Giovedì 17 gennaio 2019, giorno otto, pomeriggio
Oggi la giornata è lunga. Nel pomeriggio infatti andiamo di nuovo in giro per il centro storico ma non più, come stamattina, per conoscerne la storia bensì per fare un piccolo censimento mentale, al volo, camminando, per vedere quante persone ancora ci abitano; toccare con mano, se è vero e quanto, questo famoso spopolamento dei paesi. Ha accettato gentilmente di farmi da guida una giovane donna felittese. Eccovi il racconto.
Ore 15. Ho appuntamento con Marilena Bamonte, una delle gemelle, come le chiamano qui in paese. È una giovane donna molto perspicace, dinamica, fattiva, cattolica praticante, esattamente come la gemella Giovanna; solo un po’ più ciarliera. Entrambe vivono, con la madre, nel centro storico*.
Ciao Marilena.
Ciao France’, eccomi.
Allora stamattina col professore com’è andata?
Bene, bene. Siamo partiti dalla piazza e siamo tornati alla piazza. Sai una cosa curiosa? Gli ho riferito quello che mi hai detto tu, che andandoci a pensare, a contarle mentalmente, le persone che abitano nel centro storico sono molte di più di quelle che si direbbe intuitivamente.
E scommetto che anche lui è rimasto sorpreso. Che ha detto: “è impossibile”, come me. Anche mia sorella Giovanna ha avuto la stessa reazione.
Tu mi avevi detto: nel centro non arriviamo a cento abitanti.
Sì, poi contandoli mentalmente -senza considerare i residenti temporanei, quelli che stanno qui da poco e forse ripartiranno, come i rumeni che ci sono adesso- sono arrivata facilmente a trecentoventi.
Iniziamo a camminare e le chiedo di farmi questo “censimento a mente” mentre passiamo davanti alla case. Vorrei avere un’idea complessiva di chi ci sta in questo paese, nel centro antico.
Bene, allora andiamo di qua. Qui abitano due persone.
Sono anziani?
La mamma ha circa 75 anni, il figlio una quarantina. Qua quattro persone: 40, 40, 24, 17.
Qua due, una quarantina.
Qua un’altra coppia marito e moglie, una settantina.
E incontriamo subito una signora.
Lui è un giornalista, stiamo facendo un giro nel centro storico per capire quanta gente ci abita.
Voi avete sempre abitato qua?
No, nel centro sono cinque anni. Prima abitavo sempre a Felitto, ma in campagna.
È meglio qua?
Si lavora meno. E ride.
Poi comunque non c’è quasi nessuno, però si sta bene.
Secondo voi quante persone ci sono nel centro storico?
Non mi sono mai posta questa domanda, ma secondo me a 50 non ci arriviamo.
Io -dice Marilena- avevo risposto un centinaio. Poi andai a casa e chiesi a Giovanna: “Eh, ma che dici; di meno”. Poi contammo: dal precale fino a qui: 320.
Però!
La consapevolezza di sé. Sono venuto da fuori, a guardare, ho posto una domanda. Gli altri per noi sono uno specchio, inevitabilmente distorcente, ma uno specchio. Ci fanno vedere da un punto di vista e con un metro nuovi.
Sembriamo pochi perché ogni giorno se ne va qualcuno.
Molte case sono abitate da una sola persona, una vecchietta magari. Allora quando muore si chiude una casa intera, quindi si nota ancora di più.
In cinque anni che sto qua si sono chiuse… Zia Lena Arcaro, zia Maria e zia Vitulia, Rosetta Cerullo, zia Ninetta, zi’ Ntonio Trotta, ‘a mamma r’Antonia Mazzaccaro è un’altra casa chiusa, e siamo a sette. Ah, Vicenza cca’, otto… In cinque anni.
Allora uno si ricorda le case che si chiudono; più che la situazione vede la tendenza, e il paese gli sembra già vuoto.
Battista, nove.
Poi sono tutte concentrate nella stessa strada, qua, a via Pomerio. Questa era la via più popolata, mo se andiamo a vedere è quella più disabitata. Per esempio via 11 febbraio è più popolata, le case sono quasi tutte aperte.
Mo starete pensando che queste due strade che Marilena ha citato siano in due aree distanti, e quindi questa distinzione, nella nostra testa, abbia un senso. Allora vi dico che la distanza in linea d’aria sarà di… forse duecento metri. Ma ci sono le stradine, le case in mezzo, silenziose, forse è il silenzio che svuota i paesi.
Ma invece nessuna casa si è aperta in questa strada in questi cinque anni? Zero?
Marilena ride dicendo di no.
Interviene la signora: Beh, per miracolo sono arrivata io. Perché la mia era un’altra casa chiusa, quindi l’unica arrivata sono proprio io.
Di nuovo, parlandone con qualcuno che guarda dall’esterno, magari fa domande che chi abita in un posto non si pone mai, domande che sembrano inutili, la prospettiva cambia, e il suono e il colore.
Ho fatto a cambio con mio figlio. A lui ho dato la casa grande, in campagna, e nella piccola, qui, sono venuta io. Morale della favola però: lui nella casa grande non c’è mai, e io sono rimasta nella casa piccola. Però qui è un bel posto, mi piace. All’inizio non tanto… però… mi sono abituata subito. Anche perché poi quando stavo in campagna, comunque non ci stavo mai. Avevo un pastificio e stavo sempre lì. E quindi non è che mi ero affezionata a quella casa.
La signora faceva fusilli. Aveva anche il punto vendita.
Adesso c’è solo il pastificio sul corso?
Sì, adesso c’è solo quello.
La signora abita un po’ più avanti. Eh, noi poi qua andiamo pure a prendere il caffè nelle case degli altri, ecco perché l’abbiamo incontrata qui.
Il paese è quasi una casa sola. Me ne accorgerò oggi, piano piano, camminando. Oppure è Marilena che lo contiene quasi tutto, e fa da legante.
Faccio tanti lavori, e la baby sitter 365 giorni all’anno.
Conosce l’età di tutti i ragazzi. La calcola dalla scuola che fanno perché li accompagna e li va a prendere tutti i giorni.
Se non ci fosse lei il paese sarebbe più disgregato?
Posso cercare di capirlo la prossima volta che ci torno. E lei nel frattempo ha avuto un figlio, da Enzo, quello del film sui briganti e abita con lui a Salerno. Ma stiamo andando troppo avanti.
Salutiamo e continuiamo il nostro giro: Poi vi facciamo sapere a quanti abitanti arriviamo.
E Marilena ricomincia subito il conteggio. Un’anagrafe su due gambe.
Stiamo già risalendo verso la parte alta del paese quando vediamo da lontano una giovane donna che scende la scalinata verso la porta occidentale, addirittura con un passeggino.
Allora questo è l’abitante più giovane del paese?
Quasi.
Beh l’anno suo è stata un’annata particolare: sono nati undici bambini. Perché poi l’anno successivo ne sono nati due. E mo quest’anno non so se ne nasce uno…
Pensa che tutta la scuola elementare c’ha ventidue bambini.
Siamo andati a bussare alla signora Tina.

Anche lei non ci crede che nel centro storico abitino stabilmente almeno 320 persone.
Quest’anno ha deciso di fare il presepe vivente in chiesa durante la messa di Natale. Ora ha avuto l’idea di fare una rappresentazione pure a Pasqua e con Marilena iniziano a parlare di quando farlo, dell’itinerario da seguire, e tutti i dettagli.
Ci vuole offrire il caffè e i cioccolatini ma non possiamo accettare, altrimenti, sebbene il paese sia piccolo, il giro durerebbe giorni. Salutiamo e andiamo oltre. Stiamo risalendo il centro dalla strada più in basso, via Pomerio -adesso, dopo la spiegazione di stamattina, sappiamo cosa vuol dire- verso l’alto di questo sperone di roccia sul quale si è rifugiato questo paese poco dopo l’anno mille.
La madonnina non la guardare adesso che è un po’ senza fiori. In primavera trovi uno scenario migliore.
Passiamo davanti al Palazzo di Rosanna. Rosi di Stasi ha comprato, di ritorno da una vita di lavoro in Germania, Palazzo Migliacci, il palazzo nobiliare abbandonato da anni. Qui lo chiamano, per la sua grandezza: ‘o palazzo re’ ‘i ciento stanze.
Ed eccoci in un’altra casa. Questa volta entriamo. Finalmente ci sono dei ragazzi. È la prima volta che vedo degli adolescenti nel centro. Mi colpisce, quasi pensavo ormai che non ce ne fosse nemmeno uno. La signora stava riposando ma ci accoglie. Ci aveva visto girare per il paese stamattina col professore. C’hanno visto tutti, capirò oggi pomeriggio, di nessuno mi ero accorto. La casa è panoramica e ci affacciamo sul grande spazio aperto della valle.
Avete sempre abitato qui?
No, cioè, sì, nel centro storico. Fino a 11 anni ho abitato dietro la chiesa, poi mi so’ trasferita in piazza coi miei genitori, e poi quando mi sono sposata sono venuta qui. Questa casa è di uno zio di mio marito. “Mo me ne vado, mo mene vado” e sto qua da vent’anni.
Interviene Marilena. La signora sta costruendo la casa in campagna.

Però la stiamo ancora aggiustando. Di fronte proprio… sul capizzo, sul cocuzzolo laggiù. Per ora siamo qui, tanto lo zio da Londra non torna.
Qui le scuole sono un po’ un problema?
Eh sì, lei fa la terza media, qui in paese. Dall’anno prossimo dovrà andare a Roccadaspide. C’è il pullman regionale. Anche io ai miei tempi ho fatto lo stesso. Devi viaggiare. Io sono andata a scuola a Laurino. Autobus alle sette meno venti per andare, per poi rientrare a casa alle tre del pomeriggio. Li abbiamo fatti anche noi i sacrifici.
Alle elementari hanno le classi miste?
Sì. Alle medie prima e seconda sono insieme e la terza è da sola.
Chiedo alla figlia: quanti siete in classe?
Dieci.
La classe sua è la più numerosa. Il minimo è quindici.
Prima media cinque bambini, seconda anche, terza dieci.
I giovani se ne vanno da Felitto perché non c’è lavoro.
Tutta la scuola elementare ventidue: prima due, quinta tre, le altre classi cinque o sei.
Rientriamo dal terrazzino panoramico, fa freddo. La signora ci vuole offrire il caffè come hanno fatto tutti quelli incontrati finora. Anche qui siamo costretti a rifiutare per non accumulare caffeina da centro storico.
Qui sotto abita un anziano signore.
Pasca’, ‘sto signore ti vuole fare qualche domanda.
Eh, ma nun saccio niente io.
Da quanto tempo abitate qua?
Eh. Da quant’anni!
Da quando siete nato?
Sì.
Sempre qua?
Sì. Eravamo tutti. Ora sono rimasto solo.
Come si sta in questo paese?
Bene.
Si sta bene?
Sì, e sorride.

Gli scatto un’altra foto, è fotogenico. Il suo cane continua ad abbaiare, come fa da otto giorni ogni volta che mi vede passare nel centro storico e per andare a casa passo qui davanti. Non ha smesso per tutto il tempo in cui abbiamo scambiato quattro chiacchiere.
Marilena riprende subito il nostro censimento a memoria: Qui ci sono quattro persone. Una ragazzina che va in primo superiore.
Allora ci sono diversi ragazzi. Ma non si vedono?
Rientrano verso le due e mezza tre.
Esce una signora che avevamo incontrato già stamattina col professor Donato.
Allora comm’ se sta int’ a ‘sto paese?
Buon’.
Manca coccosa?
Eh, manc’ o lavoro! Per i giovani.
Allora provo a esporle la mia teoria dell’energia, ma in altre parole. Secondo me nunn’ è o lavoro ma che i giovani pensano che in città si sta meglio e allora se ne vanno…
Si, è vero, vero. Dice Marilena.
Signora Carmela Perché non è più come una volta che uno si adatta a fare tutto.
Marilena Perché tutti puntano ad un lavoro con lo stipendio fisso.
SC Ad esempio, una volta, come mi raccontava mia zia, lavoravano alla pavimentazione. Cioè a ‘sti lavori comunque andavano anche le donne. Io anche, negli anni ’59, ’60, sono andata a lavorare con i muratori. Facevo i lavori più leggeri, per esempio impastare la calce; una volta si impastava a mano. A costruire le case in campagna.
M Pure quando è arrivata la luce a Felitto c’erano donne che andavano a lavorare con gli operai per mettere i pali della luce.
Vabbe’ proseguiamo.
M Ciao, Carme’.
Grazie, grazie.
Mentre dico: “ma i giovani che stanno qui in paese che lavori fanno?”, compare un felittese sui trent’ anni.
Ciao, buongiorno.
Ciao, ci siamo già incontrati. Tutt’a posto?
Sto facendo il giro per gli abitanti del centro storico. Tu sei uno dei giovani, degli adulti, poi ci sono i bambini. Questo stavo chiedendo mo. Ma i giovani che abitano qui che lavoro fanno?
G Eh, dipende. Io adesso vado alla giornata, però di solito faccio il pizzaiolo. Vabbuo’ c’arrangiam’ alla fine. Fino a poco tempo fa lavoravo come pizzaiolo ad Aquara. Poi non ci siamo trovati più col proprietario e mo agg’ pigliat ‘a disoccupazione. Ho lavorato pure con Marilena al ristorante, in estate, giù al fiume. D’estate c’è turismo, quindi c’è l’opportunità di lavorare, e s’abbusca’ ‘a iurnata.
Ma in campagna si trova il lavoro?
G Più o meno, dipende.
M Se uno si adatta.
Sento un sacco di gente in questi giorni: “Eh, mo devo ammazzare il maiale”.

G Sì però alla fine non è che tieni ‘a busta paga, hai capito? Comunque lavori a iurnata, quanno chiove nun s’ lavora.
Io me n’agg’ iuto a Milano, facevo ‘o pizzaiuolo a 1200 euro al mese.
E quanto spendevi di affitto?
G No, eh, nun me convenia a fatica’.
Uagliù inventatevi qualcosa, ‘o paese è ‘o vuost’.
G Vediamo. Ciao.
Ciao, e grazie.
Proseguiamo. Qui ci abitano due vecchietti sulla ottantina…
Poi, siamo fuori ad una porta, e bussa con le mani. Compare una signora: Buonasera. C’è zia Maria?
Entriamo.

M Zia Mari’, so’ Marilena. Stiamo girando un po’ rint’ ‘o centro storico. ‘Stu giovane vulia verè ‘nu poco ‘i persone r’o centro storico. Che abitano ancora ccà.
Zia Maria si allarma, si alza in piedi dalla sua poltroncina, e inizia: nun tengo neanche le chiavi.
Chi sa cosa ha capito. Allora Marilena ripete. Sto giovane viene da Napoli… mo stamm’ facenn ‘o giro ‘int ‘o paese viecchio…
ZM Visto ca voi site giovani v’ ne iate co’ i giovani, io so’ vecchia e m’aia sta co’ ‘sti vecchi.
Marilena continua a provare. V’ vole fa cocc’ domanda. Visto che abitate nel centro storico.
Forse ci siamo.
ZM Ch’ te voglio rice. Guarda tu, mo sai ‘o precale quant’è. C’era chiu de vint’ persone; nun saccio mo, cinche o sei persone song’. Prima ce n’erano cchiù de vint’. Mo nun capisc’ nient’ cchiù. Cu tutt’ ca io song’ nata cca. So’ ‘na rimbambita proprio mo, nunn’esco, addo vaco?
Stiamo anche cercando di capire, su incarico del professor Di Stasi, la questione dell’antico passaggio dal paese alle gole del calore e Marilena, ve l’ho detto che ha una intelligenza prontissima, se ne ricorda.
M Eh, mo vuie abitate cca. Ait’ vist’ di fronte ‘a casa de Raffelina ca se va int’ a l’uorto? Dov’è che Raffelina vai a cose’ (dove Raffelina va a cucire). Dda ‘o professore Di Stasi, Donato, chiru ca facia ‘u sindaco dice ca forse chera era n’uscita segreta. Vuie che sapite? Era n’uscita segreta o ddà c’è stat’ semp’ ca si ia ‘n copp’ a l’uorto?
ZM Appena entravi primu c’era ‘o furnu ca si facia ‘o ppane. E poi c’era ‘na stanza, ca mo nun saccio quant’anni ca nun c’entro cchiù, ca nci tenia ‘o telaio. ‘O tenia pur’io ‘o telaio.
M Ma senti zia Marì, ma se noi mo ci affacciamo a copp’ ‘o balcone se vere l’uorto ‘e Rafelina?
ZM Vir’, l’uorto cca sotto, sì.
Usciamo fuori al balcone.



M La porticina che diceva il professore è là. Il rosa (vedi foto) c’era. C’era una porticina dove stava il forno e poi ci stava un balconcino che si usciva dove stanno adesso le scalette e si andava nell’orto.
C’è un orto in piano che diventa rapidamente in discesa, verso il fiume che si sente scorrere da quassù, qualche centinaio di metri più in basso. La pendenza all’inizio è lieve. Chi sa come diventa iniziando a scendere. Però forse un sentiero stretto potrebbe esserci, che conduce fino al fiume.
ZM Dov’aggio mis’ chera bacinella ch’era cca?
C’è un’altra signora in casa, era passata a fare compagnia a zia Maria, e interviene. L’ho portata io di là.
ZM Ah, ci vulia fa vire com’era la roba fatta a telaio. Che è massiccia, è doppia.
E ci mostra dei panni bianchi, belli, freschi, e spessi. Un grande asciugamano di lino e cotone: trama e ordito di fibre diverse.


Quanto tempo ci voleva per fare un asciugamano?
ZM Di regula n’aviama fa due al giorno.
Ma li vendevate?
ZM No, si iano a compra’ loro ‘o cuttone e nuie l’aviamo fare. Mia sorella s’era imparata di cosere e io facia ‘o telaio.
M Ma mo o telaio vuosto arò è? ‘O museo?
ZM Eh.
Il telaio con cui creava queste stoffe, con l’orlo ricamato dalla sorella, adesso si trova nel museo di Felitto. Un appartamento in un palazzo antico, qui nel centro storico. C’eravamo andati, vi ricordate? il giorno in cui c’erano le riprese del film sui briganti.
ZM Tanno accussì era, e n’cevama adattà. Figlim’ nunn’ ha fatto nisciuna cosa de chesti ccà.
E mo dove stanno i vostri figli?
ZM Uno a Modena, uno a Bologna.
Come vi chiamate di cognome signo’?
ZM Maria Guerriero. Io solo ccà ci so’ ‘e Guerriero. Perché la famiglia di mio padre era più de Capaccio, Battipaglia, ‘a costiera.
Siete venuta qua quando vi siete sposata?
ZM Io aggio nata ccà.
M È nata proprio qua, in questa zona qua.
ZM Tann’ accussì se facia figlia bella. Capì, addo sta Rosetta, zia Maria mo.
M Eh.
ZM E ddani appena entri, int’ a cucina n’cera ‘o telaio ‘e Faustina. Chell’ tann’ accussì era. Ch’aviama fa?
M S’ tessia, se ricamava, s’ faticava ‘a terra.
Poi zia Maria urla scherzosamente: Mparatevi a ricamà ca site fimmine! E v’ata ‘mparà a tessere.
M È vero, pure io l’ho dovuto imparare. A ricamare proprio no, però so fare gli ornamenti alle pieghe delle lenzuola o degli asciugamani.
ZM Prima nun bulia fa fa ninte a n’ato, vulia fa tutt’io. Mo adda venì n’at p’ me pulizza a me, ha capit? E pure ieri, venne tua cognata. Io nun pozz’ fa niente.
M Sì, sì. E vabbè.
Quanti anni avete signo’? Ve lo posso chiedere?
ZM Sapit, so’ del 34. Tengo 82 o 83 anni, nun m’ricord’ bbon’.
M 85.
ZM Ah.
M Tenit’ 85 ann’. Ch’ mis’ sit’ nata?
ZM Giugno.
M Eh, allora 84, 84 e mezzo ia’.
E sorride.
ZM Chiri ca so’ so’. A’sintito ca s’e n’è iuta pure zia Maria?
M Eh.
ZM Tenia 12 anni chiù re me però eh.
In questo paese siete longevi. C’è la signora che ha 103 anni.
M ‘A mamma di Vincenzo. Zi’ Lorenza Iascarella. Sì, int’a st’ultimi anni so’ stati tanti che hanno fatto cento anni. Poi sono morti a centodue, centotre.
ZM Eh. Chella quann’arriva, tutt’ i culuri, ianchi’niuri, fruschi… (E quella, la morte, quando arriva, se li prende di qualunque colore siano). ‘A vita chira è, c’ama fa.
M Eh.
Zia Mari’ grazie p’o tiemp’ ch’ c’avit’ rat’.
ZM Anzi grazie a voi.
Arrivederci.
Arrivederci.
Usciamo in strada e ricominciamo a camminare. Grazie a quello che mi ha detto Marilena fino ad ora e che ho visto centrando nelle case, la mia percezione, finora basata solo sui rumori, sulle voci che sentivo nel centro, è cambiata completamente: c’è molta più gente di quanto pensassi. I felittesi sono discreti e silenziosi.
Poi…
M Qua ci stanno le chiavi vicino alla porta, comunque bussiamo lo stesso.
Fino a poco fa tutti quanti bene o male stavano ancora con le porte socchiuse e la chiave vicino alla porta. Mo invece stanno facendo un po’… di furti.
In campagna di più?
M Sì.
Bussiamo.
Signora Chi è?
M So’ Marilena, ‘a gemella.
Signora Ehh.
M Zia Antonie’ . E le tocca raccontare ancora cosa stiamo facendo oggi, in giro per le case del centro, ma lo fa con la stessa freschezza della prima volta.
A Accomodatevi.
Grazie, scusateci.
A Prego, prego. Io stavo vicino ‘o ffuoco. Nun’ sto tanto bene.
Ah, allora mo ce ne andiamo subito.
A M’a mecc’ ‘ncuoll’, ch’ m’ fa friddo.
Allora vi voglio chiedere solo se siete nata in questo paese qua.
A Sì, sì, so’ nata a Felitto. Sopra qua so’ nata.
E i figli vostri?
A Eh, stanno chi a Salerno, chi a Capaccio, chi a Felitto.
Ah uno a Felitto ci sta. Ma stanno fuori dal centro storico?
A Stanno vicino alla piscina.
C’hanno un poco di campagna?
A Sì, questo è.
M Int’o centro storico mo nun ce sta quasi cchiù nisciuno pecché tutti quanti in campagna se ne vanno. Chi è che resta; se no se ne vanno proprio. Diciamo che se una coppia di giovani ha intenzione di restare a Felitto dopo il matrimonio, viene subito a vedere una casa ma nella zona nuova, non nel centro storico.
Nessuno vuole abitare qua?
M No, questa zona subito la scarta. Perché non si arriva con la macchina. Pure se non è vero perché io c’arrivo fin davanti casa mia. Perché è scomodo secondo loro.
A Sì, se ne vanno proprio. E non c’è lavoro, che bonno fa’ a Felitto?
Ma in campagna se ne vanno perché ci sta più spazio? Ci stanno le case più grandi?
A Eh, ci stanno ‘e case, con la macchina annanz’ ‘a porta. Di qua invece devono venire a piedi.
Però ‘ste case antiche mi sembrano più calde. Quelle case grandi secondo me per riscaldarle nunn’è facile. O no?
A Eh, lo so però ‘int’ ‘o centro storico si sta bene sul’a stagione. L’inverno no, fa troppo freddo.
M Qualcuno Felitto lo chiama “il paese senza sole”. Perché il sole veramente lo vediamo poco, soprattutto nel centro storico. Dove abito io d’inverno veramente è una questione di minuti, davanti alla porta d’ingresso. Dall’altro lato non arriva proprio. Poi è abbastanza umido come paese.
D’estate?
M D’estate si sta bene.
Non fa caldo?
M No, no, no. Hai visto dove c’è il parco giochi? All’inizio di via Pomerio? Là è caldissimo, ma come arrivi un po’ più avanti c’è una correntina fredda e da lì in poi, nel centro, si sta proprio bene. D’inverno invece effettivamente il sole non lo vediamo.
Pure per asciugare i panni ce ne vuole.
A Qua teniamo le case e qua dobbiamo stare.
È un paese esposto a nord. Sul versante sud, lo abbiamo detto, c’è la gola nella quale scorre il fiume Calore. Le cose che dice Marilena, “d’inverno il sole davanti casa mai è una questione di minuti”, mi ricorda quando per alcuni mesi, d’inverno, ho vissuto a Prato allo Stelvio, Alto Adige. Lì per la prima volta ho vissuto un intero inverno diverso da quello di Napoli, ho capito forse cosa si intende per inverno: si faceva la differenza tra un paese e l’altro, tra una casa e l’altra su quanto tempo il sole, col bel tempo, riusciva a sfiorarla. L’ombra d’inverno lì sa di neve, di ghiaccio, di freddo che penetra nel corpo. Lì ho capito che a Napoli, nel sud Italia almeno vicino al mare, l’inverno non esiste.
Vabbe’, vi lasciamo in santa pace che non vi sentite bene.
A Vulite ‘nu cafè?
Grazie mille ma vi lasciamo ‘che non vi sentite bene. Vi abbiamo già disturbato abbastanza. Arrivederci.
A Ciao, ciao, ciao.
M Saliamo di qua?
Io abito qua.
M Eh, appunto.
Ma ci sta qualcuno qua? A parte me io non ho mai visto nessuno. O meglio, sento qualcuno ma non ho capito dov’è.
M Un poco più avanti. Proprio dove stai tu no.
C’è un vecchietto qua, Sì la prima porta. C’avrà una novantina d’anni.
Qua c’era il macellaio però mo s’è trasferito in campagna. Solo quando vengono i figli sta qua. Qua invece ci sta una coppia di ragazzi con due bambine piccole.
Poi ci sono dei rumeni, però sono tanti anni che stanno qua. I bambini sono andati a scuola qua, adesso stanno alle superiori.
Andiamo un po’ più avanti. Poi:
M Zia Catarì!
Ah quella dei fusilli. L’ho incrociata già diverse volte.
M Gliel’ho detto che andavamo. Zia Catarì. Putimo tras’?
C Certo.
Scusate, io mi stia assettata.
M Eh, nun ce face niente.

Continuate, non vi preoccupate.
C Me meccu cca ia’. V’aggia preparà o ccafè?
Sì, da voi sì.
C Eh.
Zia Caterina l’ho già incontrata qualche volta di sfuggita nelle stradine del centro, anche stamattina col professor Di Stasi, che portava i fusilli. E sempre mi ha detto qualcosa. È una estroversa, le piace stare in mezzo agli altri. Da lei il caffè non possiamo rifiutarlo e poi a questo punto una pausa ci vuole.
M A tutt’ part’ amm ritt’ semp’ re no.
C A chi?
M A tutt’ quant’. Addu vuie c’o pigliamm’.
C Eh, beh… ma sai io chi so?
M Eh, Catarì.
C (Rivolta a me) ‘E voglio bene, tanto. Mo t’aggia fa v’re na cosa. Questo è il libro che ti avevo detto.
E mi mostra una pubblicazione del Centro di studio e ricerca Felitto.Net sull’arte del fusillo felittese.
Poi lo apre. Questa è una mia amica e questa sono io.

Poi vedo sul tavolo un ritaglio di giornale. Per Bob Dylan? Per Bob Dylan avete fatto i fusilli?
C Sì, mentre stava qua.
Ah, ho capito chi è la vostra amica, l’ho incontrata anche il primo giorno che portava la legna con gli stivali di gomma. Abita vicino a me più o meno.
M Sì. Mo ci fermiamo pure da lei.
C Mo mett’ a fa’ ‘o ccafè.
Scusate io mo avia scupa’.
M Ma sì, nun face niente ca nun c’è scupat’ ‘nterra. Nun v’appaurate.
C Eh, avia pigliat pur’ ‘o sicchio c’avia passà a pezza.

M Ma sì, nun face niente.
C Agg’ iut’ addu Maria e aggiu statu ‘nu bellu poc’.
M Ne’ zia Catari’, vi piace sta’ cca’, rint o centro storico?
C E ma chest’è la casa mia, stretta come je me l’aggia tene’.
Avete abitato sempre qua signo’?
C Ra cinquant’anni. Chest’era ‘na fimmina (mi fa vedere la foto di sua figlia) e mo è morta. Guarda che bella donna.
Dove abitava? Pure qua?
C A Ginevra. Lui lavorava a Ginevra dove tenen’ l’autobus. Facea ‘a segretaria a Ginevra. E quest’è.
Zia Caterina parla, a voce alta, ma poi ha le note blu. Uno pensa che sia di quelli sempre allegri ma oggi ha una debolezza. “Stavo seduta, non ho spazzato. Questa era una femmina. Questo è mio figlio Mauro, sta a Milano. Avevo due gemelle, hanno nato il 22 maggio. Sono morte il 15 e il 16 ottobre, una volta, a ottobre”.
Di che anno?
ZC Non mi ricordo l’anno. Due gemelle, erano grandi. Questa è la prima e questa è quella che è nata dopo. Ci mostra anche il suo lato meno sfavillante. Dopo averci detto dei fusilli per Bob Dylan.
Telefona di nuovo il professor Di Stasi, vuole sapere se abbiamo trovato l’accesso all’uscita d’emergenza del paese. Gli racconto che da casa della signora Guerriero si vede bene, che il terreno è ben curato, e forse si scende.
Poi approfitto dell’interruzione per distrarre anche zia Caterina dai suoi pensieri tristi di oggi. Forse sbaglio.
Mo mi dovete spiegare come si usa ‘sto camino. Perché vedo che c’avete un camino come il mio. Però voi c’avete la chiusura.
C Si face fumo chiudo. Se c’è il fuoco la sera poggio una rete davanti. Poi la legna la tengo qui vicino anche se c’è poco spazio. Eh, purtroppo chesta è ‘a casa e chesta m’aggia tenè. Io so becchia, tra poco parto.

Ma ho parlato con zia Antonietta, c’ha centotre anni, sta ‘na bellezza.
ZC Eh, ma sai quanti anni tengo? Il 26 maggio faccio novant’anni.
Eh, siete giovane, fino a centotre avete voglia ‘e fa.
ZC Eh. E sorride.
Sono molti qua i centenari. Ogni tanto da fuori vengono a studiare i cilentani perché so’ accussì longevi.
ZC Paricchi hann fatt’ cent’anni.
M Sì, per tanti anni nessuno faceva cent’anni. Poi nel 1990 ci fu il primo centenario, ma dopo decenni. E quindi se tu chiedevi a Felitto di qualcuno che aveva fatto cento anni ti dicevano tutti di questa signora che nel ’90 fece cento anni, perché era l’unica. Poi mo da una quindicina d’anni so’ cinque o sei i centenari. In un anno ci furono tre centenari. Rosario Bamonte, zi’ Ciccio…
ZC Carmela Schiavo.
M ‘A mamma re Maria,
ZC ‘A suocera r’o russo.
M ‘A suocera r’o russo, e quindi furono sei nel giro di pochi anni. Poi si erano fermati un attimo e l’anno scorso c’è stata un’altra signora.
ZC Chi è?
M ‘A mamma re Lena Vosca, ‘ a suocera re Clemente: zia Grazia Caronna.
Quasi tutte donne eh?
M E due maschi: zi’ Rosario e zi’ Ciccio.
Ma perché secondo voi tutti ‘sti centenari?

C Nun teng’ st’esperienza, forse c’è l’aria bona. Io m’aggio operato ‘o core, aggia piglia’ aria, se vado in campagna m’ sento chiu meglio. Mo che iett a passa’ ‘u cuntrollo a Napoli, dove mi hanno operato, mi disse il dottore: tu stai bbona perché cammini. Se non cammini stai male. Io zappo ancora.
Quindi voi avete gli ulivi nella campagna vostra? Ho provato a comprare l’olio nei negozi del paese ma nessuno ce l’ha perché fate tutti l’olio vostro.
ZC Comm’ teng’ chiu de ciento piante. St’anno per coglierle ho chiamato a mio figlio.
Rivolta a Marilena: Vuie pure avit’ auliv.
M Sì, sì trecento a una parte e centoventi-centocinquanta a un’altra parte.
Molte. E come fate a raccogliere?
M Non sono tante. Fino a due anni fa c’era mio padre e faceva lui. Poi è venuto a mancare, abbiamo sta campagna e mica la possiamo abbandonare. Il primo anno abbiamo detto : madonna mia, mo solo noi che facciamo? Siamo 5 figli. Uno però ha un po’ di problemi fisici da quando era piccolo e non ci può aiutare, un altro lavora fuori ed ha già un terreno suo, un altro si sta facendo prete quindi studia e non ci sta proprio a Felitto. Quindi io, mia sorella e mia mamma. Abbiamo: detto va bene, rimbocchiamoci le maniche, e piano piano, 450 piante.
Quanto tempo ci avete messo?
M Tre persone -le reti le mettiamo il giorno prima, con la macchinetta collegata al compressore, lavorando mezza giornata perché poi abbiamo altre cose da fare- diciamo una decina di giorni.
ZC Loro so’ attive, si adattano a tutte le cose.
E io penso: una specie di matriarcato della raccolta delle olive cilentane.
ZC V’o pigliat’ amaro ‘o ccafè? Io v’aggio condito.
Dice proprio così: ve l’ho condito (con lo zucchero).
Va benissimo.
ZC Era un bell’uomo il padre, quieto.
M Bravo.
ZC E così so’ pure loro. Cheste fanno tutto e so’ persone serie, tutt’e ddoie.
E si riferisce alla gemella di Marilena, Giovanna.
Addo’ ‘e cummann’ ‘e cummann’ si guaragnan’ ‘a mille lire perché vanno.
M Ogni lavoro è buono.
ZC E chi ‘o tene s’adda tene’ caro.

Tua sorella è più silenziosa, o no?
M Sì, sì, sì. Però lei diciamo che è il maschio della casa. Difatti adesso – i tetti della nostra casa non sono con le tegole ma co nquesti… in dialetto diciamo l’ierm’c, sono tipo coppi. E mentre le tegole non si muovono tanto, l’ierm’c col vento si possono spostare. Mia sorella è lei che pittura; sì, perché noi facciamo tutto noi. Allora lei sale sul tetto e va a controllare che non si sia mosso niente. Meglio prevenire che avere poi l’acqua in casa.
ZC Sann’ fa’ tutto. V’o pigliate ‘nu poc’ ‘e panettone?
No, grazie, grazie. Si sta spegnendo il fuoco zì Cateri’.
ZC ‘nu poco re limoncello?
Grazie, grazie, basta il caffè. Comunque si sta spegnendo il fuoco. Per forza le volevo far badare al fuoco. Forse Marilena lo capisce e mi aiuta.
M Comunque sai qual é il bello di questi camini? Prima lo tenevo anch’io così. È che non ha lo scalino. Con questo qua non stai mai coi piedi freddi. Invece noi quando abbiamo aggiustato la casa abbiamo rifatto il camino. Io volevo il gradino. Mio padre diceva: facciamolo basso. Io: lo voglio alto… Fortunatamente non mi hanno dato retta quindi arrivammo ad un compromesso. Comunque stiamo sempre coi piedi freddi. Invece con questo no.
Ecco, finalmente ho capito un’altra cosa degli “strani“ camini che vedo a Felitto. Non solo il fuoco si fa all’esterno del camino, per sfruttare tutto il calore, anche quello dell’irraggiamento, ma spesso, come questo di zia Caterina, sono al livello del pavimento, per riscaldare bene i piedi. Piccole saggezze tecniche sviluppate negli anni.
Pure io qua c’ho lo scalino. E non riesco a riscaldarmi i piedi infatti devo mettere i piedi sul bordo, è scomodo, e si cuociono le suole delle scarpe.
ZC Prima stiv’v abbasc’? No, tua nonna.?
M Mamma è stata semp’ ddà. Nonna stia abbasc.
ZC Tua nonna m’ mannava semp’ a chiamma’: “Chi ven’ nu’ poc’?”. Io so’ una ca ce piace ave’ cuntatto con le persone.
M E pe chesto am’ venut’ cca’.
Non siamo entrati quasi in nessuna casa fino a mo, solo in due: voi e zia Maria Guerriero. Per non disturbare, da voi Marilena sapeva che non eravamo di peso.
ZC Non è disturbo. Io aggia ringrazia’ a vuje. E chesta quann passa de cca’ a me me piace si trase: a vita nun cuntinua semp’, è breve.
M C’è una differenza sai, (dice a me), tra il centro storico e Felitto nuovo, sai perché?
ZC Sai che mi dice semp’ mio nipote ca se n’è iut’ abbasc’? Dicia accussì: ua’ zia Catari’ se io m’aviss’ truato chera casa (nel centro storico) nun me ne fuss mai iuto ra cca pecché quanno stevo ccà diciamo: vulimo fa’ a pizza stasera? A iamo a accatta e na mangiamo tutti assieme. Vulimo cucina’ nu juorno? Cucinamo.
C’è più contatto nel centro storico?

M Sì. Fuori dal centro fanno la vita di città: Buongiorno, buonasera. Quando tornavo da scuola, alle 2,30, trovavo gente che si era venuta a prendere il caffè. Appena tornavano dalla campagna. Che so, avevano raccolto un cestino di arance, subito due a te, due a te, domani la signora aveva preso le uova in campagna? Le dava un po’ agli altri.
C’era più comunità.
M France’ nella parte nuova, si ospita lo stesso, però stanno un po’…
ZC Nooo, ognuno sta pe’ i fatti suoi.
M Diciamo, non c’è questa cosa come nei vicoletti.
ZC No, nun c’è stu collegamento. Chesta già me sape e io saccio a loro.
M Oppure che so, arriva la legna, io sento: a va be’ allora aspettate, mo vengo ad aiutare. E viceversa.
ZC ‘Na vota a te, ‘na vota a me. Adda i’ e adda turna’. ‘A seca, ‘a sai ‘a seca? Seca a gli ddà e poi adda segà pure a venì ccà.
Una domanda signò: mo si sta spegnendo il fuoco (e niente, mi so’ fissato) come fate per ravvivarlo?
M Bisogna soffiare.
Zia Caterina ci mette un po’ di cartone, poi soffia con un tubo metallico.
M Questo lo chiamiamo ‘u sciarulo. È un tubo un po’ schiacciato.
ZC Prima ‘o faciano ‘e canna.
C’è la voce della TV di sottofondo dall’inizio. Una specie di telenovela.
ZC Faciomo pure i fusilli a Paparotti.
M Pavarotti.
ZC Pavarotti, 30 kg re fusilli.
Fece ‘o cumpleanno. S’e venette a piglià a Capaccio.. Agg’ iuto a Longarone a fa fusilli.
M Andò pure a Uno mattina.
ZC La prova del cuoco. Beppe Bigazzi e Antonella Clerici. Mi dissero: come fai i fusilli?. Grano duro e uova cafone.
Vabbè mo ce n’amma i’ secondo me, se no non lo finiamo più sto giro. La sosta più lunga l’abbiamo fatta qua signo’.
ZC M’avit fatt’ piacere.
ZC Ma state cca stasera?
Io sono uno del paese ormai.
ZC E mangiate cca’? Mo ve ro ‘nu cap ‘e sausicchia, e va mangiate.
M Mo ti dà un po’ di salsiccia paesana e te la mangi stasera. È d’o maiale suo.
Zia Catarì grazie, ma io non mangio carne. Però vi ringrazio molto.
Certo -penso- c’è una bella differenza tra un maiale allevato in campagna e uno negli allevamenti intensivi.
Arrivederci.
ZC Tanti auguri per tutta la vita, tanti auguri.
A voi, grazie.
Poi zia Caterina ripete: Per tutta la vita. Ciao e grazie.
È l’ultima volta che ho incontrato zia Caterina. Lei forse lo sentiva già.
M Vedi come c’è umido?
Eh, infatti.
M Qua ci stanno altre tre persone.
Ciao Rosa. Stiamo facendo un giro nel centro storico per vedere le persone che ci abitano.
R Ah, ormai le persone ca simu…
Quanti siete qui?
R Tre siamo. Perché uno si è sposato e se n’è andato.
Dov’è andato?
R A valle Sant’Angelo.
M Un paese qui vicino.
Voi siete nata qua?
R No, io so’ di Laurino? At’ iut’ a Laurino? Ddà pur’ è bello.
Sì, mi ha detto Donato che è bellissima ma non ci sono andato ancora.
R È parecchio ca ce manco. Pecché ropp’ muort’ mio padre, mia sorella, mia madre, nun c’aggio iut’ cchiu’. I miei fratelli e le mie sorelle so’ in Germania e allora non so’ andata.
Anche voi c’avete un po’ di campagna vicino Felitto?
R No, no. Non c’avimo niente in campagna.
È la prima persona che incontro che mi dice che non ha campagna.
Grazie signora Rosa. Buona giornata.
M Qua invece so’ tutte persone che se ne so’ andate in campagna. Per comodità. Poi c’è sempre qualcuno che è andato in pensione quindi c’ha gli animaletti, e giustamente sta in campagna perché lì c’è spazio per tenerli.
Non so se vogliamo andare dalla signora Maria, se c’è, che sarebbe l’amica di Caterina.
Ah, la signora, l’ho conosciuta. Andiamo un attimo, vorrei vedere come sta.
Marilena bussa al campanello. Ci sono le chiavi fuori ma bussiamo.
Buonasera, vi siamo venuti a trovare a domicilio.
SM Venite, venite. Qua c’è un laboratorio adesso.
Stiamo cucendo.
Ci sono altre signore, vicino al camino.

SM Noi qua ci riuniamo, stiamo in casa e facciamo qualche puntino. Accomodatevi.
Una signora Mari’ qua qual é ‘o filo? chisto? Ah, stamattina ti ho visto con il professor Di Stasi.
M Comunque la signora ha due figli ventenni e abitano qua al centro storico.
Ah, allora qualche giovane ci sta.
S Eh, ci stanno.
Che lavoro fanno, ve lo posso chiedere?
S Sì, sì, come no. Mia figlia lavora al tabacchino, quello vicino al pastificio.
E mio figlio lavora qua alla ditta D’Urso.
M Fanno macchine agricole. È una ditta grande quindi ci sono diverse persone di Felitto che lavorano là.
S Sì, ha una trentina di dipendenti. Sta ad Aquara, un paese qui vicino.
State girando per tutto il paese? Bello eh? Dite la verità.
Ah, si. Il paese è bello. Me ne sono accorto quando sono venuto l’altra volta.
M Si pensava che era proprio disabitato.
S Eh.
M Vabbè, pur’a me m’addumannaie. Dicett’ accussì, ricett: no ma non arriviamo a cento persone nel centro storico.
SM Come una volta non è più.
M E invece no, pecché cuntanno sulo chiri ca c’abitano veramente…

SM Una volta non c’era una casa disabitata. Pure nu terraneo… Non si trovavano case, una volta. Mo si è sviluppato per la campagna quindi quello che c’aveva la casa qua, anche piccola, l’ha abbandonata e se ne sta in campagna.
Perché è più grande.
SM Eh, e poi qui è scomodo.
M Eh, e poi le persone anziane stanno morendo. Però ogni tanto arriva qualcuno dalla campagna che ritorna in paese.
S Ha ditt’ accussì Gengiu (?) stamattina, quann’ c’era o funerale: “Se ne vann’ giuvan’ da Felitto e po’ muort’ tornan’ cca’”.
SM Abitava in America, in Argentina, prima; poi era venuto a Salerno.
SM Era emigrato.
SM La signora tene ‘a stoffa. Deve diventare nonna tra poco e allora stiamo preparando la copertina che poi lei la ricama.
M Ah, mica tenete il punto a giorno?
Voglio vedere se lo sai fare davvero o fai solo chiacchiere.
M Questo qua è quello che ti dicevo io. Questo è un punto quadro.
Quindi voi state insegnando a cucire?
S No, è che mi sta aiutando a impostare il lavoro. Una persona anziana capisce di più. È più esperta.
In Cilento il mondo, come sentite, funziona al contrario. Andiamoci tutti.
M Questo giusto per abbellire la piega. Questo qua solo so fare.
SM Invece di fare la piega a macchina uno la fa a mano, viene una cosa più delicata, più preziosa. La piega serve, altrimenti l’orlo si sfilaccia.
M Ecco il punto a giorno. Quello che per primo mia madre mi ha insegnato a fare e mi ci ha fatto fare tutte le tovaglie, tovaglioli e lenzuola.
SM Non solo il corredino ma pure la persona che si sposava, tutto a mano.
Pure la stoffa?
SM Sì, pure la stoffa. Mia nonna mi ha fatto fare il telaio. Lino, lino e cotone.
Ma non c’è più nessuno che lo usa il telaio?
SM Eh, no. Ma quelle non vogliono neanche ricamare più.
S Vi pensavate che faciam’ fusilli?
Quando ho sentito “laboratorio” ho pensato fusilli.
AM Ma qua una volta si cuce, una volta si fanno i fusilli…
M Siamo stati da zia Caterina fino a mo. Ci ha raccontato dei fusilli per Pavarotti, per Bob Dylan.
SM È vero, è vero, li abbiamo fatti.
Nella foto che ha lei c’eravate anche voi giusto?
SM Sì.
La TV si sente bene in una pausa del discorso.
M Ah, poi France’ devi sapere che qui il 99% delle persone guarda il pomeriggio guarda “Segreti“.
S Ah, io nunn’ o guardo cchiu’.
SM Ah, io pure.
Ma infatti vedo questa Tv accesa, però nunn’ agg capit’ ch’ ré.
Non lo vedono però la TV l’ho sentita accesa credo su questo canale in altre case questo pomeriggio.
SM Facciamo il caffè?
Grazie ma già lo abbiamo preso.
SM Non vi posso offrire niente più perché io so’ sola. ‘Nu bicchiere di liquore? Un po’ di limoncello?
Sì. Sorridendo.
SM Anzi è crema di limoni.
Meglio. Mi seggo. (Ero rimasto in piedi per scattare qualche foto) Tenete ‘ste sedie basse basse. Perché?
S Vicino al fuoco. Stiamo più comode.
M Tutti quanti hanno le sedie alte per stare vicino al tavolo e poi queste basse per stare vicino al fuoco. Perché ti riscaldi meglio.
S Allora vi è piaciuto il paese? Bello eh?
Sì, sì, bello perché… è autentico, che brutta parola. Non si è imbellettato per i turisti.
SM Felitto non lo apprezziamo noi ma a tutti quanti piace come paese.
Io sono rimasto subito colpito da questo paese, la prima volta. Eppure di paesi interni ne ho visti parecchi. Molti li hanno ristrutturati ma non ci abita nessuno. Qua voi dite che siete pochi ma siete un sacco. E i paesi non li fanno le pietre, li fanno gli abitanti.


SM È accussì, ma qua c’è stata l’emigrazione. C’era molta più gente prima.
Alla salute.
SM Di tutti, vostra nostra e di chi ci vuole bene.
S Ma sabato e domenica agg’ vist’ ‘nu sacc’ ‘e persone. Ha ditt ca giran’ ‘nu film? Che è? M’ha ditt ‘a barese.
M Questo lavoro va avanti, mi ha detto Enzo, da cinque anni. Sono stati in altri paesi ma alla fine sembra che lo stanno facendo qua a Felitto. È ‘nu film ‘ncopp ‘e briganti.
SM Era bello con le torri. Se non le avessero rovinate, era molto bello. E una volta a Felitto la strada era solo giù, a piazza mercato. C’erano le scale per venire su prima. Quando avevo 12-13 anni hanno fatto queste stradine; prima c’era proprio un muro con le scale che venivano fino a sopra. Io andavo a scuola nella casa dove adesso c’è il B&B di Tolino. E anche a via Pomerio, al Municipio vecchio.
Da dove siamo adesso non saranno più di 100 metri. Le scuole all’epoca c’erano, dentro il centro storico. Era un mondo tutto più piccolo, più stretto da scalette e muri, più largo di campagna e di strade senza auto parcheggiate che occupano gran parte dello spazio di noi abitanti del mondo di oggi.
D Poi dal paese c’è proprio la vista della campagna,. Io nun me stanco mai r’a guardà.
Quindi gli abitanti di Felitto da qua vedono la loro campagna?
SM Sì, sì. Io per esempio vedo la campagna dove abitavano mia mamma e papà quando andavano in campagna.
Vabbe’. Ce ne andiamo?
Grazie mille, buon lavoro.
S Presentateci bene in questo paese.
SM Presentateci bene se no dicono: so’ veramente cafuni.
Usciamo e zia Caterina, che avevamo lasciato poco fa a casa sua, sta entrando.
Poi vediamo il presepe messo da una signora per le strade. Adesso andiamo a vedere la chiesa madre.
Entriamo dalla porticina laterale vicino al campanile. Marilena ha le chiavi. Accendiamo la luce. Fa freddino.
M Qua ci si viene solo la domenica e nei giorni di festa. San Vito patrono, San Ciriaco, Maria Assunta, San Giuseppe sono del ‘700 e sono di legno. Il pavimento anche è del ‘700. Negli anni ’20 del ‘900 c’è stato un restauro, poi non si è fatto più nessun intervento. E mo dove la politica non è riuscita ad arrivare, invece la testardaggine di mia sorella sì. Le varie amministrazioni hanno sempre fatto progetti però qua per la chiesa non è arrivato mai nessun finanziamento. La chiesa si vede, no? che ha bisogno di qualche intervento. Indica il soffitto: lì se ne è proprio caduto e poiché è tutta incannucciata non ci si può camminare. Mia sorella da tempo vedeva che negli altri paesi le chiese venivano curate. Ad un certo punto si stanca ed inizia a dire al prete che la cosa non è come negli altri paesi. Poi chiama l’architetto della curia, lo fa venire e inizia a pressare il sacerdote. Ad un certo punto volevano chiudere la chiesa perché si era fatta una lesione. Quello è stato il momento in cui non ce l’ha fatta più. Quando venne l’architetto per il sopralluogo e chiudere la chiesa mia sorella insisté molto. Insomma, alla fine per il 2020 inizieranno i lavori di restauro. Abbiamo avuto i fondi dalla CEI. Il progetto l’ha fatto la curia. Si farà un restauro completo. Nel frattempo con Rosi abbiamo costituito un comitato e siamo andati a raccogliere i soldi casa casa per questo intervento provvisorio che è costato 20000 euro. Perché se continuava a piovere dal tetto l’incannucciata si sarebbe rovinata definitivamente e ormai è difficile trovare artigiani che la sappiano ricostruire. Comunque abbiamo tamponato: la chiesa non è stata chiusa e i lavori iniziano nel 2020.
Rifaranno il tetto, l’impianto elettrico, cambieranno il pavimento, si pulirà la cripta giù, si andrà a vedere sotto l’altare cosa c’è. Si farà il bagno perché è una chiesa senza bagno e si rifarà anche l’intonaco esterno.
Marilena e la sorella gemella come avrete capito sono molto attive nell’ambito delle attività pastorali di Felitto, ci tengono davvero. D’altronde deve essere una propensione di famiglia se il fratello sta studiano da prete.
C’è la cripta quindi sotto?
M Sì. Hai la torcia sul cellulare? Ti ci porto. Questa è la sagrestia, questo il pulpito, negli anni 80 si usava ancora. Per salire mettevano una scaletta a pioli.
Andiamo a vedere una scala a chiocciola bellissima ((forse sale al campanile?))
Poi scendiamo. Le voci ovattate.
M Lì c’è una botola, si scende e c’è un’altra stanza con un’altra botola e li sotto si mettevano i defunti. Qui probabilmente veniva usata per le celebrazioni dei morti perché ci sono questi altarini. Qui probabilmente venivano sepolti i bambini.
Usciamo, e andiamo verso casa di Angela. L’ultima visita del nostro giro.
Però prima, camminando, incontriamo una signora distinta, mite, silenziosa.
M Lei è una professoressa, in paese è un po’ come il prof. Donato.
P Venite da me?
M Stavamo scendendo però gli volevo far vedere il vostro presepe che sta lungo la stradina.
Però notate? Ha detto “venite da me” come se nulla fosse, il paese non ha molti muri.
P Ah, lo stavo per togliere.
Voi pure abitate qui da sempre?
P Sì, sono nata qui. Questa è la casa dei nonni. Poi mio padre, in quei tempi Felitto non era così, si costruì una casa in campagna.
Posso dare uno sguardo veloce? Perché questa non mi sembra una casa come le altre.
P Eh, sì è diversa dalle altre.
È una casa grande.
P Quello che resta. Le mie cugine entrano da un altro portone ora. È stata divisa dagli eredi e poi venduta in parte. Il palazzo in origine continuava sull’altro lato della strada.
Quindi questa dove siamo non era una strada ma un corridoio della casa? Si vede che è una strada stretta rispetto alle altre.
P Sì. Se tornate un’altra volta vi mostro la casa.

Io volevo fare un presepe che prendesse tutta questa parte della strada e ho iniziato a mettere dei personaggi. Li ho presi da un giornalino del catechismo e li ho fatti ingrandire e stampare.
Sono dei pastori su cartone.
Questo è il pastore della meraviglia che non manca mai nel presepe.
Salutiamo la professoressa. Anche questa sarebbe stata una casa molto interessante da visitare. Doveva essere la seconda casa nobiliare del paese oltre al palazzo delle cento stanze. Di storie ne deve contenere molte. Ma non bisogna essere ingordi. Bisogna ricordarsi di non esagerare, rispettare dei limiti. E poi si può sempre tornare ad ascoltare.
M Angela! Siamo arrivati!
Tutti nel centro storico oggi sapevano credo di questo giro. Perché Marilena come avete capito ha contatti diretti con moltissimi, non è una che parla troppo, però comunica in maniera efficace.
Scusate, abbiamo fatto tardi.
A Io per passare il tempo mi sono messa a fare un po’ di fusilli.
Allora, che giro avete fatto?
Angela Mazzaccaro ha la passione per la cucina, e con questa passione ha messo su un bel ristorante che si trova sulla collina che si vede da qui, quello delle campagne dei felittesi, si chiama l’Occhiano, il nome di un albero. Però mi accorgo che non le ho mai chiesto l’origine di questo nome.

M Abbiamo fatto un giro per il centro storico. Passann’ amm’ vist’ Rosalba Cioffi, Tina ‘a rainese, Antonella ‘a tardellina, zia Maria Guerriero, zia Ntunietta Mammason, zia Caterina, Maria, ‘a signurina, amm’ iut’ ‘a chiesa.
Si mischiano nomi veri e soprannomi, però adesso li sapete tutti.
A Il caffè lo prendete?
No grazie, abbiamo già preso caffè e limoncello.
Angela sorride.
Ah in questa casa vedo una novità, questo è un forno per le pizze?
A Sì, però ultimamente lo uso poco perché avendo il ristorante… Lì cucino già abbastanza.
Allora che ne pensi di Felitto?
È un paese interessante. A parte che c’abita ‘nu sacch’ ‘e gente. Sembra che non ci sia nessuno e invece è quasi pieno. Noi ci siamo fermati in poche case rispetto a quelle che sono abitate.
M Pure addu zia Antunietta nun c’amm iut’, Antonietta Ciuccia. Amma vista pure Pascale Scarpa. No, ‘nce so’ ‘e persone.
Allora ‘sto ristorante funziona?
A D’estate sì, benissimo. Adesso perché non c’è gente non vado.
M Però su prenotazione funziona anche adesso.
A Sì.
M France’ ma quando te ne vai vogliamo fare allora un incontro?
C’ho ripensato. Volevamo fare con Rosi un incontro con i felittesi per chiedere a tutti la loro idea del paese. La loro idea di come si potrebbe fare qualcosa per il paese. Però mi sembra una cosa… cioè ‘o sindaco adda fa ‘sti ccose. Io so’ l’ultimo arrivato, mi pare un poco esagerato.
A Non è vero. Secondo me, vedendo le cose da fuori puoi dire…
Allora, quello che io ho capito è che questo paese, i paesi di questo tipo, sono come il fuoco: gli anziani sono la brace. La mattina quando faccio il fuoco capita che se uso la brace non devo usare la carta e l’accendino, però ci devo mettere lo scantamano, il legno che prende subito fuoco, cioè i giovani. La brace sono gli anziani, che ancora si ricordano come si fanno i fusilli, come si usa il telaio magari (la signora Maria Guerriero). I vecchi sono la brace e i giovani la legna sottile, se voi fate spegnere la brace… finisce tutto.
Il paese è vostro, dovete farlo voi, perché non deve venire qualcuno da fuori a farlo. Altrimenti si rischia che viene male, si rischia che la gente dice: Ma chill’ chi è? Chill’ ch’ bo’? ? O paese è ‘o mio. E c’ha ragione. Io vi posso dire questa idea però dovete farlo voi. Voi dovete capire che avete un tesoro, che è la brace, che non hanno in tanti, sono in pochissimi che sono rimasti, se voi capite questo potete fare qualcosa di bello, se pensate che è normale: “vabbuo’ chill’ so’ viecchi…“
A Ma guarda. Io avevo mio suocero in casa che era una persona intelligentissima. Era uno che conosceva tutto, la storia, leggeva sempre, conosceva l’inglese perché era stato in guerra. Una volta venne un ispettore dell’INPDAP e si iniziò a parlare del periodo della seconda guerra mondiale. Mio suocero disse: “tu lo hai letto sui libri, io c’ero”. Quello alzò le mani. Non pensavamo che dovesse mai morire, e invece. Poi dicemmo: che sbaglio, potevamo registrarlo. Oggi si parla tanto delle erbe. All’epoca lui non usava i medicinali, andava sott’ a muntagna, pigliava certe erbe, le faceva essiccare, quando avevamo mal di stomaco, l’acidità, ce ne dava mezza tazzina la mattina. Curò mia figlia per le verruche. Faceva una cremina e la metteva con un cerotto. Gli anziani siamo così abituati ad averli che non ci rendiamo conto che poi un giorno non ci saranno più. Zia Maria Greco è un altro esempio lampante. Quante volte abbiamo detto di andare a farci sentire ‘e canzon’ vecchie r’a Maronna, i canti antichi. Quella è morta e i canti antichi non ce li siamo segnati.
M Meno male che Giovanna iette addo zia Dina Verduriere prima ca perdia ‘a capa. Iett’ a registra’.
Fate l’università dell’artigianato locale. Nel palazzo di Rosi o dove volete voi. Incominciate a farlo. Una signora che insegna come si ricama, uno che insegna come si lavora il legno, Vito il fratello di Rosi che fa i cucchiai, i ferri per i fusilli, i cestini di vimini. Un vecchio che insegna a uno, due, tre giovani.
Forse anche gente di fuori può essere interessata a imparare.
Vabbuo’, mo ce ne andiamo.
A Questi sono dei dolcetti per voi, le delizie di Maria.
C’è sempre il senso del’ospite come sacro. I greci pensavano che qualunque ospite potesse essere un dio venuto sotto spoglie umane e pensavano che si dovesse sempre accogliere i forestieri come persone sacre.
Non dovete far andare via i giovani. In città nun ce sta nient’ ‘e cchiu’.
I centenari cilentani sicuramente derivano dall’alimentazione sana e dal movimento, ma anche dalla rete di rapporti sociali, dalla condivisione dei mille problemi della vita che probabilmente diminuisce moltissimo l’invecchiamento dovuto allo stress psicologico. Non altrettanto si può dire della rete moderna dei social network. Quelli probabilmente lo stress psicologico lo aumentano invece di diminuirlo. Abbiamo da imparare dai cilentani, non solo come fare i camini per riscaldarci meglio i piedi.
Poi chiedo al professor Di Stasi questa storia degli irmici.
DDS In felittese si chiamano irmici, equivalente di embrici. Che poi si differenziano in canale, quelli nei quali scorre l’acqua fino alla grondaia, e cavallucci, quelli che si mettono sopra a coperchio tra due canale. Tieni conto che i cavallucci non coprono ogni canale ma servono a tenere le canale vicine e parallele unite tra loro e impedire che l’acqua penetri attraverso i piccoli vuoti tra le canale. Nella disposizione la canala più in alto poggia un poco su quella posta più in basso e così il cavalluccio più in alto poggia un poco su quello posto più in basso per riparare la soffitta da infiltrazioni di acqua. Per mantenere gli embrici fermi si mettono qua e là delle pietre piatte come grandi mattonelle mentre le tegole si inchiodano. Fino agli anni sessanta a Felitto si usavano solo embrici che venivano realizzati e cotti sul posto nelle fornaci da felittesi esperti nella produzione di materiale edilizio cotto e di calce.
La solita estrema chiarezza del professor Di Stasi. Mi pare di vederlo, adesso, il tetto fatto cu gl’ierm’c.
Ve l’avevo detto che la giornata oggi sarebbe stata lunga; però, grazie a Marilena, che ci ha raccontato e fatto parlare con molte persone, adesso la percezione che abbiamo del paese è molto diversa. Adesso sappiamo che dietro le finestre silenziose, quassi sempre ci abitano. Che tra una porta e l’altra i confini sono molto sottili, che se passi per queste stradine con qualcuno che ti accompagna non è difficile entrare dentro, che questa architettura delle case vicine vicine, quando entri e trovi un gruppo di signore tutte insieme che cuciono, evidentemente si è trasmessa pure agli abitanti.
*Era vero al tempo di questo racconto. Adesso Marilena vive a Salerno e Giovanna a Felitto, ognuna con il proprio marito.
(Fine ottava parte, pomeriggio, continua)
Testo e foto ©Francesco Paolo Busco