Mercoledì 16 gennaio 2019, giorno sette
Oggi riposo.
Mi alzo con comodo. Piano piano pure accendo il fuoco. Sta diventando un piccolo rito. Cercare di sentire cosa devo fare perché da un residuo di brace in un punto nasca di nuovo la fiamma. Questa empatia con la cenere e la legna rimasta da ieri, e con quella nuova sottile e doppia e la struttura essenziale del camino, sento che è un esercizio buono. Poi resto a guardare il nuovo fuoco che si muove, riscalda e illumina.


Dai, oggi andiamo a fare una passeggiata senza meta, seguiamo i piedi.
Verso le undici e mezza sono fuori di casa. Il centro storico è silenzioso come al solito. Il tempo è bello e freddo. Faccio il giro delle vecchie torri. Vicino a una di queste un gatto nero si gode l’aria sdraiato sulla panchina di legno. I piccoli archi di pietra di questi vicoli inquadrano vasi appesi ai muri con i fiori. C’è un presepe costruito dentro una carriola.
Piano piano esco dal perimetro del centro antico.
Vicino al comune l’orizzonte si apre sulla collina di fronte. Felitto è costruito su uno sperone di roccia lungo. Dal versante sud affaccia a strapiombo sulle gole del fiume Calore e invece la collina sul versante opposto è dolcemente esposta al sole. È qui che i felittesi hanno le loro terre. Ognuno ha le sue piante di olivo, parecchi ancora fanno l’orto. Provo a far entrare il paese e la sua collina campagna dentro la stessa foto.

Torno a casa.
Ho fame. Cucino le cose che ho comprato da Angelo, che, ve l’ho già detto, ha l’unico negozio ancora aperto nel centro storico. I rumori del cucchiaio di legno, le pentole sul fuoco, il gas, il piatto quando lo appoggio sul tavolo. C’è silenzio, forse non solo fuori ma dentro, e allora i suoni si sentono di più che nei giorni in città.
Al bar di sera
La sera mi telefona Vincenzo, ve lo ricordate, uno dei briganti del film, eravamo stati a cena a casa sua ieri. Mi invita ad andare al bar a bere insieme qualcosa. Che bella occasione, il bar dicono tutti che sia il centro di questi posti, la sera magari soprattutto.
Vado, il tempo da casa, sempre a piedi, è trascurabile, diciamo cinque minuti esatti.
Al Bar Impero, entro ed ecco Vincenzo.
Sta già seduto al tavolo chiacchierando con tre o quattro persone. Ognuno che entra saluta tutti.
C’è parecchia gente. Stasera, sarà una combinazione, sono tutti uomini.
Sul fondo della sala giocano a carte. Qualcuno si avvicina a loro solamente per guardare.
Chi ha già giocato poi magari va in giro per il bar a commentare la partita che ha vinto. Oppure, se ha perso, a dire che c’era un errore madornale, che ha commesso il compagno di squadra, da evitare.
Si beve, si chiacchiera. Ognuno offre un giro agli altri che sono intorno.
Un poco ci si sfotte, in maniera allegra, a volte invece, almeno così sembra a me, piuttosto pesante.
Dopo una mezz’ora sento che è abbastanza, troppo.
Sì, ho raggiunto il limite.
È la prima volta che in questo paese mi sento a disagio. Vado al bancone, pago un giro, saluto ed esco.
Evidentemente non sono ancora abbastanza bravo per il bar della sera. Sarà la mia scarsa capacità a reggere il conflitto, anche latente, sotto forma di scherzo.
Testo e foto ©Francesco Paolo Busco