Sabato 19 gennaio 2019, giorno 10
Oggi si parte. Voglio conservare il ricordo di questo luogo in cui ho vissuto pochi giorni ma molto forte. Allora fotografo tutta la casa, senza mettere in ordine. Anche le bottiglie sopra i mobili della cucina come si sono disposte, l’una vicino all’altra. La bottiglia di Aglianicone che ho comprato ieri è in ottima posizione.



Quella di plastica dell’acqua, che mi ha riscaldato quasi tutte le notti. Anche stamattina è ancora calda. La sedia comodino con sopra i panni.

Poi la vista dal balcone, una foto che ho già fatto tante volte. Le scarpe le ho messe ad asciugare dal freddo, sul bordo basso basso del camino molto vicino al fuoco. Ormai lo so che anche qui in paese lo fanno. Pure i vestiti che tra poco indosso. Nel frattempo metto a cuocere il sugo da portare a casa di Rosi per il pranzo, la versione mia senza carne.
Di nuovo dalla signora Maria
Alle 11 vado a prendere i fusilli dalla signora Maria.
Controlla per l’ultima volta che siano bene asciutti. Poi li mette in una scatola di cartone. Rosso natalizio. Sopra c’è scritto Ricami, e non sbaglia di molto.

Al Bar Sport con Vincenzo e la storia di un’altra grotta

L’ultimissima storia mi aspetta al Bar Sport, proprio di fronte al Comune. C’è Vincenzo con Antonio Gnazzo. Mi fermo a chiacchierare con loro. Mi raccontano la storia di una grotta che non è quella di Bernardo. La chiamano La grotta dei Saraceni. Antonio mi mostra sul telefonino un ricordo. C’è lui giovane con altri dentro una foto in bianco e nero di un posto molto vecchio. È un’altra storia che dovremmo andare ad esplorare un altro giorno.
Pranzo saluto da Anna
Poi vado con la pentola col sugo a casa della sorella di Rosi, Anna, per l’ultimo pranzo. Ci stanno Donato, Michele, Marilena, Angela la nipote di Rosi e Angela Mazzaccaro. Pure Vito e Enzo, uno dei personaggi principali del film sui briganti.
Anna sta in cucina con Angela preparando.
Si beve vino. I fusilli vanno mangiati con un sugo ristretto, quello che ho fatto io è troppo lasco. C’è un’atmosfera allegra ma anche di fine di un piccolo sogno. Verso le quattro saluto tutti e salgo in macchina.
Domenica 20 gennaio 2019. Napoli
Ieri sera sono ritornato a Napoli; stavo scrivendo: a casa, ma poi ho pensato che pure Felitto adesso è un poco casa.
A Felitto, in Cilento, un paese dell’Italia interna, come è di moda chiamarli adesso, c’ero andato per cercare di capire, perché dentro la testa avevo un’idea che camminava in tondo e volevo farla uscire. L’idea che, come dicono gli Orientali, noi umani siamo composti di corpo, mente ed energia (o voce, per loro è sinonimo molto stretto) e che forse anche le città e i paesi sono costituiti degli stessi tre elementi. E allora che forse, se i paesi si stanno spopolando, se pare che non funzionino più troppo, uno o più di quei tre elementi stia soffrendo.
Allora ho preso la macchina e sono partito. La prossima volta ci vado col treno e l’autobus, questa volta non ne ho avuto il coraggio ma deve essere un giro ancora più dentro.
C’ero già andato qualche settimana prima, non per vedere il paese ma per incontrare una signora che, mi dicevano, aveva belle idee e molte iniziative. Era vero, ma vedendo il paese per qualche ragione mi aveva affascinato.
Ero stato parecchie volte, in passato, a cercare all’interno, dentro lo stivale, un paese che mi facesse innamorare. Ero stato pure in alcuni dei Borghi più belli d’Italia.
Ogni volta ero tornato con gli occhi troppo pieni per quanto era rimasto vuoto il cuore. M’era servita però quell’esperienza per riuscire a dire che i paesi non li fanno le pietre, che uno può tirare a lucido ogni singolo muro, chiesa e portone, ma se non tornano gli abitanti, se trovate soltanto il negozio di prodotti tipici (che brutta espressione) e poi non sapete dove andare a comprare le mutande, allora il più bello d’Italia è un nome vano.
Vedendo Felitto m’era parso di vedere qualcosa di nuovo. Un paese vecchio con i vecchi dentro, i bar aperti, ed i negozi, pochi, ma di tutti i tipi.
Allora sono ritornato. La sagra del fusillo (la loro pasta, quella che in questo modo fanno solo loro) si fa in agosto; natale a dicembre è passato, allora gennaio, mi sono detto, è il mese perfetto per andare a vedere come si vive in questo luogo in un giorno normale.
Arrivo in una mattina di sole. Poi ci si aggiunge il sorriso di Rosanna, se la vedete capirete che è solare pure. E ci andiamo a prendere il primo caffè dentro uno dei bar del paese. Lei è sempre veloce, direte che scherzo, che in paese si va piano, provate voi a rimanerle dietro. Mi porta subito al Comune. Conosce tutti, pure l’appuntato dei Carabinieri al primo piano… Beh ho ricominciato dall’inizio ma non ce n’è bisogno, potete leggerlo da voi in ordine partendo di nuovo.
Forse avrei dovuto restarci un anno intero, per vedere i lavori in campagna, la vendemmia, la raccolta delle olive. Non lo avevo pensato forse perché in città le stagioni sono molto simili tra loro, le cose che si fanno, il cinema, i negozi, i ristoranti, non cambiano molto da giorno a giorno. Invece qui le stagioni contano, la natura sta fuori alla porta, e coi ciocchi di legna del bosco per il camino, pure dentro.
Però a quella domanda che vi ho detto mi ha risposto Gianvito Capozzoli, senza che gliela facessi, l’ultimo giorno. Qui in paese ci sarebbe molto da fare: melograno, rose, fichi. Qualcuno sta iniziando ma in gran parte vogliono fare ancora l’ingegnere, l’avvocato o il medico. Emulano quelli che pare abbiano avuto più successo negli anni passati.
Allora avevo ragione, almeno un poco.
Avevo detto corpo, mente o energia, cioè tradotto: lavoro, idee o passione sono quello che manca ai paesi oggi per restarci se non siete vecchi. Beh Gianvito ha detto, e lo dimostra ogni giorno, che in fondo sono le idee e la passione, non il corpo. Lui le idee e la passione è riuscito a trovarle e infatti sta qua, con alcuni altri.
Forse il contadino non si poteva più fare come una volta e allora abbiamo dovuto allontanarci, dai paesi, dalla terra, fare altre cose, aspettare che le strutture cambiassero. Farci trascinare un po’ per il mondo, per poter vedere meglio e provare un po’ di nostalgia, per vedere cosa può essere prendersi cura della terra nel nostro tempo e sentire come fa male al cuore essere sradicati dal proprio posto.
Conclusione (lunedì 17 agosto 2026)
Mentre terminavo di scrivere questo piccolo diario mi sono chiesto qualche volta a chi potesse davvero essere rivolto. Lo dovevo agli abitanti di Felitto, glielo avevo promesso, basta questa risposta, questo è certo. Ma solo a loro?
Poi un pomeriggio ho capito.
In questi dieci giorni ho scattato un’istantanea al paese, ho fermato nella sua storia un punto. Per capire in quale direzione stiamo andando, per tracciare la retta sulla quale ci stiamo muovendo, di punti ne occorrono due; e più distanti sono tra di loro, più la direzione salta all’occhio. Io ne ho tracciato sulla carta uno, distante ormai sette anni. Il secondo tracciarlo sta a voi.
Per favore andate a Felitto, guardate, parlate con gli abitanti.
Chi sa la retta dove sta puntando. Se potete scrivetemelo. Sono tornato dopo quell’inverno molte volte a Felitto, però sono curioso di ascoltare cosa voi avete visto: avendo letto queste righe e poi aver navigato nell’Italia interna fino a lì, dopo tanto tempo, all’improvviso, un certo giorno.
(Nel frattempo zia Caterina è morta, anche zia Antonietta e zi’ Luciano. Almeno in queste pagine possiamo pensare che stiano ancora con noi, almeno per un poco. Le dedico, con un grazie enorme, soprattutto a loro ed a tutti gli abitanti di Felitto).



(Fine)
Il cerchio adesso è chiuso. Adesso so quanto è calda la mia casa di Napoli. So che il freddo è un ostacolo a scrivere, a studiare, a pensare. So che se devi fare il fuoco e accudirlo i pensieri se ne vanno altrove. Adesso so qual è il sapore vero dell’olio d’oliva. So anche che storia ci può essere piantata dentro la terra, dentro le radici di un vino antico. Poi so che i vestiti, se stanno vicino al camino, in paese hanno un odore normale, mentre una volta arrivati in città hanno un odore bellissimo di fumo.
Testo e foto ©Francesco Paolo Busco