso e con la mano spinge la rotella lungo il fianco della coscia per metterlo in rotazione: è questo movimento che gira le fibre e crea da una pecora un filo di lana.

Provo anche io, anche Rosita, ma ci riesce malissimo.

Ci vuole circa una giornata per fare ‘nu bellu gomitolo ma poi dipende da uno quanto ci lavora tra un servizio e l’altro da fare in campagna oppure a casa.

Poi da due fili, attorcigliandoli, ne fa uno più forte e con questo, a ferri, in questi giorni si è fatta due maglie di lana, con lo scollo a V, senza maniche. Sentia nu pocu de friddu e me li facia. E ci fa vedere, tirandola un attimo su dal collo, quella delle due che in questo momento porta addosso.

Poi ci chiede se vogliamo castagne, panettone, cafè. Io vorrei le castagne perché sono curioso di vedere come le cuoce sul fuoco.

Ce vo’ sulo nu poco de tiempo. Si m’u date putimo fare tutto.

Tira fuori con un ferro il treppiedi dal fondo del camino, stava già lì, appoggiato in verticale oltre il fuoco acceso. Poi va a prendere la padella bucata per le caldarroste.

Torna con le castagne congelate, altrimenti non si conservano. Le butta dentro la padella senza incidere la scorza. Dice che se la fiamma all’inizio della cottura è alta non scoppiano. Pure lei come Vito sa risparmiare i gesti, eliminare le azioni inutili che teniamo solo noi a fare giri a vuoto dentro la nostra testa.

Ha ragione: aumenta il fuoco con la fiamma viva aggiungendo erica secca e ogni tanto gira le castagne col ferro per i tizzoni, e quelle non scoppiano.

Dieci minuti e sono cotte.

Ottime. Si sbucciano facilmente, non scottano neppure, forse con la porta aperta fa abbastanza freddo.

Poi ci porta i fichi impaccati: due fichi secchi aperti ed accoppiati con in mezzo il finocchietto e le noci. Nel frattempo è arrivato anche il compagno di Rosi, Donato. Si accorge che in alto stanno appesi dei salami.

Zia Stefanina: So sausicchi

Donato: Benerica!

Rosi: Zia Stefanina li fa lei, taglia tutto col coltello, a mano.

Donato: Chist’è salame!

Rosi: Zi’ Stefani’, addu l’ha’ cumprata ‘a carne?

Zia Stefanina: Addu Rosetta. Secondo me ha accisu pure stasira, vogliu anda’ a verè rimani si me ne ra ancora.

Siamo in tempo di macellazione del maiale.

Rosi: Il 17 gennaio è S. Antonio. Lo sai come si dice da noi?: A Sant’Antuono ogni puorco è buono.

Donato: France’ sai cosa si faceva una volta a carnevale? Si radunava un gruppetto di ragazzi, ci si travestiva e si andava a bussare alle porte. Quando da dentro chiedevano “Chi é?”, si rispondeva “Sauzecchia”.

Poi si entrava e si faceva qualche balletto, ‘na piccola esibizione. E si riceveva qualche salsiccia in dono.

Insomma un “dolcetto scherzetto”, fatto più carnale.

Una volta girato tutto il paese si era raccolta una cesta grande, piena di salsicce, ci si riuniva e si mangiava tutti insieme, bevendoci sopra molto vino.

Zia Stefanina si sta preoccupando che non abbiamo mangiato abbastanza castagne e fichi e ci porta il panettone, artigianale, che le ha regalato la figlia, poi sono troppo curioso e quando dice che lei fa il pane col lievito madre nel suo forno a legna vorrei proprio assaggiarlo, anche io il pane a casa lo faccio, e allora glielo chiedo. Porta una pagnotta nuova, grande, bella, e un caciocavallo.

Dopo il dolce del panettone ‘nu poco di formaggio proprio ci vuole.

Mo c’aggiu fattu ‘u pane, gelava proprio; c’aggiu misu na jurnata. M’aizai e quatt’ a notte, nun criscia, picchì facia friddu: nc’era nu vientu de terra siccatu.

Lei sa, senza averlo dovuto leggere in nessun libro, che il vento di terra, da nord est, il grecale, che viene dalla Siberia, da noi è freddo e secco. I meteorologi poi si sono inventati che il motivo sia che prima di arrivare qui ha scaricato tutta l’acqua sul versante adriatico, appena ha iniziato a salire di quota lungo gli Appennini nostra spina dorsale.

Prende questa enorme pagnotta, di taglio, con la mano sinistra, se la appoggia in petto e col coltello lungo, stretto nel pugno destro, in piedi, tirando verso di sè taglia le fette grandi.

È un gesto semplice, bellissimo, sacro, che non vedevo da molti anni. Il pane lo si abbraccia tagliandolo.

È un pane morbido, tondo, giallo dentro, cresciuto benissimo.

La foto di quel gesto non l’ho fatta perché la batteria della macchina fotografica ha avuto il garbo di scaricarsi da alcuni minuti, lasciandoci ascoltare e mangiare in pace.

La mattina faccio colazione con quello che resta la sera; se restano un poco di castagne…

Ci ripenso e collego le due cose quando ne sono rimaste sei e lei dice vabbuò mo nun c’è rimastu nente. E Donato prende quelle finali.

Vive da sola, la vengono a trovare spesso le figlie, guida ancora (90 anni) quella sua vecchia cinquecento con sopra il tetto il portapacchi per portare dal bosco la legna.

Sto buono, solo nu poco di solitudine, m’ha fatto molto piacere chi siti venuti.

(Fine quinta parte, continua)

Testo e foto ©Francesco Paolo Busco (riproduzione riservata)

DIARIO MINIMO DALL’ITALIA INTERNA (4) – Mezzo paese al trucco di scena, poi le danze tradizionali, finte e vere non fa differenza

Eccoci al quarto giorno di questo piccolo diario dal Cilento, non sul mare ma dalle aree interne, da Felitto. Se volete sapere le cose dal primo giorno qui trovate l’inizio.

Domenica 13 gennaio 2019, giorno quattro

I muri della casa, man mano che passano i giorni, si stanno riscaldando, però anche stamattina mi alzo in un clima piuttosto freddo. Alle 8:20 esco dal letto, ore 8:22, ormai lo sapete: accendere fuoco prima di tutto.

Mi accorgo che il pezzo di legno più grosso rimasto da ieri sera nel camino, se ci soffio, in un punto ridiventa rosso. Faccio una fossetta nella cenere vicino, spezzo dei rami di erica secca, ‘u scantamanu, li avvicino a quel punto e soffio di nuovo. Prende fuoco!

Subito un altro po’ di legna piccola, anche di più doppia, la più secca che trovo, e dopo neanche due minuti ho la fiamma viva! Forse sto capendo piano piano come pensa il fuoco.

Mo posso mettere sul gas la macchinetta del caffè. Mi dispiace quasi che accendere questo non richieda altrettanta cura, un po’ di soffio.

Collego il computer a internet, via etere, tramite una scatoletta che mi sono portato. Il segnale non è forte ma funziona abbastanza, lento. Un’occasione per selezionare bene le cose da ascoltare e da dire, la piccola difficoltà come filtro per non affollare i nostri pensieri e quelli degli altri.

Apro uno dei quattro vetri in cui è divisa la porta di casa che dà subito, a piano terra, sulla strada, per guardare fuori e far respirare anche il fuoco.

Alle nove e trentanove sono fuori.

Perdo due minuti a fotografare un altro po’ di gatti dipinti sulle porte. Alle nove e quarantadue sono al Palazzo Migliacci. Chi sta teorizzando le 15 minutes towns, le città in cui tutto è a breve distanza, potrebbe prendere ispirazione in posti come questo. Forse anche per togliere luoghi presso cui recarsi, inessenziali, perdite non di minuti ma di ore.

Al Palazzo stamattina si continuano le riprese del film sulle lotte di liberazione.

Varco il portone e la scena è nuova: c’è mezzo paese in vestiti ottocenteschi, seduto, al trucco.

A tutti fanno un colorito più scuro, da gente che vive molto fuori, all’aria, al sole. A un signore, con la matita nera, stanno mettendo in faccia la barba di qualche giorno. Ci sono le donne con gli scialli, maglie, contro maglie e gonne ampie che nascondono tutto. Gli uomini coi cappelli e i mantelli scuri.

Poi compare un personaggio ancora oltre. Un uomo sulla settantina con la barba, i calzari fatti di cuoio lana e stringhe, sulla spalla lo schioppo, che non sai se è vestito in costume o esce di casa così tutti i giorni. Poi capisco che è uno che viene da fuori e che recitando da brigante passa molto del suo tempo, non solo qui oggi a Felitto.

La prima scena è con Michele e Giulio -quello che a tutte le feste che organizza con la Pro loco lo trovate ad arrostire salsicce dietro il fuoco- che appendono per strada una lampada a petrolio. Bofonchiando qualche protesta, non mi ricordo se contro il governo rivoluzionario o i Borbone, gli passano davanti Donato e Rosi.

Poi alla combriccola di oggi si aggiunge un secondo uomo armato con la barba, e i due formano una coppia formidabile. Ogni minuto che passa, guardandoli, ti scordi di più di vivere due secoli dopo.

Nell’androne del Palazzo la scena è che Marilena va ad aprire e i due si abbracciano e si comunicano notizie terribili e urgenti, per salvare il mondo.

Verso mezzogiorno torno a casa. Finalmente, per la prima volta da quando sono qui, metto a fare il sugo. Sotto l’acqua per la pasta accendo tra poco.

Le riprese alle gole del Calore

Dopo pranzo in macchina verso le gole del Calore.

Forse ne avete sentito parlare, è un posto abbastanza noto, sta in fondo a una discesa all’inizio del paese. Il fiume si è scavato tra le montagne un percorso dove c’entrano giusto giusto lui e un sentiero che gli cammina a fianco, in questi giorni poi ci andiamo, in silenzio, a vedere.

Arrivo nel prato largo che c’è vicino alla vecchia chiusa della centrale idroelettrica in disuso e trovo una specie di accampamento di brigantesse e briganti. Il regista sta spiegando ad un cerchio di donne come si dovrà svolgere la scena di danza. Ci sono anche i suonatori di tammorra, organetto e chitarra coi vestiti di quel tempo.

Donato nel frattempo sta accovacciato per terra, gioca ad accendere il fuoco. Segue l’istinto, Socrate avrebbe detto che sa ascoltare benissimo il suo demone. Con i capelli lunghi armeggia con la legna: a tratti pioviggina e fa freddo, bisogna riscaldare il mondo. Ne viene fuori una perfetta colonna di vapore di fumo. Si rialza soddisfatto dopo avere penato parecchio per accenderlo, con tutta st’umidità che c’è oggi qui intorno; si aggiusta i pantaloni con i polsi, come i bambini che si rimettono in piedi con le mani sporche dopo che hanno finito un gioco.

I fucili di scena messi a capannello. Una signora molto anziana, con le scarpe imbottite, lo scialle e l’ombrello, è ancora curiosa di cose nuove ed è venuta apposta per vedere cosa fanno. Qualcuno inizia a distribuire a tutti del tè caldo.

Poi arrivano due felittesi vestiti da preti. Uno è lo stesso che appendeva la lampada nella scena di stamattina con Michele, il cuoco eterno delle salsicce delle sagre. Inizia a benedire tutti con fare pacioso, sembra il fratone della banda di Robin Hood, e siamo pure in mezzo al bosco.

Si inizia a girare.

Tutte donne e due briganti danzano quasi in cerchio.

Dopo poco la musica prende tutto il posto. La scena si inizia a sfumare col reale o forse sarà il fumo del fuoco.

Donato deve aver colto la variazione: lo vedo, di scatto, muoversi verso il centro della danza: Aggia balla’. Il demone ha parlato a voce alta. Lo fermano dopo qualche secondo ma nelle riprese invece spero che sia venuto.

Il signore a cui stamattina stavano disegnano la barba con la matita, adesso sta con lo schioppo a fare la guardia, concentratissimo.

Poi tra le donne iniziano un gioco: vediamo chi si ricorda ancora l’uso di portare sulla testa il cesto. In due o tre ci riescono, qualcuna anche camminando più di qualche metro. E volete sapere una cosa? Anche quella signora ultranovantenne, che è venuta solo per vedere, prova per un poco quel gioco che da giovane ha sicuramente fatto moltissime volte seriamente.

Le riprese qui sono finite, rompete le righe.

Rosi tira fuori pagnotte e caciocavalli, poggiata sugli spalti di legno, inizia a tagliarne per tutti. Qualcun altro nel frattempo versa il vino rosso. Dopo un po’ inizia a piovigginare ma siamo ormai abbastanza allegri da non curarcene troppo.

Il ballo spontaneo delle donne nell’androne del Museo

Però adesso bisogna andare. C’è da girare altre scene in paese, nel museo della civiltà contadina di cui vi ho raccontato ieri. Si raccoglie insieme tutto e si mette nelle macchine. Appuntamento al centro storico.

Arrivo, parcheggio e inizio a camminare.

Dentro un vicolo del centro incontro di nuovo la signora anziana curiosa, vabbè mo ve lo dico, si chiama zi’ Stefanina, anche se l’ho saputo solo il giorno dopo, inizia a salire la scala ripida e un giovane le chiede se vuole un piccolo aiuto: Grazie ma aggia sagli’ io sula, ‘a si no addevento veziusa.

Che vi devo dire? Forse non si arriva a questa età così svegli e curiosi se non si è capito che ogni giorno bisogna sforzarsi almeno un poco.

Arriviamo nel museo, ve ne avevo già parlato: solo il palazzo vale già la visita, non è rifatto, è rimasto fermo.

Dentro c’è il parroco di Felitto, stavolta nelle riprese ci sarà un prete vero.

Mentre aspettiamo che arrivino tutti, ai Valcalore viene in mente di iniziare a suonare. Tempo tre secondi e le signore iniziano a ballare.

Arriva Rosi, mette piede nell’androne e in coppia con un’altra signora inizia a ballare ancora con le buste in mano.

C’è qualcosa che risuona dentro, adesso, in questo posto, in questo palazzo antico, in tutti, in questo momento. Meno male che è buio e che posso riprendere una panoramica del palazzo girandomi dall’altra parte altrimenti lo vedrebbero che sto diventando serio, troppo.

Forse si potrebbe ripartire, dove le parole non arrivano, dalla musica, nei paesi, per riaccendere il fuoco.

Dopo parecchio tempo saliamo le scale fino al primo piano.

Zia Stefanina si ferma nel corridoio a guardare le foto appese al muro. Quelle persone se le ricorda in vita, o alcuni parenti loro: Questa era la mamma di… e lo racconta a Marilena, una ragazza giovane che abita qui nel centro storico.

Poi va nella stanza dove sono gli strumenti per filare. Li prende e in quel momento smettono di essere oggetti di un altro tempo. Lei li usa ancora quasi ogni giorno.

Le riprese durano ancora, nelle strade del paese, fino a buio.

Il professore Donato dall’uscio di una di queste case di pietra se la prende coi filo borbonici e gli ricorda: Mo cummannamme nuje.

È stata una giornata lunga. finalmente torno a casa un attimo.

Poi esco di nuovo, mamma mia nei paesi dell’Italia interna non ci sta mai riposo. E si finisce come ieri, tutti da Peppe a cena.

Mo ditemi se c’è davvero bisogno delle sagre agostane per visitare un paese e stare insieme.

(Fine quarta parte, continua)

Testo e foto di Francesco Paolo Busco (riproduzione riservata)

DIARIO MINIMO DALL’ITALIA INTERNA (3) – Un signore quasi centenario, la panetteria, l’olio campione d’Italia e un film sui “briganti”

Continua il racconto con il terzo giorno del diario dal Cilento interno. Il giorno precedente, se ve lo eravate perso, eccolo.

Sabato 12 gennaio 2019, giorno tre

Stamattina alle dieci ho appuntamento con Rosi e Donato al Bar Impero (il terzo, con il Bar Sport e l’Italia, e credo ultimo, bar di Felitto); mi accompagnano a trovare alcuni anziani del paese.

Alle nove e cinquantasei, a piedi, esco di casa, il vantaggio del piccolo centro.

Nel marmo incastonato in una facciata, al primo piano, trovo scritto:

Ricordo di famiglia del soldato Sabetta Gerardo del 83° Fan. F. C. Morto eroicamente a Malgacucco Valsugana, il dì 1 aprile 1916. Il Tenente Colonnello lo chiamò: Prode militare. Felitto 17/3/1922

È la prima foto che scatto stamattina camminando nelle strade del centro.

C’è il sole anche oggi, dentro un cielo azzurro.

Poi vedo un sacco di panni stesi, in alto, su uno di quei fili che attraversano la strada da una casa a quella della signora di fronte. Allora ci abita più di qualcuno in queste case, allora non dice tutto ‘sto silenzio.

Sopra un arco basso che scavalca una scalinata in discesa, leggo: Vicolo Centrale. Non capisco perché chiamano Centrale un percorso che sembra minore, lo capirò tra qualche giorno, quando il prof. Donato Di Stasi mi porterà a fare un giro per tutto il paese raccontandocene la storia.

Incrocio Angelo, il salumiere conosciuto ieri che sta andando al negozio.

Poi in piazza Matteo De Augustinis, avvocato e giureconsulto, c’è il castello. Ci passo tutte le volte che entro o esco, ma è chiuso, anzi ci abitano, dovrei dire aperto.

Ecco Rosi; e Donato coi suoi cappotto e cappello neri, sarà parente d’o giureconsulto.

Buongiorno! I saluti sempre entusiasti di Rosi. Andiamo a prenderci il caffè.

Qui pagare al bar è difficilissimo, chi sa se stavolta ci riesco, si tratta di avere i riflessi più veloci di generazioni di anime di paesi; secondo me con chi sta alla cassa, come giocando a carte, per mettersi d’accordo si fanno pure dei segni convenzionali.

Un signore legge il giornale seduto al tavolino, dentro. Il televisore sta acceso a stendere sul mondo un velo di rumore di fondo. In silenzio la stufa elettrica fa il suo utilissimo lavoro.

Ci avviamo verso la nostra meta di stamattina e ci raggiunge il professore Donato.

La signora Graziella

Adesso è una casa del centro storico. Molti anni fa questo posto vicino alla chiesa nuova era fuori dal paese. Ci abitano due signori anziani: Graziella e zi’ Luciano Lascaleia.

Sto cercando soprattutto lui perché dicono che essendo della classe 1921 si ricorda tutto. Poco prima che arriviamo, la notizia che stamattina non è in casa rimbalza tra le persone e arriva a Rosi. Starà in giro, facendo una delle sue quotidiane passeggiate qui intorno. Però andiamo lo stesso a trovare la moglie.

La signora Graziella, siamo Rosi, il professor Donato e io, ci apre la sua porta di casa.

In cucina ha lo stesso camino mio felittese. Però lei ci fa un fuoco perfetto, come dovrei fare anch’io ma ancora nun teng’ ‘o curaggio. Perché la fiamma non sta dentro ma fuori, davanti, su una porzione di pavimento fatta con le mattonelle adatte.

Nun tenimo ‘u riscaldamento, stamo vicino ‘u ffuoco. Sorridendo.

Ci chiede se vogliamo il caffè ma lo abbiamo appena preso. Poi ci chiede se allora vulimu nu poco re limoncello e l’ospitalità va accettata sempre.

Scatto una foto a loro tre vicini.

Poi il professor Donato, con la sciarpa che gli scende davanti sui due lati, il cappello aderente, il limoncello sul tavolo al posto del vino e il giornale in mano, per un attimo lo scambio per un prete col breviario. Da ex professore di liceo, anche ex sindaco, la missione sociale che ha dentro per un attimo si vede.

La signora Graziella ha questa casa grande, con un balcone porticato che affaccia su un giardino, i fichi d’india, gli altri tetti di tegole, i comignoli col fumo e le montagne di sfondo.

Passando nelle stanze vedo il telefono fisso grigio che abbiamo usato per secoli, in una vita precedente, lei lo usa ancora, per favore telefonate adesso così vedo se suona davvero. Un comò con tutte le cose e, sopra un tavolo con la tovaglia di bucato, i fusilli fatti a mano da lei che si stanno asciugando.

Lei non vuole rispondere a domande perché un poco si confonde: Chiedete a Luciano, mio marito, lui si ricorda buono. Ci accompagna fino alla porta di casa, poi fino al portone esterno. Ci saluta sorridendo davvero, con il grembiule da cucina, lo scialle di lana e le pantofole rosse.

Zi’ Luciano

Finalmente ho appuntamento, nella piazza principale, con zì’ Luciano, il signor Luciano Lascaleia, uno dei più anziani del paese.

Quando arrivo, lui è già sul posto. Sono un paio di giorni che lo “inseguo” ma lui va in giro in libertà assoluta, ha l’età giusta per permettersi ‘sto lusso.

Buongiorno, siete voi il signor Luciano?

Sì, buongiorno, sono io.

Ah, eccovi, finalmente vi incontro. Allora, vi volevo chiedere un po’ della vostra vita e del paese.

Lui comincia pronto, lo sa che la longevità delle persone del Cilento ormai è un argomento che interessa al mondo.

Seguivo la trasmissione di Mirabella, su Rai tre, ve la ricurdate? E seguo quella duttrina che diciano pe’ televisione: la mattina faccio colazione con un poco di peperoni, verdure cotte, un pezzettino di caciocavallo, niente latte, e ‘nu bicchiere de vino.

Poi mi faccio una passeggiata.

Poi pranzo, e di nuovo esco perché ci vuole un poco di moto per un’oretta per digerire bene. La sera mangio soltanto ‘na frutta, non ceno.

Ogni giorno leggo lu giurnale, per tenere la mente allenata, così mi hanno cunsigliato. Prima leggevo “l’Unità”, ma a un certo punto al paese non arrivava più e mo leggo “La Stampa”.

Classe 1921, novantasette anni.

Sono nato il 13 dicembre, la notte di S. Lucia, perciò mi chiamo Luciano: mia mamma disse: “S’a purtato ‘u nome e ‘nciama ra’ “.

È un’usanza che poi ho capito che qui hanno, festeggiano compleanno e onomastico lo stesso giorno.

Poi mi accenna alla guerra.

So’ stato furtunato, ricu io, picchì di quattro battaglioni che eravamo, duemila uomini, tre sono andati in Russia. Il mio battaglione ci mandarono a Torino e poi in Calabria. Poi sono arrivati gli americani e quindi nun simu cchiù partuti e ni simu salvati. Degli altri, degli amici miei, sulu due o tre per battaglione su’ turnati.

Poi ho fatto il boscaiolo, dopo la guerra si faceva il carbone.

Vedete queste montagne? Le abbiamo tagliate tutte noi.

Man mano col ricordo va avanti nel tempo.

Nella mia vita mi su’ sacrificatu di tutti i culuri.

Alla fine questi fetienti italiani che ci amministrano i nostri denari… so’ na branca de mariuoli, scusate ca parlo accussì, ma te vene ‘a nervatura. Sono stato venticinque anni in Germania, e prendo dei soldi di pensione da lì…

E poi mi racconta delle mille peripezie invece, scoraggianti, con la previdenza italiana.

Quello che vi volevo dire: in Italia dove si tocca tocca ti fregano.

La percezione dello Stato come predatore. In Italia, forse soprattutto al Sud, è questa, troppo spesso, la visione.

Poi verso la fine: Mettetelo ‘stu racconto sopra lu giornale.

Poi la sua idea del mondo dei giornali.

Quando stavo in Germania leggevo “Cronaca Vera”, ma secondo me nunn’ era ‘na vera cronaca, era ‘na specie de romanzo. Ma ‘nu giurnalista che po’ mettere ncoppa lu giurnale, adda inventà pure iru qualche cosa.

Io inizio a dire che provo a non inventare niente, solo a scriverlo al meglio che posso, e lui nel frattempo ride.

Saluto zi’ Luciano. La sua voce diretta, mossa da dentro, una specie di scossa tellurica che trema molto poco per uno che ha visto così tante cose e così grandi, ancora me la ricordo oggi dopo due anni e chi sa ancora per quanto.

Il fornaio

Inizio a camminare. Mi girano nella testa ancora tutte le cose che mi ha detto la persona più anziana con cui ho mai parlato. I passi servono per lasciarle posare.

Poi mi viene in mente che passando da queste parti, lungo la strada nuova, la Strada regionale 488, che in paese prende il nome di via Insorti Ungheresi e, immancabilmente, di via Roma, nella parte più centrale, avevo visto una panetteria. Vado a cercarla, il pane non è un oggetto comune, lo sentiamo che ha del sacro, mi attrae.

Passo davanti alla ferramenta, c’è Giuseppe, il nipote di Rosi, ed entro un secondo: è piena stracolma del grasso nero e dell’arancione di motoseghe e decespugliatori in manutenzione.

La panetteria non ha insegna. Fuori l’unico cartello è “Cedesi attività”.

Entro e si sta benissimo: caldo e profumo buono.

C’è il banco di legno a mezzo metro dalla porta e una signora sorridente dietro.

Guardo in giro, il pane già ce l’ho, l’ho comprato ieri da Angelo, però i dolci mi mancano. Fanno dei biscotti buonissimi alle mandorle. Nel frattempo ci mettiamo a chiacchierare del paese.

Poi arriva il marito e chiedo anche a lui perché c’è scritto Vendesi.

Siamo stanchi. Sono mesi che cerchiamo un collaboratore che porti col furgone il pane ai negozi. Lavoriamo dalle 12 alle 6 della mattina dopo, e poi tocca fare le consegne fuori.

Dice che giovani che vogliono fare ‘sto mestiere, qui non se ne trovano.

Nel frattempo entra un signore col cappello di lana e il giubbotto mimetico pesante. A un certo punto, quando capisce che mi interessano i luoghi, mi consiglia di andare assolutamente sopra una montagna lì vicino, si vede dalla porta, venite a vedere da qui fuori. La conosce bene, come tutte le montagne che ci guardano qui intorno.

Compro i biscotti. Esco sperando che la panetteria non la vendano davvero.*

Dopo un po’ arriva Michele in macchina e mi porta a vedere un’altra cosa, antica e nuova.

Il frantoio e un olio d’oliva pluripremiato

Sono giorni che nelle orecchie sento da Michele questo suono: Marco Rizzo, insieme ad altri nomi. Piano piano poi riuscirò a incontrarli tutti, tranne, purtroppo, uno che risponde a quello di: antonionuvolidettocremino.

Parcheggiamo nel cortile. Esce un giovane con la barba e i capelli tirati indietro in una piccola coda.

È Marco, si muove rapido, non perde tempo, senza dubbi su quello che dice.

In pochi minuti mi mostra e mi spiega tutto il percorso che fanno le olive dagli alberi alle bottiglie. Quelle che sta riempiendo il suo socio adesso andranno in Giappone.

Poi mi invita ad assaggiare i tre tipi di olio d’oliva che produce.

Un po’ di remore ad assaggiare l’olio ce l’ho; come se fosse una cosa troppo densa; un sapore, provato da solo, troppo forte, ma seguo le sue raccomandazioni. Il bicchierino va tenuto prima un po’ tra le mani per riscaldare il contenuto. Conservano l’olio in atmosfera controllata e a bassa temperatura.

Poi guardo come assaggia lui, come un sommelier con il vino.

Provo a imitarlo. Ci riesco male ma il sapore e l’odore di questi tre oli sono così decisi che mi sembra di aver colto qualcosa. Con“Incipit” hanno vinto il premio speciale del Gambero Rosso nel 2018 come miglior olio italiano monocultivar.

Da oggi ho scoperto di cosa sa davvero l’olio di oliva e perché va utilizzato a crudo. Altrimenti è come se compraste il miglior vino e poi prima di berlo lo metteste in una pentola a bollire per qualche minuto.

Nel pomeriggio poi succede una cosa.

Il museo della civiltà contadina

Sto tornando a casa a piedi dentro i vicoli del centro. Una passeggiata in questo centro storico ve la consiglio: è piccolo, senza auto appena iniziano le scale, quasi tutto di pietra, a misura di cammino, e, come ne ho visti pochissimi tra quelli in buone condizioni, non suona finto.

A un certo punto incontro un gruppo di persone, alcune ormai le conosco, che parlano tra loro mentre indicano un portone.

Qui si potrebbe girare la scena…

Dopo qualche minuto capisco che è arrivato, per girare un film amatoriale sui briganti, anzi sulle guerre di liberazione, un gruppetto di persone da fuori.

Vanno in giro per il centro a cercare gli angoli giusti. Mi interessa la cosa, mi accodo a loro.

Entrano nel Museo della civiltà contadina e si apre un altro mondo.

È una casa dentro un bel palazzo. Hanno raccolto qui gli oggetti della vita dei loro nonni.

C’è la cucina in muratura, tutta bianca ricoperta di mattonelle, con gli sportelli di ferro per farci il fuoco dentro. Sopra ci sono poggiate pentole di tutte le dimensioni, appesi al muro mestoli e forchettoni. Verrebbe voglia di cucinare adesso, al volo. È tutto pronto, bisogna fare soltanto un po’ di ordine e rimettere l’acqua per la pasta sul fuoco. C’è anche il contenitore con il beccucchio sottile per l’olio.

Nella stanza a fianco c’è una stadera, ceste di vimini, la madia e tutto quello che serve per fare il pane.

Ancora più dentro c’è il telaio, di legno. Ha i pedali come un organo e la leggerezza della struttura dei cavalletti dei pittori.

Il soggiorno con le foto alle pareti, un tavolino e le teche a vetri. Le chiavi di ferro grandi. Andando in giro per il paese con queste, provando, si aprirebbero tutte le porte chiuse.

Il letto matrimoniale coi corredi. La culla basculante di fianco. Poi sul comò una scatola di ferro un po’ blindata e un poco a ghirigori. Una signora mi spiega che aveva un uso molto particolare. Quando un amore finiva, uno metteva le lettere ricevute dentro questa scatola e la seppelliva. La chiamavano: La tomba dell’amore.

La camicia e i pantaloni, cuciti con cura, belli, sagomati. Il bacile sul trespolo e la brocca. Pronti all’uso.

Poi iniziano a girare le riprese.

Il film

S’è fatto buio e si girano scene notturne coi soldati per le vie del paese, poi nell’androne del palazzo dei Migliacci (i notabili del tempo, quello che adesso ha comprato Rosi, la Casa re i ciento stanze), poi nel museo, con le donne armate a guardia su ogni pianerottolo, con le gonne dell’epoca e gli scialli.

Il buio sfuma i contorni delle cose e tutto sembra stia succedendo adesso, anche i bordi del tempo devono essersi sfumati.

Si finisce tutti a cena da Peppe, un piccolo ristorante pizzeria paninoteca nella parte nuova del paese, in una tavolata di venti persone. Mentre i professori da un lato del tavolo parlano di storia, da quest’altro lato tra attori e comparse si ride molto e forse nascono amori.

A un certo punto il gran finale: arriva il secondo giro di pasta dentro la padella più grande del mondo.

Mammà quante cose in un giorno, vuless’ sape’ chi l’ha detto che ci si annoia, che non c’è niente da fare nei paesi.

Fine terza parte, continua.

Testo e foto di Francesco Paolo Busco (riproduzione riservata)

Note:

* Poi la panetteria, che Rosi mi disse quel giorno: È in vendita da molto tempo, anche io spero che non la vogliano vendere davvero, l’hanno ceduta. Il pane lo fa ancora.

DIARIO MINIMO DALL’ITALIA INTERNA (2) – Incontri nei vicoli, una signora architetto, il carrozziere inventore e l’ultimo negozio nel centro antico

Continua il racconto da un piccolo paese dell’Italia interna, in Campania, in Cilento, a Felitto. (Se volete partire dall’inizio qui c’è il giorno uno).

Prima di iniziare però devo fare una breve considerazione.

Il diario di ieri finiva più o meno così: “La sera poi mi invitano pure a cena, stavolta a casa di Anna e Michele. In casa c’è una stanza vuota: il figlio studia a Modena perché, dice il padre, vuole diventare ingegnere alla Ferrari.”

Ecco, anche questo, come il traffico di quelli che intasavano le strade per andare a lavoro, è cambiato dopo l’arrivo del virus planetario. Una delle volte che, in questi due anni trascorsi da allora, sono tornato a Felitto, il figlio di Anna e Michele, Mario, l’ho conosciuto, adesso sta studiando da casa, quella stanza non è più vuota. Lo chiamano South working: lavorare, o studiare, dal sud per aziende che stiano altrove. È una cosa che se si hanno a cuore i paesi, adesso credo che si debba guardare attentamente. Qualche giorno fa mi sono accorto che se ne sta occupando anche il World economic forum, quelli di Davos 2021.

Ma adesso passiamo oltre, vediamo cos’è successo il giorno dopo.

Venerdì 11 gennaio 2019, giorno due

Stamattina la prima cosa che faccio è accendere di nuovo il fuoco. Qui, a gennaio, il caffè viene solo per secondo.

Stanotte ho imparato, me l’aveva suggerito ieri Anna, che una bottiglia di acqua calda nel letto è un sistema utilissimo: riscalda bene e per tutta la notte. Il cappello di lana con cui ho dormito non me lo sono ancora tolto; lo rivedo dentro lo specchio del bagno mentre mi faccio la barba. Neppure la calzamaglia e i calzettoni.

Fa freddo“, direbbe la moglie di Luca Cupiello, alcune volte.

Il campanile della chiesa madre in fondo

Spalanco le finestre, fuori c’è un sole bello. Il campanile della chiesa madre è a pochi metri; vicinissimi il tetto di tegole di fronte che sta nella foto di copertina, una piccola finestra di alluminio anodizzato e un balcone che non si capisce se è disabitato, perché ci crescono piante nelle crepe ma anche in alcuni vasi che ci sono.

Un altro abitante del centro

Mentre fotografo passa un signore; mi fa una certa emozione: allora non sono da solo in queste case. È l’unica persona che da ieri sera ho sentito camminare per le stradine del centro. Sono così strette e piene di scale che le auto non riescono a passare.

Adesso devo andare che ho appuntamento alle dieci con Michele.

M’incammino per i vicoli.

C’è un silenzio calmo, l’aria è pulitissima, frizzante, profumata anche della legna del fuoco. È come un grande abbraccio all’anima, che in qualche modo suo sta in silenzio ricambiando.

Il sole crea dei tagli di luce limpidi, allegri, caldi, sulle pietre fredde delle case. Ogni tanto spunta uno dei gatti disegnati sulle porte da una stessa mano, tutti diversi, colorati.

In una stradina, in fondo, intravedo qualcuno, allora tra i due o tre percorsi alternativi scelgo questo, gli vado incontro.

È una signora con i vestiti da lavoro e i guanti enormi. Sta armeggiando con la carriola per trasportare la legna a casa dal deposito, tra un viaggio e l’altro fa una pausa chiacchiere con la vicina che sta sull’uscio della porta a fianco.

Chiedo se le posso fotografare e, con una gentilezza piena di pudore, volendone sicuramente fare a meno, acconsentono. Poi mi chiedono chi sono, che ci faccio, è una inevitabile domanda in questi posti. Mostro il passaporto dell’amicizia di Rosi e tutto si distende ancora un poco.

Vado, altrimenti faccio tardi, ma visto che ormai sanno a chi appartengo gli dico che mi farebbe piacere, un’altra volta, parlare un po’ con loro. Va bene, non c’è bisogno di prendere appuntamenti, il centro storico è piccolo abbastanza da non perdere il contatto facilmente.

L’architetto

Buongiorno Michè.

Buongiorno Francè, stamattina face friddu. Andiamo al bar che ci stanno aspettando.

Salgo in macchina, pochi secondi e siamo al Bar Italia. Dentro ci sono già tutti: Rosanna, Donato, una nipote di Rosi: Angela, e Anna Pina, una signora architetto che oggi porta un grande cappello caldo con le falde.

Scopro dopo pochi secondi che, come Rosanna, ha un miliardo di idee e in continua evoluzione.

Dopo qualche minuto capisco che in realtà l’una senza l’altra non funzionerebbero altrettanto bene. L’idea di comprare la Casa delle cento stanze, la principale casa nobiliare del paese, Rosanna, da sola, non avrebbe avuto il coraggio di pensarla.

Anna Pina, da architetto, ma soprattutto da donna che ha una bella visione e vasta, delle cose di questa terra e di questo posto, le ha saputo trasmettere l’idea che quell’acquisto, ma soprattutto quella missione del palazzo, era possibile, bella, assolutamente da fare. Rosanna dentro quell’idea poi sa metterci la sua energia solare.

La missione, per chi non ha letto ancora quel primo articolo su Rosi è, come mi aveva detto: Se riuscissimo a fare in modo che almeno un giovane, anche uno solo, dei nostri, non fosse costretto ad andare via dal paese.

Poi Michele mi porta in giro a conoscere altre persone. Sta in ferie per qualche giorno e invece di spenderle per sé queste sue ore, le regala a noi curiosi che veniamo da fuori. In questo paese, se devo dire adesso alla fine di tutto, mi pare questa grande generosa accoglienza il loro più grande patrimonio.

Andiamo in macchina, poco lontano. L’ultimo tratto è in un vialetto di campagna.

Il carrozziere inventore

C’è un capannone, entriamo e c’è una specie di gigantesco carrozziere ed inventore buono.

Insieme al nipote di Rosanna, Giuseppe, ha messo su un’attività con la quale portano in giro, dove li chiamano, tutto il necessario per insegnare ai bambini le regole del codice stradale.

Macchinine, semafori, segnali e strisce pedonali sono già pronti su un carrello da rimorchio. Lo trasportano e montano un piccolo circuito stradale. Per spiegargli l’idea, invece delle parole li fanno guidare.

Si vede lontano un chilometro che Tommaso queste piccole auto le costruisce con passione. Le fa somiglianti a quelle vere, tra i modelli hanno anche la vecchia 500 e il maggiolino tutto matto. Le proporziona a occhio. Il suo capolavoro, di cui va molto fiero, lo sta creando ancora, è la F40, la Ferrari.

Tommaso e la F40

Mi porta a vederla sopra l’officina: la carrozzeria è quasi completa, per ora è grigia di stucco, va rifinita nel colore del fuoco.

Poi mi mostra un’altra idea: la bici cucina.

L’ha studiata nei minimi dettagli, anche quelli del codice stradale, ed è pronto a farne altre versioni secondo le richieste del cliente: numero di fuochi, frigorifero, pure un forno per le pizze si può mettere. Sorride, muove quelle sue mani grandi e dice: già ho studiato tutto.

S’è fatto tardi, è ora di pranzo, parlando parlando.

Le spalle al camino

La tavolata è lunga anche stavolta: Anna, Michele, Rosi, Donato, c’è pure Angela.

Una cucina come se fossi a casa, anzi meglio, un bel bicchiere di vino prodotto a poche centinaia di metri da qui da un giovane agronomo, iscritto a Filosofia, con le idee chiarissime e molte, che andremo a trovare un altro giorno.

Poi imparo che il posto più caldo d’inverno a tavola in paese è quello con le spalle rivolte al camino. Il gatto di casa lo sapeva già da molto tempo. Si accoccola sulle gambe di chi se ne sta seduto più tranquillo più vicino al fuoco.

L’ultimo negozio del centro storico

In uno dei pochi momenti in cui tornavo a casa, non il primo giorno ma solo verso la fine di questo secondo perché Rosi o la sorella Anna mi invitano a pranzo e a cena quasi con l’insistenza di mia mamma, vado a fare finalmente la spesa. Ho la cucina a disposizione, troverò il tempo per cucinare almeno un giorno.

Nella prima strada c’è la porta di legno dell’unico negozio rimasto nel centro antico, già per questo, anche se non dovete comprare niente, merita una visita.

Entro ed è una scena il cui primo ricordo sta… ecco, nella mia infanzia calabrese: la salumeria di paese che spero ci sia ancora in tutto il mondo. Una stanzona unica, il pavimento di una volta, gli scaffali lunghissimi sui lati, qualche scatolo di cartone con le cose, mille confezioni diverse, una persona che sta ad ascoltarti dietro il bancone in fondo. Si chiama Angelo.

Inizio a chiedergli la pasta, il caffè, mi ricordo di comprare il pane, la birra… ah, l’olio.

Ti posso dare l’olio di semi ma l’olio di oliva nunn ‘o tengo.

Cioè, fatemi capire, siamo in un paese assediato dagli alberi di olivo e ‘sta salumeria che tiene tutto, forse pure un pezzo di Vespa Piaggio, gli chiedo l’olio e: “Nunn ‘o tengo?”.

La ragione, mi spiega, è molto semplice: qui l’olio ognuno si fa il suo, spremendo le olive del suo campo, nisciuno ‘o compra ‘o negozio. Perfettamente logico.

Poi, a un certo punto, parlando: Il negozio se fosse per me lo avrei chiuso, lo tengo aperto soprattutto per mia mamma che mi ha preceduto in questo lavoro. Più una tradizione di famiglia che una fonte di guadagno. Ecco chi era la signora seduta che avevo intravisto la volta precedente che ero passato un secondo.

Ogni tanto mentre parliamo entra qualcuno a comprare qualche piccola cosa al volo. Alcuni pagano subito, altri poi fanno un unico conto. Io penso di aver preso tutto… i biscotti. Esco e mi sembra di aver visto un altro pezzetto, imprescindibile, del luogo.

Mo vado a casa a mettere tutto a posto. A presto con il seguito del racconto.

Testo e foto di Francesco Paolo Busco (riproduzione riservata)

DIARIO MINIMO DALL’ITALIA INTERNA (1) – Dieci giorni in Cilento, a Felitto, fuori stagione, per vedere come si vive nei nostri paesi

Due anni fa, il 10 gennaio 2019, ero andato a stare dieci giorni in un piccolo paese del Cilento, circa milleduecento abitanti, all’interno. Ero curioso di vedere come ci si sta nei giorni normali, fuori stagione, nè d’estate nè a Natale quando arrivano i turisti e tornano quelli che vivono fuori.

Una volta tornato a casa avevo iniziato a scrivere il diario di quei giorni, poi, senza finirlo, avevo interrotto. Forse non era il momento giusto, forse le cose che avevo visto avevano bisogno di posarsi prima bene sul fondo per poi poter risalire con una specie di ordine, del tutto.

Adesso che dei paesi dell’Italia interna si riparla come di una possibilità nuova, ho pensato che quel racconto potrebbe esserre utile a qualcuno che sta tentennando, indeciso se spostarsi dalla città in un borgo simile a quello. Ho sentito che anche al paese, quella promessa che avevo fatto di raccontarlo, mantenerla era un dovere, bello.

Allora eccovi, se vi incuriosisce, quel diario.

Buon viaggio.

Giovedì 10 gennaio 2019, giorno uno

Quando venni a intervistare un mese fa Rosanna Di Stasi (qui trovate quell’articolo) rimasi colpito, non solo da lei, ma da tutto il paese.

Dopo i tanti visti dell’Italia interna, mi era parso che avesse in più qualcosa, non sapevo cosa. Ancora non lo so neppure stamattina. Forse esserci venuto e avere avuto una guida, esserci venuto non per guardare i muri ma per parlare con una persona precisa.

E a Rosanna l’avevo detto: ‘Sto paese vostro ha qualcosa che non ho incontrato prima, se riesco a gennaio vorrei tornare.

Eccomi in macchina.

Stavolta parto presto, evito la fila di auto dei lavoratori degli uffici, quelli che ancora vengono fatti spostare con tutto il corpo, e la mente magari si riservano di lasciarla a casa o di tenerla altrove. Ormai si potrebbe, nella maggioranza dei casi, lavorare semplicemente collegati tramite la rete. Spostare solo le informazioni, molte meno masse, e bruciare pochissimo petrolio. Io l’ho fatto per quasi due anni, dal 2010, da Napoli con l’ufficio in Olanda, anche discutendo via internet con gli operai che dovevano costruire davvero quello che avevo disegnato su un foglio di carta elettronico. Funzionava. (Questa parte iniziale del diario l’avevo scritta due anni fa, poco dopo essere tornato, l’ho lasciata identica perché mi sembra mostri come la pandemia serva anche a spingere il mondo a provare nuove strade, utili, senza perdere tempo).

Nelle foto del viaggio il colore dominante passa piano piano dal nero asfalto cittadino, attraverso il verde delle campagne, a qualcosa di misto tra l’azzurro cielo, il bianco della neve, il colore della pietra e l’incarnato delle persone.

Arrivo alle dieci in punto. Telefono a Rosi ma mi risponde Donato, il suo compagno, e mi spiega: Ciao Francè, si arrivato? Rosi s’è scordata il telefono a casa, ma la trovi nel Palazzo delle cento stanze.

La vado a cercare al palazzo fastoso in decadenza che lei ha voluto comprare con i risparmi di una vita in Germania per rimetterlo a posto e farne qualcosa di utile per i giovani felittesi, ma lo trovo chiuso. Vabbè, il viaggio è fatto di passaggi a vuoto che poi all’improvviso si riempiono di nuovo.

Appena Rosanna recupera il telefono si scusa cento volte e mi dà appuntamento in uno dei bar del paese. Anzi specifica proprio: Andiamo in un altro bar questa volta. Credo sia l’equilibrio, sottile, da tenere nei posti dove si vive a stretto contatto.

Eccola, arriva, come sempre, con un grande sorriso negli occhi e nella voce. Andiamo andiamo, ti offro un bel caffè.

Si sta caldi in questo bar grande. Stanotte da queste parti ha nevicato molto: in paese no, ma tutte le creste delle montagne intorno sono bianche.

Una montagna in fondo ha lo stesso profilo di un massiccio tirolese stampato nella mia memoria da molti anni.

Spiego a Rosanna la mia idea di fondo: vorrei vedere come si vive in un paese piccolo; provando in prima persona e ascoltando le storie della gente. Bene, allora cercherò di metterti in contatto con un po’ tutti. Ognuno avrà qualcosa che ti vuole dire.

State attenti a quando Rosi dice una cosa perché poi la fa sul serio: da quell’istante non m’è rimasto quasi più un attimo libero per capire cosa mi stava passando per la mente davvero.

Al Municipio

Usciamo dal bar e mi porta subito alla Pro loco a prendere un po’ di informazioni, compro anche una cartina dei sentieri della zona, sarebbe bello… non si può mai sapere.

Poi al Municipio; sta qui, affaccia sulla stessa piazza a pochi metri.

Ci entra non come faremmo noi a Napoli o in qualunque città grande, ma come se entrasse in una casa sua e di tanta altra gente.

Nell’androne e lungo tutte le scale non ci sono carte geografiche od onorificenze, ma molte foto di persone. Antiche, in bianco e nero, di famiglie intere.

Dentro il Municipio

L’appuntato dei Carabinieri sta nella prima sala al piano superiore, poi incontriamo Emilia.

Siamo venuti a cercare lei, perché col marito ha scritto diversi libri su questo paese. Ha molto da fare in questo momento, ma poi si ferma e inizia a raccontare degli archivi e degli studi sulla storia del luogo.

Nella stanza successiva c’è un armadio di ferro, di un colore blu, oppure verde, assomiglia a una vecchia automobile, ad un treno. In alto c’è scritto Anagrafe, in lettere saldate: ha fissato dalla nascita il suo scopo.

Un impiegato ci mostra i libri del 1800.

Sono di tre tipi, ci dice: Nascita, Matrimonio e Morte. Poi c’è un quarto tipo, sono gli Altri eventi.

Quasi non si ricorda più a che servono gli ultimi, li apriamo insieme. Ci sono registrate storie più complicate di quelle tre basilari. In alcune pagine raccontano di cose accadute sulle navi, in mezzo al mare; in altre di bambini portati ad altri perché gli facciano da padri e madri.

Scendiamo di nuovo e incontriamo subito, fuori, altre persone: la signora Franca, il professor Donato, poi scende Emilia. Iniziamo a discutere di Felitto e davanti al portone del Municipio nasce in pochi minuti un misto tra un’allegra brigata, un comizio e un gruppo di opinione.

Ogni volta che incontriamo qualcuno di nuovo Rosanna mi presenta: scrive per un giornale ed è venuto qui per vedere la vita nel paese, avrebbe interesse a parlare con ciascuno di voi.

E piano piano, ogni mano che stringo, mi sento un po’ più a casa, di fare un poco parte anch’io di questo posto.

Quando sono arrivato, ogni volta che ho incontrato qualcuno, gli si leggeva sulla faccia, o era solo una mia impressione: Chi sa chi è questo: è inverno, non è del paese, non è manco uno che era di qua e adesso vive fuori, si sarà perso. Poi camminando con Rosanna a fianco la loro espressione cambia molto.

S’è fatta ora di pranzo nel frattempo e Donato a casa ha cucinato la sua specialità: pasta e fagioli. Ci mette l’aglio schiacciato, il sedano, un pomodorino, ‘nu sacco re cose, chello ca trov… nu poco pure invento, poi ci cuoce la pasta dentro tutto insieme col coperchio. Si pranza in una tavola lunga anche con Anna, la sorella minore di Rosi, e Michele suo marito.

La casa di pietra nel centro storico

Nel pomeriggio poi abbiamo fatto altre mille piccole cose. La più importante è stata procurarci la legna e accendere il camino per riscaldare questa casa vuota in cui starò per dieci giorni. Lo ha acceso Rosanna che qui ha abitato, prima di sposarsi, a diciannove anni, ed emigrare in Germania.

Avevo chiesto di poter stare un po’ di tempo a Felitto, ma se possibile in una casa semplice, antica, dentro il centro storico. L’idea è vedere davvero, per quanto ci riesco, come si vive dentro i nostri paesi, senza lasciarsi troppo portare dalle parole che raccontano in giro.

A sinistra la porta di casa nel centro storico

Anzi adesso quell’idea ve la dico tutta.

Gli orientali sostengono che siamo costituiti di tre cose: corpo, mente ed energia oppure, loro dicono, voce. Ecco io direi, per semplificare: corpo, mente e passione. L’idea che ho da qualche tempo è che, come noi, pure i posti in cui abitiamo, che creiamo, le città e i nostri paesi, hanno gli stessi tre elementi di base. E allora, se i paesi dell’Italia interna, come ormai li chiamano, hanno problemi di spopolamento, forse uno o più di quei tre elementi sta soffrendo.

Se uno chiede in giro perché i paesi stanno scomparendo, la prima risposta, ci scommetto, è: Ccà nun ce sta lavoro, cioè di quei tre elementi sarebbe, secondo loro, il corpo quello che ha problemi.

Ma a me ‘st’idea non mi convince proprio, ho il sospetto che siano gli altri due i punti più deboli del gioco adesso. Che siano la mente cioè il progetto, e l’energia, la passione di stare nel paese, i punti deboli di questi posti in questo momento della nostra storia.

La mente perché non sviluppa abbastanza idee nuove, e questo soprattutto perché la passione, il cuore, dice, in fondo: quelli “buoni” stanno tutti fuori, nelle città grandi, chi rimane qui, nei paesi, è soltanto chi è rimasto sul fondo. In sostanza: il piccolo paese è (ma forse con questa pandemia le cose stanno rapidamente cambiando) fuori moda.

Ecco, mo che ve l’ho detto, continuiamo con la storia; poi vedremo, alla fine, se di questa domanda avremo trovato almeno un poco conto.

Dicevamo di questa piccola casa.

Quando ci sono entrato per la prima volta ho capito che era esattamente quello che intendevo. Rosanna a volte pare che fa un sacco di chiasso, dice mille parole, ma non le sfugge mai il senso di quelle che le dite voi. La casa è disabitata da tempo, e siamo a metà gennaio, per renderla accogliente bisogna farci, per ore, il fuoco.

Il camino con la bocca piccola

Abbiamo preso la legna da casa sua nuova dove vive adesso, vicino alle Gole del Calore. Però quella che abbiamo preso dopo, nella Casa delle cento stanze, è molto migliore: prende subito fuoco. Lei lo prevedeva, perché sta lì in cantina, al coperto, abbandonata insieme a quella enorme casa, da circa il 1970.

Rosi mette un po’ di legna grossa, poi in mezzo, sotto, ci mette quella fina, loro la chiamano scantamanu, perché se uno non sta attento si taglia un po’ le dita con questi sottili rami, eleganti, di filigrana di erica secchi. Per dare la prima scintilla usa l’accendino e un po’ di carta di giornale.

Il camino è talmente freddo che pure lei che questa operazione l’avrà fatta in vita sua già un milione di volte, il fuoco si è spento, deve ripeterla di nuovo.

Poi quando il fuoco ha preso aggiunge altra legna e, piano piano, tira un po’ fuori quella che si è già accesa bene.

È un curioso modo di fare il camino, almeno io non l’ho mai visto.

Però a pensarci ha ragione. La legna accesa, se rimane dentro, porta la maggior parte del calore, attraverso il comignolo, all’esterno. Se invece la mettete sulla bocca riscalda molto di più la stanza, mentre solo il fumo viene aspirato con forza dal tiraggio fuori. Credo sia un modo escogitato soprattutto quando da queste parti di soldi ce n’erano davvero pochi e ogni minimo spreco aveva molto valore; e torna utilissimo anche oggi che abbiamo capito che meno bruciamo energia, meglio sta il pianeta fuori.

La sera poi mi invitano pure a cena, stavolta a casa di Anna e Michele. In casa c’è una stanza vuota: il figlio studia a Modena perché, dice il padre, vuole diventare ingegnere alla Ferrari. Lo capisco e non dico nulla di più di quello che già sanno: io sono ingegnere pentito, ho già confessato ai magistrati.

I giorni sono dieci: il racconto, se vi piace, continua. Con calma, come nei paesi.

Testo e foto di Francesco Paolo Busco (riproduzione riservata)