Venerdì 18 gennaio 2019, giorno nove
Stamattina me la prendo comoda. Faccio tutto con calma. Si inizia a sentire che domani si parte, il viaggio sta per finire.
Però ho ancora un appuntamento importante. Con Gianvito Capozzoli, agronomo, viticoltore e vinificatore, studente alla facoltà di Filosofia, insegnante.






Esco con molto anticipo e faccio un altro giro attorno a casa, nel centro. Scatto qualche foto camminando nei vicoli che non ho ancora visto. Una signora sta rientrando a casa con un pentolone vuoto, ha distribuito il cibo ai gatti che vivono qui intorno. Le pietre sono umide in questa mattina di gennaio un po’ velata. Le piantine che nascono spontanee nelle fessure delle case non frequentate sono vita verde nella luce grigia di oggi.
Poi mi metto in macchina. La casa di Gianvito, col vigneto di fronte, sta al limite del paese, poco sopra le gole del fiume Calore.
Alle 11,30 sono lì. Eccomi, Buongiorno. La cantina è un buon posto per questa chiacchierata.
Da quanto tempo fai vino?
Io faccio vino, come vinificatore ufficiale, dall’annata 2005.
Ecco, non dal 2005, ma dall’annata. Anche stavolta, come col professor Donato, la percezione del tempo subito inizia a cambiare.
Raccontami un po’.
Gianvito Capozzoli, per fare contenti entrambi i nonni: Giovanni e Vito, classe 1970. Ho fatto l’istituto Agrario a Battipaglia. Mio padre ha fatto sempre coltivazione di vigneto, quindi ho visto sempre quest’ambiente dell’agricoltura. Dopo il diploma avevo una scelta da fare: o entravo nel mondo del lavoro o andavo all’Università. Mia sorella già studiava a Napoli. Io non è che ero un’arca di scienza da ragazzo, non mi piaceva studiare, mi piaceva stare sempre in mezzo ‘a strada a fa’ casino. Però piano piano alle scuole superiori mi sono appassionato. All’esame di Stato presi un discreto voto e dissi: vabbè proviamo l’Università, se faccio i primi esami continuo.

Quindi hai iniziato ad occuparti di questi argomenti già alle superiori.
Sì, a Battipaglia c’era il convitto nazionale. Non era privato. Poiché mio padre in quegli anni faceva il bidello prima a Livorno poi in altri posti sempre fuori Felitto, essendo io il terzo di quattro figli c’era l’opportunità di stare nel convitto. Nel fine settimana tornavo a Felitto. Era una buona scuola. Potevi giocare a pallone, calcetto, biliardino. Visto oggi era un piccolo campus prima del tempo. Poi c’era sia il reparto maschile che femminile quindi c’era la possibilità di scambiare una parola con una ragazza.
Poi l’Università.
Sì, Agraria a Portici. Non a Napoli perché Napoli è troppo caotica, troppi vizi, troppi rischi. Tenevo la capa un po’ così, mi sarei perso sicuramente. E me ne andai a Potenza: numero chiuso. Anche perché lì studiava un ragazzo della zona: mi portò lui. Potenza d’inverno era un po’ fredda, però mi piacque.
C’erano tre indirizzi: Forestale, Agraria e Tecnologie alimentari. Ma non era molto ambita come facoltà. A Felitto in quei tempi volevano fare tutti o Ingegneria o Scienze politiche. Di qui c’era un solo ragazzo ma si ritirò. Io mi sono laureato in Agraria nel 1996. Qui c’è parecchia emulazione e all’epoca qualcuno aveva avuto successo in quei campi. Adesso invece vogliono fare Medicina.
Ma poi lavorano qui?
No, tutti fuori. Il Sud è finito come paese. Ci stanno piccole realtà produttive, però ci sono opportunità che non si è riusciti ancora a vedere e sviluppare.
Miracolo. Per la prima volta da quando sono qui qualcuno mi parla, senza che io neppure glielo chieda, di opportunità di sviluppo specifiche del sud; legate al mondo agricolo. Ma ne riparleremo alla fine di questa intervista.
Però se vai ad approfondire queste piccole realtà che stanno emergendo, nessuno è laureato in materie attinenti.
C’è Marco Rizzo.
Sì, Marco ha iniziato dopo di me. Poi piano piano, con un buon consulente, e seguendo bene le indicazioni… Lavora in qualità. Nel settore olio o lavori così o sei uno dei mille. Ha scelto un buon canale.
Tu invece hai scelto il vino.
Sì. Ho ereditato l’attività di mio padre. Ho fatto l’agronomo per venti anni. Quello che ho guadagnato nella professione l’ho investito nell’azienda.
Hai fatto l’agronomo per terzi?
Sì. Ho lavorato con i finanziamenti regionali, al taglio dei boschi, come consulente in agricoltura. Mi chiamano anche adesso. Poco fa mi ha chiamato un caseificio di Paestum che vuole essere organizzata la parte produttiva per produrre vino.
Contemporaneamente però, all’epoca fui lungimirante, e appena laureato feci il concorso per l’insegnamento di Scienze, quindi sono abilitato. Adesso ho fatto l’ultimo concorso e quindi nei prossimi due o tre anni me ne vado a insegnare Scienze.
Chi l’ha detto che i cilentani sono lenti?
Mediamente ho cambiato lavoro ogni cinque o sei anni. Ho fatto l’agronomo, l’enologo, il consulente di comunità montana. Nel frattempo iniziai a fare le pratiche per creare la cantina. E adesso dal 2005 ho la cantina. Siamo alla quattordicesima vinificazione. Ho fatto la mia esperienza, anche un po’ di errori, e adesso vendiamo in tutta Italia e anche in Europa.
L’ideale sarebbe vendere direttamente qui, in azienda, perché conosci le persone. Riesci ad instaurare un rapporto. Anche perché vorrei fare un centro di degustazione.
Gianvito ha molte idee e molto chiare. Mi fa subito un’esposizione del progetto anche in termini di sostenibilità economica. Studia filosofia ma è ben piantato a terra.
Qui sei da solo?
Mio padre e un operaio si interessano dei vigneti. Abbiamo circa sei ettari: due qui e quattro a Laurino. Io mi occupo della supervisione: dalla produzione dell’uva a quella del vino. Soprattutto nei mesi da giugno ad agosto c’è molto lavoro in azienda. Non si può fare tutto.
Mi spieghi meglio?
Tieni presente che il nostro è un prodotto che sta alle intemperie. Cioè è funzione del clima. Non è come un’azienda metalmeccanica ad esempio: se devi fare una bullone quelli sono i fattori della produzione, fissi. Qui sono variabili, cambiano di anno in anno. Cambia l’insolazione, la piovosità, a volte compaiono malattie delle piante, ecc. Comunque noi cerchiamo di selezionare. Ad esempio: dobbiamo fare una produzione per pianta di non più di un chilo un chilo e mezzo. Per spingere ancora sulla qualità scendiamo pure a settecento grammi o mezzo chilo a pianta. Soprattutto per l’Aglianicone.
È pochissimo. Cioè sembra vuota la vigna?

Sì, sembra vuota. Se vieni a vedere ad agosto quando abbiamo fatto il diradamento...
Così gli elementi nutritivi si concentrano su pochi frutti. Una pianta può arrivare pure a dieci o venti chili ma nell’uva avrai meno zuccheri, polifenoli ecc. La pianta, come tutti gli esseri viventi, vuole la riproduzione, però tu devi fare in modo da ridurre il più possibile, quindi diradiamo. Appena nasce un grappolo vedi come va. Devi selezionare i migliori. È un lavoro che va da maggio ad agosto. Vai a vedere, ne togli un po’ alla volta. Fai una prima potatura verde. Poi la seconda potatura verde. Poi selezioni i grappoli.
Potatura verde l’hai chiamata?
Sì, è la potatura che viene fatta quando la pianta è in vegetazione. La potatura secca è quella che facciamo adesso. Ci sono dei modelli che si seguono, è una scienza.
E comunque sperimenti ogni anno. Ovviamente premesso che hai già selezionato i tipi di vitigno che vuoi produrre.
Tu quali produci?
Io produco Fiano, il bianco. E sul Fiano facciamo due tipi di lavorazione. Due tipi di raccolta. Poi faccio Aglianico, tipo Taurasi. L’Aglianico del Cilento è Taurasi. Il Cilento non ha un vitigno Aglianico tipico. Di autoctono abbiamo l’Aglianicone, che è il padre dell’Aglianico.
L’Aglianicone è un vino più grezzo?
No, no, è un autoctono, anzi è eccezionale. Io sono stato il primo a coltivarlo in maniera sistematica. Lavoravo in Cantina sociale, a Castel San Lorenzo. Lì abbiamo recuperato e messo in sperimentazione l’Agliancone. Ci ha seguito la Regione Campana, insieme a Luigi Mojo, l’enologo del sud famoso a livello nazionale. Poi siamo riusciti a farlo entrare nelle DOP.
Mi dicevi: l’abbiamo cercato.
Sì, perché era scomparso. Era scomparso perché all’inizio del secolo scorso ci fu l’attacco della fillossera che distrusse quasi tutti i vitigni. Si riuscì a superare il problema con le viti americane. Si scoprì che le viti americane convivevano con questo insetto e non avevano problemi. Si prende la vite americana e sulla radice si mette la talea nostra italiana, francese, europea, che è adatta alla vinificazione: la vitis vinifera.
Quindi siete andati a cercare le piante sopravvissute di Aglianicone?
Sì. Dopo tanti anni noi in zona producevano Barbera e Sangiovese. Ci avevano consigliato così all’epoca. Con la Cantina sociale producevamo queste due. Producono tantissimo in quantità e sono facili da coltivare e un contadino che produceva 100-150 quintali, rispetto all’Aglianicone che ne produceva 30-40, fece subito due più due: guadagno di più. E quindi niente più Aglianicone. Ma già era quasi scomparso. Però dopo tanti anni qualche pianta si era conservata. Soprattutto in quelle che noi chiamiamo murecen’ cioè nei muri a secco che delimitavano i terreni. Quest’amico: Peppe Capo, l’enologo capo, intuì questa cosa e… -all’epoca si parlava di autoctoni, anche se ancora poco eh, parliamo del 1994-95- iniziò a provare. Perché poi tutto nasce dalla sperimentazione, dalla curiosità. Trovò queste viti. Andò a chiedere al padre, al nonno: gli dissero che questa era una vite che coltivavano a Castel San Lorenzo.
La riconobbero?
La riconobbero. Il nonno gli disse: questa è una vite che si è salvata.
La memoria storica. Ecco, la brace sotto la cenere. Non lasciarla spegnere, come dicevamo ieri.
Si era conservata, però si era inselvatichita. Diventa una pianta tipo da bosco. Cresce talmente tanto che quasi non si riconosce.
Peppe disse: fammi vedere che viene fuori. La potò e tornò quasi in fase produttiva. Perché se tu la inizi a coltivare; cioè l’accudisci, la poti, la migliori, riduci la massa vegetativa, inizia a produrre uva. Poi chiese al padre.
Quando poi è stata fatta la DOP si è dovuta dimostrare l’origine. Giuseppe e alcuni professori dell’Università andarono a prendere delle piante. Ne hanno estirpate alcune, sono state catalogate e conservate. Quelle sono le piante madri di tutto l’Aglianicone che abbiamo in zona Castel San Lorenzo oggi.
Michele Mansi, in quanto esperto del settore agricolo della Regione Campania, ci finanziò con i fondi europei. Il gruppo era lui, la Cantina sociale, l’Università, poi c’erano Raffaele Sacchi per l’olio e Gigino Mojo per il settore viticolo. La Regione ci finanziò il progetto di un impianto di micro vinificazione.
Avevamo fatto anche un campo sperimentale di vitigno, a Castel San Lorenzo. mettendo a dimora 30 varietà sia internazionali e italiane che autoctone. Avevamo messo anche l’Aglianicone e seguiva la ricerca come gli altri. Io ero il responsabile del progetto insieme a Peppe e man mano che uscivano i dati mi accorsi della differenza. Da noi in cantina sociale si lavorava Barbera e Sangiovese. Buoni vini però vini base, non eccezionali. Il Barbera è piemontese e il Sangiovese è toscano. Che successe: arrivarono dalle micro vinificazioni i risultati e Peppe disse: provati ‘sto vino. In realtà nel ’98 me lo fece provare. Ancora prima di iniziare i campi.
Gianvito aggiusta la frase strada facendo. Parla veloce, poi aggiusta o ricomincia perché il suo pensiero non segue esattamente il cammino comune, pensa tagliando alcune curve, va per scorciatoie. Poi aggiusta per rendere il tutto comprensibile anche a chi conosce solo la strada principale.
Lui aveva fatto, diciamo, alla cafona: sperimentazione in cantina. Aveva preso due o tre piante, Fece 30 kg di uva, li macinò e fece una piccola vinificazione. Due o tre damigianette di vetro. Dopo sei mesi: “Gianvito ti voglio far provare una cosa”. Io ero abituato a Sangiovese, Barbera, a sentire vini che non è che sono il massimo.

Prima mi misi a guardarlo e aveva un colore eccezionale, una carica di rubino intenso. Già lì dissi: non mi sembra Barbera. Lui non mi aveva detto niente, solo: prova ‘sto vino. Quando iniziai a fare la degustazione olfattiva dissi subito: “Io stu vin’ ‘o vogl’ fa”. Questo vino lo voglio fare. Poi feci la degustazione: eccezionale; violetta. Cioè un vino che non avevo mai provato.
Il tono diventa più caldo, veloce e diretto, un po’ a bassa voce, come quando si raccontano cose quasi segrete, a cui si tiene molto.
Ho trovato ‘ste note in alcuni vini che sono stati in cantina un po’. In un vino che ho trovato in Svizzera, un autoctono, lì pure è particolare. Ma quel vino era eccezionale: un aroma… Dissi: Peppe io chistu vino ‘o vogl’ fa. Era inverno. Mi diede ‘ste marze.
Cosa sono le marze?
Una piccola talea di tralcio di vite, senza radici. Fai un prelievo, vai a prendere un tralcio di vite, secco, in questo periodo, quando ha perso le foglie, completamente lignificato. Si sceglie la parte centrale, le due o tre gemme migliori. Ogni due gemme fai un certo tipo di taglio e lo innesti sulla pianta madre.
Presi tre fascine di marze e le mandai a Ravenna, ai vivai autorizzati a fare le piante. E feci il primo impianto a Laurino, nel ’98. Ho comprato la terra a Laurino apposta per questo. Quattro ettari, bellissimi, esposti a sud, a mezza costa. Un bel terreno, migliore di questo vicino alla casa. Qui è più argilloso, lì è argilloso, limoso, ricco in sostanze organiche, più poroso.
Fai le analisi prima di comprare un terreno?
Sì, ma comunque di esperienza lo vedi.
A che altezza si trova?
A 450-500 metri.
Qual è l’altezza ideale?
Dipende dalla zona. Nella zona nostra interna va bene pure 200, 250 m. Più in alto c’è più escursione termica quindi va bene per i bianchi e certi rossi.
Ti stavo raccontando: presi ‘ste marze, feci il primo campo sperimentale, tipo 2000 piante. Metto le piante a dimora. Un anno dopo -quindi dall’idea, a quando vedi la prima foglie, passano tre anni- nascono le piante e dopo un anno, di 2000 piante me ne escono 1000. Ne muoiono 1000 per problemi di innesto. Richiamo l’azienda: “C’è stato un problema di attecchimento”. Era un problema dovuto a loro e alla troppa variabilità genetica della pianta. Rifecero altre 1000 piante. Rimisi a dimora: 2000 piante. Dopo quattro anni feci la prima raccolta, nel 2004. E il primo imbottigliamento. Il primo Aglianicone che c’è in assoluto ce l’ho io: 2004. In Cantina sociale avevamo fatto qualcosa ma so’ finite, erano poche, sperimentali.
Poi ho industrializzato il processo e ho iniziato a farlo conoscere.
Quindi tu sei il primo che lo ha fatto.
Alcuni lo facevano, a livello di contadino, era difficile da lavorare. È difficile fare la vinificazione, è un vitigno molto muscoloso, molto tannico. Devi adottare una serie di tecniche particolari per far uscire un buon vino. Comunque riuscii a farlo.
Com’è venuto?
Il 2004 fu un’annata eccezionale. Caldissima, bella.
Lo misi in barrique. Feci fare delle botti da un bottaio di Agropoli. Queste che vedi le ho comprate in Francia, sono da 225 litri. L’ho messo in botte e l’ho fatto stare un anno. Dopo un anno, nel 2005 era svinato. Cioè tolto dalla botte. Però non era bevibile, era troppo aggressivo, troppo tannico. Feci una serie di processi, di chiarifiche, e lo rimisi in bottiglia. L’ho commercializzato a dicembre 2006. Nel 2005 già iniziavo a farlo provare. All’inizio era tutti molto scettici, poi piano piano è iniziata ‘sta curiosità. Ora abbiamo un’associazione: Associazione Aglianicone.
Quindi questo è il tuo vino di maggiore prestigio?
Sì è il vino top nostro. Ed è quello dove c’è più sacrificio.

Quali sono i vini che fai?
L’Aglianicone è il grand cru, invecchiato tre anni in botte grossa, poi in acciaio, un anno in bottiglia. Cinque anni minimo di invecchiamento; in acciaio si chiarifica, si deposita, si riposa, si filtra. Poi quando e pronto lo mettiamo in bottiglia. Ora ho imbottigliato 2013 e 2014. Si chiama “Il canto della vigna“. Poi l’Aglianico Taurasi invecchiato in barrique, 12 mesi. Poi Acciarì, Vietri, minimo tre anni di invecchiamento perché io faccio vini molto strutturati. Uso dei sistemi sia in fase di coltivazione, sia in fase di lavorazione estraendo molti colori dai tannini, dalle bucce, dai raspi e dai noccioli. Poi abbiamo l’ultimo arrivato che è un rosato di Aglianicone che ho dedicato a mia moglie, si chiama Angela.
Il rosato come si fa?
Prendiamo le uve rosse ma non troppo mature e facciamo una spremitura veloce ottenendo un mosto appena tenue. Bianco, quasi trasparente, però comunque ha la componente tanninica. Cioè fai la stessa lavorazione lavorazione del bianco però la applichi al rosso. È particolare, perché non ti ho detto che con l’Aglianicone fare un kg di uva costa tre volte rispetto ad un’altra uva. Perché ha un’alta variabilità genetica: non è costante nella produzione. Ha una resa bassissima. Resa anche in vinificazione bassa: 45-50%, cioè un kg di uva, mezzo litro di vino grezzo. Poi tratta… arrivi a 0,4 litri; mentre col Taurasi, per dirti, sei sul 70-75%. E il Taurasi è costante in produzione: porta 2-3kg tranquillamente. Insomma ci vogliono dieci piante di Aglianicone per fare tre piante di Taurasi. Non erano fessi i contadini. L’Aglianicone l’avevano abbandonato per la fillossera ma anche per l’alta variabilità genetica, l’alta variabilità agronomica, la bassa resa.
Gianvito alterna un linguaggio comune, con una inflessione magari dialettale ogni tanto, ad un linguaggio tecnico, scientifico, da libro di agronomia.
È un vitigno difficile. Molto vigoroso. L’analogia che ti posso fare è quella di un atleta: è pieno di muscoli ma nun sap’ corre’.
Cresce troppo?
Sì, troppo in vegetazione, in vigoria, un po’ meno in produzione. Devi potarle in un certo modo. Devi stargli sempre dietro.
E poi ci sono i due bianchi di Fiano. Due raccolti. Faccio una raccolta anticipata per ottenere un vino più da aperitivo, più leggero, intorno ai 12 gradi. Più fruttato, con più sentori di agrumi, di minerali, con acidità più alta. Poi sullo stesso vigneto faccio una seconda raccolta. Faccio maturare molto l’uva, quasi passire. E dà un vino strutturato, più alcolico e senti le note di mela, di fico.
Per questo esistono così tanti vini, perché si possono regolare i fattori della produzione: la varietà in quanto tale, la genetica, il terreno, il clima, la tecnica di lavorazione, la selezione, la tecnica di vinificazione.
Devi venire a luglio o agosto oppure a pasqua. Quest’anno pasqua è a fine aprile. La vigna è entrata in vegetazione, si fanno le lavorazioni.
Però ti dico, non è semplice, la concorrenza è alta, ogni anno nascono nuove aziende, soprattutto italiane. Grandi aziende con vini di base a 1 euro e 50.
Devo comprare una bottiglia di Aglianicone.
Lo apri e lo fai stare un po’, un’oretta, a temperatura ambiente. Poi ti consiglio di berlo accostandolo a carni.
Purtroppo sono vegetariano.
Allora con una parmigiana di melanzane per esempio.
Oggi vado a casa di Rosi. Ha preparato i ravioli con la ricotta.
Va bene. Però la prima degustazione falla prima di mangiare, a bocca pulita. Senti dal naso prima.
Se non sei un bevitore esperto sentirai subito un po’ la parte aggressiva, l’alcol. Poi sentirai un po’ la parte della liquirizia, della tostatura del pane, dei frutti di bosco. La liquirizia è dovuta all’invecchiamento. Tutto questo all’olfatto. La violetta, che è un tipico profumo dell’Aglianicone, è più difficile da sentire se non sei esercitato. Sentirai molto le note di legno. Poi al gusto sentirai la morbidezza della liquirizia.
Ci stiamo quasi salutando quando sono costretto a riaccendere il registratore. L’argomento è interessante.
Qui si potrebbero fare tante cose: mandorle, melograno, formaggio… ma i giovani vogliono fare gli ingegneri…

Ecco. Finalmente qualcuno che racconta a me, senza che sia io a mettere in mezzo l’argomento, le possibilità dell’agricoltura, del sud Italia. Allora gli dico la mia teoria dell’ultimo vagone del treno, quello del Meridione, che quando il nostro Paese dovrà invertire il senso di marcia si troverà ad essere il primo, ma solo se nel frattempo non avrà cercato di inseguire i modelli capitalistici industriali. Accenno alla Decrescita e lui:
Sì. Latouche, lo conosco.
In fondo lui sta studiano Filosofia all’università.
Ecco. L’ultima intervista che faccio nel paese mi ha messo di fronte alla persona che probabilmente ha la visione più chiara e avanzata delle nuove possibilità. Che qualcuno potrebbe definire soltanto vecchie.
Ci lasciamo con una buona notizia.
Sai, poi le persone emulano. Quindi sono fiducioso che si possa cambiare questo modo di pensare. Marco Rizzo, ha visto che io avevo iniziato e ha avuto l’idea di iniziare qualcosa di simile ma che non fosse il vino. Io l’ho incoraggiato: inizia piano piano con l’olio. E oggi è già una realtà consolidata.
Poi c’è Antonio Nuvoli che sta lavorando sui fichi.
Anche io ho altre idee da sviluppare: vorrei fare un grande roseto con molte varietà, e poi il melograno. Questa era la terra dei melograni. Sono meglio delle arance e del kiwi, contengono moltissimi antiossidanti…
Gianvito è rimasto in fondo il ragazzo che non aveva voglia di stare fermo sui libri, però mo non sta semplicemente ‘n miezo ‘a via a fa’ casino come ci aveva detto, ma sta sempre in moto con le idee e con il cuore a cercare di far germogliare nuove belle possibilità per questa terra.
Lo saluto e vado verso casa di Rosi. Una bottiglia di Canto della vigna adesso ce l’ho. Ce la beviamo insieme a tutti quelli che saranno presenti oggi, o forse domani, l’ultimo giorno.
Dopo pranzo un giro in centro
Oggi faccio come zi’ Luciano, dopo pranzo invece di riposare esco a fare due passi. C’è un bell’arcobaleno che si vede finire sulla collina delle campagne di fronte a Felitto. Forse mi vuole dire che è così semplice in fondo, non sta sotto la terra ma è proprio la terra il tesoro.
Rivedo i pastori di cartone fatti dalla signora che abbiamo incontrato ieri sera con Marilena. Nel paese le cose si ripetono, si vedono di nuovo, c’è sempre l’occasione di pensare sulle cose un altro poco.

Poi me ne ritorno nella mia piccola casa calda di pietra, il camino l’avevo lasciato acceso, nel centro storico.
Da zia Maria per i fusilli
Oggi ho ancora un ultimo appuntamento importante: devo andare a vedere zia Maria e zia Caterina che fanno i fusilli che gli ho chiesto per il pranzo di saluto, prima della partenza, domani.
Ho appuntamento alle 20,30. Viene anche Marilena Bamonte, una delle mie pazientissime guide qui a Felitto.

Quando arriviamo zia Maria sta disponendo in ordine su una tavola di legno -su un bell’asciugamano che somiglia molto a quelli antichi che ci ha fatto vedere la signora Maria Guerriero, doppio, bianco, sembra di lino- i fusilli, tutti paralleli, ad uno ad uno. Si devono asciugare. Zia Caterina sta a un metro di distanza con un’altra tavola di legno poggiata metà sulle ginocchia e metà sulla sedia di fronte.
La signora Maria è quella che mette ordine, Caterina quella che con una battuta o una cosa stramba tiene sempre vivo il fuoco, sono una fantastica coppia. Entrambe stanno davanti al camino, sulle sedie basse, quelle che “si sta più caldi, più vicini al fuoco”.


Poi prendono la loro migliore formazione: una di fronte all’altra, la tavola poggiata sulle gambe, un mucchietto di pezzetti di impasto pronti per essere finiti, al centro. Così avranno fatto un milione di fusilli di Felitto. Prendono un pezzetto di pasta gialla, la dispongono al centro del ferretto, poi iniziano a girare con i palmi delle mani quel piccolo utensile squadrato che produce un leggero tremolio del legno. Pochi secondi a fusillo. Marilena è subito entrata nella formazione di gioco, si è messa dove prima stava zia Maria, a mettere i fusilli tutti paralleli -non è una che resta in panchina- senza che neppure glielo chiedessero.
Zia Caterina prende un fusillo venuto un poco storto: Mettec’ pure questo. E Maria: Eh, si l’amma fa, l’amma fa bbuon’. Lo scarta e sorride. Poi scherza: Eh, quello storto lo mettiamo contro il malocchio. Di nuovo l’acqua e il fuoco.
Poi li mettiamo ad asciugare fuori, mi spiega zia Maria.
Perché non li mettete vicino al camino?
No, si devono asciugare a poco a poco, altrimenti si seccano fuori ma dentro restano umidi e si spezzano.
Ogni tanto zia Caterina prende un pezzo di impasto più grosso e ne ricava i piccoli bastoncini da mettere attorno al ferretto.

Marilena ha finito di disporre quelli già fatti e inizia anche lei a fare qualche fusillo. Ne avrà fatti moltissimi anche lei ma è un’altra piccola occasione per assorbire dalle anziane del posto l’arte di fare una cosa semplicemente vedendo.
Quando ero giovane -dice zia Maria-, mo le mani mi fanno un poco male, di fusilli ne facevamo veramente ‘nu sacco. Una volta lavorammo dalle cinque di mattina all’una di notte. Un chilo di impasto lo facemmo a mezzanotte. Poi ci stendemmo a riposare per terra stesso nella stanza.
Se le donne dei paesi potessero raccontare le loro gesta ne verrebbe fuori un racconto come quelli dell’esercito italiano alla campagna di Russia, come l’Odissea, probabilmente più forte.
Poi andiamo via.
Devo tornare domani a ritirare, quando si sarà asciugata, questa pasta che ho visto nascere.
A domani allora, ché anche per oggi vi ho raccontato più che posso.
(Fine nona parte, continua)
Testo e foto ©Francesco Paolo Busco