MAPPE – Pedamentina di San Martino. Da San Martino a Montesanto in 25 minuti

Ecco il primo percorso per pedoni a Napoli.

È la Pedamentina di San Martino che in circa 25 minuti dal Vomero (dal piazzale della Certosa di San Martino) vi porta:

1) se, arrivati a corso Vittorio Emanuele, girate a sinistra e poi prendete la scala di Montesanto: alla stazione della ferrovia Cumana e della Funicolare di Montesanto.

Qui la mappa interattiva

2) se, arrivati a corso Vittorio Emanuele, girate a destra per pochi metri e poi prendete vico Trinità delle Monache (ex Ospedale militare): vi ritrovate a via Pasquale Scura cioè al primo metro di Spaccanapoli, che vi conduce nel cuore del Centro storico

Qui la mappa interattiva

(Una descrizione completa del percorso e le foto le trovate nel nostro libro Napoli a piedi)

IL VIAGGIO (1) – Parte il nostro giro del mondo ecologico, da ecoturismo profondo, senza muoversi da Napoli

Flygskam è una parola che gli svedesi hanno coniato da alcuni anni, significa: vergogna di viaggiare in aereo, perché sembra che gli aeroplani inquinino moltissimo.

Quasi tutti i giorni il telegiornale ci dice pure che migliaia di persone nel mondo, migranti, in molti modi, non in aereo e non per turismo, da un continente all’altro, si muovono.

E se di queste due cose così grandi, problematiche, ne facessimo una soltanto? Forse ritornerebbe guardabile, possibile, di dimensioni e senso umani.

Allora ho pensato di fare il giro del mondo senza muovermi, da una città, per esempio la mia, Napoli.

Bene, l’idea mi pare abbastanza strana, mi può interessare, da dove iniziamo a viaggiare?

C’è un posto del mondo che molto tempo fa veniva chiamato Serendip, poi da quella parola è venuto fuori un vocabolo, quasi di moda, serendipità: trovare qualcosa, bella, sorprendente, mentre ne stai cercando un’altra completamente differente.

Un esempio? La penicillina.

Serendip è il nome antico dello Sri Lanka e allora mi sembra un ottimo posto da cui iniziare un giro del mondo, se è vero che i viaggi occorre farli essendo più aperti possibile a lasciarsi spiazzare.

Mi accompagnate?

Giorno 1, giovedì 5 dicembre 2019, mattina

Scendo da casa a piedi in direzione metro, ma il biglietto che ho usato mille volte, Unico corsa singola, costo poco più di un euro, stamattina mi sembra quello del volo aereo più intercontinentale del mondo. E pure questa camminata fino alla stazione della Linea 1, l’avrò fatta due milioni di volte, da casa allo stadio Collana, quello col discobolo fuori, mi sembra il tragitto per andare al check-in di un aeroporto internazionale enorme. La sento nel ritmo del respiro, anzi nella tensione dei muscoli del petto, l’emozione di questo viaggio orientale.

Scendo le prime scale, marco il biglietto, però il tornello mi pare il cancello di imbarco. Continuo a scendere e percepisco lo spostamento d’aria del treno che sta per arrivare, allora accelero; subito prima dell’ultima curva il fischio dei freni, sprint finale: imbarco avvenuto, al gate, al volo, all’ultimo istante.

Dentro il vagone, davanti a me, seduto, c’è un signore dal colorito tipico delle persone di quella nazione. Il fatto strano è che tutti gli altri in questo momento mi appaiono viaggiatori, turisti, forestieri come me, e lui quello che in questo posto ci abita davvero.

Lo penso da parecchio che il mondo diventa come ce lo immaginiamo, non dovrei dirvelo perché ho sentito che i cronisti di viaggio scrivono semplicemente il vero. A me però, stamattina, il vero, scusatemi, ma mi pare questo.

Next stop piazza Dante, exit on the left”: ‘o verite? pure la voce automatica dentro al vagone oggi ha l’accento straniero.

Esco sulla piazza, la statua del Poeta fiorentino neppure la vedo. Sono le 12.40, è un po’ presto per quello che ho in mente, penso che è una cosa utile se vado a cercare una guida turistica del Paese, come uno fa di solito prima di partire o appena sceso dall’aereo.

Cerco tra le bancarelle dei libri di Port’Alba. Ma non trovo niente.

Vi devo dire che quella di cercare era un po’ una scusa per ritardare la prova: non so come andrà questo viaggio, se arriverò a destinazione, se riuscirò a capire, a vedere, a “entrare in contatto” è la parola giusta per questa emozione. Se uno piglia il suo corpo, fisicamente, e lo sposta sul territorio dello Sri Lanka, mal che vada può sempre dire che quel viaggio lo ha fatto, pure se ha visto poco, se è stato tutto il tempo dentro un resort sulla spiaggia. Ma se uno invece resta quasi a casa, resta abbascio ‘o palazzo, e cerca un contatto, lo spostamento forse diventa molto più sottile, delicato, vasto.

Mi ricordavo di essere stato alcuni anni fa a mangiare da queste parti in un posto due o tre volte. Una specie di tavola calda singalese dove, se volete, potete pranzare pure in pace, seduti al piano inferiore. Mi pare una buona idea per trovare un punto d’accesso, per iniziare dal corpo pure forse: sentendo il gusto della cucina di quel posto. Poi lì magari avrò l’occasione di parlare con qualcuno di loro. Il cibo, una chiave d’accesso, un luogo, un ponte?

Entro e ci sono poche persone, saluto e chiedo se è un locale dove si mangia singalese, mi sorridono, dicono che è giusto. Cerco di capire che pietanze sono: stanno esposte in una vetrina nel bancone una quindicina di ricette di un sacco di colori.

“Lenticchie brodose”, mi hanno detto, poi una specie di fagotto triangolare con dentro le patate, una ciambella con le alghe: inizio da qualche parte. Mi siedo a un tavolino fisso al muro.

Questo fagotto (poi vi dico il nome vero, appena lo capisco, quello che suona come lo hanno inventato loro) è molto buono. È soffice, speziato, sostanzioso, molto piccante. Poi assaggio la crema di lenticchie. Mentre mangio penso che ho sbagliato a sentire: chiedo se ci sono per caso dentro i ceci, allora una signora che è venuta nel frattempo, mi dice che sono davvero solo lenticchie, però gialle: ci metto un po’ a comprendere che loro le lenticchie per fare questo piatto prima le sbucciano. Vabbè detto così sembra complicato ma poi scopro che se volete si vendono già fatte: le famosissime lenticchie decorticate. E allora il colore è molto chiaro e pure il sapore è molto più leggero. Buonissime, ve lo posso dire.

Poi chiedo di provare una di quelle ciambelle che pure sembrano invitanti.

Nel frattempo arrivano altre persone, il locale è abbastanza pieno. Vengono e prendono dei vassoi di alluminio con tante cose una vicina all’altra, anzi una sopra all’altra proprio che non c’è più spazio, come i vassoi di pasticceria mignon dei nostri pranzi domenicali più abbondanti.

Sto mangiando e sono un po’ distratto, però sott’occhio lo vedo che chi entra un poco si sorprende, e pure lui mi osserva: ecco, sono davvero, un po’, in un Paese straniero.

La signora che mi ha spiegato le lenticchie mi racconta che vive a Napoli da venticinque anni. Che qui in molti abitano in tanti. Che spediscono i soldi nel Paese di origine per far vivere bene madri, padri, fratelli, nipoti. E magari loro invece vivono stretti, con pochi soldi, un po’ stentati.

Però sorride, un sorriso dolce con uno sguardo vivo, forse appena triste. Ha un buon lavoro ma capisce gli altri. Le racconto che anche noi italiani abbiamo fatto questa cosa negli anni passati. Adesso ripensandoci mi accorgo che ho quasi mentito, perché dal sud la facciamo ancora, non proprio uguale ma, giovani, in molti.

L’ho fatto io stesso, adesso sono dieci anni, e questo posto, mo che ci penso, mi ricorda la pizzeria da asporto di Middelburg, in Olanda, dove andavo a mangiare i piatti italiani del mio amico Vincenzo, nato a Torre Annunziata, sposato, con figli, in Zelanda da molti anni. La bandiera singalese qui ce l’hanno appesa, di stoffa, fuori. Vincenzo la teneva distesa su tutte le pareti interne del locale nelle mattonelle di una lunga striscia tricolore.

Poi mi dà alcune dritte su dove andare a guardare, vedere, incontrare: c’è una comunità forte in questa zona, sì, siamo partiti bene, poi una alla Sanità, in zona piazza Cavour. Poi mi dice di una scuola un po’ più in alto di dove siamo, e che magari se incontro un monaco buddhista, singalese, pure può essermi utile per capire un po’ di cose.

Ogni tanto entra qualcuno e saluto.

Sorridono queste persone e sembrano incuriosite. In tutto il tempo che sono stato lì, di persone pallide come me ne ho vista entrare una soltanto.

Poi un signore che pure lui sta mangiando in questo posto, chiede di avere un bicchiere di qualcosa che sta dentro un grosso thermos su un lato del bancone. Chiedo informazioni alla signora che sta davanti a me, aspettando il suo turno. Lei non sente quello che le dico, allora la figlia, piccola, avrà sette anni, lei mi ha sentito bene, tira la manica della mamma per dirle che le parlo. I bambini a volte sono meno imbarazzati dei grandi. Sì, quello è tè, dentro il thermos. E capisco che la piccola birra che ho preso dal frigo non era la scelta più tipica che avrebbero fatto nel Paese che sto visitando.

Pago, saluto, ringrazio ed esco. Ora che un po’ sono entrato nel viaggio vedo se trovo altri luoghi singalesi nei dintorni. Mi inoltro lungo questa stessa strada, via Correra, ‘o cavone e piazza Dante, salendo.

Ai muri ci sono i manifesti in questi caratteri rotondi. Sembra una specie di cinese o di greco ma con gli spigoli curvi. Sono mischiati con i cartelli in italiano. I loro colori sono molto più forti.

Il primo che avevo visto, proprio all’inizio del vicolo, entrando, sembrava una specie di manifesto comunista, rosso, col martello inclinato, senza falce.

Salgo e i negozi singalesi, i manifesti, i nomi, sono mischiati ai napoletani. Entro in un fondaco, ma solo qualche metro, per non venire risucchiato da questa specie di macchine del tempo, ancora vivissime, se è vero il fiocco azzurro che vola sull’ingresso.

Salendo salendo mi trovo a via Salvator Rosa. Mi pare di essere tornato a casa da un lungo viaggio quando vedo il traffico caotico di scooter, all’incrocio, in equilibrio magico in un qualche loro ordine perfetto.

Poi mi voglio reimmergere, almeno un altro poco, cercare questa scuola di cui mi hanno detto.

Chiedo davanti ad un negozio dei loro: lì, vedi, a pochi metri, detto con le consonanti addolcite tra la lingua e i loro bianchissimi denti. Sopra un portone c’è un grande cartello: Saint Anthony’s International School.

Entro mentre escono i bambini coi genitori per mano. Una ragazza mi indica con l’ascensore il piano. Prendo appuntamento per domani, alle dieci. Vedremo cosa ci riserva la seconda parte del viaggio.

Nel frattempo mi è capitato di incontrare, un pomeriggio, in un teatro, questa frase scritta intorno all’anno mille: “L’uomo che trova dolce la sua terra non è che un tenero principiante; colui per il quale ogni terra è come la propria è già un uomo forte; ma solo è perfetto colui per il quale tutto il mondo non è che un Paese straniero”. L’ha pensata Ugo di San Vittore, un teologo e beato della chiesa cattolica, tedesco.

Io c’ho messo mille anni a capirlo. Ve la lascio.

Testo e foto di Francesco Paolo Busco (tutti i diritti riservati)

(fine prima parte, continua, qui trovate la seconda parte)

NAPOLI DAL MARE – La Regata dei Tre Golfi, una delle più antiche del Mediterraneo

8 maggio 2017

Una volta all’anno a mezzanotte il mare di Napoli viene illuminato dalle fotoelettriche, quello a sinistra di Castel dell’Ovo. In acqua si vedono tante barche a vela. Tutte nello stesso posto, prima in disordine, ognuna arriva e si aggiunge al gruppo, poi piano piano che scorre il tempo una specie di ordine si forma, si avvicinano tra loro e cominciano a formare delle linee, si mettono quasi in fila. A mezzanotte meno tre secondi formano quasi una linea sola: è quella di partenza di una delle regate più antiche del Mediterraneo (si corre dal 1953. La Giraglia, la più antica, solo da due anni prima), si chiama Regata dei Tre Golfi va da qui a Ponza, poi si girano Li Galli e finisce a Capri. L’abbiamo vista molte volte questa partenza dalla costa, quest’anno invece ci siamo imbarcati. Napoli dal mare.

La festa comincia a terra. Le barche stanno tutte ormeggiate nel porticciolo di Santa Lucia, riempiono un po’ tutti gli ormeggi dei circoli nautici di Santa Lucia. L’organizzatore ufficiale è il Circolo del Remo e della Vela Italia (con la collaborazione dello Yacht Club Capri e del Circolo Canottieri Aniene) ma tutti gli altri offrono i loro posti per ospitare i velisti che vengono da fuori. Non è una regata di soli napoletani, vengono da tutt’Italia e oltre, c’è una barca che si chiama Gaetana 2 e sotto il nome c’è scritto London.

Ha fatto già alcuni giri del mondo, ci avviciniamo per guardarla. Ha linee enormi, tonde, però sull’acqua galleggia leggera. Un po’ si vede che ha navigato tanto, sembra levigata, non tanto la vernice, quanto la sua anima di nave. Da vicino si sente parlare l’equipaggio, qualcuno in inglese, altri in italiano.

Il VOR60 Gaetana 2

Prima della partenza qui è tradizione cenare tutti insieme. Ma anche in questo caso si danno una mano e le terrazze del Circolo Italia stasera non hanno confini, arrivano fino al circolo a fianco, diventano un locale unico, neanche ci si accorge quando si passa da uno all’altro. La commistione riguarda pure altro: si vede gente in cerata, pronta a navigare e le donne in vestito da sera col tacco alto. C’è una barca enorme a due alberi che adesso fa da punto di ristoro a terra e servirà poi anche per vedere la partenza dal mare. Un’altra barca, piccolissima, la più piccola a vela del mondo, anche offre il proprio contributo: dentro c’hanno messo le stecche di ghiaccio e le bottiglie da tenere in fresco, è un optimist, si chiama Falco.

I circoli sono spalancati, completamente aperti a chi partecipa alla regata di stanotte. Ci sono bellissimi saloni, i camerieri con le giacche bianche e i guanti un poco larghi. Efficientissimi, vanno in giro per i mille tavoli sparpagliati ovunque a rimettere le cose in ordine. I tavoli del buffet stanno pure ovunque, lunghi quanto l’elenco delle pietanze esposte. Vetrine, luci, marmi, coppe di regate vinte, pure il parquet scuro di legno; nel bagno del circolo c’è anche il bidet, mai visto in un bagno pubblico, secondo noi ce l’hanno messo apposta per ricordare che in questa città è stato per prima davvero utilizzato.

Alcune barche stanno ormeggiate proprio qui davanti, dai tavoli più vicini al mare si possono toccare.

Sono le 11 e bisogna cominciare a uscire: tutto l’equipaggio di Tattoo, di Gino Paoletti, la barca dove siamo anche noi, sta davanti al bar del circolo Savoia per pigliarsi il caffè prima di prendere il mare.

Andiamo. Saliamo a bordo. É tutto calmo, solo i barchini per trasportare gli equipaggi sulle imbarcazioni fanno la spola veloci tra un pontile e l’altro e guidano le barche nelle manovre in porto. Uscire tutti quasi in una volta dallo stesso porto è già un’impresa, occorre attenzione. Oltre il fanale di Santa Lucia il mare è calmo. Il faro da terra illumina di bianco gli alberi e gli scafi. La linea di partenza è parallela alla costa, dal lungomare si vede bene. Cerchiamo di capire dov’è meglio partire, mancano dieci minuti, poi 5, attenti, attenti… via.

Partiti

Tutto è più teso adesso, è un filo che si è teso sempre di più da quando siamo saliti a bordo fino a questo momento dove tutto è a tempo, il percorso è fissato, ci si sfida a vicenda, chiedendo permesso al mare e al vento.

Eolo ci ha dato aria per partire, ci accompagna da dietro, piano. Qui c’è la prima scelta da fare: andare verso il largo o rimanere più vicino costa. Quel poco vento secondo noi rimarrà a terra, e allora le navighiamo accanto. Altri sono andati al largo, vediamo le loro luci di navigazione, ma non sembrano molto veloci. Mergellina, poi Posillipo, la via omonima è una diagonale di luci gialle. Poi Nisida ed il vento è quasi fermo. Gli strumenti ci dicono che facciamo un nodo, a volte meno. Un nodo è la misura antica di velocità delle barche: si scioglieva una cima da poppa filandola in acqua, sulla cima c’erano tanti nodi, dopo un certo tempo si fermava, si ritirava a bordo e si contavano i nodi, quelli che si erano bagnati dicevano la velocità dell’imbarcazione. Oggi la calcoliamo elettronicamente ma un nodo è sempre pari a poco meno di due chilometri all’ora.

E infatti Nisida, il profilo nero, nel cielo sta lì da ore, la so quasi a memoria, datemi un foglio e ve la disegno. Eppure è un esercizio, questo, per chi naviga di sentire il più piccolo vento: la barca lo sente, e le vele, e si muove comunque.

A bordo abbiamo i turni. Siamo in sei: la regata è lunga 155 miglia nautiche, poco meno di 300 km, si naviga senza soste di notte e di giorno e bisogna darsi regole per riposare e per chi sta sveglio. Alle 5.30 vado a dormire, il vento è leggerissimo, Capo Miseno è poco davanti. Tre ore dopo, quando torno in coperta, siamo poco oltre, nel canale tra Procida e terra, ed il vento adesso cala completamente. Il vento si vede sull’acqua: dà delle increspature, dove l’acqua è liscia non c’è movimento, dove è increspata, anche appena appena, l’aria la tocca e lei rabbrividisce. Il vento sta davanti a noi, anche dietro, dove si trova Tattoo c’è calma assoluta. Pazienza, si aspetta, guardiamo dove converrebbe andare, ma non possiamo farlo. Barche velocissime ci superano molto lentamente. Junoplano, un prototipo leggero, stretto e lungo, forme giuste per bave di vento, ci supera da poppa, lei riesce a camminare.

C’è il tempo di scattare foto: l’acqua, liscia di un bellissimo colore, l’isolotto di san Martino (ci viene idea di andarlo a visitare).

Verso le 11 l’acqua si increspa, si sente fresco in faccia, il vento sale, issiamo il gennaker, la vela grande per il vento quando viene da dietro. Verso le 15 abbiamo passato Ischia, la direzione è per Ponza, c’è poco vento. Poi piano piano rinforza. Da adesso ci teniamo fuori, non andiamo più vicino costa, secondo noi l’aria adesso preferisce il mare, non sta più vicino terra.

E credo che l’idea era giusta, quando abbiamo passato Ventotene e già si intravede Ponza rivediamo non lontane le barche che ci erano scappate quando eravamo rimasti nel buco di vento di Procida. La costa di Ponza è uno spettacolo di luce calda, navighiamo bene lungo questa costa coperta di verde, fatta di roccia bianca e rossa. Poi si rompe una drizza: la cima che teneva su il gennaker si è tagliata di netto. La vela cade in acqua lentamente, dandoci il tempo di recuperarla prima che vada a fondo, senza rallentarci molto. Alcune ore fa era saltato un pezzo, per il vento forte. La cima ci passava dentro. Senza quel rinvio il percorso della cima è più netto, ci aspettavamo che la drizza ne potesse soffrire, e così è stato. Riprendiamo a navigare, con le vele bianche. Siamo vicini al faro: ha un’aria diversa dagli altri, faro non di porto, ma di lontano da costa.

Le previsioni davano incremento di vento da ovest nel pomeriggio sera, bisognava essere qui prima che arrivasse per non averlo di fronte, e poter scendere di nuovo accompagnati bene. Per ora non è arrivato ancora. La luna fa capolino e siamo di nuovo fermi. Poi il vento sale, eccolo, la previsione era giusta. Si naviga. Poi sale. E sale ancora. Quando torno in coperta dopo il turno di riposo il mio compagno al timone sta lavorando duro. C’è vento e onda, occorre correggere la rotta con molta attenzione. La luna aiuta illuminando tutto. Siamo andati molto a largo, decidiamo di fare un bordo a terra. La barca dietro di noi, dopo un po’ fa lo stesso. Rotta verso Ischia. Dopo un poco si vede una luce, Punta Imperatore, è il faro vicino alla punta di Forio d’Ischia. Timoniamo su quella. E ci appare chiarissimo il significato di Faro.

Il vento tiene, intenso, intorno ai 20 nodi (che sono 40 km all’ora), piano piano alza l’onda. Toccando l’acqua a mano a mano, spingendola, forma le onde: sono diverse ore che spinge e il cielo adesso è scuro, la luna è dietro le nuvole, è buio, il mare è alto, timoniamo attenti. Le onde vengono da poppa, da dietro, e spingono. La barca ci sale sopra e surfa in avanti. Qualcuna invece ha scelto una direzione diversa e viene un poco di lato: inclina la barca e tende a girarla di direzione, il timone corregge puntando il lato opposto, poi l’onda ci supera, alta, un poco sopra la prua, e corre.

La notte passa. Inizia a fare giorno e la costa dell’isola che ora è di fianco, calma un poco le onde. Ci ricorda che tutto cambia, sempre, per tutti, di minuto in minuto. Sono stanco, vado a dormire, lascio il mio posto a un compagno. Quando mi sveglio siamo già oltre Capri, nel terzo golfo della regata, quello di Salerno. C’è il sole, il vento teso, i colori di blu vivo, luminoso, del Mediterraneo nei giorni tersi, ventosi, con le schiume bianche. La divina costiera, dal lato di Amalfi, poco davanti ci sono Li Galli. Le sirene non potevano che abitare qui, si sente si vede, ci abitano ancora. Veniteci, lo sentirete.

Li Galli: la Rotonda e la Castelluccia

Passiamo vicino vicino a questi scogli. La torre antica, i terrazzamenti, l’orto, l’ingresso del piccolissimo porto, i panni stesi, il gommone in secco, la casa bianca coi merli. Il vento porta fino a noi il profumo dei pini.

Ora la rotta è di nuovo verso nord, direzione Capri. Il vento rinforza, riduciamo le vele. Si naviga bene, di giorno, col sole. Poi i faraglioni, e il faro oltre. Doppiamo la punta e si inizia a scorgere il porto. La linea d’arrivo è lì, ora si vede la boa. Un ultimo duello con la barca a fianco che ha i segni della notte in un taglio nella vela di prua.

Onde leggere e piccole raffiche di vento ci spingono come una carezza verso la linea di arrivo. Siamo partiti venerdì a mezzanotte, adesso è domenica, tagliamo il traguardo alle ore 14, 3 minuti e 53 secondi.

Stamattina mi sveglio: mi stupisce il verso degli uccelli, ieri c’era il fruscio dell’acqua lungo la carena; allo specchio vedo una faccia con la pelle più scura, le mani sono un poco ingrossate, iniziano a somigliare a quelle dei pescatori.

Testo e foto Francesco Paolo Busco (tutti i diritti riservati)

INCONTRI – Vera Maone, una fotografa molto attenta alle cose umane

4 febbraio 2020

Ogni tanto mi capita, andando in giro per questa città, una specie di colpo di fulmine.

M’è successo di nuovo qualche sera fa. Allo Spazio NEA, in via Costantinopoli, c’era un incontro intitolato: “Fotografi sulla fotografia”.

Arrivo e la sala è piena. In piedi, sul fondo, dal lato dei relatori, c’è una signora dai capelli bianchi, gli occhiali, vestita di grigio, con intorno al collo un foulard azzurro.

Dopo poco l’intervistatore inizia a porle le domande: si apre un mondo di ricordi, e soprattutto di cose umane. Alla fine della serata penso che mi piacerebbe incontrarla questa signora, non so nemmeno esattamente il motivo, credo sia la sua energia forte, positiva.

E allora eccoci qui stamattina, a cercare, parlando con lei, di esplorare oltre.

L’appuntamento è in un bar vicino alla funicolare centrale. Poco prima mi telefona dicendomi che sta un po’ in ritardo, mi toccherà aspettare. Ma arriva dopo pochissimi minuti, scende al volo dalla macchina: mi sono fatta dare un passaggio da mio marito per fare prima. Poi si avvia avanti, apre la porta del bar e saluta, tutti quanti. Deve essere un posto per lei familiare.

Ci sediamo e iniziamo a chiacchierare. Non lo so neppure io ancora esattamente che direzione far prendere a questa conversazione, perché intuisco che le direzioni potrebbero essere molte: lei ha qualche ricordo diretto del professor Caccioppoli, il matematico napoletano famoso che mi affascina molto (ve ne avevamo parlato su questo sito in questa serie); è una fotografa, e pure lì in quell’ambiente conosce tutti, poi è proprio una persona che ha condotto delle “battaglie” in prima persona nel sociale. Allora invece di prendere una direzione, sto fermo all’incrocio, aspetto, mentre iniziamo a parlare.

Foto di Vera Maone, da: “Dell’amicizia”

La prima cosa che le dico è che mi era piaciuta molto la frase di Pablo Picasso che aveva citato l’altra sera, in quell’altro incontro: “ci vuole molto tempo per diventare giovani”, a proposito del fatto che lei a fotografare aveva iniziato dopo la pensione.

Ha l’occhio allenato della professoressa secondo me questa signora. Quando trascorri anni vedendoti passare davanti dietro i banchi intere generazioni, centinaia e centinaia di piccole persone, per ore e ore, secondo me sei più allenato di uno psicanalista a capire al volo che tipo di essere umano hai di fronte. È lei che mi chiede quanti anni ho, io non glielo chiedo direttamente ma me lo fa sapere a un certo punto della conversazione, lo trovate più avanti.

Poi mi inizia a parlare degli anni da insegnante.

Erano gli anni in cui si era fatta la riforma della scuola media. Avevano eliminato la distinzione tra “scuola di avviamento al lavoro” e quella con la quale poi invece si poteva accedere a tutti i tipi di studi superiori, avevano creato la scuola media unica. Però molti insegnanti continuavano nella loro testa a ragionare con i vecchi criteri, non consideravano che adesso la platea era diversa, erano arrivati anche molti alunni da famiglie di condizioni economiche più modeste e bisognava tenere conto delle loro esigenze specifiche e del loro livello di istruzione. Insomma era un momento molto interessante per stare nella scuola e io ci volevo essere.

Ecco, lo vedete? Come fa uno mo, ditemelo voi, a sentire una frase come questa, ripetuta ogni volta perché evidentemente è un concetto centrale, a non farsi folgorare?

Ho lavorato bene in quegli anni. Insegnavo a Mugnano e per alcuni anni non ho chiesto il trasferimento, mi volevo radicare. Avevo delle classi con delle ragazze molto agguerrite. Sollecitavo la loro capacità critica, ma stando anche attenta a non metterle contro i loro genitori. Non potevano uscire… la vita di quei tempi nei piccoli centri.

Foto di Vera Maone, da: “Coppie”

Una volta successe una cosa bella: io cercavo, quando potevo, di portare i miei studenti fuori, a conoscere il loro stesso paese. Per farlo usavo il mio giorno libero, però il preside, che mi teneva qua, e si porta per un momento l’indice alla gola, ogni volta in quel giorno mi metteva supplenza per cinque ore: io le facevo e poi la settimana successiva chiedevo di nuovo; prima o poi il permesso me lo doveva dare.

Con me non ce la faceva perché io invece di arrabbiarmi ero impeccabile. Tutti gli aspetti, anche formali, i registri, la programmazione, io ci credevo proprio che dovesse essere fatto tutto in maniera precisa, e che fosse utile che rimanesse traccia scritta di quello che si era fatto.

Be’, insomma, un giorno le ragazze (chi sa perché parla solo al femminile? Ho provato a chiederle se aveva classi solo femminili ma o non mi ha sentito o non voleva sentire) arrivano a scuola e non trovano i banchi. La prima cosa che pensano è di andare dal sindaco. Io gli consiglio di andare prima dal preside e magari da lui poi farsi accompagnare. Il preside le caccia, e loro dal sindaco ci vanno, e poi anche alle sede del Partito Comunista Italiano. Lì incontrano un giovane attivista che le appoggia. Anzi nelle successive elezioni imposta tutta la sua campagna elettorale, partendo da quel fatto, sulle magagne che c’erano sotto: l’edificio pubblico per la scuola era in costruzione, con i lavori fermi, e il Comune pagava il fitto per tenere scuola in un edificio proprietà di un assessore. Morale della favola: diventa il più giovane sindaco di Mugnano.

L’associazione culturale

Ma di battaglie e di costruzione di cose, Vera Maone ne ha fatte molte altre. A Bagnoli, ai tempi di Bassolino sindaco, fonda, insieme ad altri, un’associazione: “Laboratorio Città Nuova”.

L’idea era quella di integrare il lavoro delle istituzioni, mettere altri tasselli dove il Comune non riusciva ad arrivare.

Costruimmo una biblioteca pubblica, esiste ancora, si chiama: “Giancarlo Mazzacurati”. Facemmo le cose per bene, almeno spero. Rossana Rossanda avrebbe voluto darci tutti i suoi libri, non avevamo spazio sufficiente per l’intera biblioteca ma per una parte sì, e c’è ancora il fondo intitolato a lei.

A lavorarci eravamo tutti volontari. Avevamo anche dei giovani che ci aiutavano; a qualcuno facemmo fare corsi per bibliotecari. Uno ci fece tutta la catalogazione per bene, mise anche on line i riferimenti di tutti i volumi; tanto che una volta ci scrisse uno studente da Firenze: aveva trovato nella nostra biblioteca un libro che non trovava altrove. Gli spedimmo, gratis, le fotocopie.

Poi quando la Provincia chiuse il suo sito, tutte le pagine internet della nostra sezione, che erano incorporate in quello, sono andate perdute: tanto lavoro buttato via.

L’idea che ci guidava era di mettere in piedi e radicare progetti virtuosi e poi di vedere se poteva aiutarci nella gestione lo stesso Comune, perché da soli, col solo volontariato, non avremmo potuto garantirne per sempre l’amministrazione. Ci mandarono alcuni Lavoratori Socialmente Utili, ma non intendendosi loro di libri la cosa è un po’ caduta. Hanno rifatto pure tutta la catalogazione, con altri criteri.

Devo dire, dopo un po’ di anni ho smesso di occuparmene: non puoi passare tutta la vita a combattere contro i mulini a vento.

Ci sarà un vento, dalle nostre parti, particolarmente intenso.

Comunque in quella biblioteca di cose belle ne sono successe.

Una volta venne una signora, riportava un libro che le era piaciuto, era: “Le ultime lettere di Jacopo Ortis”. “Però”, mi disse, (c’ero io lì quel giorno): “sto cercando un altro libro, che mi ricordo, alle scuole medie, la professoressa ce ne aveva letto una parte: parlava di un uomo innamorato di una certa Laura che però poi muore”.

Sono cose dell’altro mondo, capisci? Cercava il “Canzoniere” di Petrarca, le era rimasta scolpita per tanti anni nella memoria quella lettura di alcuni brani ascoltata a scuola.

Vera ricorda di molti anni fa che un’altra signora si era appassionata a un libro bello, ma lei stessa non ha dimenticato quella storia.

Nella stessa biblioteca organizzavamo molti incontri. Renata Pepicelli fece da noi interviste alle donne che lavoravano all’Italsider per un programma di Radio Tre Rai.

Foto di Vera Maone, da: “Italsider”

Vera Maone è figlia di Francesco Maone, nato a Savelli, in provincia di Crotone, dirigente della Federazione napoletana del PCI di allora. Mio padre era professore di italiano e latino al Liceo Cuoco, nel partito aveva scelto come campo d’azione le lotte contadine nella provincia di Matera. All’epoca i comunisti venivano discriminati già solo per esserlo: mio padre, per esempio, non lo nominavano mai a fine anno per gli esami di Stato.

Morì giovane, nel ’52, durante un comizio ebbe una emorragia cerebrale. Rimanemmo in difficoltà: cinque figli piccoli e mia madre.

Mi ricordo che ci portava a casa di altre persone del Partito. Imparai a casa di Maurizio Valenzi (l’ex sindaco di Napoli) a cantare in francese l’inno dell’Internazionale.

Gli anni ’50

E allora le chiedo se si ricorda di alcuni dei personaggi di quel mondo.

Il Professor Caccioppoli me lo ricordo bene fisicamente, come se fosse ora. Non l’ho mai conosciuto direttamente ma lo vedevo spesso: per i canoni borghesi dell’epoca si sarebbe definito “trasandato”. Un uomo dinoccolato, magro, col ciuffo. Pure Francesca Spada ho conosciuto, e Renzo Lapiccirella, suo marito, ancora meglio perché dopo la morte di Francesca sposò un’amica di mio marito.

Francesca era una donna molto affascinante, fuori regola, erano tutti innamorati di lei, pure Ermanno Rea.

Valenzi, Caccioppoli, Lapiccirella, Francesca Spada: in pratica questa signora è come se avesse vissuto, in età da adolescente, dentro “Mistero napoletano”, il bellissimo libro di Ermanno Rea sulla Napoli degli anni ’50.

Ma Caccioppoli, visto che te lo ricordi così bene, ma assomigliava davvero a com’è nel film di Martone (“Morte di un matematico napoletano”, ndr) sui suoi ultimi giorni? È una curiosità che tengo da un sacco di tempo. No, lui era magro, proprio per niente.

Poi prende spunto da questi ricordi per una considerazione generale. Devi sapere che succede una cosa rispetto a quei tempi: il tipo di gente che animava quell’epoca, soprattutto a sinistra, la generazione che è venuta dopo, secondo me l’ha deformata. L’atmosfera, il clima, i valori e anche la figura morale delle persone che venivano fuori dalla guerra, dalla Resistenza, che spesso erano entrate nel PCI, sono completamente diversi da quelli che vengono rappresentati oggi, assolutamente. Persone di integrità morale incredibile, dal totale disinteresse personale… non esisteva l’idea di fare carriera politica: esisteva la scelta ideale di lavorare per la giustizia sociale, per migliorare la società. Per esempio Renzo Lapiccirella, che di formazione era uno psichiatra, si è dedicato anima e corpo al partito comunista. Anche mio padre. Non si sapeva ancora nulla di quello che faceva Stalin in Unione sovietica. L’impegno era genuino ed encomiabile.

Gli inizi da fotografa

Le domande sulla fotografia, davanti a tutti questi ricordi interessanti, sono rimaste sullo sfondo. Però adesso magari provo a fargliele.

L’altra sera, a “Fotografi per la fotografia”, quando hai proiettato le immagini del tuo primo lavoro fotografico, sono rimasto colpito da tutte queste foto aeree. Sembravano fatte col drone, se non fosse che allora neppure esisteva. Mi hanno incuriosito, era una prospettiva raramente vista a Napoli, dall’alto.

Lo sai? La stessa cosa me la disse Mimmo Jodice quando le vide.

Ma non lo avevo pensato di proposito quando le scattai. Ero più inconsapevole. Vedevo soltanto che l’inquadratura che avevo in mente non riuscivo ad ottenerla dal livello del suolo.

Allora citofonavo alle persone, chiedevo se potevo entrare per scattare una foto. Poi c’è da dire che una donna con la macchina fotografica non desta sospetti e allora mi aprivano e mi facevano salire. Così sono venute fuori ad esempio le foto di piazza del Gesù e di piazza Dante.

C’era anche un motivo pratico, avevo un’attrezzatura costosa: a fotografare per strada, a quei tempi, mi sentivo meno sicura.

Ma tu a fotografare a che età hai iniziato? Nell’ ’88 o ’89, sono del ’36, fatti il conto.

Questa signora ha inaugurato una nuova stagione a cinquantadue o cinquantatré anni suonati. Già per questo mi pare un bellissimo esempio di una che dentro la testa non ha barriere inutili.

Avevo iniziato a studiare un po’ la tecnica, però avevo un linguaggio elementare.

Non ho capito, in che senso?

Sai, la sensazione era che avevo un bagaglio di umanità, di esperienze. Sono stata una che ha cercato sempre di investire molto nelle amicizie, nei rapporti umani; non mi arrendevo, mi muovevo, curavo i rapporti, andavo e vado a trovare le persone. Insomma era come se avessi molte cose da raccontare con la fotografia, però possedevo un linguaggio da scuola elementare.

Quello che mi ha aiutato molto sono stati ad esempio la mia amica Cecilia Battimelli e poi Mimmo Jodice che all’epoca insegnava fotografia all’Accademia di Belle Arti. Io chiesi un anno di fare l’uditrice. Mi mettevo all’ultimo banco e non portavo mai a far vedere le mie foto al professore perché non volevo rubare tempo agli studenti ufficiali.

Jodice proiettava le foto di grandi maestri e le “leggeva”, le interpretava; è da quello, credo, che ho imparato molto.

All’inizio nelle mie foto ci volevo mettere tutto, poi lì ho capito che invece bisogna togliere tutto e lasciare solo l’essenziale.

Foto di Vera Maone, da: “Coppie”

L’altra sera dicevi che tra i fotografi che hai guardato con più attenzione c’era Cartier-Bresson. In una sua intervista lui cita “Lo zen e l’arte del tiro con l’arco”, il libro di un professore di filosofia tedesco che impara, dopo anni di pratica, la visione buddhista del Giappone.

Lo zen è una cosa molto interessante. Una volta sono stata in Giappone: seguivo mio marito quando andava alle conferenze per lavoro, così sono riuscita a viaggiare molto. Ho visto lì un giardino zen e devo dire che è un’esperienza. Poi un giorno mi invitarono ad assistere alla cerimonia del tè.

C’erano alcune signore, e la maestra che insegnava loro.

Ognuna condusse dall’inizio alla fine tutta la cerimonia. Io osservavo. Poi per ultima la maestra la fa di nuovo e il tè lo offre a me.

Prima di andare credevo che fosse una cerimonia con un senso profondo di rituale, poi, osservando, mi parve che cercavano l’essenzialità in ogni gesto. Non uno di più, non uno di meno. Entravano facendo scorrere con la mano destra la porta di carta, la richiudevano dietro di loro con la sinistra senza girarsi.

Sembrava un cammino di perfezionamento interiore, una sorta di esercizio spirituale, completamente diverso da una cosa formale. Perché la disciplina che richiedeva la cerimonia era un modo per raggiungere un obiettivo prima di tutto interno.

Alla fine ho espresso alla maestra questa mia idea. Mi disse: “Hai capito, sei la prima occidentale che me lo dice”. Non avevo strumenti, non avevo studiato, però c’avevo azzeccato.

Sembra la stessa storia del linguaggio elementare e della sensibilità umana sottile.

Se vuoi, quel tipo di percorso dello zen, lo puoi fare in vari campi: il tè, il tiro con l’arco, anche forse con la fotografia: raggiungere l’essenziale.

Una volta venne a Napoli quel famoso monaco, come si chiama? Thich Nhat Hanh, sì, lui. Incontrava le scuole e io ci andai. Mi ricordo che prima c’erano delle monache che facevano una specie di litania. Mi dissi: vabbè sono venuta fino a qui, a questo punto partecipo, e pure io cantai. Mi accorsi che piano piano la mia mente si svuotava dai pensieri. Fu un’esperienza interessante devo dire.

Siamo stati quasi due ore dentro questo bar, ce ne siamo praticamente impossessati. Mentre parlavamo è entrata anche una coppia di persone: la salutano, “Ah, eccoti, da un po’ di tempo ci domandavamo dove fossi”. Saranno assidui frequentatori dello stesso bar tutti quanti. Poi lei dice: Loro due sono tra quelli che venivano ai “Lunedì della fotografia”.

Perché questa signora di cose ne ha fatte tante: è stata nel direttivo del “Circolo del Cinema“, quello che anni prima aveva fondato Renato Caccioppoli, e poi si inventò (a metà anni ’90) questi lunedì in cui invitava a parlare i fotografi napoletani. Ecco perché ancora adesso li conosco tutti: sono bravi, bravissimi, forse l’unico limite è che sono tutti mondi tra loro separati. Io avrei voluto fare a Napoli una piccola Magnum (l’agenzia fotografica più famosa del mondo, ndr) ma con loro non mi è stato possibile.

Adesso alle conferenze di fotografia a Napoli invece intervistano lei.

Ha pubblicato diversi libri fotografici, tre sono confluiti in uno che si intitola: ”Trilogia degli affetti”. Sono: “Madri Figlie”, “Dell’amicizia”, “Coppie”, edizioni Intra Moenia.

Ne aveva mostrato parecchie foto quella sera in cui l’ho incontrata per la prima volta, e mi avevano colpito molto. Sapete perché? Perché come le disse un suo amico fotografo, Antonio Biasiucci, quella volta che doveva consegnare le foto scattate all’Italsider: “Stai tranquilla, non hai fatto foto spettacolari, e c’è un filo conduttore e uno stile”. Capite? “Brava: non hai fatto foto spettacolari”.

Le sue foto le trovate sul suo sito, io ne ho scelte alcune da “Madri Figlie”. Lei aveva detto: “Credo ci siano diverse fasi: c’è la nascita della bambina, poi l’adolescenza, quando diventano piccole donne che somigliano molto alle madri, poi c’è il tempo in cui le figlie vanno a trovare le madri ma hanno sempre meno da dirsi, e alla fine sono le figlie che si occupano delle madri anziane”. L’ho trascritto ma guardatelo dentro le sue foto: lì si vede proprio.

Un’ultimissima cosa: quando ci alziamo dal tavolino del bar, con la coda dell’occhio vedo che lei prende le tazzine e le porge al barista dall’altra parte del bancone.

Intervista a Vera Maone, di Francesco Paolo Busco (foto di Vera Maone)

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