IL VIAGGIO (8) – Ricomincia il viaggio: l’Islanda a Napoli. I libri, un ristorante e il consolato, tutti accomunati dal merluzzo nordico

In questo nostro giro del mondo eravamo partiti con un luogo abbastanza “facile da raggiungere”: lo Sri Lanka, lo Stato estero la cui popolazione è la più numerosa a Napoli, poi c’eravamo fermati per un po’ di tempo a causa del virus pandemico. Fino a che un giorno arriva nell’aria, non vi sto a dire come, l’idea di fare un viaggio in Islanda.

È un Paese piuttosto piccolo, poco popolato, all’estremo nord del mappamondo, abbastanza isolato forse per poter provare un viaggio in questi giorni in cui bisogna evitare le alte densità abitative. Sarà un viaggio più difficile, rarefatto, ma forse anche magico e invisibile come quell’isola nordica che d’inverno sta molto tempo al buio, e gli elfi che l’accompagnano.

Proviamo.

Inizio a cercare in rete. Mi compare l’indirizzo del Consolato islandese a Napoli, poi la quantità di islandesi che ci abitano: due.

E mo che faccio?

Continuo a cercare.

Il Consolato ha uno strano indirizzo e-mail: finisce per @unifrigo. Digito quel nome e mi viene fuori un’azienda storica di importazione di baccalà e stoccafisso.

Nel frattempo ho trovato qualche articolo che racconta di alcuni anni fa quando in città arrivò, in un giro promozionale, una casetta di legno mobile con dentro quel merluzzo nordico salato: il baccalà, pescato dagli islandesi nel loro mare freddo. Si era occupato di quella promozione dell’Islanda a Napoli soprattuto un ristorante tra via Toledo e il corso Umberto I: cucinano solo quel pesce, in molti modi, qui dice che hanno fondato anche l’Accademia Partenopea dei Baccalajuoli, si chiama Baccalaria.

Ecco, di nuovo, come all’inizio del nostro viaggio srilankese in cui cominciammo da una tavola calda con i piatti di quel popolo, il cibo come porta d’accesso verso un altro popolo.

Bene, qualche traccia da seguire ce l’abbiamo. Stavolta però mi voglio procurare la guida turistica d’Islanda prima di partire, allora: libreria, prima tappa del viaggio.

In libreria

Entro, vado sparato alla sezione viaggi, vedo le guide in basso lungo l’espositore centrale, mi accovaccio a cercare. Non ne trovo neppure una di quel Paese dei vulcani e ghiacci, possibile? Chiedo.

La commessa del reparto al momento è occupata con una cliente, vado in giro al piano inferiore, ci sono i romanzi, cerco del loro premio Nobel per la letteratura: Halldor Kiljan Laxness.

Iperborea fa questi libri morbidissimi, flessibili. Toccarli è già piacevole: mi interessa Gente indipendente. Poi ritorno nel reparto viaggi al piano superiore.

La commessa a sentire di Islanda si entusiasma subito, tira fuori mille idee: Ah, ce n’è uno sulle fiabe islandesi, forse sarò io, che a volte compro per me anche libri per bambini, ma è fantastico.

Comunque le guide dell’Islanda sono qui dall’altra parte dello stesso banco dove avevo guardato, ce ne sono almeno cinque. Mentre lei va in giro a prenderne altri li guardo.

Torna con i romanzi di Jon Kalman Stefansson. Uno, Paradiso e inferno, leggo nella seconda di copertina che parla di pescatori e allora compro anche questo. Per le fiabe occorre aspettare che arrivino.

Sono poche ore che cerco l’Islanda a Napoli e mi sono imbattuto già quasi sempre in questo merluzzo nordico. Sul sito di Baccalaria ho trovato una frase, nel loro Decalogo del baccalajuolo, al primo punto:

Se hai qualcosa da cucinare cucinala, se non ce l’hai cucina lo stesso. Cucina sempre.

Mo che sono passate alcune ore e che il Console mi ha risposto per e-mail che purtroppo non saprebbe come aiutarmi a rintracciare gli islandesi a Napoli, capisco che forse:

Se hai un islandese scrivine, se non ce l’hai scrivine lo stesso. Scrivi sempre.

Anche perché il viaggio comincia prima di muoversi fisicamente, quando si inizia a cercare, a leggere, lo avete sempre detto, e quindi da raccontare se ne trova lo stesso.

Poi aspetto di vedere il libro di fiabe, chi sa se troverò merluzzo pure lì dentro.

Il ristorante di solo merluzzo nordico

Martedì 9 febbraio mi decido, parto per la prima tappa seria: vado a vedere che notizie islandesi trovo da Baccalaria, il ristorante che cucina moltissimi piatti ma tutti rigorosamente con quel pesce nordico.

Arrivo, già sulla soglia c’è la vetrina piena di libri sulle terre nordiche, entro. Sono molto gentili ma conviene che ritorni più tardi, a fine orario perché troverò la persona giusta per parlarne.

Ritorno. C’è un signore in piedi dentro che sembra che mi stia aspettando.

Dopo i primi convenevoli per capire cosa è che esattamente ci interessa in questo viaggio, inizia a spiegarmi quasi senza sosta.

Si chiama Toti Lange. È come aver aperto un libro alla pagina uno e dargli una rapida scorsa.

È il merluzzo nordico, nome scientifico: Gadus morhua, diverso dal merluzzo delle nostre acque.

Il baccalà, storicamente, arriva in Sicilia con la dominazione angioina. Poi fu il concilio di Trento, quello della controriforma, che, introducendo il venerdì di magro, quando non si può mangiare carne, diede impulso al consumo del baccalà. E fu un padre conciliare, l’arcivescovo di Upsala, Olaf Menson, che intuì per primo il business del baccalà in quanto pesce accessibile per prezzo anche alle classi meno agiate e, per la sua lunga conservazione, alle popolazioni italiane dell’interno.

Collezione Toti Lange

Possiede alcune stampe che ha raccolto in giro per l’Europa: cartine antiche d’Islanda, una foto colorata a mano di venditori di baccalà napoletani trovata in Francia.

Poi mi mostra la bottega adiacente al ristorante, dove potete comprare il pesce per cucinarvelo a casa. Appena entriamo sento per la prima volta in questo viaggio l’odore tipico di questo pesce che a Napoli conosciamo tutti.

Collezione Toti Lange

Ci sono pesci essiccati appesi in alto, quello è lo stoccafisso. Il pesce è sempre lo stesso però essiccato si chiama Stock fish: pesce bastone, perché perdendo l’acqua diventa stretto e lungo, se è conservato sotto sale invece si chiama baccalà. Poi seguono altri nomi delle parti precise: Il dorso dello stocco si chiama coronello, la stessa parte ma del baccalà, si chiama mussillo.

Poi mi spiega l’origine del nostro modo di cucinarlo più tipico: Nei giorni di pranzi opulenti come il Natale, il baccalà fritto non poteva mancare. Poi però, proprio per l’abbondanza delle portate magari restava per il giorno dopo e allora, con l’aggiunta di pomodoro, olive e capperi, quei pezzi già fritti, ripassati in forno, sono diventati il baccalà alla napoletana.

Verso la fine gli chiedo qualche suggerimento su come potrei secondo lui incontrare dalle parti nostre un altro po’ di Islanda.

Mi dà un numero di telefono di un’antica famiglia che ancora importa in piccole quantità e vende al dettaglio o fino alla tavola di un ristorante ad Acerra. Esattamente dice: Le do il numero di un confratello baccalajuolo, in questo momento è il presidente dell’Accademia Partenopea del Baccalà che sta parlando.

Il Console onorario

Poi nel pomeriggio riesco a ricontattare, stavolta al telefono, il Console onorario islandese di Napoli. Ora che ho capito che quel merluzzo è così centrale nella vita degli islandesi, mi interessa chiedergli di questo.

Il signor Gianluca Eminente appartiene a una famiglia che da sei generazioni importa quel pesce dall’Islanda e in mancanza di un’ambasciata in Italia, dai consolati passa una buona parte dei rapporti tra noi e quell’isola remota.

Dopo il Portogallo, in cui il bacalhau è al centro della tradizione culinaria, Italia e Francia, ci dice, sono al secondo posto a pari merito per il consumo di questo pesce. Terza per consumo è la Grecia. Poi esportiamo, pochissimo, anche in Australia: ci sono famiglie italiane emigrate in quel continente che ancora amano mangiarlo.

Se pensiamo che quella del merluzzo è una delle voci principali dell’economia islandese e che una buona parte di quel pesce viene importata in Italia, inizio a pensare che questo viaggio che sembrava così difficile in realtà ci sta mostrando che il collegamento è piuttosto stretto, e stava in ogni mercato in bella evidenza.

Poi contatto per un appuntamento nei prossimi giorni Luigi Esposito: il confratello baccalajuolo.

È stata la giornata del baccalà islandese perfetta, di martedì, invece del venerdì di magro della controriforma cattolica.

Fine ottava parte, se volete iniziare il giro del mondo dal principio lo trovate qui, continua

Testo e foto ©Francesco Paolo Busco. Copertina e stampe da collezione privata Toti Lange. (Tutti i diritti riservati)

CALEIDOSCOPIO – Piccole note, “schegge subliminali” dalla Pedamentina a San Martino, da chi ci ha abitato per anni

30 agosto 2010

Metto in vendita la casa.

La tettoia della veranda, la guardo dai gradini della serra, è anche sghemba. Non solo sporca.

È proprio ondulata, come mare “di sotto”. Una sorpresa. Tremila euro, se va bene.

Guardo la notte, il giardino siluetta su cielo e città; non m’ero mai seduta sui gradini della serra.

Perchè me ne devo andare? la mia vita sui gradini della serra trova ombelicolo e spaccatura, insieme.

Cosa, più del giardino d’agrumi in notte ‘mbarsamata, potrà cantilenare di me a me stessa?

E Napoli pare mansueta. Pare sé stessa delle canzoni, che chiunque ci vuole stare dentro; e, manco a dirlo, ci può stare.

Basta non andarsene, e non andare per strada. Non è vero che solo i bancarielli di cocaina e kalashnikov. Non c’è bisogno di dire, pensare questo, sbagliavo. I giochi sono già fatti e peggiorano.

Se andrò in un’altra casa o in un’altra città: prima cosa, avere le piante di sapore e sopravvivenza, alloro, timo, basilico, menta e nepitella, rosmarino, salvia. Non sarà difficile. Invece, mi arrangerò per i limoni di sorrento; certo, sarò più timida a grattarne la buccia pure quando avranno assicurato che “non è trattata”.

Mi sveglio infine che fa giorno in grande nebbia. La città è velata, luci fioche di tangenziale.

Dal buio delle quattro un augellin bel verde canta, mentre cerco di riaddormentarmi, mentre m’accorgo che corpo e testa stanno sregolati dal poco riposo, mentre mi rassegno ad alzarmi.

L’augellino canta e ancora una volta come ogni volta rifletto d’aver fatto nullo progresso dall’augellin bel verde della nonna, dal brusio posticcio di “è forse l’allodola…”; continuo a ignorare a quale specie appartengano le creature che mi risvegliano dal mio giardino.

Grato. Come il cielo quando finalmente alzo il naso dalla suburra digitale. Il Cielo stellato, per fortuna mia, di Obelix e di Immanuel, ancora non cade. Anche se invano cerco di distinguere tra Piccolo e Grande Carro.

I futuristi italiani facevano grandi appuntamenti di città in città per presenziare dall’alto inaugurazioni dell’illuminazione elettrica notturna; i lampioni a gas si accendevano gradualmente, lorsignori futuristi vollero provare l’emozione di veder la città, quella o un’altra, accendersi d’un botto afono.

La domanda che si pone è se, e in che termini, nella città ‘postindustriale’ si percepisce la distinzione tra luce naturale e luce artificiale, tra illuminazione diretta e indiretta, se, e in che termini, la luce artificiale continua ad avere lo stesso effetto di shock visivo proprio della città moderna; quale è il ruolo, e quale il significato dei progetti di luce nella città postindustriale.

Cerco in rete e trovo qualcosa di vicino.

Così come stavo addormentata, in pettola, mi affaccio dall’alto ai giardini del porto, il pontile è un’imbarcazione in movimento, su cui si muovono turisti, un bimbo una bimba i loro genitori, io stessa; li sento parlare: nemmeno pugliesi, sono turisti casertani, l’orizzonte del nostro porto si è ristretto.

Il cielo è giallo, pieno di uccelli a due a tre a stormi, svolazzano o vanno in picchiata; di ciascun gruppo tento individuare il nome ma riesco solo a: “poiane” “folaghe” pappagallini”. Sono bellissimi; chiamo i bimbi, che li guardino. Non sono tutti marroncini passeracei, di uno vedo il piumaggio bianco azzurro, di un altro la mascherina verde e marrone intorno all’occhio, di altri terragni le code di fagiano e pavone.

L’acqua riflette le torri del castello; la bimba sta a cavalcioni del parapetto dell’imbarcazione, sento forti tonfi di caduta nell’acqua, non sono gli uccelli in picchiata, ma paracadutisti in esercitazione, piccoli aerei stanno bassi su Mergellina, noi e gli uccelli tra Beverello, Castel dell’Ovo e Mergellina.

Il castello riflesso è come Castel Nuovo, il cielo giallo tropicale uniforme. Guardo in giù, c’è una terrazza ingombrata da tubi, è un giardino in manutenzione elettrica, non riesco a datare secolo e durata della manutenzione, mi pare disdicevole che non sia completata ora che è stagione di turismo.

Spingo la barca a riva, con gran fatica, ma i bimbi sono su un’altra, anzi bimbi padre e barca loro sono spariti.

La madre ed io, in affanno, ne andiamo chiedendo ai funzionari e organizzatori della gita, impiegati di questo porto che ora è Castello di Capodimonte, stanze di terra decrepite; ci ignorano, sbarrano luci e porte: “E’ l’una, si chiude!”. Scalmano nella loro indifferenza: “dov’è il dirigente”. Compare un omino, è lui il dirigente, vuole ammansirmi: “lei non può rivolgersi così a queste persone, lavorano qui da otto generazioni sono i figli dei figli dei figli…”

“Appunto!” gridavo disperata, ficcavo le unghie nei muri e grattavo: “sono come vermi vermi in questi muri”.

Il giardino d’agrumi è uno dei terrazzamenti più bassi della collina di San Martino e circonda la casa in cui abito sulla via Pedamentina, una scala su cui, pochissimi, viviamo un altro tempo, la scansione contemporanea dicendo “convivenza con il livello più basso del sistema”. L’insediamento borghese è commovente; ci sono gli stranieri, gli artisti, perdurando il tessuto di sempre, il durissimo sfrantumariat.

I bambini del vico fecero sassaiola sulla dottoressa che scendeva con il neonato in braccio, il tufo passò fra le due teste. Urlò, risalì di poco e li affrontò, sempre col pupo in braccio, riuscendo quasi a sorprenderli. Già s’erano affacciate, corsero, scesero tutte le madri dei sassatorelli e si misero tra loro e lei, facendo a lei, sassaiola d’insulti, a loro, esempio e ripristino di legge; né vincitori né vinti. Il tufo era un blocco irregolare di 20 centimetri.

Bellezza di eccessi, una fogna divina. Il cielo è dappertutto, negli occhi, alle ginocchia, sopra le spalle, sulla testa; il vulcano, la città in perenne dettaglio, il porto. Le anse della Pedamentina intrecciano anni feroci, non scalfiti dal poco Ottocento. L’energia, il possibile sviluppo è sospeso, rubato dai cadaveri delle segrete del castello, che arrivavano sin qui. E male si saran portati anche i monaci, queste erano terre loro.

La maledizione più forte sta in un tempio greco nascosto sotto uno dei palazzi ottocenteschi, “ma no, l’unica chiesa è quella abbandonata in fondo al vico”. Balle, visibilità sopraggiunta. Io resto convinta, l’ho sognato.

Dal Trecento la scala appartiene al Castello e alla Certosa, ai cui ingressi principali, unica tra le scale della collina, era ed è la strada più diretta, consistenza urbanistica lancinante, immutata, ingovernabile. Meglio ignorarla.

Anche in provvedimenti salvifici, il Legislatore sembra paventare il concetto di Rilevanza Storica e Urbanistica, e qualora lo espliciti ha cura di non agganciarvi il dettaglio, per esempio: “Pedamentina a San Martino”; nelle svariate deliberazioni si susseguono sintesi generiche quali Vincolo d’Insieme per l’intera Collina di San Martino e Zona di Notevole Interesse Pubblico (1954), Zona di Castel Sant’Elmo e Zona di Notevole Interesse Pubblico (1956), Castel Sant’Elmo con la Certosa di San Martino e relativa collina (1995), la Collina del Vomero con San Martino (1998).

Il Comune delega il ritiro munnezza a mezza scala, ogni quindici giorni rimuove i cocci e le munnezze – un tappeto – lanciati dal piazzale; sotto elezioni espianta le erbacce. Punto.

Cielo e alberi vicini, l’alba mi arriva nel sonno con un suono gentile. Non è il cinguettìo degli uccelli a svegliarmi: è prima, è come se la luce avesse un suono non percepibile che sintonizza lentamente il mio corpo prima che io apra gli occhi. Poi percepisco il cielo muoversi, mi alzo, tutto sembra ancora il grigetto azzurrando indistinto e fermo, invece più chiaro azzurrando si muove al giorno, un nuovo giorno, carnale, dal cielo.

Dove ci sono palazzi alti, mi perdo. Se vado a dormire dove il cielo è lontano, ricomincio a dare i numeri.

Devo tenerne conto per la nuova casa: contadina dislessica, gli ansimi televisivi dei dieci piani rotanti, sia pure con ascensore e cortile interno, mi uccidono o mi rendono moralmente inaffidabile, comunque invisa a me stessa.

Come posso andare in un cortiletto detto giardino in mezzo a tutti quei tufo-cementacei che gli tengono la mano in capa? la finestra con le sbarre, la stanza da letto affacciandosi sulle sbarre del garage di fronte?

Quanto ci metterei a sentirmi davvero infelice?

E d’altra parte come posso restare qui nel giardino troppo grande che mentre s’apre sulla città mi sfugge di mano con disonore?

Non scendo quasi mai in città. Però il 25 Aprile, siamo andati con il cugino americano al bar che mi ha “insegnato” Niha quando son tornata; al molo inondato di sole, sole forte, aperitivi, turisti, famigliole, fidanzati, pescatori del dì di festa. Tutta la giornata è stata un salire e scendere di casa, in mezzo alla folla e al sole. Tra un’attesa e l’altra mi sono anche seduta al bar azzeccato alla funicolare dell’Augusteo, stavo bene, guardavo la gente, le cacche spiaccicate sulle aiuole incolte ma le palme erano frondose e basse con foglie larghe e piene che oscillavano su giù piano piano, sciosciavano qui-ovunque nel Mediterraneo, chiare e dolci. Che caspito di posto intraducibile pure a se stessi. Privo di decoro, non distante da alcun orrore, allegro. Bevevo schweppes, a piccoli sorsi.

A dicembre ho messo in vendita la casa, a marzo ne l’ho tolta. Ho offerto stanze in ospitalità a questo a quello, disdicendo quando accettavano. In primavera, prima delle elezioni, è cominciato il Grande Spettacolo per le Allodole, munnezza in fiamme, sommosse acquetate in televisivi successi e spot; la diossina ha cominciato a spirare, di notte soprattutto, e tuttora.

La televisione me l’ero già “tolta”, non se ne poteva più, rischiavo pure di morire abbruciata di sigaretta depressa; pago il canone perché tanto non c’è disdetta che tenga: quelli sono come la munnezza, ti trovi in mano alla gestline/equitalia pure se non t’hanno mandato le bollette e non hanno ritirato da sei mesi , ti ipotecano la casa anche per euro sei.

Sono stralunata e precisa, e tengo un problema, di più ma due ossessivi:

– come parlano come scrivono quelli che parlano per opporsi alla mappazza mediatica.

– molti di loro continuano a datare l’aspetto locale della Tragedia al tempo fra le due elezioni del Sindaco di Napoli 1992 -1997, quando tutti sapevamo e sanno che senza patti con la camorra da mai si governa Napoli, figurati in pieno tormentone Mani pulite; ma i ciurletti continuavano a parlare di “questione morale” a Napoli, manco fossero Berlinguer prima dell’ammazzamento di Moro.

Queste due ossessioni temo che siano collegate, non solo nella mia mente, nei fatti.

Metto l’acqua a scorrere in giardino, i balconi aperti: l’estate circola di luci vocianti dalle finestre aperte.

Il ragazzo di su vuole “solo insalata di pomodori”, la ragazza che affaccia sul vecchio arancio scotoletta e frigge co’ ‘sto caldo – sento la mano battere sulla panatura e pure l’olio che strasfrigola – urlando ai pupi di non urlare; nel vico chiamano al rientro i figli come io chiamo i gatti, uguale: infatti all’inizio i bambini mi facevano il verso ad ogni nome di gatto straneggiandosi di classe, censo e specie e sociologia. Alla fine, s’acquetarono in narrativa: “signora dei gattini” urlavano per ogni pallone da recuperare a qualsiasi controra del giorno e della notte.

Dormo in cucina, il gatto sulla testa, la micia sui piedi; il cane irrequieto sul tappeto, vuole tornare nelle stanze del centro casa, io no. La cucina accoglie e ristora la mia condizione di migrante, nomade, bracciante della casa.

La camera da letto offre un riposo “totale”, senza interruzioni né memoria, ma al terzo giorno si fa limaccioso, qualcosa tira giù, lontano ed entra nei sogni e poi negli stati d’animo; con buona pace del mio feng shui for dummies, continua a non essere una buona camera da letto.

Forse perché – a parte la cantina – sta nella parte più bassa di questa casa puzzle e dai livelli sfalsati; o forse per la storia dei due poveretti morti “durante un bombardamento” mentre raggiungevano il rifugio, cioè proprio la nostra cantina, sotto la camera da letto; c’è ancora una strana porta-finestra affacciata nel vuoto.

Non riuscivo a capire l’intrico di vecchi e nuovi passaggi; e soprattutto come qualcuno potesse essere stato ucciso dalle bombe in questo punto preciso dove le bombe non sono cadute; ho cercato e così mi sono imparata: bombardamenti 1943, poi gli aerei scendevano bassi per mitragliare.

La cantina è la fabbrica più antica della casa; coeva al castello, o di poco posteriore, dice il mio amico indicandomi dall’esterno il tipo di tufo e le arcate che proseguono anche sotto il giardino. Ci hanno abitato come in delle grottelle, per secoli. Poi, vario deposito. Durante la guerra, rifugio: dal viottolo una scala stretta portava all’imboccatura (la porta-finestra); su quella scala furono falciati. Più o meno, sotto il nostro letto.

Dentro, la cantina è tutta a volte; una, sotto la stanza da letto, era murata: la facemmo aprire, ci fermammo subito ma i guai erano già cominciati.

Avremmo potuto continuare, di seguito ce n’era un’altra sotto il giardino e poi dopo piegando verso la collina, avremmo trovato le cisterne e sotto altre cisterne. Di chi è tutta questa roba?

Quando scendo in città dalle scale, tre gradini precisi dopo la casa che fu della fata vecchietta, la mia mente sta erogando pensieri scuri: paura di inciampare, pensieri di morte mia o altrui, senso che il nero della città è troppo per consentire vita onorevole. Non me ne sono accorta subito e continua a ripetersi.

La scala in quel punto si prende uno scarto di pochi gradi sulla pendenza, una vertigine d’incertezza tra finestre e portoncini sempre chiusi – subito dopo i gradini piegano decisamente a destra.

Al punto di confine, dove appena si comincia a intendere la città e se ne intravvedono i palazzi, la scala piega, io sento freddo e temo mettere il piede in fallo.

Mi alzo per cambiare posizione al battente della finestra sporgendomi in tutta la profondità del muro, il Castello saetta tra le finestre di fronte e la mia, moltiplicandosi su vetri chiusi, doppi vetri aperti e battente. Resto con lo sguardo a mezz’aria. Questo gli Spagnoli non l’avevano previsto! Nessuna delle costruzioni antiche affacciava verso il Castello.

Le nuove, Ottocento e Dopoguerra, sì e se ne rimbalzano l’icona in frecce silenziose, schegge subliminali.

Altro che Crocifisso nelle aule.

Testo di Maria Laura Petrone, foto di Francesco Paolo Busco (tutti i diritti riservati)

PICCOLE VIE DEI CANTI – Dai pannelli fotovoltaici all’Hip hop, tutto concentrato in pochi metri dentro il centro storico

Mi compare sui social un suo post e mi ricordo: è parecchio tempo che Salvatore si era offerto di raccontarci il Canto del suo pezzo di Napoli, personale, verso il centro storico. Allora gli scrivo se stamattina (è uscito un po’ di sole dopo tanti giorni grigi) sarebbe disponibile per quel famoso giro.

Sì, guarda, chiedo un attimo conferma alla mia fidanzata e poi ti dico.

Benissimo.

Mi chiama dopo poco: Tutto a posto, il giro potremmo iniziarlo proprio da casa mia.

Perfetto, mi serve solo il tempo per arrivarci senza prendere metropolitane che in questi giorni contagiosi non mi vanno affatto. A piedi ci vorrebbe quasi un’ora… stavolta prendo la bici.

Salvatò allora mi faccio la doccia e scendo.

Ua’, ancora t’ea fa ‘a doccia?

Eh, vabbè ma mi ci vuole poco.

Va bene, allora nel frattempo faccio qualche servizio a casa, quando arrivi citofona.

Ottimo.

Dopo 45 minuti circa sono a piazzetta Arcangelo Scacchi, zona Quattro palazzi, vicino al citofono.

Qua fuori stanno azionando una di quelle pedane idrauliche per fare i lavori esterni agli edifici. Urlo nel microfono per superare il rumore che fa il motore di quel coso. Lui urla dall’altro lato per spiegarmi quale scala devo salire e a quale piano.

Mi apre il portone, e la bici non c’entra se non piegata in due: i portoni antichi di Napoli fatti per le carrozze enormi e per i lillipuziani in ginocchio, che entrino di lato, spingendo forte l’anta doppissima della porta di legno massiccio, durante le pestilenze con il gomito.

Entro in un androne calmo.

Non c’è più nessun rumore, anche i raggi di luce sono fermi.

Ascensore formato corridoio: la bici pieghevole entra solo in lungo, arrivati al piano non c’è spazio per ruotare st’aggeggio, devo uscire in retromarcia, strisciando le ruote che girano solo in un verso.

L’ultima rampa va fatta con la bici in braccio, poi arrivo su un terrazzo.

Bici in mano, terrazzo, cielo azzurro, castel Sant’Elmo che ride di me da lontano, due cupole vicine e l’eterno rettangolo stretto e lunghissimo del grattacielo alberghiero che per la prima volta nun sta annanz’ a niente di notabile nella foto del panorama.

Buongiorno, Salvato’, ma stai ancora co’ pigiama? Non ero io che nun m’er fatt’ ancora ‘a doccia?

Scusa ma so’ stato fino a mo a telefono con la mia fidanzata, stamattina so’ successi un po’ di problemi da mettere a posto.

Va bene, dai, non c’è fretta.

Faccio un caffè con la macchinetta napoletana, sta già pronta, però come sai ci vogliono venti minuti per farlo scendere e poi mi sbrigo.

“Venti minuti”. Scientifico proprio.

Allora tu nel frattempo sbrigati e la macchinetta la giro io.

Per i non esperti di macchinetta del caffè napoletana, anche detta cuccuma (quella che usa Eduardo de Filippo for’ ‘o balcone parlando col professore di rimpetto in Questi fantasmi), per ottenere il caffè da codesto meraviglioso aggeggio occorre, una volta che l’acqua all’interno sia arrivata all’ebollizione, capovolgerlo completamente per far sì che la suddetta acqua scenda per gravità attraverso la polvere di caffè, trasformandosi così nel liquido magico che si raccoglie nel contenitore di sotto.

Sì, nel frattempo ascoltati questo disco, è rap scientifico.

Rap scientifico? Non sono un esperto di musica ma questa non l’ho davvero mai sentita, voi mi confermate che esiste, è vero?

Ritmi sincopati intorno a particelle atomiche e composti chimici.

Ah, in tutto ‘sto bailamme mi so’ scordato di raccontarvi dell’impianto fotovoltaico; aspettate mo recupero.

Appena arrivato Salvatore mi fa vedere che sul tetto spiovente ci sono dei bei pannelli per la produzione di energia elettrica, sembrano nuovi. Lui mi dice invece che hanno più di dieci anni e sono probabilmente il primo impianto del genere al centro storico. La cosa era così nuova che la prima volta che chiese l’autorizzazione al Comune gliela bocciarono. Ci alimenta casa sua, quella dei suoi genitori qualche piano più sotto e dà anche energia alla rete elettrica nazionale che lo paga per il servizio svolto. Greta Thunberg qua sarebbe nella casa dei suoi sogni proprio.

Nel frattempo s’accende un’altra sigaretta.

Salvato’ dai, se ti vai a sbrigare, altrimenti mo overamente si fa tardi.

Mentre entra in bagno l’acqua del caffè bolle. Giro l’oggetto cuccuma.

Poi vado a zonzo sui terrazzi a scattare qualche foto delle cupole e del castello.

Una delle cupole è in perfetto stato, con le maioliche verdi e gialle. L’altra è scolorita. Sono le chiese di San Marcellino e Festo e San Severino e Sossio.

Aspetta, ma laggiù ce n’è un’altra altissima e si vede pure la facciata triangolare… è il Duomo!

Salvatore esce dal bagno, il disco continua a cantare ‘sto rap universitario.

Poi si inizia a preparare il kefir al volo. Strizza, filtra, versa, rimette tutto a posto per la prossima volta i fermenti che producono una specie di latte yogurt.

Nel frattempo mi racconta la saga dei parcheggiatori della zona. I residenti hanno il privilegio di fare l’abbonamento per tutto il mese. Poi però anna pava’ pur’ ‘e multe di quando la macchina gli viene spostata, per ottimizzare, in sosta vietata.

Un giorno, da ragazzo, stavo giocando a pallone con i figli, arrivano quelli di Forcella che ci vogliono picchiare e il padre scende, per difenderci, con la mazza. I racconti di chi in un quartiere c’è nato e c’ha sempre abitato, rint’ ‘o stesso palazzo. E l’eterno libro della jungla metropolitana.

Ci pigliamm’ o ccafè. Buono.

Dai che forse ci siamo, si esce di casa.

Sto per aprire la porta dell’ascensore.

Ah, mi so scordato una cosa importante.

Resto sul pianerottolo e fotografo la corda scorrevole, con la carrucola, dei panni. Anche qua ancora ce l’hanno. Piccole vie dei panni, di tutti quanti.

Scendiamo, usciamo dal portone nella luce di questa giornata di sole.

C’è una scalinata con una grande scritta che sale in diagonale sopra un ponte. Ma noi al ponte ci vogliamo passare sotto.

Questo ai tempi dello scudetto del Napoli era tutto azzurro, dentro e fuori, adesso, se ci fai caso, vedi, qua, da sotto, l’azzurro resiste ancora.

Tutta la parte inferiore del ponte è di un azzurro tenuissimo. Il margine, se guardate bene la foto, è ancora tricolore.

Un ricordo vago di questo ponte azzurro carico ce l’ho nella memoria. Adesso è diventato di un colore più vecchio e più elegante. Anche l’immagine del santo che sta qua sotto, lungo il marciapiede di fronte, ha il fondo dello stesso azzurro. Convergenze universali verso il titolo di Campioni d’Italia.

A piazzetta Grande Archivio la chiesa di Santa Maria Stella Maris. I muri tutti scrostati di un finto gotico del Novecento.

C’è un signore che cammina nella stessa direzione nostra. Ci inizia a dare suggerimenti su cosa vedere qui vicino, ci deve aver preso per turisti, evidentemente sembriamo abbastanza curiosi. Tiriamo fuori due o tre frasi in napoletano per convincerlo subliminalmente che siamo della zona.

Davanti al bar seguente Salvatore intravede degli amici da fuori, ci fermiamo. Il caffè grazie ma lo abbiamo preso che sono solo due minuti.

C’è parcheggiata fuori una bici a pedalata assistita. È proprio dell’amico di Salvatore. Lui è curioso di tutte le cose scientifico tecnico ecologiche, lo avete capito, e va a fare il suo primo giro su una bici che ha anche un motore.

Torna entusiasta: Me la devo comprare! Oppure me la affitti qualche volta che ne ho bisogno al volo?

Continuiamo il nostro giro.

In un angolo, sul marciapiede ci sono tre persone che parlano tra loro. Una sta più in alto degli altri. Eh, sarebbe una statua a grandezza naturale, ma appare come più umana in questo istante, con quell’atteggiamento di partecipazione, sapete, quando con le mani intrecciate, a Napoli esprimiamo la sorpresa e un poco di dolore per i fatti gravi che ci stanno raccontando? invocando in un’esclamazione: Uh… e poi due volte esatte il nome di Suo Figlio proprio?

Poi saliamo sul ponte.

E un’altra volta, subito, da un santino adesivo sul vetro di una Cinquecento ultimo modello in un colore trendissimo: “Madonna del Rosario di Pompei, proteggimi”.

Un faccione tutto giallo, mascherato di nero, dipinto, anzi incollato sul muro. Ha un’energia vivissima anche se l’orecchio della carta scollata tradisce più di qualche anno.

Sul muro dall’altro lato della strada, mille sovrapposizioni di scritte di tutti i colori. Facce, simboli, a volte una lettera soltanto. Mi attraggono.

Raccontano a loro modo qualcosa. Ogni centimetro quadrato dei muri del centro storico di Napoli dice una parola, il centimetro a fianco aggiunge la sua e viene fuori un racconto di molti, una specie di Odissea, il coro greco.

Su una saracinesca, dipinto: RiciKlan.

Sai: “riciclare” come atto ecologico ma anche “Klan” come quelli di camorra.

Sospetto che l’autore di questa sia proprio Salvatore perché me ne fa una descrizione precisissima.

Il Museo di Paleontologia col dinosauro, a Largo San Marcellino, oggi è sabato, è chiuso.

Poi un portone di ferro tutto colorato, vivace, con al centro Napoli in rosso.

Questo è di Gola, se guardi in basso a destra c’è scritto “Ti amo”, con un cuore. Era per la sua ragazza, poi mi ricordo che si sono lasciati.

Dal portone del Cortile delle Statue si vede, adesso fa parte dell’Università ma qui fino al ‘700 c’erano i Gesuiti, in fondo, Giambattista Vico un poco afflitto.

La pietra di piperno cilindrica all’angolo del palazzo è dipinta a metà tra un totem e un Picasso.

Poi giriamo verso il lato chiuso di via Giovanni Paladino.

Qua di notte è l’angolo per rapporti “frettolosi” e droghe non altrettanto leggere.

Salvatore, della vita diurna e notturna di questi metri di città dà la sensazione di sapere tutto. La chiesa è aperta.

Qui una volta al mese fanno una messa per una Madonna particolare.

Non è esattamente il suo genere, di questo non ricorda tutti i dettagli, mia nonna ci veniva spesso. Però possiamo entrare e chiedere a qualcuno.

È la chiesa del Gesù Vecchio. Appena varcate la porta vi esplode in faccia tutto il barocco del mondo.

Un signore ci dice che l’undici del mese si fa quella celebrazione che dite.

È la Madonna di don Placido. La statua che sta sopra l’altare maggiore la raffigura. Don Placido di cognome faceva Baccher, era il fratello prete di Gerardo, tra gli organizzatori della congiura dei Baccher, appunto, a favore dei Borbone, durante la rivoluzione del 1799. Questa Madonna gode di grande venerazione, ogni 11 del mese si celebra la Messa solenne.

In mezzo ai mille segni su un altro muro, quando gli chiedo: E questo chi lo avrà fatto? Mi trova in un istante la firma incollata dell’autore con tutti i riferimenti. Io non l’avrei trovata prima di mezz’ora.

Specialità greche. Poi “Bucopertuso”.

Lo sai? gli stessi proprietari hanno poco più avanti un altro locale: si chiama “La fesseria”. Non so se cogli l’assonanza stilistica.

Sto centro storico stamattina pare grondare ormoni da ogni commessura della pietra.

Questo lo hanno fatto come dedica per un ragazzo che è morto qualche anno fa, faceva parte del collettivo della Mensa occupata.

Questo è di uno che oltre che il writer fa anche il DJ. Lo sai l’Hip hop ha quattro specialità: la breakdance, il writing, il Djing ed il rap. Lui ne ha fatto parte.

Poi una specie di animali primitivi semi-umani e metà dinosauri, con gli occhi grandi tragicomici e alcune croci. Sono Cyop e Kaf. Ne avevo visto una processione lunga lunga sul muretto al corso Vittorio Emanuele e mi aveva fatto pensare all’intuizione collettiva del morbo che stava arrivando. Qualcuno sostiene, e io in qualche modo lo capisco, che in fondo è proprio così che lo abbiamo creato, invocandolo. Il mondo diventa come lo immaginiamo, nel profondo: “lo sogniamo” forse è più esatto.

Il locale notturno scuro scuro pure a mezzogiorno ha per vicino un tabernacolo col crocifisso.

Il muro scrostato sopra una porta mostra i mattoni di argilla messi in verticale anzi un poco storti. Ogni cosa in questo punto del mondo segue regole locali, puntiformi, la prima idea che viene è che le usano solo in questo posto.

All’angolo di via Donnaromita c’è una sagoma bellissima di donna. Sembra accennata soltanto e invece poi ci trovi tutte le sfumature del volto. Sembra quasi un fantasma, ha il foulard in testa, dignitosa pensa camminando guardando per terra. Una via di mezzo tra le cose che disegna Banksy e quelle di Ernest Pignon-Ernest.

Dopo diavoli rossi, facce quasi horror, un paio di scheletri, Questo è la firma, guarda, non ti perdere il cappello nella foto, sbuchiamo a piazzetta Nilo.

In tutto non abbiamo fatto che qualche centinaio di metri.

Ah, guarda, ci sono alcuni amici. Mo te li presento.

Ci avviciniamo e ci sono una donna e due signori senegalesi.

Poi Salvatore si ricorda che deve telefonare alla fidanzata. Ti lascio un attimo a parlare con loro, voi raccontategli il vostro centro storico.

Ci sediamo al tavolino del bar. ‘Sta Via dei canti si sta intersecando con il nostro Giro del Mondo. Gli racconto di quello che stiamo facendo stamattina e anche dell’altra idea. Gli chiedo se hanno posti senegalesi da suggerirmi a questo punto.

Verso Piazza Garibaldi e a Forcella trovi la maggiore concentrazione di senegalesi, anche se sono distribuiti dappertutto. Anche i negozi tipici sono in quelle zone. Poi ci sono le moschee ma non sono gestite da senegalesi, in una l’imam è proprio napoletano.

Salvatore lo conoscono bene, almeno uno dei due.

La sera lui sa sempre cosa c’è di bello dove e quando.

Poi arriva un signore a chiedere i soldi per un caffè. Alì allora glielo fa portare sulla panchina qui a fianco.

Stiamo già a chiacchierare da un bel po’ e Salvatore sta sempre nell’angolo a parlare a telefono, fitto fitto.

Dopo mezz’ora saluto i miei due ospiti e gli vado incontro. Lui si scusa ma la telefonata è importante. S’è rotta la macchina della mia fidanzata e forse ha bisogno di aiuto. Allora lo saluto. È un itinerario perfetto in fondo, da una telefonata coniugale a un’altra il cerchio si è chiuso.

Mi ricordo, solo dopo alcuni minuti mentre camminavo in mezzo alla gente, che stamattina qui c’ero venuto pedalando.

Vado a prendere la bici nel posto di partenza. Il cerchio adesso, anche nella testa mia, si è davvero chiuso.

Passeggiata lungo un tracciato proposto da Salvatore Allinoro. Da piazza Arcangelo Scacchi, lungo via del Grande Archivio, via Lucrezia D’Alagno, via Ferri Vecchi, via Arte della Lana, via Bartolomeo Capasso, vico San Marcellino, via Giovanni Paladino, vico Donnaromita, fino a piazzetta Nilo.

Se avete anche voi una linea da camminare preferita a Napoli o dintorni e volete condividerla, scriveteci. Qui trovate i nostri contatti.

Testo e foto di Francesco Paolo Busco (tutti i diritti riservati)

ALBERI NELLA CITTÀ – Un angolo calmo nei giardini della Rotonda Diaz

Un altro albero molto particolare, almeno nel mio ricordo, si trova a via Caracciolo, all’altezza della Rotonda Diaz.

Me lo fece notare un’amica, ormai sono diversi anni. Ci girammo un po’ intorno, poi mi invitò a sedermici sotto.

Salii il gradino della base che formano le radici tutto intorno al tronco, cercando di dare il fastidio minimo. L’aria fresca, immobile, calmano il respiro e il tempo.

È anche questo un Ficus magnolioides, come quello che sta davanti all’ingresso della Biblioteca Nazionale e che andammo a trovare la volta scorsa.

(Dicono che il Buddha si sia illuminato stando seduto, una notte di tempesta, sotto un albero molto simile, dello stesso genere, che chiamiamo Ficus religiosa).

Da allora sono tornato ogni tanto a trovarlo. L’ultima volta da qualche giorno.

È stato un po’ potato nei suoi rami sottili e nelle radici aeree che fa scendere dall’alto per scaricare il peso accumulato crescendo. Rami tagliati stanno ancora a terra, da settimane, non raccolti.

Uno spago lo stringe.

Un tappo di plastica e una bottiglia di birra si rifugiano sulle sue radici, ne prendono la calma dopo la baldoria di qualche sera un po’ confusa.

Qualche lacrima di resina forse la piange, mentre ci osserva con il suo occhio paziente di elefante. Gli fa compagnia, lì vicino, il treno colorato dei bambini con i colori squillanti.

© 2021 Francesco Paolo Busco (riproduzione riservata)

DIARIO MINIMO DALL’ITALIA INTERNA (4) – Mezzo paese al trucco di scena, poi le danze tradizionali, finte e vere non fa differenza

Eccoci al quarto giorno di questo piccolo diario dal Cilento, non sul mare ma dalle aree interne, da Felitto. Se volete sapere le cose dal primo giorno qui trovate l’inizio.

Domenica 13 gennaio 2019, giorno quattro

I muri della casa, man mano che passano i giorni, si stanno riscaldando, però anche stamattina mi alzo in un clima piuttosto freddo. Alle 8:20 esco dal letto, ore 8:22, ormai lo sapete: accendere fuoco prima di tutto.

Mi accorgo che il pezzo di legno più grosso rimasto da ieri sera nel camino, se ci soffio, in un punto ridiventa rosso. Faccio una fossetta nella cenere vicino, spezzo dei rami di erica secca, ‘u scantamanu, li avvicino a quel punto e soffio di nuovo. Prende fuoco!

Subito un altro po’ di legna piccola, anche di più doppia, la più secca che trovo, e dopo neanche due minuti ho la fiamma viva! Forse sto capendo piano piano come pensa il fuoco.

Mo posso mettere sul gas la macchinetta del caffè. Mi dispiace quasi che accendere questo non richieda altrettanta cura, un po’ di soffio.

Collego il computer a internet, via etere, tramite una scatoletta che mi sono portato. Il segnale non è forte ma funziona abbastanza, lento. Un’occasione per selezionare bene le cose da ascoltare e da dire, la piccola difficoltà come filtro per non affollare i nostri pensieri e quelli degli altri.

Apro uno dei quattro vetri in cui è divisa la porta di casa che dà subito, a piano terra, sulla strada, per guardare fuori e far respirare anche il fuoco.

Alle nove e trentanove sono fuori.

Perdo due minuti a fotografare un altro po’ di gatti dipinti sulle porte. Alle nove e quarantadue sono al Palazzo Migliacci. Chi sta teorizzando le 15 minutes towns, le città in cui tutto è a breve distanza, potrebbe prendere ispirazione in posti come questo. Forse anche per togliere luoghi presso cui recarsi, inessenziali, perdite non di minuti ma di ore.

Al Palazzo stamattina si continuano le riprese del film sulle lotte di liberazione.

Varco il portone e la scena è nuova: c’è mezzo paese in vestiti ottocenteschi, seduto, al trucco.

A tutti fanno un colorito più scuro, da gente che vive molto fuori, all’aria, al sole. A un signore, con la matita nera, stanno mettendo in faccia la barba di qualche giorno. Ci sono le donne con gli scialli, maglie, contro maglie e gonne ampie che nascondono tutto. Gli uomini coi cappelli e i mantelli scuri.

Poi compare un personaggio ancora oltre. Un uomo sulla settantina con la barba, i calzari fatti di cuoio lana e stringhe, sulla spalla lo schioppo, che non sai se è vestito in costume o esce di casa così tutti i giorni. Poi capisco che è uno che viene da fuori e che recitando da brigante passa molto del suo tempo, non solo qui oggi a Felitto.

La prima scena è con Michele e Giulio -quello che a tutte le feste che organizza con la Pro loco lo trovate ad arrostire salsicce dietro il fuoco- che appendono per strada una lampada a petrolio. Bofonchiando qualche protesta, non mi ricordo se contro il governo rivoluzionario o i Borbone, gli passano davanti Donato e Rosi.

Poi alla combriccola di oggi si aggiunge un secondo uomo armato con la barba, e i due formano una coppia formidabile. Ogni minuto che passa, guardandoli, ti scordi di più di vivere due secoli dopo.

Nell’androne del Palazzo la scena è che Marilena va ad aprire e i due si abbracciano e si comunicano notizie terribili e urgenti, per salvare il mondo.

Verso mezzogiorno torno a casa. Finalmente, per la prima volta da quando sono qui, metto a fare il sugo. Sotto l’acqua per la pasta accendo tra poco.

Le riprese alle gole del Calore

Dopo pranzo in macchina verso le gole del Calore.

Forse ne avete sentito parlare, è un posto abbastanza noto, sta in fondo a una discesa all’inizio del paese. Il fiume si è scavato tra le montagne un percorso dove c’entrano giusto giusto lui e un sentiero che gli cammina a fianco, in questi giorni poi ci andiamo, in silenzio, a vedere.

Arrivo nel prato largo che c’è vicino alla vecchia chiusa della centrale idroelettrica in disuso e trovo una specie di accampamento di brigantesse e briganti. Il regista sta spiegando ad un cerchio di donne come si dovrà svolgere la scena di danza. Ci sono anche i suonatori di tammorra, organetto e chitarra coi vestiti di quel tempo.

Donato nel frattempo sta accovacciato per terra, gioca ad accendere il fuoco. Segue l’istinto, Socrate avrebbe detto che sa ascoltare benissimo il suo demone. Con i capelli lunghi armeggia con la legna: a tratti pioviggina e fa freddo, bisogna riscaldare il mondo. Ne viene fuori una perfetta colonna di vapore di fumo. Si rialza soddisfatto dopo avere penato parecchio per accenderlo, con tutta st’umidità che c’è oggi qui intorno; si aggiusta i pantaloni con i polsi, come i bambini che si rimettono in piedi con le mani sporche dopo che hanno finito un gioco.

I fucili di scena messi a capannello. Una signora molto anziana, con le scarpe imbottite, lo scialle e l’ombrello, è ancora curiosa di cose nuove ed è venuta apposta per vedere cosa fanno. Qualcuno inizia a distribuire a tutti del tè caldo.

Poi arrivano due felittesi vestiti da preti. Uno è lo stesso che appendeva la lampada nella scena di stamattina con Michele, il cuoco eterno delle salsicce delle sagre. Inizia a benedire tutti con fare pacioso, sembra il fratone della banda di Robin Hood, e siamo pure in mezzo al bosco.

Si inizia a girare.

Tutte donne e due briganti danzano quasi in cerchio.

Dopo poco la musica prende tutto il posto. La scena si inizia a sfumare col reale o forse sarà il fumo del fuoco.

Donato deve aver colto la variazione: lo vedo, di scatto, muoversi verso il centro della danza: Aggia balla’. Il demone ha parlato a voce alta. Lo fermano dopo qualche secondo ma nelle riprese invece spero che sia venuto.

Il signore a cui stamattina stavano disegnano la barba con la matita, adesso sta con lo schioppo a fare la guardia, concentratissimo.

Poi tra le donne iniziano un gioco: vediamo chi si ricorda ancora l’uso di portare sulla testa il cesto. In due o tre ci riescono, qualcuna anche camminando più di qualche metro. E volete sapere una cosa? Anche quella signora ultranovantenne, che è venuta solo per vedere, prova per un poco quel gioco che da giovane ha sicuramente fatto moltissime volte seriamente.

Le riprese qui sono finite, rompete le righe.

Rosi tira fuori pagnotte e caciocavalli, poggiata sugli spalti di legno, inizia a tagliarne per tutti. Qualcun altro nel frattempo versa il vino rosso. Dopo un po’ inizia a piovigginare ma siamo ormai abbastanza allegri da non curarcene troppo.

Il ballo spontaneo delle donne nell’androne del Museo

Però adesso bisogna andare. C’è da girare altre scene in paese, nel museo della civiltà contadina di cui vi ho raccontato ieri. Si raccoglie insieme tutto e si mette nelle macchine. Appuntamento al centro storico.

Arrivo, parcheggio e inizio a camminare.

Dentro un vicolo del centro incontro di nuovo la signora anziana curiosa, vabbè mo ve lo dico, si chiama zi’ Stefanina, anche se l’ho saputo solo il giorno dopo, inizia a salire la scala ripida e un giovane le chiede se vuole un piccolo aiuto: Grazie ma aggia sagli’ io sula, ‘a si no addevento veziusa.

Che vi devo dire? Forse non si arriva a questa età così svegli e curiosi se non si è capito che ogni giorno bisogna sforzarsi almeno un poco.

Arriviamo nel museo, ve ne avevo già parlato: solo il palazzo vale già la visita, non è rifatto, è rimasto fermo.

Dentro c’è il parroco di Felitto, stavolta nelle riprese ci sarà un prete vero.

Mentre aspettiamo che arrivino tutti, ai Valcalore viene in mente di iniziare a suonare. Tempo tre secondi e le signore iniziano a ballare.

Arriva Rosi, mette piede nell’androne e in coppia con un’altra signora inizia a ballare ancora con le buste in mano.

C’è qualcosa che risuona dentro, adesso, in questo posto, in questo palazzo antico, in tutti, in questo momento. Meno male che è buio e che posso riprendere una panoramica del palazzo girandomi dall’altra parte altrimenti lo vedrebbero che sto diventando serio, troppo.

Forse si potrebbe ripartire, dove le parole non arrivano, dalla musica, nei paesi, per riaccendere il fuoco.

Dopo parecchio tempo saliamo le scale fino al primo piano.

Zia Stefanina si ferma nel corridoio a guardare le foto appese al muro. Quelle persone se le ricorda in vita, o alcuni parenti loro: Questa era la mamma di… e lo racconta a Marilena, una ragazza giovane che abita qui nel centro storico.

Poi va nella stanza dove sono gli strumenti per filare. Li prende e in quel momento smettono di essere oggetti di un altro tempo. Lei li usa ancora quasi ogni giorno.

Le riprese durano ancora, nelle strade del paese, fino a buio.

Il professore Donato dall’uscio di una di queste case di pietra se la prende coi filo borbonici e gli ricorda: Mo cummannamme nuje.

È stata una giornata lunga. finalmente torno a casa un attimo.

Poi esco di nuovo, mamma mia nei paesi dell’Italia interna non ci sta mai riposo. E si finisce come ieri, tutti da Peppe a cena.

Mo ditemi se c’è davvero bisogno delle sagre agostane per visitare un paese e stare insieme.

(Fine quarta parte, continua)

Testo e foto di Francesco Paolo Busco (riproduzione riservata)