“So’ tre anni che c’ho addosso come ‘no scoraggiamento”.
Mi è rimasta impressa questa frase.
Scendendo,
quest’estate, un po’ in giro per l’Italia, dalla Toscana verso sud,
avevamo l’ idea di andare a vedere di persona anche alcuni paesi
dell’ultimo terremoto. Arquata del Tronto, Accumoli, Norcia della
Basilica di San Benedetto che in televisione si vede cadere l’ultimo
pezzo che aveva resistito alla prima scossa forte. Sono nomi che suonano
nella testa familiari anche senza esserci mai stati.
Norcia
Arriviamo
a Norcia e si parcheggia fuori dalle mura. La porta del paese è
puntellata coi tubi. Si entra a piedi e la strada è dritta, arriva fino
alla piazza della basilica che coincide con la piazza principale e sbuca
dall’altro lato in un’altra porta. In mezzo un sacco di ristoranti e
negozi, molti, dopo tre anni, ancora chiusi. Sulle loro porte c’è quasi
sempre un cartello che dice in sostanza: ci siamo trasferiti fuori.
Hanno
costruito, subito fuori dalle mura, in legno e vetro. A tante travi.
Più tardi, a cena, in alcuni di questi locali, di gente ne vedremo
parecchia.
Invece dentro il paese, dai quattro
angoli delle finestre quasi sempre partono le lesioni che spaccano i
bordi delle porte. Hanno messo dentro ogni vano una X di legno molto
forte per aiutare il tutto a mantersi in piedi. Poi ci sono le travi
d’acciaio fuori e i puntelli di funi.
Un carretto
aperto di pasticciere sta davanti al negozio chiuso con lo stesso nome.
Adesso vendono i loro dolci come se fossero ambulanti ma stanno sempre
fermi in quello stesso metro di strada, davanti alla vecchia insegna del
loro locale: ad Assisi subito hanno ricostruito, qui a Norcia sono passati tre anni e ci hanno lasciati praticamente soli.
Sui
lenzuoli stesi lungo le vie c’è scritto in rosso la rabbia per
l’abbandono che sentono gli abitanti; sul muro di ferro che corre lungo
la basilica: “Vergogna”, e qualche giorno fa per questa scritta
qualcuno ha sgridato l’autore: dice che è vandalismo. Forse
bisognerebbe guardare meglio al peso relativo delle cose. Ogni tanti
metri mentre si cammina uno legge questi lenzuoli, guarda intorno, e
cerca di capire.
Norcia
Ma è il giorno dopo che sento quella frase.
Pescara del Tronto
Stiamo
andando verso Arquata del Tronto, ma prima, lungo la strada, c’è
Pescara, una frazione. Le prime case crollate quasi del tutto. A fianco
un albero perfettamente in piedi.
Pescara del Tronto
C’è
un giardinetto con i giochi per i bambini: dentro stese tante magliette
con ognuna una foto. Poi capisco che sono quelle degli abitanti del
paese che quella notte del 24 agosto 2016 non hanno più lasciato questo
posto.
Andiamo un po’ più avanti con la macchina. Mi fermo a fianco ad una casa che ce n’è solo una parte.
Attraversiamo
la strada per guardare verso il paese che sta subito sotto. Quando esco
dalla macchina mi viene incontro un cane. Non abbaia, neppure quando
mentre mi cammina attorno, non lo vedo e gli calpesto una zampa. Venti
metri più avanti, sull’altro bordo della strada, c’è un signore. È troppo buono, è il cane suo.
Gli chiedo se è del posto. E sì, vedete, la mia casa stava proprio qui in basso. Venite, tra gli alberi, si vede un poco. Il trattore sta ancora lì sotto.
Non potete più farlo salire?
Non c’è più neanche la strada.
Guardo avanti a me per cercare qualche riferimento, qualche traccia di dove passasse quella strada ma non ci riesco.
Sbalzati fuori
Quella
notte a casa eravamo in quattro: mi hanno tirato fuori dalle macerie
mio fratello e mia cognata. Se passava un’altra mezz’ora o un’ora credo
che restavo senz’aria.
Loro due sono stati sbalzati fuori dal terremoto.
Dice proprio così: “sbalzati”, come se si fosse trattato di una cosa,
potente, veloce, come un incidente d’auto, quanto si deve essere mossa
la terra alle 3.36 di quella notte.
Parlando con
lui alla fine capisco che Pescara del Tronto è quel cumulo sparso di
macerie sul fianco della collina davanti a noi in basso, un poco a
destra.
Pescara del Tronto
Sono
passati tre anni ma se guardate intorno sembrano passate un paio d’ore.
Le rovine stanno lì, sparse uniformemente. Il paese sgretolato a caso.
I
lavori di sgombero delle macerie erano cominciati, poi li hanno
interrotti perché pare che la ditta avesse problemi di camorra. Mo
stanno ricominciando e stanno lavorando meglio. Quelli di prima
portavano semplicemente via tutto, adesso prima cercano se ci sono
oggetti da recuperare e restituire alle persone.
E adesso dove state?
Molti
hanno accettato il sussidio e stanno in fitto nei paesi vicino al mare.
Molti con i bambini che ormai vanno a scuola, figuratevi se tornano. Io
e altri due abbiamo qui sopra, in quella tensostruttura, delle pecore. È un scusa per tornare qui. Per camminare ogni giorno vicino al paese, io penso.
Camminare
nel paese è impossibile, non ci sono più le strade. Prima neppure dove
siamo adesso si poteva stare. Adesso è più facile. All’inizio ogni volta
bisognava mostrare i documenti di residente per passare.
Adesso
abbiamo le casette di legno, giù nella valle, vedete, a qualche
chilometro laggiù in basso, c’è tutto, però non abbiamo più il paese, e
le persone soprattutto. Il trattore si può ricomprare, le cose non sono un problema grande, ma le persone chi te le restituisce?
Le casette sono provvisorie. Il paese lo vogliono ricostruire un po’ più avanti sempre laggiù: hanno fatto i sondaggi del terreno e dicono che è buono.
Faccio
caso adesso che in mezzo alle case distrutte, sotto, sembra un poco
come di sabbia, chi sa se ha a che fare col nome di questo posto:
”Pescara”. Forse c’era un fiume.
Abbiamo parlato
una mezz’ora e lui guardava quasi sempre verso una direzione: dall’alto
della strada davanti in basso, verso la sua casa.
Poi poco prima che ci salutiamo mi dice quella frase: “so’ tre anni che tengo addosso come uno scoraggiamento”.
Lo saluto, fingo di dimenticare che l’ho già fatto, e la mano gliela stringo una seconda volta.
A
Pescara del Tronto, di circa centotrenta abitanti, quella notte ne sono
rimasti per sempre fermi più di quaranta, la quarta persona in casa era
sua mamma.
Diamogli un’idea, una prospettiva bella, a lui e a tutti i nostri paesi dell’Italia interna, ne hanno bisogno.
Il cammino nelle terre mutate
Il cammino nelle terre mutate
Alcuni
ci stanno provando: quando scendiamo nel fondo valle a vedere le case
provvisorie, nel bar, provvisorio anche quello, trovo sul bancone una
guida escursionistica. Hanno creato un itinerario da percorrere a piedi,
si chiama “Il cammino nelle terre mutate” va da Fabriano a L’Aquila in
14 tappe, ci sembra un ottimo modo per rimettere le energie in moto, per
riconnettere le persone e i luoghi, per farsi coraggio a vicenda e
ripartire in una bella direzione.
Testo e foto Francesco Paolo Busco (tutti i diritti riservati)
Sono quasi a Felitto, in Cilento. Sono un po’ in
ritardo e sto facendo tre cose che in genere cerco di non fare: andare
veloce, in macchina, senza guardare. Poi un cartello prima di un
passaggio stretto: ponte medievale. Ha i muretti arrotondati e ci
passo sopra, almeno così credo. Non ho tempo di fermarmi e vado oltre.
Pochi minuti e sono a destinazione. Ci siamo dati appuntamento, con Rosi
Di Stasi, a via Roma, la via centrale di quasi ogni paese, una vecchia
cosa da cambiare. Ci ha messo in contatto Simona Ridolfi, l’ideatrice
della “Via Silente”, un bellissimo percorso cicloturistico che
fa il giro del Cilento interno, con qualche puntata sul mare. È la rete
vera, quella delle persone.
Parcheggio e le
telefono per gli ultimi metri. Le dico che sto davanti ad un ferramenta,
le dico il nome che leggo sull’insegna ma non lo conosce. Poi, quando
ci incontriamo, scopre che è quello di suo nipote: il nome, per quelli
del paese, non c’è bisogno di essere letto.
Ha
occhi azzurri e un viso aperto. I capelli cortissimi, appena grigi,
forti. Ci presentiamo e saliamo in macchina perché mi vuole portare
subito a vedere una cosa del paese.
Pochi minuti e siamo in uno spiazzo verde, alla gole del fiume Calore. C’è un piccolo lago artificiale: era della centrale idroelettrica comunale. L’hanno aperta a inizio ‘900, dava energia elettrica a più di quaranta comuni. La centrale è stata chiusa negli anni ’70 ma resta uno specchio d’acqua di un colore verde, e una diga bassa bassa di un cemento antico e un edifico che magari se ne potrebbe fare un museo mi dice Rosi. Poi mi porta su per un sentiero agevole, e nel frattempo mi inizia a raccontare.
In Germania
Ha vissuto in Germania per quarantatre anni, col marito. Mi sono sposata e sono partita, avevo diciannove anni.
Quando
sono arrivata lì credevo di trovare ricchezza e invece ho trovato
povertà. Quelli che dall’estero tornavano nelle feste al paese
scendevano con macchine grandi e nel frattempo avevano magari messo su
meglio la casa qui a Felitto. Poi andavi lì e vedevi che vivevano in
baracche. Il lavoro c’era, però la realtà era dura, molto diversa da
quella che raccontavano. Sembra di sentire certi racconti letti sui
libri di Alessandro Leogrande: dei polacchi, ucraini, che vengono
d’estate in Italia a raccogliere pomodori, trovano a volte caporali che
li sfruttano in modo disumano ma loro non raccontano molto queste cose e
non tornano a casa fino a quando non hanno racimolato un po’ di soldi:
tornare senza sarebbe troppo un disonore.
Mio
marito lavorava in una fabbrica di tessuti. Anche io avrei voluto
lavorare lì ma lui all’inizio mi convinse a stare a casa e dare una mano
a sua sorella con i suoi bambini. Ma a me mancava mia sorella piccola,
l’ultima di otto fratelli, se dovevo accudire qualcuno volevo accudire
lei, in Germania non c’ero venuta per questo. In Germania ogni giorno
piangevo. Poi una mattina sono andata a cercarmi un lavoro, così, da
sola. Mi hanno detto: “da domani se vuoi puoi iniziare”.
Rosi
ha fatto mille lavori: ogni volta, nei suoi racconti, inizia a svolgere
una mansione in un luogo di lavoro, poi si rendono conto del suo
valore, ma forse non è neanche solo quello, il termine giusto credo che
sia entusiasmo e apertura e voglia di fare, rispetto per se stessa e per
gli altri, avere sempre una buona parola. Ecco è la disposizione buona
verso il mondo, mi pare d’intuire, che le ha aperto mille porte.
Lavoravo
alla fabbrica di elastici. Inizialmente facevo lavori semplici, pulivo
le macchine, poi piano piano sono arrivata fino al livello in cui potevo
svolgere qualunque mansione. E mi dice la parola in quella lingua con il suono forte.
Poi la fabbrica di mio marito chiuse.
Ma
lei non si perde d’animo, cambia lavoro. Inizia a fare le pulizie in
una casa per anziani comunale. Dopo un poco i medici, e quelli del
personale, le chiedono di fare un corso per diventare infermiera
professionale. Lei fa il primo anno, ma poi con due figli, un marito e
tante ore di lavoro al giorno, non se la sente più di studiare. Ma
quelli insistono. C‘era un medico che mi disse: lo devi fare, hai le
capacità, se avrai difficoltà a curare gli anziani mi puoi chiamare a
qualunque orario e ti darò tutto il mio aiuto.
Allora
piano piano mi convinsi e continuai. Io quando stavo in Germania mi
dicevo: “dobbiamo prendere il più possibile”, ma non nel senso di
portare via, nel senso di cogliere tutte le opportunità che quel luogo
ci offriva.Mio marito anche pensava sempre di voler tornare. Lui
però era un po’ diverso da me, lui non si è immerso completamente
nell’ambiente, si è mantenuto sempre un po’ distante. Poi dice una cosa pesante: lui lì ha vegetato, non ha vissuto.
Il coinvolgimento nelle istituzioni
Lei ha avuto incarichi anche nel consiglio comunale e nel consolato italiano era rappresentante dei genitori. Ogni
anno si organizzavano viaggi di formazione per noi del consiglio
comunale. Viaggi in cui si andava a visitare qualche cosa di
interessante, non so, una centrale dove producevano elettricità dal
biogas o cose del genere, perché così potevamo prendere ispirazione e
magari riprodurle da noi. Ecco, mio marito non è mai voluto venire anche
se il coniuge era sempre previsto e gli altri mariti venivano spesso.
Lui pensava molto a tornare in Italia.
Poi si è ammalato e allora mi ha chiesto di tornare al paese. E così siamo tornati.
Mi indica delle piante sulla roccia: li vedi questi, sono gerani, normalmente crescono a quote molto più elevate ma in questo posto c’è un microclima particolare che gli consente di durare.
Poi saliamo su un ponticello di ferro stretto stretto, fa quasi impressione, siamo in alto esattamente sopra il fiume Calore. L’acqua pulita si capisce da lontano. Le lontre qui ci sono ancora, anche qualche giorno fa le hanno riviste.
Poi continua.
Adesso
che sono qui, di nuovo a Felitto, e mio marito non c’è più, ho pensato
di mettere su un’associazione, sai perché? Se riuscissimo a fare in modo
che uno solo, almeno uno, dei nostri giovani, non debba andare via da
qui, non dico che non debba viaggiare o andare a vivere fuori per un
periodo, ma che non debba andare all’estero per forza, allora sarei
soddisfatta. È questo il nucleo, l’idea di fondo, quella che anima molti dei gesti di Rosanna oggi.
Poi
mi invita a casa, a pranzo, e conosco Donato, un artista, pittore, il
suo compagno adesso. Al piano di sotto è pieno dei suoi quadri. Me li
mostra Rosi mentre Donato cucina oggi. Credo sia uno dei pochi casi al
mondo, ora che ci penso, di un artista che riesce a stare, mentre
qualcuno mostra i suoi lavori, in un altro posto.
I fusilli fatti a mano, la pasta tipica di queste parti, una bella tavola, e un altro milione di idee che quasi non riusciamo a mangiare perché con la bocca piena non si dovrebbe parlare.
Nell’insalata i pomodori sono di due colori: quelli rossi piccoli, comuni, sono pochi, la maggioranza sono quasi arancioni: sono i vernili questi Francè, mi dice Donato. E io gli chiedo che vuol dire. Sono
pomodori che si mangiano d’inverno qui dalle nostra parti. Si
raccolgono insieme agli altri alla fine dell’estate ma non diventano mai
rossi. Li mettiamo appesi a grappoli e poi d’inverno sono come freschi.
Pure questo origano dentro l’insalata ha un sapore speciale.
Poi
usciamo di nuovo ché mi vogliono far vedere un altro posto a cui
tengono, è il loro progetto attuale. Avete presente quando al centro dei
paesi antichi vedete, nella piazza principale, a fianco alla chiesa, il
palazzo nobiliare? Ecco, a Felitto quel palazzo è stato per anni
abbandonato, in cerca di un compratore. Cercavano qualcuno, mi dice Rosi, che
lo volesse acquistare. Ma io ho pensato che non sarebbe stato bello se
lo avesse comprato qualche forestiero. Che quel palazzo doveva rimanere
di qualcuno del paese e così volevano anche i proprietari. Lo dissi pure
al sindaco. Allora ad un certo punto, ho pensato di comprarlo io.
Ha
una energia solare Rosanna. Si muove veloce, ha la sua idea nella testa
però quando parli ti ascolta. Poi pensa un secondo. Poi ricollega il
pensiero suo alla frase che gli hai detto e continua dritto.
Nel bar del paese
Ma
non perdiamo tempo che abbiamo fretta. Rosi ha appuntamento alla casa
al centro con un amico che viene a tagliare una pianta che crescendo sta
rompendo il tetto. E, ma il caffè dopo tutto sto pranzo ci serve e
allora io e Donato andiamo al bar a prenderlo per tutti.
Ci
sono cinque o sei persone dentro o subito fuori, e Donato fa almeno
dieci saluti. Tutti per nome, tutti non distratti. Con ognuno si ferma a
parlare.
Dietro al bancone c’è una ragazza giovane: ha addosso la giacca di piumino perché oggi fa freddo, pure qui dentro. Ci pigliamo il caffè. Poi quando usciamo c’è un signore anziano, piccolo, con una faccia simpatica sotto il cappello rosso. Donato gli chiede delle capre.
Qualche giorno fa lo aveva incontrato tutto preoccupato perché non riusciva più a trovare quattro delle sue capre. Sì,
le ho trovate. Due erano morte, se le sono mangiate i lupi. Due ancora
non riuscivo a trovarle, poi le ho viste giù a un dirupo (la parola
che lui dice è diversa, anzi tutte le parole di questa frase erano in
dialetto, facevano una bella musica che purtroppo io non so suonare) e mi so’ calato con la corda che tenevo per andarle a prendere. Questo signore ha più di ottant’anni. I cilentani sono longevi e le capre non fanno perdere l’allenamento muscolare.
La casa delle cento stanze
Arriviamo alla casa nobiliare. L’ingresso è già molto bello. Un arco in tre pezzi, due pietre arcuate e al centro la pietra angolare. Sopra c’è lo stemma, più bello che se fosse nuovo: il tempo ha una mano da artista, spesso quello che accarezza a lungo diventa più bello.
A fianco alla casa c’è la chiesa principale. Ha un cortile con archi ornati con motivi che hanno qualcosa di orientale.
Entriamo e c’è un mondo antico in frantumi. Nelle foto trovate qualcosa di quello che c’è dentro. I parati nascondono muri dove il disegno era dipinto a mano. Le travi di legno dei solai. Un pavimento ha un enorme buco al centro. In altre stanze ci sono fogli, forse documenti. In una stanza c’è il resto dei medicinali di questa che era la casa del farmacista del paese. Questo lo chiamavano il Palazzo delle cento stanze, Francè.
Poi un cortile, e vani enormi, bui, al piano delle cantine. Poi, oltre il cortile, uno spazio separato con due forni. Ma non è tanto importante la casa, ma l’idea che Rosi mi aveva detto all’inizio, fare qualcosa per far rinascere questo borgo: se solo riusciamo ad evitare ad un giovane di dover per forza cercare intorno. E questa casa potrebbe essere il luogo dove di queste iniziative se ne potrebbero ospitare tante.
Rosi è membro del consiglio di Slow Food,
anche del Touring Club Italiano. È stata a Torino a Terra Madre lo
scorso settembre, la mostra sul cibo e le buone pratiche che si tiene
ogni due anni: abbiamo fatto un corso per trenta persone su come si
fanno i fusilli felittesi. C’erano cinesi, giapponesi, thailandesi,
americani. E ognuno aveva la spianatoia ed il ferro per fare la pasta
con le sue mani. E si impegnavano molto.
Rosi
con la sua associazione dal 2012 ogni anno assegna il premio “Pasquale
Oristanio” a belle realtà locali. Da quando è tornata definitivamente in
Italia poi ha organizzato eventi che coinvolgono il territorio: come le
passeggiate botaniche con un’altra cilentana d’eccezione (Dionisia De
Santis), presentazioni di libri in collaborazione col Touring, attività
con il Mercato della Terra del Cilento e tante altre.
Oggi 22 dicembre riapre finalmente il Palazzo delle cento stanze con una mostra nell’atrio dei quadri di Donato: fino al 6 gennaio potete vedere anche i quadri in cui ha ripreso i disegni che ha trovato in una grotta di un eremita del 1200 lungo il fiume Calore.
Rosi
ha l’energia di un vulcano calmo, secondo me può averla solo chi ha
radici forti in un terreno sano. Poi credo che abbia la visione che le
cose lavorando sodo, senza troppe parole, si possono cambiare in meglio,
di chi per molto tempo è stato fuori.
Tornando
verso casa sono ripassato sul ponte medievale, però dopo che Rosi e
Donato mi avevano detto che il vero ponte antico non è quello in alto,
dove si passa, ma che fermandosi e scendendo dall’auto lo si vede in
basso non molto lontano, ho seguito il loro consiglio e l’ho
fotografato.
Muoversi in fretta, in macchina, senza chiedere alle persone del posto, mi hanno confermato che non è viaggiare.
Testo e foto Francesco Paolo Busco (tutti i diritti riservati)
Serge Latouche era mercoledì scorso all’Università di Napoli Federico II. L’Università compie, il prossimo 5 giugno, 723 anni ed il convegno è su pensieri nuovi, segno che non è morta, né si è ingessata troppo.
Alle 8.45 siamo all’Università,
siamo venuti a piedi. Ci sembrava brutto, totalmente stonato, venire ad
ascoltare parole su un nuovo modo, sulla “Decrescita felice”,
così la chiamano, bruciando petrolio. In effetti lungo il cammino era
passato un pullman, lo avevamo preso, poi dopo pochi metri ci eravamo
resi conto che era molto lento per il traffico intenso, dentro ci faceva
pure caldo, fuori si camminava bene, si stava al fresco, e siamo
riscesi. Fermate… l’autobus voglio scendere, vado meglio a piedi.
Arrivati a Monte S. Angelo chiediamo ai custodi dove sia l’Aula G5, quella del convegno.
Entriamo
e ci sono già alcuni studenti. Sembra il pubblico di una qualunque
lezione. Poi spunta piano piano qualche viso più avanti negli anni.
Mentre gli addetti discutono sul proiettore: non si cambiano i filtri
della sua ventilazione (metti che hanno 723 anni?) e quindi tende a
surriscaldarsi, va in protezione e si spegne. “Spegniamolo adesso, poi lo accendiamo quando serve, così magari facciamo in tempo”.
L’aula piano piano si riempie, ma non completamente (“Aula G5 188 posti” dice il cartello fuori, allora adesso ci saranno circa cento persone).
Poco prima delle 9.10 entra un signore col bastone, la barba e il cappello. Si chiama Serge Latouche, è un professore francese, un economista. E’ tra i fondatori di una nuova teoria ormai dall’inizio degli anni 2000. E’ nuova forse solo perché se ne sente poco parlare e sono ancora in pochi i coraggiosi che provano ad applicarla.
La professoressa che introduce esordisce: “oggi
ci siamo subito adattati all’argomento della conferenza e l’aria
condizionata non funziona, è perfetto per oggi che si parla di non
inquinare” (pur’ ‘o condizionatore è del 1224?).
Poi il professore inizia:
“All’inizio
della mia carriera ero un economista puro e duro, sono andato come un
“missionario” a predicare l’economia in Africa negli anni ’60; poi sono
diventato un “pagano”, ho smesso di credere nel progresso,
nell’economia, nella crescita e sono diventato un profeta della
Decrescita”.
Ma insomma cosa dice questa sua
teoria, e di molti altri pensatori che lo hanno preceduto e seguito?
Dice: signori la favola dell’economia che il prodotto interno lordo deve
e può sempre crescere purtroppo non è vera, è come credere a Babbo
Natale. Come potrebbe crescere all’infinito un’economia su un pianeta
che invece è finito, limitato? Per crescere all’infinito occorrerebbero
risorse infinite: energia, lavoro, materie prime; occorrerebbe anche una
domanda infinita di beni, e per completare il quadro pure un posto
infinito dove buttare i rifiuti di questo gigante che non vuole
diventare mai adulto.
Bene: ogni sera al
telegiornale ci raccontano quanto è aumentato il prodotto interno lordo.
Il cronista è quasi sempre preoccupato perché la cifra è bassa, e
scopriamo stamattina invece che dovrebbe essere contento. Il suo
problema è che non vuole smettere di credere a Babbo Natale.
Però il professore ce lo spiega perché il cronista è triste: “siamo una società della crescita dove però non c’è crescita; ridotta all’austerità”, ecco tutto, ecco perché ci conviene cambiare.
La gente nell’aula continua ad arrivare. Ma si, meglio… in ritardo che mai.
Arrivano
anche due signore e si siedono qui a fianco. Una inizia subito con un
foglio di carta a soffiarsi, venendo da fuori fa caldo.
“La crescita è uscita dai pozzi di petrolio e finirà con loro”, nel frattempo cita il professore. “Anzi forse è già finita probabilmente negli anni ’70, ma poi grazie alla magia, qualcuno che si chiama Alan Greenspan (ex presidente della Federal Reserve, la banca centrale americana) ha fatto sopravvivere il mito della crescita, con il consenso di tutti, e si è inventato il modo di tenerla in vita per trent’anni: con la speculazione finanziaria ed immobiliare”, una specie di flebo su un malato terminale.
Oggi
non c’è più neanche quella, siamo ad una crescita che è di circa lo
0,4-0,5 per cento. Peccato che il margine di errore delle statistiche
sia dello stesso ordine: è come dire che si, state tranquilli,
l’organismo sta crescendo di 4-5 centimetri all’anno, bene, bene, solo
che la crescita la misuriamo con un metro che può sbagliare di circa 4-5
centimetri all’anno. Non si può misurare Babbo Natale.
“Lo slogan in questi anni” dice il professore era: “vincente, vincente, vincente”,
quello del modello in atto. Cioè secondo alcuni vincevano gli operai,
lo Stato e anche gli industriali. Sfortunatamente ci eravamo scordati
che ci sono un quarto e un quinto soggetto, si chiamano Terzo mondo e
Natura e loro stavano e stanno perdendo.
Sembra
che nella storia ci siano state finora cinque scomparse delle specie, la
prima fu quella nella quale scomparvero i brontosauri; oggi siamo alla
sesta dice il professore: “la differenza rispetto alle altre è che ha
alta velocità, che è causata dall’uomo e che l’uomo stesso potrebbe
essere a sparire”.
Sono le 9.42 e l’aula è finalmente piena. La signora a fianco si sta ancora soffiando, non era il caldo di fuori, è che sta proprio agitata: un poco guarda i social sul suo cellulare, un poco chiacchiera con l’amica. Ma non è colpa sua: ci ricorda questa società, presa sempre da mille pensieri, un poco ascolta ma poi si distrae, in un mondo che si sta riscaldando.
Ma da dove viene la parola Decrescita?: “è una parola che non ho mai usato fino al 2002, anche se avevo già scritto un sacco di libri su questi argomenti. Poi è venuto questo nuovo termine come uno slogan per contrastare un altro slogan, fantastico e mistificatore, che è quello di “sviluppo sostenibile” che aveva inventato negli anni ’80 una gang di tre criminali in colletto bianco”, cito testuale, “il principale è Stefan Schmidheiny (ndr: erede proprietario delle aziende Eternit, condannato nel 2012 a 18 anni per disastro ambientale dovuto all’amianto nelle sue aziende italiane, tra le quali quella di Bagnoli, dalla Corte d’Appello di Torino, poi prosciolto nel 2014 dalla Corte di Cassazione per intervenuta prescrizione del reato), Maurice Strong (ndr: petroliere canadese) ed Henry Kissinger”.
A Stoccolma nel ’72, alla prima conferenza delle Nazioni Unite sull’ambiente, era stato creato il neologismo “ecosviluppo”,
ma non gli piaceva, non tirava abbastanza: quelle tre lettere iniziali
spaventavano troppo la lobby degli industriali americani, soprattutto da
quando avevano visto che invece piaceva ai Paesi del sud del mondo
perché richiamava l’idea di un nuovo ordine mondiale.
Un’altra
cosa “bella” ci racconta questo signore, è quella che diceva la signora
Tatcher, la lady di ferro del governo britannico, che citava sempre una
certa TINA: “There Is No Alternative”, che tradotto è: “nun ce sta
n’ata via”. Cioè, spiegateci, non c’è alternativa a credere all’omone
con la barba bianca ed il vestito rosso?
Da
società con un’economia di mercato siamo diventati una società di
mercato (in pratica dice il professore si rischia che tra poco ve putit’
accattà e venner’ qualunque cosa, pure ‘e figli, ‘a mamma, ‘a suocera).
E invece, allora, cosa dovremmo fare? Se vogliamo credere che non esiste Babbo Natale?
“L’abbondanza frugale, il circolo virtuoso delle 8 R: rivalutare, riconcettualizzare, ristrutturare…”
hanno sviluppato in questi ultimi anni: ripensare il mondo, la vita,
recuperare i valori che ci rendono umani, la condivisione, mettere al
centro i valori importanti, non i beni materiali. Recuperare, riparare
le cose, non buttarle e pace. Ridurre l’orario di lavoro: la società
della decrescita non è fondata, come dice la costituzione italiana, sul
lavoro.
Il professore:“un lavoro di merda porta ad una vita di merda”
e scatta l’ovazione. E ci sono due forze che ci spingono oggi nella
direzione giusta: il desiderio di un mondo migliore (solo che non
abbiamo tanta forza per uscire dalla tossicodipendenza, quella
che ci fa fare le file alle quattro di mattina davanti al negozio per
essere sicuri di avere l’ultimo smartphone) e quello che lui chiama “il calcio in culo”: la minaccia della sesta scomparsa delle specie.
Poi
finisce il suo intervento e c’è qualche domanda che gli consente di
specificare che lo Stato sta diventando uno strumento di oppressione: dà
sempre più spazio alla privatizzazione mentre dovrebbe mantenere ampi
spazi di bene comune. Aria, acqua, anche il denaro, vanno trattati da
bene comune. Che la società va descolarizzata come dice Ivan Illich,
perché la tecnoscienza ha assunto un ruolo che va oltre la ragione.
Riesce a citare pure Gandhi, che sembra avesse detto: “c’è
voluto un pianeta intero per lo sviluppo industriale dell’Inghilterra,
adesso dove troveremo i dieci pianeti che servono per lo sviluppo
dell’India?”. Quel vecchietto coi sandali e senza denti vedeva chiarissimo e lo diceva pure.
Poi il professore dice la cosa più saggia: ”adesso ho raggiunto i miei limiti, sono un poco stanco”. Il concetto di limite, quello centrale in questa nuova teoria, quello che avevamo citato all’inizio di queste righe. Dopo che ci hanno spinto a competere sempre, ad andare oltre ogni possibile confine, il professore dice: per oggi ho raggiunto il mio limite, se volete possiamo parlarne in un altro momento.
E’ un bellissimo esempio, perché la società della decrescita si fa passo per passo, e soprattutto come dice lui “decolonizzando l’immaginario”. E i giornali in questo hanno una grande importanza: bisogna costruire una bella controinformazione.
Vi abbiamo dato degli spunti ma l’argomento è vasto, se volete approfondire il professore ha scritto mille libri e ne continua a scrivere. Noi vi consigliamo di leggerlo, parla di tutti noi dentro un futuro bello e soprattutto vero.
Un buon libro per approfondire: “Breve trattato sulla Decrescita serena”, S. Latouche
“Quando ho iniziato la mia carriera di fotografa il gesto che più ricordo era che mi spingevano. Polizia e Carabinieri quando a Palermo arrivavo sul luogo in cui era avvenuto qualche fatto di cronaca nera; forse perché donna e giovane, evidentemente non ero credibile, avranno pensato: ma questa che viene a fare qua, a giocare? E mi spingevano via”.
Poi evidentemente hanno smesso di spingerla, perché le sue sono tra le foto più “forti” e significative della Palermo degli anni ’70-’80.
È l’incontro con Letizia Battaglia, cui ha preso parte anche l’Assessore alla Cultura e al Turismo del Comune di Napoli, Nino Daniele, che si è svolto ieri presso il Palazzo delle Arti di Napoli – PAN.
Letizia Battaglia è a Napoli nell’ambito della seconda edizione di “Imbavagliati”, Festival di giornalismo civile (PAN, dal 18 al 24 settembre), che ospita una sua personale fotografica curata dal fotoreporter Stefano Renna con la collaborazione di Giulia Mariani.
“Ho cominciato a fotografare perché quando mi presentavo nelle sedi dei giornali, avevo iniziato a scrivere articoli e li andavo a proporre, mi chiedevano: E le foto le hai?. Così ho cominciato con una macchinetta che mi ero procurata. La Leica “che non avrei altrimenti potuto permettermi, l’ho ricevuta in premio in Germania quando mi hanno attribuito l’ “Erich Salomon Preis” (nel 2007, premio vinto prima di lei, tra gli altri, da Sebastiao Salgado, Donald McCullin, Renè Burri ndr). Una Leica digitale; è così che ho iniziato a fotografare in digitale”.
Quella che si vede qui è una donna semplice, schietta. Porta al collo anche incontrando Napoli una reflex digitale piccola con un obiettivo molto compatto: “Per me vivere è fotografare sono la stessa cosa, io vivo come fotografo e fotografo come vivo, in maniera magari un po’ disordinata”.
Ad un certo punto dal fondo della sala gremita si vede affacciarsi una figura dai capelli e barba bianchi, occhiali. Resta lì qualche minuto perché non c’è più posto. Poi dal tavolo dei relatori lo riconoscono, è Mimmo Jodice, e lo invitano a sedersi in prima fila: un altro pezzo fondamentale di fotografia “civile” del sud Italia è in sala.
Un incontro tra visioni acute.
“Occorre spogliarsi di ogni supponenza, occorre essere semplici per fotografare” racconta ancora la Battaglia, che agli aspiranti fotografi presenti in sala rivolge un avvertimento: “Sappiate che di fotografia di reportage non si diventa ricchi; poi in Italia occorrerebbe una modifica delle leggi: rendere più semplice fotografare, per esempio poter fotografare i bambini, oggi se lo fai ti chiedono un risarcimento economico pesante”.
Letizia Battaglia è nata a Palermo il 5 marzo 1935, ha vissuto anche a Milano, Parigi, Berlino, ma è tornata a Palermo. “Quando stavo a Palermo volevo partire, poi quando stavo fuori mi mancava Palermo”.
Va ancora in giro a fotografare la sua città meravigliandosi dei contrasti enormi: “Una volta passeggiavo verso piazza Marina e sentivo uscire dalla villa Garibaldi un bellissimo odore di piante, di non so che fiori, poi dall’altro lato mi arrivava contemporaneamente la puzza dei cumuli di immondizia. Ecco, Palermo forse è questi contrasti forti”.
Ha deciso di tornare e di restare a Palermo ma ogni tanto ha bisogno di partire: “Per prendermi quelle carezze che la mia città non mi dà. non so perché ma Palermo per me è così”.
Poi conclude: ”Non so se avete notato ma stasera una parola non l’ho mai pronunciata: mafia”.
Le sue foto sono lì, alle pareti del PAN. Foto in bianco e nero, di palermitani, da vedere: lasciano poco scampo.
Testo e foto Francesco Paolo Busco (tutti i diritti riservati)
Napoli dal mare? E allora andiamo a vedere, stamattina, in un piccolo gommone, la costa da Pozzuoli fino alla capitale.
Ci
porta un amico che è nato a Posillipo, il padre faceva il pescatore,
aveva una barca di dodici metri e un chiosco a Mergellina: una vita
inzuppata nell’acqua salata.
Da ragazzo gli dava una mano, nel pomeriggio, a calare la rete, di notte poi il padre andava col socio pescatore a tirarla su: sua madre invece a lui a fare quello a quell’ora non lo ha mai autorizzato. Adesso lavora nelle telecomunicazioni, dentro lo stabilimento panoramico per operai creato da quel genio di umanità che era Adriano Olivetti.
Stamattina abbiamo appuntamento alle dieci, vicino all’arco della porta di Pozzuoli sotto il ponte che va al Rione Terra. Parto presto come tutte le volte che mi sta a cuore e che qualcun altro è coinvolto. Pure la Cumana ha dato una mano, l’ho dovuta rincorrere dentro la stazione che stava addirittura per partire. Dentro c’è un sacco di gente direzione sole. Si vede dalle scarpe, dai vestiti corti con un sacco di spacchi e dalle borse delle donne un poco troppo gonfie per passeggiare. Scendo a Gerolomini e vedo le terme di Pozzuoli dall’ingresso laterale.
Passeggio con calma verso la porta antica. Mi faccio un giro a visitare la chiesa di Gesù e Maria; fuori c’è un signore anziano. Mentre gironzolo mi comincia a parlare e mi spiega un sacco di cose. Quando stiamo per uscire faccio per dargli qualche moneta ma lui resta sorpreso, non gli devo nulla: uno che fa le cose per gli altri solo perché gli piace.
Ma iniziamo la navigazione.
Il gommone sta dentro un piccolissimo porto, vicino al rudere mai finito di cemento che sorge dove alla fine del ‘600 era sorto un convento dei frati Cappuccini, poi uno dei ristoranti più famosi di Pozzuoli: “Vicienzo a mare”. Col bradisismo fu abbandonato e ne fu autorizzata dal Comune la ricostruzione come centro polifunzionale, ma il Demanio Marittimo lo dichiarò illegale. Oggi sta lì in posizione privilegiata ad impreziosire il paesaggio.
Il motore è perfetto, parte al secondo colpo.
Uscendo da questo piccolo anfratto già si vede la gente sugli scogli. Identica ai gabbiani, sta lì a prendersi il sole e l’aria, non tanto per fare il bagno, almeno per ora.
Prua verso est, direzione Napoli. La costa per adesso è quasi tutta di accumuli artificiali: pietre grosse che si ammassano vicine facendo finta di essere uno scoglio. Sopra ogni tanto c’è un puntino umano, anzi due o tre puntini messi uno a fianco all’altro. Dalla strada non si vedono, io non li ho mai visti, eppure ci sono, lungo tutto questo litorale, puntati verso il cielo, tra la terra e l’acqua per raccogliere un poco di energia solare.
Poi c’è il pontile lungo un chilometro, quello di Bagnoli. Ci passiamo sotto. A vederlo da vicino sembra di avvicinarsi sotto la murata di una nave dei pirati, un uncino pende appeso a una catena, come la mano del capitano cattivo. Un altro pontile subito dopo. Alla punta c’è un uomo. Allargando lo sguardo la linea prospettica è una: parte dall’interno, ci sta la fabbrica con le ciminiere, una, due, tutte su una linea, spuntano dal verde e da muri screpolati, scavalca barriere diventando linea di binari sopra una fila obliqua di mille pilastri verticali e arriva fino a qua, fino a questo ragazzo, in piedi, sull’ultimo pezzo di balcone che regge in mano un’altra linea sottile da cui parte un filo trasparente che finisce in acqua. Tutto ‘sto casino, tutte ‘ste costruzioni complicate grigie costose inquinanti, per poi ritornare umili sottili trasparenti a mare.
Poco
dopo c’è un terzo pontile, più basso, qui non si può passare sotto a
meno che stamattina non c’avete un sommergibile. Ai lati si vedono
ancora appesi i parabordi per far attraccare le navi, stanno messi in
croce, sembrano enormi morbidi ideogrammi giapponesi. E anche qua c’è un
puntino, con la maglietta rossa, con la canna antenna per captare
qualcosa da sotto la superficie.
Poi
spuntano sull’acqua i giovani dell’ILVA. Vogano su tre barche da
canottaggio, si allenano. La fabbrica l’hanno chiusa e smantellata negli
anni ’90 eccetto poche cose di archeologia industriale, il circolo
invece è ancora vivo, e continua a remare. La prima barca a vela, oggi
ne vedremo poche.
Ed ecco Nisida. Un pezzo deve essersi staccato un giorno, uno spicchio sottile e altissimo, lo chiamano lo Scoglio di Ponente ma potevano chiamarlo Faraglione.
Nisida è un vulcano con al centro l’acqua, un vulcano di mare. Dentro c’è la barca della Polizia Penitenziaria, oggi è il 2 giugno, non si entra neppure con le canoe, due li vediamo uscire quando passiamo.
Allora
andiamo verso terra, per passare sotto il ponte che collega quest’isola
a Bagnoli. Avvicinandoci ci vengono incontro quelli che in barca
cominciano ad uscire. I pontili galleggianti che allestiscono qui
d’estate sono già pieni, ed a quest’ora i motoscafisti girano la chiave,
rotta su Procida, tutti sincronizzati. Se avete visto la tangenziale
alle otto della mattina allora è come se ci foste stati.
Il
mare per noi col gommoncino sembra quasi agitato, ogni tanto dobbiamo
stare attenti a prendere bene le onde: oggi non c’è vento, le fanno i
motoscafi.
A metà ponte si trova un arco basso. Per farlo non hanno usato blocchi sagomati a cuneo ma mattoni sottilissimi, magri e tantissimi in modo che nessuno di loro si accorgesse che stava curvando. Ci passiamo comodi e siamo oltre Nisida, prima di Trentaremi.
Un pescatore sta fermo nella barca più piccola del mondo. Sembra una di quelle che usano nei ristoranti come ornamento, per fare scena con dentro le reti e i gusci di conchiglie. Lui l’ha prelevata e l’ha messa in acqua, pure il motore è piccolo e sembra occupare metà dell’imbarcazione.
In alto si vedono i pini del parco Virgiliano, sotto una spiaggia con sopra le persone. Una galleria dal mare verso l’interno, scavata dentro la montagna gialla e col rivestimento in cemento, con l’impianto elettrico e una balaustra di ferro a chiudere. Chi sa al Virgiliano cosa ci sta sotto.
Siamo a
Trentaremi, quasi alla Gaiola. Compare un gruppo folto di canoe. Sono
pure in tanti ma non danno fastidio. Sono piccoli e si guadagnano
onestamente, a braccia, ogni metro di panorama.
Navigano
davanti a tante aperture nella roccia di tufo, alte, squadrate.
Appartenevano alle strutture della villa Pausilypon. Quella costruita da
un ricco romano e che era così bella che dopo la sua morte passò
addirittura all’Imperatore.
Alla Gaiola un arco congiunge i due isolotti. È così sottile che sembra disegnato. Sotto ci entra esattamente la chiesa di Santa Maria del Faro.
Dopo un po’ dall’acqua sorge una casa vecchia, sembra una costruzione abusiva. No, un momento però, ha i muri romani. Altro che casa abusiva, è ancora un pezzo della villa dell’Imperatore. Lo chiamano Palazzo degli Spiriti.
In basso c’è
una finestra murata. Dentro c’è un buco e mentre passiamo vediamo
entrare dei ragazzi. Su questo palazzo ci sono varie leggende: alcune la
legano alle arti stregonesche di Virgilio mago, altre a una zecca
clandestina di falsari turchi che per tenere lontani i curiosi
appendevano teli bianchi alle aperture come lenzuola di fantasmi.
Sullo Scoglione c’è la gente sulle sedie sdraio. E c’è pure una barca gialla, attraccata allo scoglio, che fa da ristorazione: “Chiosca Carolina” (il nome è una licenza poetica, tutto al femminile).
I lettini di alcuni stabilimenti famosi, sulla costa di tufo, sono così in pendenza che per dormirci bisogna aggrapparsi. Parecchi sono vuoti: qualcuno si sarà addormentato sul serio.
Ecco villa Rosebery,
una delle tre residenze del Presidente della Repubblica Italiana. Ha
l’attracco riservato dietro la scogliera e un uomo sta di guardia lungo
il muro grigio. Sembra di risentire la storia antica dopo pochi metri:
come quella di Pausilypon, anche questa villa, costruita da qualcun
altro, finisce in mano al comandante in capo. Evidentemente lungo questa
costa c’è così tanta bellezza che chiunque può ci viene ad abitare.
Passando oltre incrociamo una barca di quelle che si affittano a Santa Lucia, la riconosciamo dai colori e dal numero 1, si chiama “Miez’ juorno”. A bordo ci sono solo due persone, sembrano marito e moglie forestieri avventurosi in barchetta a percorrere tutto il golfo.
Per passare davanti a questa scogliera in sicurezza, dice la nostra guida, poiché se si sta all’interno dello scoglio di Pietra Salata il fondo è basso , bisogna rispettare una regola segreta: navigare tenendo allineati nella visuale quella cupola enorme laggiù e il grattacielo che spunta dietro: il Jolly Hotel e S. Francesco di Paola.
Si vedono ancora persone su ogni scogliera, piccola o lunga, sotto ogni palazzo. Sono frequentissimi e pochi, solo due o tre per volta, quelli che sotto casa hanno la discesa a mare personale: padre e mamma col neonato in braccio appena fuori da un cancello altissimo, una coppia di signore prende il sole alla fine di un pontile chiuso, un signore bello rotondo sta indeciso sopra una scaletta che finisce in acqua.
Siamo
a Riva Fiorita. Qui girano la famosa soap opera napoletana, e
stamattina abbiamo un perfetto posto all’aria ma da pochi minuti si è
velato il sole.
Un cantiere navale sta dentro una grotta con la stessa forma dell’antro della Sibilla cumana. Ha due ingressi, lontani, collegati da un vano lungo, tutto dentro la collina. Fuori ad ognuno c’è lo scivolo per far salire e scendere le barche.
Poi arriviamo nel posto di oggi, quello che aveva dato l’idea a tutta questa escursione. Volevamo vedere la fontanella, anzi la sorgente che con un tubo porta l’acqua minerale a chi naviga, direttamente sulle barche, senza che scendete. Dentro il porto privato di villa Lauro ci sono già quattro o cinque barche, ed ecco la sorgente. Prendo l’acqua dentro la borraccia e sento che diventa fredda man mano che si riempie. È fresca, ha il sapore leggermente frizzante, pochissimo, solo un accenno, sembra la nonna della Ferrarelle, che ha perso lo smalto giovanile ma è molto più sottile.
Ci allontaniamo tre metri dalla banchina e buttiamo l’ancora dentro l’acqua bassa. Arriva una gozzo di legno che porta due turiste a bordo. Uno dei marinai scende a prendere l’acqua anche lui. Se non lo sai questa fontanina neppure la vedi: è solo un tubo, nuovo di acciaio inox. La lastra di marmo c’è ma la scritta è volata. I gabbiani la conoscono, uno atterra per bere. Ogni volta fa una sorsata col becco e poi alza il collo per farla scendere.
E finalmente, fermi all’ancora, dentro questo porto piccolissimo e tranquillo, addentiamo il panino con le polpette al sugo. Il signore del chiosco Carolina quando l’abbiamo comprato non ci poteva pensare che non ci volevamo pure il contorno: “Peperoni, funghi, neppure melanzane?”
Dentro
villa Lauro il signore della barca a fianco, mentre i figli e la moglie
stanno a prendersi il sole, sta immerso in acqua fino all’addome e
raccoglie la cima dell’ancora con infinita calma, saggio, si vede
proprio che lui qui c’è venuto solo per fare questo.
Un
pontile corto, squadrato, familiare e dietro una scalinata nota, S.
Pietro ai due frati, quella che abbiamo fatto a piedi poche settimane fa
scendendo da via Manzoni lungo Salita Villanova oggi la guardiamo
dall’altro lato.
Un altro cantiere navale, sembra in funzione, o forse sono solo barche che stanno a deposito invernale, sta scavato nel tufo. Dovrebbe essere il “Cantiere Navale Marina di Posillipo” di cui avevamo visto l’insegna lungo la strada omonima, scendendo a piedi dopo Villanova e sembrava del tutto chiuso, morto, finito.
Il nostro amico a un certo punto fa segno verso la costa verso un palazzo giallo, poco più in alto del livello del mare, sulla linea obliqua di via Posillipo. “Li abitavo io. Scendevo da casa passando dentro il palazzo di un mio amico e arrivavo sulla spiaggia; scendere per il palazzo delle monache era pericoloso, se ti acchiappavano ti facevano nuovo.
Da lì a nuoto fino a villa Lauro, giocavamo a “scannapopolo” per tutta una giornata, un misto di calcio e pallanuoto: a calcio quando eri sulla spiaggia, poi pallanuoto nell’acqua in mezzo, e di nuovo calcio quando eri sull’altra sabbia da quell’altro lato. Chi era stanco cedeva il posto a un compagno. “Scannapopolo” perché c’era una sola regola: era che qualunque cosa si poteva fare”.
Poi un po’ più avanti, davanti a villa Martinelli: “Qua, lo vedi? mettevano le porte galleggianti. Potevi giocare a pallanuoto con chi c’era. Una volta stavo tirando a porta, aspettavo il momento che il portiere scendesse dopo ch’era salito per parare il colpo. Io aspettavo e lui non scendeva mai, aspettavo ancora, ma lui era più forte”. Era Mario Scotti Galletta, il portiere della Nazionale.
Palazzo
Donn’Anna, il palazzo che da terra non siamo mai riusciti ad entrare.
Dal balcone all’angolo Raffaele La Capria, lo scrittore, diceva che si
tuffava direttamente in acqua, era il balcone di casa. La nostra guida
di oggi dentro il palazzo ci teneva la barca. “Sul lato destro
guardando verso terra c’è quell’apertura. Lì si entrava o si entra e
dentro c’era uno spazio enorme, la sabbia e decine di barche”.
Poi: “Lo vedi quel palazzo rosso? Mio fratello aveva la fidanzata che abitava lì, la veniva a prendere con la barca da quella scaletta”. Uah bellissimo, Venezia col Vesuvio, ci viene da pensare.
Sono storie che mischiano acqua e terra, poveri e ricchi, lungo una linea poco definita, mista, un bagnasciuga di coabitazione.
Più avanti c’è il Circolo Posillipo, stamattina ci sono i soci anche loro a prendere il sole sopra la scogliera e i figli alla nostra destra, poco lontano, che si allenano con l’istruttore ad andare a vela su barche piccole e veloci girando attorno alle boe.
Altri pochi metri e c’è largo Sermoneta, e il porto piccolissimo. Posillipo è disseminata di questi piccoli ridossi. Dentro ci sono le famiglie sulla spiaggia con gli ombrelloni e i ragazzi che saltano tuffi. Saluto la nostra guida di oggi, lancio le scarpe a terra e metto il piede sulla banchina di pietra.
I ragazzi giocano a prendersi in giro e una ragazzina risponde a un altro, sveglia, tranquilla, aguzza: “Sono dei Quartieri”.
La sensazione, tornando a casa, è di avere navigato lungo una linea porosa, lungo una spugna di tufo, metà acqua metà solida; come la salsedine, che non è liquida ma neppure sale.
Testo e foto Francesco Paolo Busco (tutti i diritti riservati)
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