NAPOLI DAL MARE – Viaggio nel tempo, a vela latina, ricordando Caracciolo

29 Giugno 2017

La linea di costa questa volta la vogliamo percorrere non nello spazio ma nel tempo, andando indietro; navigando come si faceva una volta, a vela latina, sulle barche di legno.

Abbiamo cercato chi andasse ancora per mare in questo modo tradizionale e abbiamo trovato l’associazione “Vela latina Monte di Procida”.

Le loro barche stanno ormeggiate nel porticciolo di Acquamorta, sotto la montagna, di fronte all’isola bassa.

Antonio Pugliese, presidente dell’associazione, ci ha invitato sulla sua barca, che si chiama San Giuda Taddeo, ha le strisce bianche e nere come la Vespucci perché così hanno voluto quelli del film “The happy prince”, il film su Oscar Wilde quando viveva a Napoli, a Posillipo, a villa Bracale sopra san Pietro ai due Frati.

Abbiamo appuntamento alle quindici alla testata del molo centrale, dove la barca è ormeggiata. Arriviamo un po’ in anticipo ma pure Antonio è già arrivato. So’ svizzeri sti montesi.

Da lontano vedo una barca con un’asta messa di traverso, in diagonale. Nella terminologia nautica precisa si chiama antenna e serve a reggere la vela maestra di questa barca. Ha un’eleganza quest’armo, che si chiama latino. É antichissimo, lo usavano già i greci. La prima testimonianza sicura sta in un bassorilievo del 150 d.C. trovato nel porto del Pireo.

Un albero non troppo alto regge un’asta obliqua, rivolta verso il basso in avanti, sulla quale sta la vela. É un armo semplice ma consente di stringere il vento (cioè procedere andando incontro al vento) quasi come una barca moderna, più delle vele quadre che usava Cristoforo Colombo sulle caravelle.

E’ una barca piccola, sottile, le strisce che mi aveva descritto Antonio per telefono come riferimento sono facilmente riconoscibili e la troviamo subito. Ciao, buongiorno, c’ iamm’ a piglià ‘o ccafè prima di uscire per mare?

Qua si conoscono tutti. O almeno Antonio e ssap’ a tutti quanti, quelli che gestiscono il bar ma pure quelli che al bar ci vengono come clienti. Sembra un circolo privato, ma senza doversi tesserare. Sulla spiaggia qui vicino c’è la gente a fare il bagno. La giornata è perfetta, fa caldo, e a quest’ora c’è pure il vento. Saglimm’ a buordo.

Come metto il piede in barca mi accorgo che è leggera: conta dove ti metti, se stai su un lato se ne accorge subito. E poi è un mondo fatto di legno: la barca, l’albero, i remi, il bompresso. Pure le cime sembrano di materiali antichi, niente fibre moderne ultraresistenti. Un solo cavo d’acciaio, ci dice Antonio, sta a prua a reggere il carico verticale che genera il fiocco (la vela che si issa davanti) sullo spigone, quel palo di legno, quando viene armato.

Ma pure ‘sto cavo ha una storia particolare: l’ha trovato in Cina un giorno che si trovava su una nave a fare il suo lavoro ufficiale. Lo chiamano in tutto il mondo, di porto in porto a controllare se le lamiere d’acciaio delle navi nascondono fratture, lui le cerca con gli ultrasuoni e vede se rispondono. Va di nave in nave, mi fa in tre minuti l’elenco delle tappe fatte durante l’ultimo viaggio e dentro ci sta mezzo globo; il mondo è uno solo per chi lavora sulle navi. “Una volta mi imbarcavo come equipaggio e nelle ore di riposo si giocava a carte o ci si raccontava. Oggi stanno ognuno per i fatti suoi nella propria cabina davanti a un computer. Mo non mi imbarco più per lunghe tratte, faccio solo i controlli”.

Ma usciamo, usciamo dal porto. Il motore questa barca non ce l’ha proprio, solo vela e remi, il silenzio è assicurato, il rumore dell’acqua e del vento pure.

Prima di uscire Antonio ha aperto un barattolo, ha preso un poco di grasso, ‘o ssivo, e lo ha spalmato sulla cima che regge la vela maestra e un po’ sulla legatura dei remi: “pure questo grasso non si trova, lo sai, bisogna farselo fare”. Serve a far funzionare meglio le cose e a non farle consumare prima del tempo.

Molliamo gli ormeggi e la barca da sola comincia a uscire dal porto. O conosce la strada o s’è messa d’accordo. Il vento ci spinge nella direzione perfetta. Senza fare niente siamo quasi troppo veloci, quasi tirati verso fuori dal primo molo.

Poi sciogliamo i matafioni, i lacci che tengono chiusa la vela principale (il fiocco per oggi non lo useremo, il vento c’è e vogliamo andare tranquilli, per parlare, senza stare solo a controllare le vele), per uscire dal porto, oltre il molo esterno, adesso occorre ancora bordeggiare.

Antonio le barche si diverte a disegnarle, come perito nautico, poi le fa costruire ad altri, maestri d’ascia; ci dice che qua ce ne sono ancora, sono una famiglia, si chiamano Scotti Belli.

Bordeggiamo nel porto verso l’uscita. Proprio all’ingresso, alla testa della scogliera, passiamo vicino vicino ai massi che stanno pure sott’acqua. Con questa barca si può fare perché è diversa da quelle moderne anche per il fatto che pesca pochissimo, cioè sotto non ha una pinna lunga verticale di ghisa come si usa adesso, ma una tavola di legno profonda solo sedici centimetri messa in orizzontale, per lunghezza, al centro. Quindi basta pochissima profondità di mare e si riesce a passare.

Ed eccoci fuori dal porto, dentro il canale di Procida. Il vento e la corrente vengono dal lato nord e scendono verso Napoli. Si naviga facilmente in direzione Procida con il vento di lato.

La sensazione è di leggerezza, non ci portiamo peso di metallo appresso. Leggerezza che però richiede di stare attenti perché questa barca si può pure ribaltare. Le barche moderne anche quando toccano con l’albero l’acqua sono ancora in sicurezza, si rialzano come quei pupazzi dei bambini con la base rotonda: gli dai uno schiaffo e quello si rialza, le barche moderne prendono schiaffi dal vento e appena cala si rimettono in piedi. Queste barche qui no, gli schiaffi qua se li prendi si sentono.

Però ci sono dei vantaggi: “Io a Procida vado tranquillamente ‘ncopp a spiaggia, sagl’ n’copp ‘a rena”: un rapporto diverso col mare e con la costa, più diretto, che richiede più abilità e mette in conto anche un po’ più di rischio.

Lungo il pontile del porto commerciale di Procida, Antonio mi fa notare la forma delle bitte di ormeggio: se guardate bene somigliano a cannoni piantati con la bocca in giù dentro il terreno. E sono proprio cannoni, qualcuno dice siano quelli della flotta inglese che aveva subito danni da parte di un marinaio napoletano nel 1799. Il marinaio era l’Ammiraglio Francesco Caracciolo, che combatteva Nelson con le navi coralline: la paranzella corallina cannoniera napoletana cita Antonio, e qua sa tutto. Pare che all’epoca i marinai di Caracciolo si fossero inventati una cosa nuova, visto che la flotta napoletana era andata letteralmente in fumo. La scusa ufficiale che avevano usato gli inglesi per far distruggere al re la sua stessa flotta era che non c’erano marinai, quasi tutti ammutinati, e pure quelli dei cantieri si erano “sciolti” dal loro impegno. Erano navi belle, tante, una flotta potente, ma non c’erano uomini per governarle e per fare la manutenzione. Allora per non lasciarle in mano ai francesi ed ai Cittadini della Repubblica del 1799 si decise di incendiarle; una flotta intera. Sembra che lo spettacolo di quelle fiamme da Mergellina sia stato grandioso, nella sua miseria.

Bene, allora per affrontare gli inglesi che, come ogni straniero, fingevano di fare gli interessi di Ferdinando IV, i cittadini della Repubblica napoletana si inventarono di usare tutte le barche che potevano trovare. Sulle barche piccole che si adoperavano per pescare il corallo, ci misero un cannone, a prua, in asse longitudinale (se lo mettevate di traverso potevate pure sparare un colpo buono ma di sicuro con il rinculo che vi ribaltava, vi autoaffondavate).

La cosa bella è che, secondo Vincenzo Cuoco, con questo tipo di flotta i napoletani, la flotta inglese a Procida l’avevano battuta, se non fosse stato per un cambiamento del vento a battaglia vinta, che li costrinse ad arretrare.

Nelson se la doveva essere legata al dito, insieme a molte altre che ne aveva fatte l’Ammiraglio Caracciolo e appena venne portato a bordo del Foudroyant, la nave dell’Ammiraglio inglese, dopo un processo lampo, la sera stessa, senza concedergli neppure le ventiquattr’ore che a tutti i condannati si lasciavano, venne giustiziato. Ma non come sarebbe spettato ad un nobile, qual era, per decapitazione, oppure a un soldato, come pure lui stesso chiese, per fucilazione, ma impiccato come un delinquente comune, come un pirata, all’albero di trinchetto della fregata Minerva. Venne lasciato lì sospeso dalle cinque del pomeriggio fino al calar del sole, poi fu gettato in mare, davanti casa, nelle acque del golfo.

Non avevano fatto bene i conti, oppure Caracciolo era troppo benvoluto da questo mare, e riemerse, una sera di alcuni giorni dopo. Qualcuno dice che riapparve proprio davanti al re che stava affacciato dalla poppa della nave di Nelson in festa per il ritorno dei reali da Palermo. Altri dicono che è solo leggenda. Di sicuro l’Ammiraglio riemerse ed ora sta sepolto a via S. Lucia, vicino alla casa materna, nella chiesa di Santa Maria della Catena.

Antonio appena è venuto fuori l’argomento di questo marinaio ha citato una frase: “É ben grazioso che dovendo io morire, tu debba piangere”, è quello che Caracciolo disse per rincuorare il marinaio napoletano Giosuè Caccioppoli in lacrime sul ponte della Minerva per la sua morte imminente.

Questo reportage come sapete è sulla linea di costa napoletana, bene, la linea più lunga cittadina lungo il nostro mare si chiama come quell’Ammiraglio però abbiamo scoperto che è una strada incompiuta: a piazza Vittoria c’avete presente la colonna spezzata? Be’ quello era stato pensato come monumento a questo marinaio assoluto, entrato in marina all’età di cinque anni. Colui che la regina Maria Carolina temeva perché come scrive in una lettera al Cardinale Ruffo “…conosce tutte le cale e buchi di Napoli e Sicilia, e potrebbe molto molestare, anzi mettere la sicurezza del re in pericolo…”. Ne costruirono il basamento, poi sono finiti i soldi, al posto della sua statua c’hanno messo la colonna, al posto del suo nome una targa a tutti i marinai caduti.

Se oggi 29 giugno andate alla festa al borgo marinari, l’hanno chiamata la festa del Borgo dei pirati, organizzata dal Real Yacht Club Canottieri Savoia dalla Marina Militare e dall’ AIVE in occasione delle regate con le barche d’epoca che cominciano oggi: passando per via S. Lucia davanti alla chiesa di S. Maria della Catena, quella gialla con la doppia scala, leggete il cartello che parla di quella tomba. L’Ammiraglio venne giustiziato, combinazione, proprio in questo giorno nell’anno 1799. Magari alla festa ci andrete col pensiero di uno dei marinai napoletani più gloriosi in testa, che i pirati di ogni nazione, per tutta la vita, aveva combattuto.

Ma torniamo a bordo della nostra barca dopo la divagazione che parlando con Antonio era venuta fuori. Perché la sensazione parlando con lui è che a Monte di Procida, dove c’è gente che vive sul mare, questo Ammiraglio sia molto conosciuto, sembra di casa, a sentirli parlare sembra di sentire lo stesso entusiasmo che usano ai Quartieri spagnoli a discorrere di un campione argentino del pallone.

Siamo arrivati vicino alla costa procidana, si vedono i bambini che giocano sulla spiaggia. Quelle casa colorate laggiù in basso, le vedi? Le chiamano le case dei molfettesi, era una colonia di persone che venivano da quel paese. I procidani abitavano in alto sopra Terra murata, per ripararsi dalle incursioni dei pirati, i molfettesi che non avevano abbastanza soldi furono costretti a rimanere in basso, vicino al mare e a sopportare le incursioni, i saccheggi e gli stupri. Se vedi vicino alle loro case trovi un sacco di grotte strette e lunghe: servivano per riporre gli alberi quando le barche venivano tirate a terra.

É ora di tornare indietro verso il porto di casa. Antonio ci consente pure di stare un poco al timone. É divertente ‘sta barca, anche al timone è leggera. La scotta della vela maestra si manovra a mano, almeno col vento di oggi non richiede grande impegno.

Antonio ci racconta che l’associazione organizza le regate dentro il lago di Miseno, le hanno chiamate “Trofeo Classis Misenensis” dal nome della flotta romana da guerra, quella che comandava Plinio, e che stava ormeggiata proprio qui quando questo era il porto principale della Roma degli imperatori.

La prossima manifestazione che organizzano, insieme ad altre associazioni e col patrocinio del Comune di Monte di Procida è il “Palio marinaro dell’Assunta”, il 13 agosto, in cui gli otto quartieri del Comune si sfideranno in una regata sui gozzi tipici ma questa volta a remi.

E il Comune sembra appoggiare davvero da queste parti le attività nautiche tradizionali: infatti concede alle barche tradizionali, senza motore, tariffe d’ormeggio agevolate. Tornando a terra, lungo il pontile vediamo tante barche di questo tipo. Si chiamano Tonino, Lucrezia, S. Giuseppe, le usano ancora per pescare e quasi tutte non hanno il motore.

Salutiamo Antonio che ci ha raccontato altre mille cose, ci ha fatto sentire che a Monte di Procida vivono ancora di mare, non tanto come pescatori ma da marinai. Lui dice che molti armatori montesi adesso hanno la sede in Svizzera, che sono grandi lavoratori, anche furbi. Bravi, ma anche un poco “pirati”.

Testo, foto e video di Francesco Paolo Busco (tutti i diritti riservati)

NAPOLI A PIEDI – Salita Prevetarielli, un altro “passaggio segreto”, da Capodimonte a piazza Carlo III in 22 minuti

Ufficialmente si chiama via Macedonia ma l’uso di quell’altro nome è così diffuso che lo hanno dovuto scrivere anche nella tabella di marmo ufficiale: detta salita Prevetarielli. Una città in cui il detto popolare ancora vale.

Prima di partire da casa come al solito guardo la cartina via internet, mi faccio un’idea generale, soprattutto per essere sicuro che sia ancora aperta, che si passi, poi vado.

Inizia su via Ponti Rossi, a dieci minuti, circa ottocento metri, da Porta Grande del Real Bosco di Capodimonte. Su via Ponti Rossi vedo un laboratorio di ceramiche. L’ho visto milioni di volte passando con la macchina, mo mi devo per forza fermare.

Ha ragione Erri De Luca quando dice che viaggio è tutto quello che si fa andando a piedi perché è bastata una sola volta che qui venissi senz’auto nè bici perché il signore che lavora qui dentro spendesse un sacco di tempo a spiegarmi il suo lavoro e lasciarmi fotografare. Sta modellando questa materia pastosa, carnale, in forma di foglie e di petali per una composizione. Ci sono i forni, poi gli oggetti dipinti e pronti. Ci voleva un altro viaggio intero solo per starlo ad ascoltare del tutto, oggi dobbiamo andare oltre.

Riprendo a camminare ed ho ancora la sottile incertezza di vedere se la cartina corrisponde a quello che si trova con i propri piedi.

Eccola, meno male che la scritta è esplicita. Secondo me lo hanno dovuto citare per forza quel secondo nome perché la gente gli avrà chiesto mille volte: Sì, via Macedonia, ma io sto cercanno ‘e Prevetarielli.

Sembra una stradina di campagna, in più ha solo l’asfalto, tra un muro di tufo antico con dentro gli archi chiusi e un altro rifatto, più chiaro, spigoloso, senza rughe ma dello stesso materiale. Sulla destra il verde coltivato, al di là delle reti, compare.

Poi un paio di curve. Non passa nessuno, neanche a piedi. E due case basse, due villette con i cancelli di ferro come quelli di una volta, con le punte. Dentro il piccolo giardino ci sono due statuette, un uomo e una donna, una specie di riproduzioni di sculture classiche. Sembra che si parlino.

Altre due curve nel silenzio. Piano piano l’asfalto lascia affiorare sempre più basoli.

Sei stupenda” a fianco ad un cancello di ferro arrugginito sopra un muro con l’intonaco grezzo.

Subito accanto a questo muro ecco lo sbarramento, la diga che fa tornare indietro nel tempo, che assicura un po’ di lentezza e di silenzio. Hanno distribuito una manciata di paletti; avranno discusso parecchio dove metterli: non riesco a riconoscere nessuna geometria nota, alcuni sono più sottili altri più grossi, per sicurezza ne hanno messi pure due curvi negli spigoli dei muri. Fanno alla rinfusa il lavoro di argine di mezzi veloci. Allora adesso deve venire la parte migliore.

Sarà larga due metri, tra un muro di cemento e l’altro giallo. Un gatto cammina sopra quello più alto. Sembra un posto abbandonato da secoli.

Poi all’improvviso vi ritrovate di nuovo nel mondo moderno, a essere gli unici pedoni che possono camminare praticamente sulla tangenziale.

Un’altra volta un posto in cui con l’auto c’ero stato milioni di volte. Adesso è come vederlo da un altro tempo, da un altro mondo, da fuori, anche se a un certo punto tra voi ed il guard rail c’è soltanto un campo verde con i fiori.

Ora si inizia a scendere e la strada diventa con dei bassissimi gradini enormi larghi. Chiamarla scalinata non mi viene, forse perché ogni gradino è così lungo che ci fate troppi passi, vi lascia troppa libertà per suggerirvi un ritmo.

Poi c’è una curva larga e si apre un tunnel.

Siamo sotto la tangenziale. Ognuno qui ha lasciato un suo pensiero scritto. ‘Sto punto mi mette un po’ di tensione stamattina. anche se è molto ampio, o forse proprio per questo, contiene troppo vuoto grigio deserto.

Continuo, scatto alcune foto camminando.

Ecco. I palazzi. Siamo fuori, uno spazio abitato, coi panni stesi, alti.

Un sacco di case che formano uno slargo.

C’è il tempo dei posti che non portano da nessuna parte. Dei laghi. La diga che lo crea l’abbiamo vista in alto.

Poi un pino altissimo.

E un ragazzino che sale in bicicletta. Lo fotografo mentre fa fatica in salita, in lontananza.

L’atmosfera man mano che scendo comincia a diventare molto interessante. Biblioteca laurenziana. Oltre il muro un campanile in alto. Qui c’è il convento dei frati cappuccini che danno il nome popolare a questo posto. Sono arrivati a Napoli nel 1529 accolti da Maria Lorenza Longo, e le davano un aiuto agli Incurabili. Due anni dopo iniziarono a costruire questo monastero.

Via Michele Guadagno stamattina sembra un luogo dove la guerra è finita da pochi anni; in alcuni angoli.

Sulla sinistra un palazzo con un cortile alberato che doveva essere elegante. Subito prima c’è un piccolo arco con sopra una bacheca di vetro e ferro, un tabernacolo diventato quasi una serra tanto ci sono cresciute le piante. Mi fermo. Fotografo.

Una signora mi vede, e mi chiede. Le dico che mi interessa non so bene perché questo posto. Allora mi apre la piccola chiesa del palazzo antico che adesso loro del posto utilizzano come deposito. Ognuno ha un po’ di cose sue conservate qui sotto i lenzuoli. Il pavimento, la volta a croce, gli stucchi attaccati dall’umido e l’altare. Ringrazio ed esco.

Villa Giordano si chiama ancora. Entro nel cortile interno. Il secondo dopoguerra sembra ieri. I viaggi nel tempo che consente Napoli.

Esploro il vicoletto che comincia dietro l’arco che vi avevo detto: si chiama Cupa Eterno Padre. Non lo so perché ma questo punto mi attrae. Poi Via Michele Guadagno Ingegnere, già Cupa Sant’Eframo Vecchio. Ecco, quest’ultimo santo a casa l’ho sentito nominare molte volte.

Continuo a scendere verso la piazza del re grande.

Quest’atmosfera di grande semplicità, piazza Gian Battista Vico con le giostre e il chiosco dei giornali.

M’è venuta fame e c’è una pizzeria proprio qui nella piazza al momento esatto.

La palazzina della ANM col deposito degli autobus.

Il muro laterale del Real Albergo dei Poveri. Poi si sbuca nella piazza. Salgo per la prima volta la grande scalinata del palazzo enorme. Scatto da qui sopra l’ultima foto di oggi.

Dopo alcuni mesi scopro che a fianco a quella villa con la chiesetta deposito sono nati tutti i miei zii paterni, anche mio padre, che questa strada in salita la faceva da ragazzo in bicicletta, a cui teneva molto.

Ah, per tenere ferma la tradizione dei cronometraggi: da via Ponti Rossi a piazza Carlo III per questo passaggio segreto, se siete pedoni, vi bastano 22 minuti.

Testo e foto di Francesco Paolo Busco (tutti i diritti riservati)

NAPOLI DAL MARE – Parte il reportage sulla linea di costa. “Nas’ ‘e cane” e l’antica tradizione dei barcaioli di Santa Lucia

3 Maggio 2017

Dalle pagine di questo sito e nel libro Napoli a piedi vi raccontiamo le scale di Napoli, un “luogo” poco noto, solo sfiorato da molti napoletani ma che sta lì da tempi antichi.

Ora vorremmo iniziare a esplorare un’altra zona di confine, un altro luogo detto e non detto: la linea tracciata tra la Napoli di terra e la Napoli fatta di mare.

Lo sappiamo che è un rapporto complesso, anche se chi in questa città non ci abita pensa che sia del tutto normale. Un libro di tanti anni fa di Annamaria Ortese, ebbe un titolo che sembrava sbagliato: Il mare non bagna Napoli. Lo ammise anche lei l’errore qualche anno più tardi, o meglio lo spiegò quel libro: era il suo modo di sentire di quegli anni, era il momento difficile della sua vita che le aveva dato quella intonazione.

Però quel titolo a Napoli le è rimasto in qualche modo impresso, e se non ci fosse stato nulla di vero non sarebbe successo. Forse ‘ce sta, ‘ce sta coccos’ in questa linea di costa che le persone al mare le unisce ma le separa pure. Non lo sappiamo bene, l’unica cosa è provare a indagare.

Partiamo dal semplice; e il modo più semplice a Napoli per avvicinarsi a quella “linea di confine” forse è affittare un gozzo a remi nel porticciolo di Santa Lucia ed andare ad esplorare i dintorni lungo costa.

Allora siamo andati a trovare uno dei più antichi barcaioli della città: si chiama Nas’ ‘e cane , a Borgo Marinari, sotto il Castel dell’Ovo.

Ci potete arrivare da due parti, c’ha il doppio ingresso.

O dal ponte che collega via Partenope al Castello, per le scalette ripide che trovate a sinistra, oppure, ed è più bello, dalla scalinata che sta proprio di fronte a via Santa Lucia: attraversate via Partenope e scendete gli scalini; poi voltate a destra passando lungo un camminamento stretto stretto che già vi fa pensare di essere in barca perché l’acqua sta lì vicinissima e la capa vi ondeggia un po’ ché avete paura di finire a mare; tra la veranda del ristorante Zi’ Teresa e la poppa delle barche ormeggiate. Dopo 10 metri si arriva in uno slargo storto, stiamo tra il ponte per il Castello e il mare.

Come arrivate nello slargo un ragazzo con gli occhiali a specchio, il cappello di paglia e la maglietta bianca forse vi chiederà: Barca, boat?. Se leggete sulla maglietta c’è scritto “Nas’ ‘e cane”.

Non è uno che si è improvvisato da un giorno all’altro in quel mestiere. La sua famiglia, i Bianco, sta lì a noleggiare barche dal 1890, da prima che si facesse la colmata a mare. Prima della colmata stavamo a Santa Lucia, ora al Borgo Marinari, ci dice Imma, la sorella, che gestisce coi fratelli e la mamma il bar proprio vicino, lo storico Il Barcadero.

Le abbiamo chiesto: ma come è cominciata tutta questa storia? E lei: le vedete questa due foto vicino al muro? Quello in alto, sopra a tutti, è Salvatore Bianco, detto Nas’ ‘e cane. I due signori nella foto subito sotto sono Vincenzo e Antonio Bianco, i figli. Poi nell’altra c’è Salvatore Bianco, mio padre, e pure lui era soprannominato Nas’ e cane. Poi quel ragazzo che vi ha parlato fuori, con la maglietta bianca è mio fratello Vincenzo. I nomi si alternano: Salvatore e Vincenzo non vi potete sbagliare. (E’ a sopponta, la tradizione della famiglia meridionale. Al primo nipote maschio va il nome del nonno paterno, alla femmina quello della nonna).

Il mio bisnonno, il nonno di mio padre, Salvatore, già a Santa Lucia affittava le barche. In realtà pure il bisnonno da parte materna faceva lo stesso, ed ora sono quelli che stanno nella rotonda qua vicino, un poco più avanti (ndr: la rotonda sotto via Nazario Sauro).

Affittavano la barca ai pescatori insieme a un pugno di esca per pescare. Con le nasse andavano loro stessi a prendere i gamberetti che all’epoca si usavano come esca. Dipinta su quelle mattonelle sotto il bancone è proprio quella scena, presa da una vecchia foto. Tenevano anche un gozzo a vela: sta in quell’altra scena sotto l’altro bancone.

Noleggiavano le barche ai pescatori della zona: all’epoca avere una barca non era per tutti. Poi la affittavano pure a quelli che si volevano fare semplicemente un giro e che magari erano meno conosciuti. In quei casi, la vedete quella cassapanca di legno dentro la fotografia? Be’ lì dentro mettevano le scarpe dei clienti che si facevano lasciare come garanzia. Le scarpe erano un bene di lusso, nessuno le avrebbe lasciate, sarebbero tornati di sicuro a riportare la barca.

Imma ci ha raccontato la storia. A Vincenzo chiediamo delle cose un po’ più specifiche: ci dice che la manutenzione se la fanno loro stessi. Le barche in riparazione infatti stanno qua vicino: alcune sulla breve salita che porta sul ponte di Castel dell’Ovo, altre le abbiamo viste prima del ristorante Zi’ Teresa quando siamo venuti. Ci stanno i paglioli appena verniciati ad asciugare; una barca sverniciata fino alle tavole di legno. I colori disegnano sul tavolo di plastica, e pure un po’ sui basoli per terra, puntini di una pioggia arcobaleno.

L’officinetta sta a fianco al tabernacolo della Santa che dà il nome al luogo. La condividono con un altro barcaiolo perché qui in totale sono in quattro quelli che fanno questo stesso mestiere. I motori no, non li facciamo noi, li portiamo da altri a revisionare.

Gli chiediamo qual è la clientela tipica di oggi: Oggi i clienti sono vari: ci sono i ragazzini che magari hanno fatto filone a scuola ma anche molti turisti: ultimamente c’è stato un incremento forte. I ragazzi si vanno a fare il bagno, qualche turista si fa pure accompagnare. Pochi giorni fa è venuto Marco Tardelli: ci ha chiesto se lo portavamo a fare un giro fino a Posillipo”.

Ma poi perché questo nome? Nas’ ‘e cane? Per due motivi: uno era proprio per la forma del naso, arrotondato; l’altro era il fiuto per gli affari, gli bastava un’occhiata a quelli che passavano per Santa Lucia per capire al volo a chi la barca si poteva affittare.

I prezzi vanno dai 15-20 euro per un gozzo a remi, fino ai 70-80 per una barca col motore, benzina inclusa. Siamo aperti tutto l’anno, tempo permettendo dice Vincenzo. L’orario varia con il meteo e con il periodo dell’anno: si comincia la mattina e si finisce verso le 6, oppure più tardi, pure alle 8 nei week-end della bella stagione. (Per informazioni hanno anche il profilo facebook)

Mentre chiacchieriamo arriva un signore. Trascina un carrellino con le ruote e ha in mano il retino. Paga, chiede a Vincenzo se tiene un poco di colla per fare una riparazione alla sua attrezzatura da pesca e se ne va: da fine ‘800 fino ad oggi i pescatori ancora fittano le barche da Nas’ e cane per andare a pescare.

Poi chiediamo di imbarcarci per un giro breve.

Vincenzo salta a bordo della lancia pronta. Scioglie la cima e si accosta al gradino. Mettiamo i piedi sulla coperta di legno, che quando ci sali fa un piccolo suono di tamburo, solido, sordo, e prendiamo posto. Vi sembrerà strano ma già è cambiato molto, si ha da subito la sensazione di vedere la cosa dal lato opposto.

Passiamo sotto il ponte, il passaggio è basso basso. Poi si apre Posillipo lontano. Incrociamo un altro gozzo che torna e ci salutiamo, come sempre tra barche in mare.

Costeggiamo da vicinissmo, da sotto, questo castello enorme. Vediamo bene la punta dell’isolotto: ci sta ancora un cannone che fa finta di essere puntato e poi gli archi di pietra nera, tufo e mattoni.

Poi il Vesuvio, e le boe e le barche grigie degli allevamenti di cozze.

Rientriamo dopo un poco dall’ingresso del porticciolo, tra il fanale verde e quello rosso.

Ritornando all’ormeggio vediamo da poppa le altre barche in affitto, ognuna c’ha un nome: Annamarì, Lauretta; ce n’è una tutta verde che si chiama Rosa .

Abbiamo fatto il giro dell’isolotto di Megaride, un giro attorno al centro dove è nato tutto quello che ci circonda, la città intera.

Dal mare la visione si ribalta, si vedono le cose da fuori, un poco da lontano e si sta nel silenzio: prima eravamo a terra, fissi, guardando verso l’orizzonte, poi invece sul mare morbido, fresco, in moto, e l’orizzonte più che guardarlo ci siamo dentro.

E ci si gode il sole, l’aria salata e un golfo, forse il più bello del mondo.

Testo e foto di Francesco Paolo Busco (tutti i diritti riservati)

INCONTRI – Dal Tibet a Napoli un antichissimo insegnamento di yoga e meditazione

16 settembre 2018

Lo Yoga ormai è di moda, pure a Napoli si porta, e magari a settembre è il momento in cui uno riesce finalmente ad iniziarlo a praticare. Allora prima che andate a finire in qualche palestra qualunque, con un maestro molto new age ma che magari insegna qualcosa di non proprio corretto, venuto non si sa esattamente da dove, abbiamo pensato di raccontarvi qualcosa che forse vi dà una buona traccia da seguire.

C’è una parola che se leggete libri sul buddhismo tibetano a un certo punto quasi sempre salta fuori. È come se l’autore, scrivendo, se la fosse tenuta riservata, un po’ indeciso se dirla o meno, o se per presentarla volesse aspettare il momento migliore.

Noi invece ve la diciamo subito, è: “Dzogchen”.

È una parola tibetana che letteralmente significa auto-perfezione. Indica l’insegnamento di buddhismo tibetano più alto, fino ad un po’ di anni fa era tenuto addirittura segreto. Pure il Dalai Lama, se ascoltate bene, ogni tanto dice di seguirne le tracce.

Bene, mo vi starete chiedendo che c’azzecca questo termine strano, proveniente dal Tibet, dentro questo sito quasi tutto napoletano? E allora vi diciamo che qualcosa c’azzecca di sicuro se è vero che questa antichissima pratica spirituale, negli anni ’60, dal Tibet, tra tanti posti nel mondo è sbarcata proprio a Napoli e poi da qui si è diffusa nel mondo occidentale. Ve ne raccontiamo brevemente la storia.

Nel 1964 un giovane signore tibetano, Chögyal Namkhai Norbu, arriva a Napoli, all‘Istituto Universitario “L’Orientale” per insegnare Lingua e letteratura tibetana e mongola (e ci resterà per circa trent’anni).

Era stato chiamato pochi anni prima, nel 1960, a Roma, dal prof. Giuseppe Tucci (uno tra i più importanti tibetologi del mondo, che ha realizzato otto spedizioni in Tibet per studiarne la cultura) all’IsMEO, l’Istituto italiano per il Medio ed Estremo Oriente.

In Tibet le acque in quegli anni sono molto agitate, la Cina aveva occupato il Paese nel 1950. Così Namkhai Norbu prende la via dell’Occidente.

C’è pure qualcuno che sostiene che questa fuga dal Tibet verso l’ovest del pianeta somigli in piccolo a una cosa già accaduta in passato. All’esodo massiccio di intellettuali che con la caduta dell’Impero Romano di Oriente andarono verso l’Europa; in Italia sembra che questo sia stato uno dei fattori che diede origine al Rinascimento. Qualcuno azzarda oggi quindi il pensiero: Chi sa che anche questa migrazione di Maestri buddhisti dal Tibet non abbia in qualche modo un effetto positivo sulla nostra cultura occidentale di oggi.

Bene, arrivato dal Tibet a Napoli, il prof. Norbu inizia il suo insegnamento. Gli studenti si accorgono però ben presto che quello non è un professore del tutto ordinario: si sparge piano piano la voce che sappia molte cose non solo di letteratura, ma anche di medicina tibetana e yoga, e di questa antica tradizione che si chiama Dzogchen. Siamo dalle parti del ’68, la curiosità per l’Oriente comincia a farsi strada, pure i Beatles andavano in India.

E allora gli studenti iniziano a chiedergli lezioni di Yantra yoga. È uno yoga antichissimo quello del professore, uno dei pochissimi conservati da secoli (da circa 1300 anni) addirittura in un testo scritto ed il cui insegnamento diretto, da Maestro a discepolo, si è tramandato dalla stessa data senza interruzioni.

A parlarci di queste cose stamattina è il dott. Luigi Vitiello, medico e psicoterapeuta; lui in quegli anni, o subito dopo, c’era, a partire dal 1977.

Aveva 27 anni e, dice, nel gruppo ero uno dei più vecchi. Già qualcosa non ci torna tanto, perché se andate mo a Napoli a fare yoga o meditazione, l’età media è per lo meno il doppio: ma si sa, quelli erano i magici anni della fantasia al potere; (ritornano? quando?)

Il dott. Vitiello ci racconta quel suo primo incontro.

Il Maestro abitava a Pozzuoli, nei pressi della Solfatara (e non è un caso, lo vedremo dopo). Io seppi, dal fratello di un suo studente, di queste riunioni e un giorno andai a vedere. Mi ricordo che ad un certo punto, erano riunioni di non tante persone, mi avvicinai e mi misi a parlare direttamente con lui. Mi ricordo che tirai fuori tutte le mie conoscenze filosofiche, pure Sant’Agostino, mi ero messo a discutere dei massimi sistemi, della ricerca della verità. Allora dopo un poco il Maestro sai che fece?

Mi disse: “Va bene, va bene, la verità è che noi adesso ci andiamo a prendere una tazza di tè”. E teneva ragione.

L’approccio orientale, buddhista, alla ricerca della verità, dell’essenza delle cose, è molto meno mentale del nostro, o meglio passa per la mente ma coinvolgendola completamente, non soltanto nel suo lato speculativo. Per loro, più che pensare, conta vedere con la mente. Quindi se cercate la verità: studiate, leggetevi tutto quello che volete, pure Sant’Agostino; però non vi dimenticate di andare di persona a cercare, con la vostra mente, ma non solo con una parte, con tutta, pure con quella che usate per mettere l’acqua sul fuoco per preparate il tè in un pomeriggio qualunque.

Intanto nel 1977, a via Palasciano, in zona Riviera di Chiaia, le lezioni di Yantra yoga, in una palestra, cominciano a svolgersi più regolarmente.

Dopo qualche anno, l’idea, continua Gino, era avere un centro per la comunità che nel frattempo si stava creando,  ed il gruppo si sposta in una struttura a via del Parco Margherita.

Erano gli anni in cui si cominciava a constatare il fallimento della lotta politica, c’era chi si spostava verso Lotta Continua e chi verso Osho, verso una ricerca più intima, spirituale, profonda. Il Maestro dice spesso: “non serve la rivoluzione ma l’evoluzione”. La prima vuole cambiare il mondo mentre con la seconda ci si accontenta di cambiare se stessi, ma cambiando se stessi il mondo davvero lo si cambia. 

Poi nel 1976 a Subiaco, ci fu quello che io chiamo il “ritiro numero zero”: una trentina di praticanti provenienti soprattutto da Napoli e Roma, si ritrovano insieme.

Il primo vero ritiro è l’anno dopo a Prata, in un terreno in mezzo alle colline, con le tende, in maniera molto semplice, spontanea. E stavolta c’erano persone da tutta Italia: la voce si stava spargendo rapidamente.

Guardando le foto viene da pensare ad una piccola Woodstock, ma non di rock’n roll bensì di yoga e canti tibetani. Quell’uomo in foto con gli zigomi sporgenti, che sembra quasi un indiano d’America, è il Maestro Norbu.

Piano piano la comunità si ingrandisce e si inizia a pensare di acquistare un posto dove fare i ritiri, che intanto stanno diventando almeno tre all’anno: a Natale, a Pasqua e nei mesi estivi.

E allora Norbu propone di cercare un terreno in centro Italia in modo che sia facilmente raggiungibile un po’ da tutti.

La ricerca va avanti, poi un giorno lo portiamo a vedere, in Toscana, “Podere Nuovo”, così si chiamava quel posto. E lui ci dice: “sì, il posto è questo, l’ho visto in sogno”.

È così che nasce Merigar.

Gar” è un termine della cultura tibetana nomade e significa “insediamento”, “accampamento”, un posto dove si sta finché ci si sta bene e poi ci si sposta altrove.

Mi ricordo che quando, ai tempi della sede al Parco Margherita eravamo un po’ in difficoltà economica e non sapevamo se mantenerla in piedi, il Maestro ci disse: “Non c’è nessun problema, se il centro chiude sono molto contento, significa che non c’erano le condizioni perché rimanesse aperto”. E ci viene in mente l’idea buddhista del “non attaccamento” alle cose. Le culture nomadi sono, a prezzo di un poco di scomodità esteriore, facilitate in questo.

Ma torniamo alla fondazione di Merigar, il significato della parola Gar lo abbiamo detto; “Meri” invece vuol dire “montagna di fuoco”, perché il posto si trova alle pendici del monte Amiata che è un vulcano spento.

I vulcani come vedete ricorrono spesso nei luoghi in cui si reca il signor Norbu. Dalla Terra delle nevi a Napoli, Solfatara, Campi Flegrei, poi Merigar sul Monte Amiata, attualmente abita a Tenerife, dominata dal monte Teide, il terzo vulcano più grande del mondo. Questa cosa ci racconta un po’ che la terra dove abitiamo, Napoli, è un luogo non comune, ha energia forte.

Una volta fondato Merigar però bisognava… costruirlo, perché non è che ci fosse molto. E lì, dice Gino, abbiamo fatto molto karma yoga (l’opera volontaria dei membri della comunità). La comunità Dzogchen deve manifestarsi attraverso l’impegno, altrimenti non ha senso. E poi si sente propria una cosa solo quando ci si lavora dentro.

A Merigar adesso ci sono strutture bellissime, dopo tanti anni. Una grande sala ottagonale in legno, perfetta per le pratiche durante i ritiri con tanta gente.

Nel 2007 però anche a Napoli nasce un nuovo centro, si chiama Namdeling.

Namde” vuol dire “gioia infinita” e “Ling” è un punto di ritrovo più piccolo di un Gar, e poi questo nome richiama un po’ nel suono la parola Napoli.

Oggi i soci di questo centro sono circa 50. Sta in un posto tranquillo, confina col bosco di Capodimonte. Si trova in mezzo agli alberi di agrumi, in una piccola casa gialla con dentro una sala enorme senza colonne. L’hanno voluta così per farci entrare un grande mandala sul quale fanno alcune meditazioni in forma di danza. Ci si muove seguendo il percorso del cerchio, sul tempo della musica, cantando e mantenendo la presenza di poggiare i piedi sui colori giusti.

Quindi se a settembre volete partire col piede giusto, non farvi prendere dallo stress fino al prossimo agosto e volete approcciare il mondo dello Yoga, della meditazione; un modo diverso, che viene da Oriente e dal tetto del mondo, di cercare una risposta al perché siamo in questo posto, potete andare a trovarli, secondo noi vi si aprirà un altro bel mondo.

Qui c’è il loro loro sito, qui la loro pagina facebook.

Foto e intervista gentilmente concesse da Luigi Vitiello

Testo di Francesco Paolo Busco

MITI – Napoli saluta Diego Maradona (2/2)

Sabato mattina alle sette sono andato allo stadio. Volevo vedere anche lì come i napoletani salutavano Maradona.

Qualcuno lasciava la sua sciarpa del Napoli legata al cancello dello stadio, qualcuno portava un lumino, alcuni stavano lì come me a vedere per capire e per ricordare.

Non ho sentito nessuno parlare.

©Francesco Paolo Busco